ABCdiario

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ABCdiario, parole che vale la pena di usare (almeno una volta nella vita). A cura di Loris Righetto, Zandegù Edizioni, Marzo 2008.

Hei, ti starai chiedendo: perché dovrei leggere questo libro? Risposta facile: contiene informazioni esclusive. Che non troverai su Wikipedia. E neanche sull’Enciclopedia Britannica. Nemmeno sulla Gazzetta Dello Sport. Chi ti fornirebbe dettagliate notizie in merito alla fenomenologia della Birra Fantasma? Chi altri potrebbe ragguagliarti sulla pratica piccoloprincipesca di addomesticare volpi & punk? Hai mai sentito parlare di gatti con coda ed orecchi retrattili? Gli autori di questo abcdiario sì, e ne rendono qui adeguatamente conto. Ora penserai, mi si raccontano fanfaluche. La verità è che non una riga di questo libro è riconducibile alla fantasia oziosa di uno scrittore attempato. Questo abcdiario è il distillato di due anni di ricerche condotte da una banda di cacciatori di farfalle con la penna al posto del retino. Avventure urbane, slang, dialettismi, usi creativi dell’italiano, prestiti dalla cultura di massa, stereotipi masticati e poi sputati sulla carta: ciascuno degli autori di questo abcdiario è entrato nelle fauci della cultura popolare ed è uscito portandosi dietro un tassello di questa enciclopedia minima. Raccolte ogni giorno, fresche fresche dalla bocca della gente, ordinate secondo le lettere dell’alfabeto, ciascuna di queste parole ha una storia che è in parte comune e in parte unica. Dopo averla letta, magari, caro sconosciuto, verrà voglia anche a te di usarla e di gustarne l’inconfondibile sapore di strada.

Alcuni sample presi da ABCdiario, parole che vale la pena di usare almeno una volta nella vita.

ECTOPLASMA DELLA FERMENTAZIONE DEL LUPPOLO: L’ectoplasma della fermentazione del luppolo è anche noto nella metapsichica giovanile come la birra che c’è ma non si vede. La birra fantasma si manifesta di solito in concomitanza con i concerti e i festival estivi, specialmente quelli in cui si paga un ingresso inaffrontabile. La prima avvisaglia dell’apparizione dell’ectoplasma della fermentazione del luppolo è all’arrivo ai cancelli di una compagnia di amici, tra cui uno dotato di borsa a tracolla, zainetto o sportina da supermercato con la scritta Billa o Lidl. Pedinando discretamente il branco, si potrà senza fallo notare che i giovani galli, nonostante l’afa agostana, non attraccheranno mai al tendone della birra, ma col favore delle tenebre si avvicineranno allo zaino del portatore e grazie a strani magheggi ne cagheranno fuori latte e latte di birra Skrausen, con le quali i giovani galli si sbronzeranno con soddisfazione inversamente proporzionale al costo della birra (0,75 cent di euro presso il discount della zona). La seconda congiuntura astrale che favorisce l’apparizione della birra fantasma si dà nelle birrerie e nei locali fashion e costosi, ed è propiziata dalla presenza al bancone di un turbo babbo di cameriere, tipo quelli che fanno mille capriole con i cocktails o quelli che si esibiscono in numeri tipo:

AVVENTORE: -Una birra piccola, grazie
BARISTA: -Birra piccola? Solo le femminucce bevono birre piccole.

oppure

AVVENTORE:- Una bionda piccola, grazie.
BARISTA: -E perché non una piccola bionda?

In questi casi si deve a tutti i costi evitare il servizio al tavolo delle cameriere, che prevede il pagamento alla consegna. Si consiglia invece di ordinare al bancone e dare l’impressione che la serata sarà lunga ed alcolica. Stando così le cose, l’uomo dietro il bancone non richiederà il pagamento immediato e lascerà ai giovani galli l’agio di sbronzarsi in pace, con l’intenzione di presentare il conto a fine serata, magari con un simbolico sconto di uno o due euro. In questo caso la birra fantasma appare, anzi scompare, quando il barista abbandona per un momento la sua postazione (tipo per andare sul retro e spronare gli schiavi addetti alla friggitura delle olive ascolane o i farcitori di bruschette e piadine) e i giovani galli guadagnano l’uscita con nonsciallanza, per poi sconigliare a tutta birra (fantasma) nella notte, appena superata la soglia del locale.

