Io non sono la poesia (scuola di poesia, 10), di Massimo Sannelli

Ecco il decimo petalo. Ti ho parlato della pienezza, anche senza averla [ricordi le metafore – e non solo – sessuali e i salti di Davide per Dio; la somiglianza al testo, la sua forma e la tua forma; e la critica alle «piccole cose», più etica che estetica]. La mia mancanza di pienezza non ti manca di rispetto: perché nemmeno lo Zarathustra di Nietzsche è l’oltre-uomo: Zarathustra ama la solitudine, è continuamente in crisi, è tentato dalla gravità, è consolato dagli animali [non c’è *uomo umano* che possa consolare un uomo come Zarathustra], ed è *anche* infelice [è *disceso*: in basso ci si sporca, in basso non si è soli e bisogna parlare]. Si insegna ciò che si sa e a cui si crede, non ciò che si è, qui e ora. Io stesso sono inferiore alla poesia – ma ne parlo. Io non sono la poesia e la poesia non sono io.

1

UNA COSA BELLA NON È UNA COSA SOLA. Questo è ovvio: l’Amleto di Shakespeare è anche quello di Roberto Herlitzka e di Lella Costa, in questi mesi; è l’Ambleto – ti raccomando di leggerlo – di Giovanni Testori; è la solennità accademica dei Vecchi Attori, ma anche l’esercizio giullaresco di Sinisi; è ciò che Eliot, Auden, Borges e Bloom studiano, ognuno dal *suo* punto di vista. Ma è sempre Amleto, per tutti, da 407 anni. Così gli aforismi del Doge in *Otello* diventano una canzone di Modugno, e un sonetto di Shakespeare diventa una canzone di Ron [non scandalizzarti: se l’Italia ha conosciuto quel sonetto è *grazie a lui*, non grazie a me o a te]; le poesie di Baudelaire diventano canzoni di Leo Ferré. Il *Sogno di una notte di mezza estate* in forma di film, con Michelle Pfeiffer e Rupert Everett, non è meno *Sogno* del dramma da teatro. Tutta la letteratura è un enorme plagio secolare e una metamorfosi, come la malattia d’amore di Saffo [tremo tutta… manca poco alla morte: lo ritrovi in Catullo, ma a sorpresa anche nel *Dernier jour d’un condamné* di Hugo]. E in poesia: puoi prendere l’ultimo testo delle *Variazioni belliche* di Rosselli e farne un rap. Prova, senza parodie: l’esito è perfetto. Ma non è che Rosselli abbia scritto un rap ante litteram: il fatto è che a quel testo non manca niente, e può diventare tutto. Ascolta la registrazione di *Impromptu* letto da Rosselli: ti pare che legga sempre con lo stesso tono? che sia sempre triste? che sia sempre ironica? che canti sempre? che scandisca sempre? Dieci cose diverse in dieci minuti; e il testo è già grande dalla nascita. E *apparentemente*, o usando l’orecchio del diavolo per distruggerla, Amelia ha difetti di pronuncia e l’accento inglese; allora: bocciatura all’esame di dizione o – piuttosto – la *rivelazione di una grandezza*? Grandezza anche esitante; anche blesa; certamente, anche malata. Ma grandezza, sempre. Giovanni Paolo II [che era poeta] è vissuto invecchiato morto da grande uomo: alla fine, la sua grandezza era affidata ad una voce che non poteva più uscire dalla sua bocca. Ma era un uomo grande: ecco perché non l’ho amato quando dovevo amarlo. Non lo capivo.

2

“Se chiedo a una persona chi è stato il più grande scrittore italiano del Novecento, in molti risponderanno Italo Svevo. Ma Svevo non era italiano, ma un ebreo tedesco, che tra l’altro parlava male sia il tedesco sia l’italiano. Lo stesso Kafka era un ebreo ceko di origine boema eppure a Praga è diventato il più alto esponente della letteratura tedesca… Si abita una lingua, non una terra… Cioran era un rumeno che scriveva il più elegante francese mai letto…”: Moni Ovadia, su «PaginaZero», 5 (2004). Il testo bello, che ha più di una forma, è in esilio [tutta l’intervista di Ovadia riguarda l’esilio, come *occasione*]: il testo bello e multiforme, anche se bleso, è l’ebreo. «Tutti i poeti sono ebrei» – ricordi? E tu?

3

Nel caso opposto, la forma è una, giustamente; ma la cosa che il mondo vede è una e sola: e il mondo si annoia, perché non impara non si commuove non si diverte; ha solo ascoltato le tue parole. Poi il mondo si alza, si gira e torna a sentire Tiziano Ferro: ha ragione, perché anche noi lo ascoltiamo. Quindi: non dobbiamo cercare l’ESECUZIONE DI UN’ESECUZIONE (come dire: prego per sentire la mia voce che prega, faccio l’amore per dovere, faccio la carità per non sembrare avaro, scrivo formalmente in versi per far vedere che sono poeta anch’io), ma solo l’ESECUZIONE. Come dire: prego, anche male, ma con tutta la voce che ho, interiore ed esteriore; prego con le mie parole, non con quelle della catechista; faccio l’amore con amore, oppure ammetto che cerco solo il piacere, ma non lo faccio per convenzione – e così via, anche nei versi. UNA COSA BELLA NON È UNA COSA LIMITATA. Non solo: È ANCHE PIÙ GRANDE DI NOI.

4

L’INFINITO DI LEOPARDI E L’INFINITO SPERIMENTALE SONO POSSIBILITÀ DIVERSE. Leopardi non ha scritto un testo lungo quanto l’infinito [l’infinito è lungo? largo? visibile? invisibile?], ma una poesia breve [*apparentemente* una poesia: ma le rotture del discorso tra verso e verso, la crescita dei trisillabi dal terzo verso in poi, fanno pensare ad un ibrido prosa-poesia, molto *parlato*: e Whitman è prosa o poesia? Il *Viaggio a Montevideo* di Campana è prosa o poesia? e *Chiari del bosco* di Zambrano?]. Ecco un frammento di Gian Paolo Guerini: «l’arco perfetto del vapore vistos’amore accede all’ardore arturo spezza il buio sirio oscura il sole boote sorveglia orsi svegli ogni notte pesci tafani edera marmo la loro scoglia aspira a protegger mortali scorticati da fenice ingorda ch’acqua lavi questo salvamento lavi grida d’agnel che lasci ‘l latte lavi quella parte ove ‘l mondo tace e trasmuta silenzio in saetta». È mirabile, ma ha un pregio/difetto: non ha, né può avere, una fine. La fine c’è, dopo qualche pagina, ma è arbitraria. Il testo infinito potrebbe continuare a lungo e per sempre [per inciso: io sogno questo]. La sua fine viene imposta da necessità geometriche o da una «necessità interiore», che tu non puoi vedere. Puoi *evocare* (brevemente) o *simulare* (dilatando) l’infinito: il primo caso è di Leopardi, il secondo di Guerini. Entrambe le possibilità sono eccellenti.

5

IO NON SONO LA POESIA E LA POESIA NON SONO IO, ma «per vedere, per toccare, la poesia si serve degli occhi e delle mani dell’uomo (laddove l’amante fa propri gli occhi e le mani dell’amata». Edmond Jabès, ebreo, doppiamente esiliato; traduzione di Adriano Marchetti.

[11 marzo 2008: e cantinne gli augelli, ciascuno in suo latino]

64 pensieri su “Io non sono la poesia (scuola di poesia, 10), di Massimo Sannelli

  1. La rose

    Dove sia che cosa faccia che pensi
    da lontano odorate nei cespugli
    mormora inudibile inclinata ai suoi cani
    in dono le portano barboncini albicocca
    l’inseguiva da pensieri comuni precipite
    l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose

    in cima le mura gelate entra nella volpe
    perimetro murale intestino paradiso
    attraversa la stanza esce in campo aperto

    dove va cosa dice che cosa chiede
    in pienezza l’ornamento precede la stagione
    la rosa accoglie i propri frutti nella pace

    l’interno al riparo la bocca con foglie
    sbucciato il corpo nei giardini dominicali
    fiorita la pelle tra le pareti mobili
    i pavoni del cuore scendono dalla neve

    so come fare io so come dirlo
    la gemma delle paure la fame cieca
    l’albero delle defecazioni riempie di pruni

    so perché io so come
    l’intestino furente fa sguainare la spada
    fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente

    (prima parte) – 1969-1970
    Antonio Porta
    da Week-End, Feltrinelli

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  2. e di Antonio Porta, ancora, trovato [*incontrato*] adesso in un numero di “Testuale” (7, 1987): “… leggo in pubblico. Se ci sono delle mie poesie che arrivano, si sente che il pubblico ha scoperto qualcosa. Ha scoperto, prima di tutto, il meccanismo, la struttura delle mia poesia. La poesia deve essere fortemente strutturata, è un’opera d’arte, è una forma. Questa forma deve arrivare, e attraverso la forma arriva il senso. Il senso è quello che abbiamo detto, cioè lo svelamento del vero…”.

    se scuola di poesia deve essere – riguarda proprio una forma che arriva, una forma che guida il senso, una forma che dice [senza esagerare con “svelamenti” heideggeriani, credo: dire ciò che urge, “una suono di passi sull’ultimo selciato, una bambina che dice: io non sono malata”] – grazie, sempre
    massimo

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  3. per Andrea Zanzotto
    Prego che la poesia
    forte e pietrificata
    in passato e futuro
    voglia sgorgare adesso liquida
    musica su da un pozzo inesauribile
    (fin che l’uomo abiti la terra)
    e questo scorrere sorgivo e antico
    passa dal filtro mio
    ma è poi di tutti,
    insieme ci mettiamo in ascolto
    16.11.1986

    in Yellow, 2002

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  4. intanto rileggo ciò che ho scritto. e trovo: uno stile molto parlato, che si atteggia a stile scritto; non lo sarebbe veramente, ma tenta.

    ieri sera, a Milano, un principio di crollo: le “piccole cose” – dove sono? – si riverberano; più mancano, più tolgono, inevitabilmente.

    la discussione pro et contra Joyce [implicitamente: contra E. Villa Stein Perrotta Guerini, e dei poetae novi Guantini Daino Salvi] comporta una domanda [ieri questo pensiero – non so perché – era quasi una lama]: DI CHE COSA E’ CONSERVATORE UNO STILE CONSERVATORE? recita in scala 1:1 il suo essere conservatore o *indica* qualcosa? E DI CHE COSA E’ CONTESTATORE UNO STILE CONTESTATORE? si limita ad eseguire l’esecuzione di sé o *crea il mondo* (cioè il futuro)? vale la pena *sperimentare* per contestare una brutta poesia ‘tradizionale’?

    questa arte si chiama letteratura: cioè, per definizione, arte delle lettere. queste lettere compongono parole; queste parole servono a comporre la lista della spesa, la tesi di laurea, il ricettario, il romanzo, la poesia. in musica non è così: Varèse Cage Nono NON condividono nulla con il mondo: vi si *inseriscono*, a forza, come pietre che cadono dal cielo. ma la scrittura è dentro e fuori il mondo, perché le parole sono usate dal vicino di casa e da Joyce – stesse parole, diverse sintassi.

    queste sono cose ovvie – ma non c’è ancora pace. e quindi: DI CHE COSA E’ CONSERVATORE UNO STILE CONSERVATORE? DI CHE COSA E’ CONTESTATORE UNO STILE CONTESTATORE? sono idoli, anche loro? o sono portatori di verità? due verità parallele? o una? e se la questione non fosse *stilistica*? se – dico per dire – *entrambe* le vie fossero ugualmente valide o ugualmente fallimentari? [fallimentari dal punto di vista *militante*, dico].

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  5. Piaceva ad Antonio Porta scrivere “lettere in forma di poesia” e “poesie in forma di lettera”. Era un modo, diceva, di affrontare la “sfida orizzontale della comunicazione”: una sfida fondamentale per chi aveva scelto di intitolare Quanto ho da dirvi il volume feltrinelliano del ’77, e di sottotitolare Brevi lettere le poesie riunite, nell’82, nella raccolta L’aria della fine, riproposta in questi giorni da San Marco dei Giustiniani.
    Ma questa è una lettera particolare, sorprendente. L’unica rivolta a se stesso, a meno di due anni dalla morte, che lo coglierà il 12 aprile dell’89. Una lettera in cui si radicalizzzano i temi di una vita: lo strappo, la perdita, lo svuotamento. Temi ossessivi in una scrittura fatta di attriti e contrasti ossimorici: il nascere, il morire, la presenza, la scomparsa, il risucchio verso l’ombra e la situazione prenatale, la pulsione erotica e l’onirismo, la lingua del dialogo e quella della castrazione. La parola, mobilissima, è luogo di metamorfosi. Ritmiche, tra percussivo imporsi degli accenti, delle iterazioni (“Come due mani uscite dal niente / come due mani entrano nella schiena”) e fluidità della notazione diaristica; e insieme tematiche (il deformarsi delle “mani” in “zampe”, il “disossarsi” del corpo, in allucinata icasticità). A dirigere il tutto uno sguardo lucido e esterno, una parola “come pinza che pizzica la realtà”, e che vuole agire, forzare il silenzio e il vuoto: e ci raggiunge, conservando intatta la sua energia e la sua carica vitale.
    Niva Lorenzini

    Antonio Porta
    LETTERA SPEDITA A ME STESSO
    Come due mani uscite dal niente
    come due mani entrano nella schiena
    mi scavano mi disossano e continuano
    il loro lavoro di svuotamento
    come due zampe di bestia sconosciuta
    (ma quella bestia sospetto di essere io
    che mi prendo da dietro senza saperlo)
    ora che sto seduto in un teatro
    guardo le prove degli attori, ascolto
    la colonna musicale abbandonato su una poltroncina
    mi dico: non saprò mai che cosa significa
    avere la fica, non riuscirò mai a vivere
    con questo buco tra le gambe, questo
    risucchio uterino da riempire ogni istante,
    forse una donna se lo dimentica ogni tanto,
    invece io non posso.
    Mi sembrano i pensieri di un disossato,
    ma non posso fare a meno di scriverli,
    l’involucro del mio corpo abbandonato sulla poltroncina,
    proprio controvoglia, ora che non sento più il dolore di prima
    quando le mani mi stavano lavorando alla schiena ho capito
    che non c’ero più, che il mio corpo è scomparso
    che avevo un’idea della bellezza un desiderio che non è più un’idea
    che mi restano solo queste righe e sospetto
    nessuno ne sarà mai coinvolto, me lo auguro e mi auguro
    il contrario, che qualcuno legga fino in fondo e allora…
    oh allora vorrebbe dire che davvero
    non c’è scampo…
    Invece sono solo fatti miei, un incidente di stanchezza
    lungo il percorso, un capolinea vuoto, nessun rimpianto,
    un semplice errore di calcolo sulla quantità delle energie
    molto felicemente spese…
    Non voglio che le ultime righe
    siano lette come una spiegazione troppo facile.
    No, non voglio spiegarmi, anche se lo potessi,
    mi pare che qualcun altro o molti altri
    hanno vissuto al mio posto, dentro il mio corpo,
    ora se ne sono andati tutti.