FIGARETTA: Sigaretta fumata dalle fighetta allo scopo di darsi un tono. Si tratta di solito di una ultralight o una supersottile, raramente di una MS, mai di una pipa. Anche detta sigaretta fittizia o da compagnia, il piacere di una figaretta non è nella nicotina ma nella gestualità: essa va tenuta tra indice e medio della mano destra, posta a venti centimetri dalla bocca, mentre la mano sinistra regge il gomito della mano destra ad altezza del petto, e i piedi segnano mezzogiorno. Come a tavola non è la bocca a dover raggiungere la forchetta, così nel rito della figaretta non sono le labbra ad avvicinarsi ma, con gesti ammiccanti, sensuali, il filtro va portato in prossimità del viso e poi, evitando tiri da muratore, si aspira a piccole boccate senza respirarla: va trattenuta nel cavo orale e poi liberata in sciccose pecorelle di fumo.

Ero in prima superiore e avevo conosciuto questa ragazza, Raffaella. La Raf era la più carina della classe, se non addirittura della scuola, e aveva questo giro di amici superfighi che tutti i pomeriggi frequentavano il Central Park. Mi ero attaccata a lei perché anch’io volevo fare queste superconoscenze di gente superfiga. Infatti al Central Park ho conosciuto un ragazzo affascinante. Si chiamava Fabio, frequentava un istituto tecnico, era appassionato di Guns’n’Roses e fumava Marlboro Rosse 100’s. Io avevo quattordici anni ed ero la prima della classe. Lui ne aveva diciassette ed era un pluribocciato. Purtroppo era già occupato, da circa una settimana aveva la morosa. La Raf, invece, si era fissata con un altro tipo che frequentava il Central Park. Era decisa a farselo a tutti i costi. Questo però non ci stava e lei, allora, un po’ per ripicca, un po’ perché era in quel periodo in cui per affermare il suo ego e la sua femminilità sentiva che doveva farsi vagonate di ragazzi per pisciarli tutti, si è buttata tra le braccia del suo migliore amico. Il quale, però, aveva già la ragazza, e neanche lui c’era stato. Per cui mi sono trovata in una situazione assurda, tipo con la Raf chiusa in bagno a piangere e io a non sapere come consolarla visto che si ostinava a dire che non le fregava niente di quei due e allora io non capivo, perché piangi? E poi la mia testa era altrove. Avevo casualmente scoperto che Fabio si era lasciato con la sua ragazza e da diversi atteggiamenti avevo colto che ci poteva stare con me e… niente, di punto in bianco, nel bagno del Central Park, la Raf mi dice: «Bea, ho deciso che oggi pomeriggio mi faccio Fabio». Un po’ per timidezza, un po’ perché mi vergognavo a dirle che Fabio piaceva a me, non ho battuto ciglio e lei si è buttata a pesce in braccio a questo qui. La Raf era una ragazza molto bella, lui, poverino, si era lasciato da poco con la sua e io non me la sentivo di fare la guastafeste. Perciò sono stata tutto il pomeriggio seduta sui divanetti a vedere lui che insegnava a lei come si tirava con le pistole e lei che faceva finta di spaventarsi davanti a uno sparaspara al solo scopo di farsi abbracciare e limonare. Allora sono uscita dal Central Park, sono andata dal tabaccaio di fronte e sono ritornata con un pacchetto di Philip Morris Ultralight in mano e poi mi sono lanciata a fare la Gran Figa. Tipo che chiedevo a tutti se volevano una delle mie sigarette e se uno mi diceva che lui non fumava cercavo di convincerlo a incominciare per farmi compagnia. Fabio, però, non è mai tornato da me, anzi è rimasto tutto il pomeriggio a farsi la Raf, tranne a un certo punto, quando mi ha tirato per la manica e offrendomi delle caramelline al limone, ha detto: «Tieni. Se vuoi beccare, ne hai bisogno».