    6.1.1985-30.11.1985
    rev.17.7.1987
    AP – Bande sonore mp3/Portauno.mp3

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  6. forse è la poesia di Porta che amo di più: non è difficile capire *perché*. ecco qualcosa che non è né tradizionale né sperimentale, né avanguardia focosa né tradizione disossata; né “scrittura”, che è un termine un po’ filosofico un po’ sensibile un po’ generico. diciamo – liberamente diciamo – che è una rosa. diciamo – come scrive Luce Irigaray in *Sessi e genealogie* – che “nessuna teleologia comanda lo sbocciare dei petali”. e questa poesia è una “lettera”, e il titolo *lettera* non è retorico [implica anche un ricordo della “lettera al mondo” di Emily Dickinson, e al suo epistolario: e chi direbbe che le lettere di Emily non sono poesia? *sono*]. un uomo fioriva nel “largo esperimento”. grazie ad Antonio Porta e a Rosemary, ancora

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  7. Siamo abituati a letture facili con un impatto ravvicinato. Pensiamo: “se mi emoziona, è poesia”. E non riusciamo a distinguere. Poesia è il non detto, il non dire, il non entrare nel pettegolezzo; o è un colloquiare tra stanza e stanza. Noi siamo nell’urlo, nella piazza visibile da tutte le angolazioni – ma altro è lo spazio, e altro è l’urlo, che crea. Massimo è mite solo in apparenza. Non sgomita. Non ingrassa con le parole di altri. La fionda colpisce il sonno del mondo.

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  8. chissà cosa direbbe Svevo di ciò che ha scritto Sannelli di Svevo, e se pure ci sono delle strutture che ricordano il tedesco, a detta di esperti, mi pare che lui scrivesse a Montale e si capissero benissimo. La poesia si abita? Il fatto sostanziale è che la scrittura di Svevo è efficace, sia in teatro che nei romanzi, proprio come comunicazione, quindi attraverso un processo più ampio, se vuoi orizzontale (non inferiore o superiore).

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  9. lo dice Ovadia e lo scrive PaginaZero, citato. la “fionda” del testo colpisce nel tempo, anche dopo la morte di chi la tenne in mano. quindi è un fatto di efficacia *che dura*. non a caso qui parla anche Antonio Porta, a piena voce. non a caso questo sito si chiama “poesia e spirito”. – vi è il problema collaterale della *felicità*: e gli altri si baciavano SOLO sulla bocca ma io Ti mangiavo ogni mattina e allora perché perché ero così triste? Lo dice David Maria Turoldo, in poesia, non io [tutto è citato, perché tutto è *maggiore*]. quante cose sappiamo facciamo diciamo, rispetto a chi si bacia SOLO sulla bocca: eppure *qualcosa manca*. che cosa c’entra con la letteratura? tutto.

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  10. incollo qui due pagine su Pagnanelli, con un titolo che rende omaggio ad Elephant Man e ad Isabella Santacroce. forse qui servono a qualcosa. mancano i molti corsivi…

    ***

    Il Piccolo Elefante

    A guardar bene sono rimasto solo.
    Il sambuco di Augsburg, la pendola
    di Dresda, citazioni senza senso.
    Gli oggetti hanno un gran peso
    se sono a portata di mano
    nelle proprie stanze. (Sotto la loggia
    dei Mercanti amici si spartivano
    la mia carne fresca e saporita).
    Sotto la loggia dei Morenti.

    1.
    Questo *Epigramma dell’inconsistenza* è anche l’epigrafe dell’*Opera continua*, antologia di poeti maceratesi a cura di Giampaolo Vincenzi, poeta. Dunque il testo è collocato, dopo la morte dell’autore, in un’antologia locale (i poeti maceratesi): questo stato-in-luogo, che porta con sé l’idea della vita e della morte, mi sembra importante, per un tentativo di lectura (non si tratta di altro, qui).
    In realtà non c’è nulla di nuovo, sotto il sole e nella prima metà della poesia: il poeta è solo; il poeta è anche studioso, circondato da «citazioni senza senso» («Parcamente mi consolo in tombeaux di autori celebri»: Preparativi per la villeggiatura): Brecht, Eliot; il poeta usa metafore; il poeta nomina gli oggetti. Il peso e le stanze sono i nomi che Pagnanelli dà ad un repertorio già medievale e già pronto: la stanza è il nido riservatissimo da cui si scrive al mondo; la stanza è anche la mente, piena di libri, scritti e da scrivere; il peso è il nome dell’angoscia o del dolore, secondo un vocabolario che va da Cavalcanti ad Amelia Rosselli. Gli oggetti – i libri del poeta-studioso – pesano due volte: come «vere presenze» mentali (leggerli annotarli recensirli) e come grande presenza domestica. Noi amiamo molto i nostri libri. Le nostre case sono piene di libri. Ai libri, scritti e da scrivere, dedichiamo la miglior parte di noi e lo spazio della nostra tana. La postura del (poeta) malinconico è quella di un uomo seduto o «rannicchiato» (Mezzosonno), non rampante, chiuso o murato tra i buoni libri, scritti e letti – da questa «dipinta gabbia» (Leopardi), dalla mansarda (Rosselli), dal bunker (De Signoribus), dalla torre (Pasolini), dalla «voliera» di Remo (Biglietto da viaggio), il malinconico è «attratto da ciò che è inerme e indifeso», perché è «infantile lui stesso»2. Allora il bambino «rannicchiato», che è solo, può guardare, da una prospettiva tanto elevata quanto deformante (e che lo deforma: l’antico Elephant Man fu sensibile, il «piccolo elefante» di Atelier d’inverno dovrà «staccarsi dalla madre», se vuole morire; Adele Hugo teorizza e ironizza sul «disfacimento», delle cose e dei corpi, e massacra ciò che altri «diranno»; anche qui, di nuovo, «Non muoverti mai più da quella sedia»).
    Lo studio del seduto autocensura l’enfasi, che griderebbe «io sono solo». L’abbiamo letto, nero su bianco, nei saggi di Elio Gioanola su Leopardi e su Pascoli: il poeta malinconico non sta (letteralmente) in piedi. I poeti malinconici hanno, di solito, «memoria / da elefante», buona per le citazioni.

    2.
    Poi c’è la «carne fresca e saporita», divisa dagli «amici» – che si comportano da «Mercanti» nella «loggia dei Mercanti». Questa carne umana è più una merce da venditori che un’offerta cristica. Il corpo di Remo non è più donato («prendete e mangiatene tutti…»), ma spartito. Oggi c’è la loggia profana dei Mercanti – ieri il Tempio sacro, da cui Cristo li scaccia. Qui, ora, i Mercanti possono stare bene. Qui lo scempio del corpo non ha né una Maria né un Giovanni né un Centurione, e non sarà oggetto della Pietà. Qui la carne dell’uomo non è rispettabile, ma solo «fresca e saporita», come la buona ciccia dell’oca e del maiale.
    Così il sacrificio volontario di Gesù non viene imitato del tutto, i mercanti non sono stati espulsi, la carne non viene mangiata (come quella di Cristo) ma solo spartita. Pagnanelli allude a glorie e storie evangeliche non ripetibili sotto la loggia italiana. Rimangono solo la violenza e il commercio di un bene non consumato e reso ordinario. Nessuno conosce la fine della carne fresca e saporita: basta spartirla, e questo è un lavoro da amici – i primi lettori del libro di un poeta.
    Nel 2005 – una generazione dopo il 1976, non a caso – Giampaolo Vincenzi sceglie questo epigramma per introdurre i «poeti maceratesi contemporanei». In effetti, la parola Mercanti è quasi un anagramma di Macerata. I Morenti, che sono anche i Mercanti, sono i sepolti-vivi in quella che Guido Garufi e lo stesso Pagnanelli si divertivano a chiamare «la più grande necropoli del Piceno»3. I morti troppo sazi non mangiano più – a loro la carne spartita non serve; i mercanti – il cui lavoro è l’anagramma della grande necropoli – sono anche i Morenti: Mercanti capaci di trattare la carne fresca e Morenti che non ne trarranno più forza. La loro vitalità non sarà accresciuta dalla buona carne, ma imbastardita (di accrescimento della vitalità – cómpito della «vera, contemporanea poesia» – parla, con forza, Leopardi; dopo Leopardi, Alfredo Giuliani, con forza, mentre presenta il carro apocalittico dei Novissimi); non solo imbastardita, ma anche maledetta.