ORCHESTRA DI LISCIO: Eravamo lì, nel piazzale di fronte alla scuola elementare, dove avevano piantato la sagra del paese, io e il Barto. All’epoca, ti parlo di quando avevamo sui diciotto anni, avevamo un gruppetto punk, io suonavo il basso e cantavo, lui era il chitarrista. Eravamo abbastanza “radicali” all’epoca, tipo che io penso di non aver ascoltato nient’altro che quello che consideravamo vero punk per due anni buoni. A ogni modo, quella sera lì non avevamo trovato niente di meglio da fare e avevamo deciso di ubriacarci, visto che alla baita degli alpini trovavi delle bottiglie di vino che costavano davvero poco. Così, ci mettiamo in un angolo con le nostre bottiglie, beviamo e più che altro guardiamo la gente che balla e questo tizio che suona liscio con il suo complesso. Renato Tamarroni, si chiamava. Per il paese c’erano questi poster pubblicitari assurdi con il suo faccione, immaginati un ex-hippie, basco piantato in testa, capelli lunghi bianchi e barbone. Insomma, per un po’ suona le solite canzoni che immagino suonino queste orchestrine di liscio, la gente balla e io e il Barto continuiamo a far spola tra la panchina dove c’eravamo seduti e la baita degli alpini e andiam giù pesante di bocce di vino. A un certo punto –saremo stati alla quarta bottiglia – Tamarroni comincia a cantare in spagnolo, e mi accorgo che conosco le parole della canzone. Per farla breve, sotto forma di ballabile, stavan suonando Hasta siempre comandante. Immagina che al mio paese – ti parlo della bassa veronese – la Lega prende uno sfacelo di voti, è tutta gente venuta su a Dc che adesso vota Lega e Forza Italia, quindi comunisti proprio zero. Ecco, io e il Barto ci siam guardati e siamo scoppiati a ridere, ci sembrava che li stesse prendendo per il culo tutti quanti. Vedevi queste coppie di gente casa e chiesa o queste persone che sapevi che eran dei mezzi fascisti – alla fine in un paese piccolo come il mio si sa tutto di tutti e al limite ti basta sentire una discussione al bar per inquadrare i personaggi – e insomma li vedevi lì a ballare tranquilli questa canzone rivoluzionaria, che bastava usare una lingua che non fosse l’italiano per mettergliela nel culo. Era punk, capisci? Come gesto, intendo. Poi, dopo che io e il Barto abbiam bevuto non so quante bocce in tutto, suonano Io, Vagabondo come canzone finale. Tamarroni intona la prima strofa e incita questo pubblico di ultracinquantenni a cantare e, o ti giuro, dice proprio così: “Cantate, bestie!”. E come per magia senti arrivare il coretto, la gente si mette a cantare sul serio! E in un attimo, quella specie di ex-hippie è diventato un nostro idolo. So che dopo, io e il Barto, ubriachi spolpi, ci siam messi a delirare se si potessero trovare connessioni tra il punk e il liscio, o che magari si poteva mettere su un gruppo parallelo estremizzando le posizioni di Tamarroni, suonare canzoni anarchiche o dei Sex Pistols mascherate da pezzi di liscio, tipo messaggi subliminali e cose così. Poi ovviamente non se ne è fatto niente che eran le classiche teghe che ti fai quando sei distrutto – infatti il resto della serata l’abbiam passato dietro la palestra, il Barto avrà sboccato seimila volte e io mi sono addormentato sul prato con il sound delle sue gettate. Però, segretamente, io e il Barto continuiamo a coltivare il culto di Tamarroni.

zandegù

presentazione web

3 pensieri su “ABCdiario

  1. Anche a costo di sembrare un inguaribile passatista, legato agli usi e alle costu-manze degli avi *almeno in questo caso, deo gratias, sia licito l’in-clito*, io opto decisamente per la figa-retta. Come dire: di certo mi evito sorprese. Compreso l’acquisto di nuovi voca-bolari.

    Riverisco, Doktor Kraus: i suoi scripta sono sempre fonte di profonda meditazione: soprattutto quelli a carattere linguistico. La saluto: da fuma-tore a fumato-re. Incalliti.

    Suo Felix Dottor Peyote

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  2. Sant’Iddio! Se guardo alla mia esperienza, ANCHE ODIERNA, tutto ciò di cui sopra e ogni forma di slang mi sembrano un asilo conservatore… Perché poi questi qui, dopo aver bevuto, vomitato e scopato qualche decina o centinaio di volte a seconda della gallità, trovano coppia e impiego ed “entrano nel sistema”, di cui peraltro gli eccessi giovanili non sono che una tranquillizzante banale e ripetitiva anticamera. Mi direte di no? Venite al mio portone e ve la do io la birra, bambini! Penso che il “giovanilismo” come appare dal testo riportato significhi una cosa sola: cagarsi sotto.

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