    3
    Chiusa enfatica, in forma di poème en prose con incisi e citazioni: meglio pronunciarlo, bruciandolo, che scriverlo. Vae a chi non è nell’Accademia (per poco: l’Accademia è morente). Guai a chi si esprime con stile.
    Quando si parla di UN poeta, carne rarissima e merce «inerme», si dovrebbe sempre ricordare una cosa: esiste, o è esistito, un possibile alter Christus, nuovamente crocefisso (nel suo corpo, vivo-in-morte), che ha già crocefisso noi (i morti-in-vita), con un linguaggio che ci riconosce e ci chiama: ehi mercante, ehi aguzzino, dico a te. (quando noi, criticamente, sembriamo ancora la brigata di Betto che vuole confondere Cavalcanti; o i Farisei che tengono consiglio «ut caperent eum», cioè Cristo, «in sermone», e dicono Magister, scimus quia verax es). La postumità, di cui ha parlato Danni Antonello a Macerata, non è detta tanto per dire. Nessuno sarebbe postumo, se una mano non si alzasse su di lui, se una parola non lo tradisse anche quando lo chiama «poeta» e «maestro».

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  11. caro Massimo, la questione che poni è impegnativa, e non poteva essere
    altrimenti. bisognerebbe spezzare il capello in due per rispondere.
    lasciandolo intero, dico: ogni stile conserva una tradizone e se stesso
    (pena l’incomunicabilità); ogni stile rinnova la tradizione e se stesso
    (pena il manierismo).

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  12. Caro Massimo, è bellissimo, e UTILISSIMO quello che scrivi! A proposito delle domande “di cosa è conservatore/contestatore uno stile conservatore/contestatore?”: stavo guardando su MTV il reality show sulla selezione del nuovo membro delle Pussycat Dolls: le quattro concorrenti devono preparare e cantare ciascuna una canzone diversa (nessuna delle quali ha un minimo in comune con il repertorio delle PD, tranne la difficoltà tecnica). Alla fine della prova una sarà eliminata. Prima reazione, uguale per tutte: questa canzone non è adatta a me, alla mia voce, eccetera. Lavoro duro per tutte, come da copione. Alla fine non sono gli ostacoli tecnici (superati più o meno da tutte) ma interpretativi a determinare la vittoria e l’eliminazione: la concorrente che poi sarà eliminata si produce in un perfetto esempio di “esecuzione di un’esecuzione” (fa la crooner perché la canzone è da crooner, ma tutto in lei ha puntato fino a quel momento ad essere una PD); la vincitrice si produce in un’interpretazione che è un ibrido “relativamente confortevole” (forse l’unico possibile, perché la prova è dura e i margini molto stretti) tra ciò che lei fa normalmente e l’interpretazione standard di chi normalmente canta quel tipo di canzone. La sua interpretazione non era né ironica, né militante, ma in qualche modo ‘di sopravvivenza’, e ‘al servizio’ della canzone, ma gli esiti di questo essere al servizio sono rovesciati: la sintesi della manager/eminenza grigia delle PD: “you took this song and made it work for you”.

    Non riesco a elaborare sul perché o come questo episodio sia in tema con gli argomenti che affronti qui (in realtà toccherebbe anche il discorso sul ‘conosci te stesso’ che facevi, o il discorso sulla coerenza vita/scrittura/corpo), ma per qualche ragione che non inquadro completamente penso che stia bene qui.

    Abbraccio,
    Alessandra

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  13. “La postumità, di cui ha parlato Danni Antonello a Macerata, non è detta tanto per dire. Nessuno sarebbe postumo, se una mano non si alzasse su di lui, se una parola non lo tradisse anche quando lo chiama «poeta» e «maestro»”

    E’ una sensazione impressionante che non posso che condividere e fare mia, ti sono debitore di questo

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  14. @ Alessandra [correndo in stazione, dal webpoint]

    c’entra, c’entra moltissimo – è di questo che si parlava. “you took this song and made it work for you” è la versione moderna e invertita di “mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro” (Baudelaire). o è la canzone a fare – to make – il suo cantante? io non sono la mia canzone e la mia canzone non sono io, allora? ho visto su mtv Robbie Williams in concerto, da crooner: reggeva benissimo la prova, ma non diventava Dean Martin: era *sempre* lui [il suo ego è troppo esteso per cambiare: e non è questo che gli chiediamo]. e insieme: non era lui. grazie, a te [e grazie a Stefano: coglie il centro, sempre]
    massimo

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  15. Dal mio punto di vista cerco di adattarmi a questa regola: “conservo per salire contesto per salvare”
    pepe

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  16. Abbandonare l’iperuranio, e l’oltre che è solo una proiezione: la poesia si fa tra le persone, per questo ha qualche possibilità di essere trasmessa, a meno che una bomba non mandi in frantumi finalmente il mondo e ci liberi dalle malattie, anche quelle mentali:-)

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  17. @ Christian

    buona parte del mondo riempie il mondo di spazzatura: nessun iperuranio. buona parte del mondo mangia quella spazzatura e sopravvive da un giorno all’altro: nessun iperuranio. è la visione finale di Zeno; è il sogno di Testori moribondo: quando saremo nella carità sparirà il Partenone, sparirà il colosseo. la poesia si fa tra le persone: certo, infatti eccoci, siamo qui. e poi non saremo qui, e poi saremo anche *oltre*…

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  18. nessun iperuranio anche nelle relazioni: quello che si scopre (ammesso che fosse un segreto) sull’esclusione dei siciliani del gruppo 63 (“Bisogna ridimensionarli questi siciliani del gruppo. Si sono montati la testa”: Corriere della Sera, 14 marzo 2008) non è nuovo sotto il sole – è solo brutto. “tanfo da camerino” – dice uno dei testimoni: ha ragione.

    molte mie pagine sono disseminate di senhals, di appelli segreti, di strizzate d’occhio a chi sapeva sentiva leggeva: ma questo non serve. che senso ha pubblicare per *un* amico e *un’*amica? io scrivevo in volgare, per tutti, con l’intenzione di chi scrive in latino, per pochi. così offrivo un convivio a cui invitavo uno o due o tre – ora basta. tutto torna alla Vita Nova di Dante: Amore è come centrum circuli, cui simili modo se habent omnes circumferentiae partes, tu autem non sic. Ego autem, quindi: nemmeno io ero equidistante. a poco a poco l’ho capìto – e i rapporti si sciolgono, e i testi si liberano dal Lettore Ideale. i testi vanno nel mondo, semplicemente. e i “biglietti agli amici” – come i biglietti di Tondelli – si fanno in privato o si pubblicano *mostrandone la natura di biglietti* (così fece Tondelli); io lanciavo solo segnali nel camerino. no, grazie, grazie, no, direbbe ora un Cyrano – un personaggio che aspetta di essere riscritto in versi, e cercherò di farlo [to do] o di confezionarlo/fabbricarlo (to make). era quasi un “ioco del massacro” – torniamo a Porta – travestito da gentilezza: grazie, no.

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  19. Si vuole sempre l’opera il compiuto il finito. STATUS. Eppure è in quel niente che il soffio giorno dopo giorno minuto per minuto, spezza logora ogni cosa che lo soffoca. Il frutto si coglierà quando avrà compiuto – se stesso. Non c’è ordinamento mentale soggettivo costretto da artifici e macchinazioni. E’ un ordinamento di equilibrio e armonia senza ragione e pensiero.

    Fiorire e morire solo in apparenza: poi il frutto si lascia cogliere nel suo tempo finale. E’ quando ho la materia nelle mani che lavoro meglio: allora la mano è ancora la mano e il rame è ancora il rame. Con un’altra forma, senza sottrazione o aggiunta. Prima NON C’E’ NULLA E SI GUARDA CON POCA FIDUCIA AL SEME, CHE PUO’ ESSERE TUTTO O NIENTE.

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  20. è vero: si vuole sempre il finito l’opera il compiuto [il non-finito di Michelangelo non è *veramente* non finito: concettualmente e in mente – è finito]. il seme fa paura: tutti i tipi di seme, e tutti gli effetti che può avere un seme, qualunque tipo di seme: compreso il negro semen dell’indovinello veronese [tutto è in tutto: non per legàmi gelidi tra testi e testi e testi – secondo Moresco, che ha ragione – ma per legàmi solidi tra persone e persone e persone, le cui metafore sono legate ai corpi: tutti ne hanno *uno*, tutti devono morire, tutti devono vivere *qui*].

    *la musica di una vita* di Makine è la storia di una fuga e di un cambio di identità. il buon pianista Berg [nomen omen, e citazione] diventa soldato e cambia nome. a casa del generale fa finta di imparare a suonare: piccole cose in stile “petit montagnard” e marcette militari, con le dita dure. quando l’ex Berg è messo in mostra alla festa, suona le piccole cose e poi non può trattenersi: suona come suonava prima, ridiventa Berg. morale: non devi DIVENTARE, ma TOGLIERE il falso il troppo il vano.

    a Patrizia, forte – buon onomastico, è oggi. nomen omen, sempre.

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  21. e la morale di Berg e di Makine è severa: il neo-nato Berg paga il suo rientro in sé – la ripresa del *proprio nome* – con dieci anni di gulag, senza un solo giorno di condono. ecco l’interpretazione *anche* allegorica di un testo; benché quel testo sia in primo luogo carne, cioè senso letterale, vero in sé. il nome è l’essere; perderlo e riaverlo “costa una spaventosa fatica”, come all’esterno della “Porta della storia”, volendo varcarla [Pasolini, *Patmos*].

    ***

    tra poco, un frammento di Mario Fresa. che è tutto, tranne che avanguardia grammaticale e illeggibile; tutto, tranne che scrittura tradizione e conservatrice. dunque: è prosa o poesia? è scrittura antica o nuova? per testi come questo [per la Murata di Bianchi, e per la Lingua acqua di Zallio] – non varrà la pena di inventare concetti intermedi, di profanare il limite tra genere e genere? e Lingua acqua è scrittura *femminile* o *l’opera di una donna*? e perché tante *opere di donne* sono così metalinguistiche e metaletterarie?

    ***

    Mario Fresa vive a Salerno. la polemica sull’esclusione dei Siciliani dal Gruppo 63 è bruciante [per me – per molti]. a volte l’Italia – anche quella culturale – sembra finire a Napoli, con qualche propaggine pugliese. non è una cosa di cui andare orgogliosi. per esempio, Michele Pierri – di cui il figlio, Giuseppe, mi ha inviato gli inediti che *si è stampato in proprio* – non è solo il secondo marito di Alda Merini, ma un *poeta di grande valore*. chi ne sa qualcosa? ecc.

    ***

    intanto, a non moltissime ore di aereo da qui, si svolge quello che un uomo rispettabile chiama “genocidio culturale”. e il fatto che io sia qui, e non su certe piazze mondiali, mi sembra ipocrita. chi sta bene non si muove – dice il proverbio. posso solo mandare un email ad un Governo – e lì mi fermo. e questo non basta.

    ***

    ecco infine il frammento di Mario Fresa, da *Il bene*, ed. Marocchino Blu, Lucca 2007:

    Questo distacco vive, per sempre, in una terra
    di docili promesse; ma quasi affaticate e
    vinte; e di visioni promettenti; ma già preda
    di violenze luminose.
    Senti che lucida e inesperta
    resistenza: pudore del tuo coraggio.
    Pudore del mio coraggio nel vederti avanzare
    sulle scale di un giardino smisurato, di una
    follia contesa dalle streghe.
    Ma non temere; il male si distacca dalle dita.
    […]
    Ogni azione è compiuta in un famoso
    ritornello: solenne ringraziamento
    e dolce riso.

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  22. Massimo, la maggior parte delle tue pagine sono segnate dal pessimismo sulla possibilità del fare. Io questo lo trovo un segnale, certo, critico. Tuttavia la tua non è una scrittura che fa del realismo una possibilità anche per una sola speranza, per una possibilità di farcela.

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  23. il fatto è che il futuro si riduce, non nei termini biologici e metaforici di PPP (che pensava, in primo luogo, alla *sua* uscita dal mondo). si riduce da un punto di vista molto pratico: basta aver sentito Tremonti ieri sera sulla 7 (crisi, crisi planetaria; cure: nessuna, a parte alcuni atti simbolici, che dal punto di vista di Tremonti possono essere creativi sul piano culturale: culto delle radici, alzabandiera mattutino, ecc.; non rido di queste cose, sia chiaro). basta aver letto – passo sull’altro versante politico – l’intervista a Fofi su “liberazione” del 14 marzo scorso: quello che Fofi augura al nostro mondo è la costruzione di isole di umanità più onesta e più soddisfacente; traduzione (secondo me): l’equivalente contemporaneo del monachesimo di Cassiodoro e di Benedetto. nuove piccole comunità, ecc.

    quanto al realismo: tutto è reale, compresi i miracoli che nel reale si manifestano. solo una letteratura che parlasse di ippogrifi o che fosse immensamente retorica sarebbe irreale – ma non è il nostro caso. ho detto e scritto più volte che se tramonto deve essere – che sia, almeno, dignitoso. che se non ci possono essere Virgilio e Orazio, ci sia un Massimiano, ci sia un Ambrogio. che l’Occidente vada indietro o no [è già andato avanti e indietro 6 o 7 volte in 1500 anni], il primo còmpito è sempre lo stesso: cooptare altre e altri, dare la parola, e soprattutto *insegnare*…

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  24. Caro Massimo, cosa dici, ma se è pieno dappertutto di ippogrifi! Io li vedo ogni mattina quando bevo il caffè al bar. Poi, con riguardo alla tua ultima frase, volevo dirti che anche l’uomo molto <> tende a cooptare, dare la parola e soprattutto insegnare… E’ con atrocità e decoro che la maledetta società borghese si puntella molto bene.

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  25. sì – la differenza è in che cosa si mangia tutti i giorni, che cosa si indossa [quanti magnifici stracci si recuperano dalla spazzatura, ecc.]. io credo alla bambina che vede le fate – ma esistono piani diversi di realtà [anche scientificamente in fisica], e il senso comune si allea nel riconoscerne alcuni, e non altri. ma io non sono di quelli che dicono: “Bernadette ha visto la Madonna perché aveva mangiato un fungo allucinogeno… Gemma Galgani era isterica, ecc.”. mai pensato in questo modo. tanto più che il ditale diventa il Buon Dio, in Rilke. io *credo*.

    non vorrei sembrarti un portatore di dogmi – un professore pallido – un e un e un. tante volte nella mia vita ho avuto questa impressione: quello che faccio è sempre poco e fuori luogo. lo dicevo all’inizio: dico 100 per dire 50. se ti sono antipatico – scusami, non lo faccio apposta.

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  26. non sempre si parla di poesia; a volte si parla ai poeti; che non sono grandissimi autori: sono uomini e donne semplici, con l’accento calabrese e lucano, che dicono “se Sgarbi venisse qui…” e sanno di essere piccoli; e c’è il signore anziano che abita in Via Lugo, ma abitava ragazzo in Via Madre Di Dio (santa Genova santa città barbara).

    questo è ciò che il Gotha, che fa le cose giuste, chiamerà “il sottobosco”. smorfia di disprezzo e via, fuori dalla piccola stanza di questa associazione. e io dovrei distribuire patenti di poesia al signore anziano, alla signora che fa fatica a camminare? non posso. basta dire: lei ha cuore, lei scrive con il cuore. è molto, moltissimo, e non ho mentito.

    non tutto è alta cultura. molte cose sono un’altra cosa. alla sera, il frate-asino torna e si sente solo. poteva non esserlo, certo, e ci sarebbe (stata) una sorella a dieci minuti da qui – ma io, quella sorella, l’ho lasciata sola – a correre da sola. il chiaro vincolo – sciolto e perso. sia così.

    e poi: nel telefono si alternano grazie e insulti, e io sono la stessa persona, a riceverli. quale bene ho fatto? quale male? domani leggerò Hugo in un posto dove la cultura alta non metterebbe mai piede – perché non farlo? venerdì (santo) una lunga performata, per un pubblico non specializzato, che non sa né di lpels né di absolute né di nazioneindiana, e non ha mai comprato “Stilos” – perché no? vi sono persone, moltissime, che non sanno di blog e di poecast e di camere verdi e di teatri; non ne sanno nulla; non leggono “il manifesto” ma a volte “la stampa” (e sorridono: “leggo il giornale dei ricchi!”); non verranno mai dove la società laureata regna; e allora – perché non farlo?

    qui continuo ad allineare tutti i dati, per giudicarmi bene e male. questa “scuola” si basa sulla fiducia. perché ci sia fiducia, il lettore deve avere tutto in mano, per essere contento o scontento di chi “insegna”, con la lingua mossa a dire come vuole. quindi: molta severità con gli esperti, molta indulgenza con il cosiddetto “sottobosco”, e a poco a poco, gentilmente, qualche spiegazione (“perché fai le rime baciate? prova a evitarle, senti come viene…”). è bene? è male?

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  27. questa è la prima pagina [con la mancanza dei corsivi] di un libro che consegno oggi a Mario Fancello, per Cantarena: la terza parte dei libri dalla (non: della) scuola media (il primo è l’Esperienza, 2003; il secondo Amanuense, 2007; il terzo è La magique étude du bonheur, che inizia così, mescolando tutto, pubblico privato interno esterno Vasco ed Emily presenti assenti, ecc.). dopo la prima pagina, c’è un altro frammento.

    ***

    la frase «io non sono la poesia» governa un’altra frase: «la poesia non sono io». marzo o primavera sono molto fecondi. marzo stesso è pieno di idee [ma il telefono porta ingiurie a raffica; decine e decine; per una forma di imprecazione, che distrugge la vita: per confondere sempre; dunque chi fa accusa chi fa; entrambi sono artisti]. l’improvvisazione degli adulti è disciplinata, come tra gli attori [il lungo studio vale]; l’improvvisazione dei giovani è disciplinata dagli adulti; ecco: è la scuola; ed è la scuola di poesia, fatta con realismo [la speranza oscilla, cresce e cade, ricresce]; questa scuola obbedisce ad un limite: chi la fa, ha perso gradualmente la fiducia; non nella poesia, ma nella possibilità che la poesia susciti un mondo; che vi sia una comunità. sono acquisite le competenze, e il maestro le dimentica in atto. e il libro è un giocattolo in forma di sequenza, cioè di appunti: di volta in volta, o morbidi [e sinuosi] o aguzzi [come lame, sempre: quando chi fu dislessico, o lo è ancora, impone a se stesso un rigore di parola, che non ha – mai; mai bene; mai perfettamente; come oggi, nell’emozione forte e fortissima; nell’emozione la voce si spezza crolla, ho paura, ho paura] dovendo essere felici nati per la felicità destinati alla felicità al piacere all’amore è strazio questo urtare contro i simili questo non credere più a sorella e fratello e compagno e collega: tale è lo stato che non si confida più a donne gentili e cuori, ma a chiunque venga, presto o tardi.

    la poesia 1212 di Emily Dickinson servirà a spiegare che la parola inizia a vivere nel giorno in cui è detta [that day: come se fosse nata, come se la parola avesse una data di nascita: la parola data, veramente; la parola e data]; un passo di Josephine la cantante, o il popolo dei topi di Kafka serve a spiegare chi è cosa fa come agisce un una performer: l’azione è semplice, come schiacciare le noci; tutti possono; solo Josephine è cantante; il popolo dei topi no; la performance richiede un’azione, un tempo, un pubblico, la sua fiducia. Io non potrei essere qui – il mio insegnamento è una performance – se voi non vi fidaste di me. Io mi fido di voi. Il nome di Grotowski. Il nome del Living Theater. Non detti, ma impliciti; portati qui; portati avanti, liberamente. Erano utili, sono utili.

    ho citato una canzone di Vasco Rossi [e molte altre cose, parlando parlando parlando]. piccolo – spazio – pubblicità: e come la sostituzione di piccolo – un dattilo [ho spiegato che cosa sia] – non entri più nella metrica, ecc. Tavolo ci entra bene, amore ci entra male: questione di accenti; spiegarla; spiegata. [spiegata con molta stanchezza, più che mai: mai come quest’anno ho sentito la stanchezza; io so perché; ma ho insegnato ancora, con particolari dolcezze durezze confidenze che in questi appunti non entrano: sono registrati, in chi ricorda] E Vasco non sa che quello è un dattilo: sa farlo, non sa. È molto. Può. Funziona bene: funziona ancora, dopo anni.

    ***

    Questo può essere il punto finale di ogni insegnamento: *l’apparenza inganna*, o meglio: *la superficie è ricca*, non uniforme; altrimenti ogni cosa diffusa è buona, ogni pettegolezzo è legge, ogni luogo comune semplifica e uccide. Non sembra, ma tutto questo ha molto a che fare con la poesia, con chi la scrive, con il suo pubblico adulto o adolescente.

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  28. questo è un giorno più adatto al silenzio che alla parola. dunque: poche parole. oggi Luigi Tenco avrebbe compiuto 70 anni: gli sia lieve tutto, dovunque sia. e grazie, di cuore.

    e poi: questa scuola di poesia crea non morti (spero), ma feriti. crea reazioni e azioni e silenzi. crea inimicizie dove prima c’era un dialogo, anche se forzato (da parte mia, perché non dicevo tutto quello che pensavo – che *amavo*).

    ora, questa scuola avrebbe potuto avere due facce: quella paternalistica che dice “evita le rime baciate, evita i troncamenti come amor e cuor, non scrivere poesie sulla mamma, non imitare Merini, non imitare De Angelis, ecc.”; oppure questa. ma è proprio *questa*, la meno innocente e la meno innocua, la faccia più pericolosa. ho rischiato, abbiamo rischiato; e non siamo cattivi [una ragazza che fu stuprata mi disse “nessuno è cattivo”, e se non lo diceva lei, nemmeno io posso dirlo]; forse nemmeno troppo buoni; in ogni caso, quello che importa è non farci trovare “né ardenti né freddi”. ma non basta: anche i testi devono avere *sapore* [incarnarsi; e anche il sangue ha odore e sapore]

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  29. Se avessi dato dei consigli pratici sulla gestione della metrica, sull’importanza delle scelte lessicali, sui rischi dell’imitare i poeti che si apprezzano, avresti fatto una vera scuola di poesia, così, invece, hai scelto solo di confrontarti con gli addetti ai lavori che, se attaccati o criticati, cercano di risponderti, giustificando le proprie scelte. In questo modo si crea però un circolo chiuso: restano fuori sia i poeti esordienti sia quelli più anziani che hanno poca familiarità con internet, ma restano fuori anche i pochi lettori di poesia che per capire certe tue allusioni o certe tue prese di posizione dovrebbe conoscere tanti retroscena che invece non possono conoscere.
    La tua, perciò, è una scelta rischiosa a livello personale, perché così rischi di giocarti delle collaborazioni, ma non è un vero insegnamento, a meno che non vuoi trasmettere l’idea che la poesia sia a livello editoriale una continua “lotta” tra tutti quelli che la scrivono e la recensiscono… il che sarebbe anche peggio, perché un esordiente penserebbe di trovarsi, se diventa un po’ più conosciuto, non in un ambiente accogliente, che favorisce la collaborazione e il confronto, ma in un ambiente competitivo, dove gli autori sono, forse, più numerosi dei lettori e dove, quindi, prevalgono lo scontro, l’attacco personale, le recriminazioni reciproche…

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  30. Senza alcuna polemica, vorrei dire che non mi trovo d’accordo con Cristina, per una ragione: dando consigli pratici agli esordienti si evita loro di fare errori, ma non li si mette di fronte alle vere questioni che fanno fare il salto di qualità decisivo in poesia: il discorso/quesito sul conosci te stesso e il discorso/quesito sulla coerenza stilistica (sarai coerente solo se sei ben bilanciato) o sull’essere conservatore piuttosto che contestatore sono questioni che qualunque poeta o scrittore che voglia scrivere per gli altri e non solo per sé deve affrontare. Le regole sulla non opportunità delle rime baciate o in generale sul decoro possono sempre essere violate quando hai sufficienti buone ragioni.
    Ma è solo dando buone risposte a questi quesiti che si può sperare di scrivere qualcosa di interessante per gli altri. Inoltre rispondere a questi quesiti richiede un processo lungo il quale si impara molto anche su ciò che è accettabile ed accettato in un certo momento (decoro incluso e se e quando violarlo).

    Alessandra

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  31. Io contesto a Massimo la scelta di fare una scuola per “addetti ai lavori”, dove spesso si criticano le scelte degli scrittori contemporanei, appartenenti alla sua generazione, schierandosi a favore di qualcuno contro qualcun altro, ora il problema non è se si sta tra gli autori apprezzati e difesi da chi gestisce questa scuola o se si sta tra quelli criticati e rimessi in discussione… il problema è che questo è un “gioco” per specialisti, non è un modo per insegnare qualcosa a chi da poco tempo ha cominciato a scrivere poesie e desidera migliorare. Qui si parla di tutte persone che hanno pubblicato più raccolte di poesie e che collaborano con qualche rivista e si postano testi scritti con un tono allusivo, con un linguaggio complesso e con un registro stlistico alto e, se, nelle risposte che scrive, uno prova ad abbassarlo, usando un linguaggio più immediato e più adatto (almeno secondo me) ad un blog (dove potrebbe capitare anche un lettore casuale, non esperto di poesia), il gestore della scuola provvede subito a rialzarlo e a giustificarsi, dicendo che è severo con gli addetti ai lavori, che i suoi testi devono essere tradotti e che scrive 100 per intendere 50, etc. allora, se permetti, questa schermaglia da specialisti mi sembra un modo per allontanare dalla poesia sia i pochi lettori che ha sia i poeti che hanno cominciato da poco a scrivere… se poi lo scopo di chi scrive questi post è di provocare reazioni di difesa da parte di chi viene criticato per far salire il tono della polemica e alzare un polverone, la cosa sarebbe ancora più grave, ma, conoscendo Massimo, ritengo che non sia così e che lui scriva queste cose, perché ne è veramente convinto e che davvero attacchi questo o quello, per difendere e promuovere la sua concezione della poesia… però, in questo modo, non insegna nulla a nessuno, allora dovrebbe cambiare nome alla rubrica e chiamarla “Note sulla poesia contemporanea” o qualcosa di simile, sarebbe più corretto…

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  32. il lettore casuale c’è, ma non commenta. chi commenta qui è già, in qualche modo, un addetto ai lavori. ma tu, Cristina, mi conosci bene (siamo stati anche fidanzati per qualche mese). sai bene come agisco, chi frequento, come vivo, come scrivo, che cosa ho fatto, ecc. E ripeto: la MIA concezione della poesia non esiste. se fosse MIA, non sarebbe poesia. ma: esistono cose oggettive. e torno a dire: può piacere Little Tony, ma Elvis è un’altra cosa (è la storia). può piacere Pellico, ma Leopardi “inetto” è un’altra cosa. a me piace Baglioni, ma so che Dylan è un’altra cosa. O no? nella storia della lett. italiana si parla più di Guinizelli che di Folcacchiero de’ Folcacchieri – e perché?

    ieri mi hanno chiesto di parlare a Fahrenheit. e ho detto, tremando: la poesia non è un vestito che si mette e si toglie. la poesia è uno strumento perenne. quanto al registro stilistico alto: a dire il vero, qui si è parlato di sesso, di rap, di canzoni, di canzonette, di prostitute, di puttan-tour, di teatro, di tutto – per il resto: io sono sempre la persona che comprò una casa senza avere stipendio fisso, ecc.

    Sono l’inetto, l’incomprensibile, il figlio della retrograda (“chi insulta mia madre non avrà niente da me”: ho detto scritto ripetuto), ecc. Ma vedi: mi ha appena telefonato Saveria Costantino. non è del Gotha; è una maestra d’asilo calabrese, che scrive con passione, spesso bene e spesso meno bene. ora: lei *capisce* quello che scrivo. è questione di cuore, non di cultura. e poi: la scuola di poesia è fatta benissimo da Carifi e Cucchi; io qui volevo fare un’altra cosa… e per chi non capisse allusioni ecc., il mio numero è sempre 339 7459299 o 349 5874986, e rispondo sempre, anche a chi mi chiama e mi manda a fare in…

    ciò che rimane chiuso o difficile è corretto dalla mia voce e dal mio corpo. mi siedo per terra. e quando parlo in pubblico – spiritus durissima coquit, anche se ho la voce di un bambino…

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  33. questa scuola non si riferisce ad una materia scolastica. non esistono patenti di poesia, né la possibilità di concederli. ma esiste una storia degli effetti – e gli effetti sono abbastanza misurabili (in quanto effetti, sono anche *visibili*).

    quindi: la scuola è *fatta* da me, ma *garantita* da chi la segue. quanto alle collaborazioni che saltano, tenendo questa scuola: i fatti esposti, i più privati – e io sono un peccatore – servono a dire a chi legge: eccomi, io sono fatto così, e tu hai gli strumenti in mano per accettarmi o per rifiutarmi, semplicemente. abbiamo detto per anni, riempiendoci la bocca, che “bisogna essere se stessi” e “dire le cose in faccia” – eccomi, eccoci.

    ora, una cosa è importante, nella sua banalità (quasi tutte le cose importanti sono banali; non è vero il contrario): non tutto è internet. non tutto sta in internet. non tutto si dice in internet e con questo cursus di prosa ritmica. quando incontro il signor Giovanni e la signora Maria, persone semplici e scrittori ingenui – e li INCONTRO REALMENTE, non nell’agorá virtuale della Rete – parlo un’altra lingua (e con Giovanni il genovese: perché no?). ma non paternalisticamente, non semplificando fino all’eccesso perché “tanto, non possono capire”. guai a me se lo pensassi. semplicemente – *parlo* la lingua che non è la lingua *scritta*. ma sono sempre la stessa persona, che ripete ciò a cui crede (e lo ripeterò sempre, ora che non ho più timore di parlare; se saltano collaborazioni, sia; va bene lo stesso).

    sempre semplicemente: non tutto è la Rete. e quello che qui è aspro, nella realtà dei corpi si smorza; quello che qui è allusivo (siamo o non siamo scrittori?) là diventa limpido, in presenza di un corpo di una mimica di una bocca parlante. e poi: c’è sempre un telefono, e anche una casa aperta a tutti, in Salita degli Angeli 36, Genova… nessuno è troppo lontano, volendo…

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  34. per il passaggio da sabato a domenica, dall’attesa a Pasqua. Simone Weil, Frammento e Lampo – e vivete felici, davvero:

    Versi (Frammento)

    col piede sulla neve
    inviolata, e vedendo
    nella discesa il modo
    libero che ha il Sole,
    quando gioca: procedi
    forte, innocente e pura,
    la spada in mano. E’ bene
    oggi domare il mondo.

    ***

    Lampo

    Il cielo puro imprima sulla faccia,
    il cielo dove nubi lunghe corrono,
    un vento con l’odore della gioia,
    e forte: e tutto nasca, senza sogno.

    Nasceranno per me le città umane
    che un soffio puro libera da brume;
    e i tetti; i passi; i gridi, e ogni lume
    e suono umano: ogni preda del tempo.

    Nasceranno i mari e la barca bilanciata;
    il colpo di remo e i fuochi di notte;
    i campi, e il mannello che si lancia;
    le sere e la sequenza delle stelle;

    la luce accesa e la genuflessione
    del corpo, e l’ombra, l’urto nelle viscere
    della miniera; mani che lavorano
    i metalli tranciati; il ferro morso
    in un grido di macchine.

    Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo.
    Ma il mondo crolla, coperto da fumi.
    Mi era nato il mondo in uno squarcio
    di cielo verde e chiaro, tra le nubi.

    [trad. di m.s.]

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  35. Le scuole di poesia lasciamole a chi si sente dotto o edotto o condotto o tradotto o prodotto. Questa è una scuola di asini e frati e fate ignoranti ed ippogrifi e maniscalchi ed è scuola nel senso che predilige un modo di esporsi o scomporsi o imporsi o ricomporsi e magari di farsi male o fare male o bene o molto bene ma con sincerità e cuore e anima e corpo. Massimo non pontifica dialoga, sceglie le sue e ascolta le nostre.
    E’ uno dei pochi che lo fa e di questo lo ringrazio.
    pepe

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  36. grazie, Gabriele: sei riuscito a esprimere perfettamente quello che penso anch’io.
    una buona pasqua a tutti dal caos della (mia) settimana santa.
    fabry

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  37. Massimo, il “rabbino” ha preparato un regalo per te: te lo “consegnerà” domani sera. Un omaggio alla tua “scuola di poesia”.

    Un saluto a tutti.

    fm

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  38. maniscalchi e rabbini, santi e navigatori – a voi tutto il bene che si può, da un webpoint glaciale – siete grandi (ora entra una signora filippina che fa gli auguri al gestore pakistano: il popolo futuro, l’umile Italia) – buona Pasqua, liberazione!
    massimo

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  39. assolutamente, urgentemente DA LEGGERE le poesie di Cristina Annino nel blog di Francesco Marotta. in un’altra lettera della scuola di poesia, anche il frate asino citava un testo di Annino. e questo delirio – non si tratta di altro – o “accozzaglia di idee” è quello che ho pensato – o che mi ha *attraversato*:

    così sono [le poesie di Cristina Annino]: realistiche oniriche ritmiche. poesie *vere* – né più né meno. e più sono poesie più è difficile parlarne, per me. i difetti sono appigli, e il critico si arrampica. ma ciò che è *perfetto* – basta guardarlo sentirlo dirlo. e i poeti conoscono anche le nostre piccole cose e i nostri piccoli dolori (“non reggo il peso”, “questa pazienza è cogliona”, “addio”), e non dico che li sublimano – non so ancora che cosa significhi sublimare; credo che li *salvino* [ora parlo male, parlo in un modo imperfetto, non raccomandabile]. e d’incanto (incanto): siamo stati salvati un po’ anche noi, *in realtà* [così nella fede: non è che il credente sia immune dai “dolori” e dagli “sbalzi d’umore” e “dalle ossessioni delle” proprie “manie” – no, il credente continuerà ad impazzire a soffrire e anche a morire, come tutti; e continuerà anche a peccare, come tutti; ma sa di essere stato coinvolto in un’aura superiore alla sua vita: ha trovato un Padre/Madre, è protetto; se quel credente è cristiano, sa che le sue “piccole cose” sono state provate anche da Cristo]

    questi sono i poeti come Annino. e poi: ci sono poeti la cui dimensione è un’altra. che scrivono poesie, certo, spesso molto belle o eccellenti; ma quelle poesie tendono ad un mondo non letterario. sono versi che vanno in una direzione. a questa seconda specie di poeti appartieni tu, Francesco: quando scrivi, tu preghi, e scrivere è la tua liturgia. ecco perché non ho scritto nulla su Per soglie d’increato [e su un libro simile, altamente bello, come la raccolta di Guglielmin; e probabilmente non scriverò nulla sulla Casa esposta di Giovenale: a Genova, quando lo presenteremo ci metterò solo la voce, voce-di-bambino, e Zublena saprà parlarne meglio di me]. ecco perché leggevo Per soglie d’increato e sentivo qualcosa di intoccabile e indicibile: lo leggevo ancora come libro-di-poesia, non sapevo e non pensavo di leggere un libro di preghiere. ecco, per esempio:

    per soglie d’increato
    vanificando accenti conosciuti,
    per margini brinati
    di mondi lontanati
    all’apparire – dove non serve
    nominare ad ogni passo
    il prodigio che trascorre
    in mobili immagini di evento,
    epifanie di lumi
    rovesciati in ombre
    quando già credi
    di stringere il mistero,
    contemplarne il volto,
    tradurre le pupille in segni
    e voci: –

    tu dialoga con lo stupore
    che non conserva tracce,
    con la stella che dissigilla
    un senso che non dura,
    con l’assenza che si desta
    in palpiti migranti fatti verbo,
    al verbo estranei per legge
    d’indicibile esperienza –
    per osservare la vita nello specchio albale
    di una luce
    pensata prima d’ogni dire,
    prima del silenzio.

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  40. Mi dispiace vedere che qui, invece, di essere se non corretti, almeno cortesi, si torna sempre agli attacchi personali che a me non interessano, l’ho detto e l’ho ribadisco. Anch’io, altrimenti, potrei tirare fuori parole ed episodi spiacevoli, ma evito di farlo, perché un conto è il “lavoro”, un conto sono le questioni personali e mettere la propria vita su internet, senza nessun filtro, non è una scelta di sincerità, ma solo un atto narcisistico, un esporsi “nudi” di fronte agli altri, per farsi guardare meglio, ora, se uno lo vuole fare, è libero di farlo, ma la correttezza nei confronti degli altri, consiglierebbe di non esporre allo stesso modo anche chi ti conosce. Mi attribuisci spesso parole che non ho mai detto. Ti ho scritto che fai una scuola per addetti ai lavori e tu tiri fuori un’altra volta il povero Pellico, per dimostrare che chi stima Pellico, non è un valido critico letterario, visto che non ha il senso delle proporzioni.
    Ti faccio delle domande precise, ma tu eviti di rispondermi e divaghi, accumulando citazioni dotte ed episodi personali.
    Vedi a me di un poeta, se ha i soldi per pagarsi la casa dove vive o non li ha, non mi importa nulla: è una sua questione personale ed io non mi metto mai a fare domande personali agli scrittori, con cui collaboro, per cui di alcuni conosco vicende molto intime, perché hanno scelto di raccontarmele, di altri so solo se sono sposati oppure no e se la scrittura per loro è il lavoro principale o non lo è, e mi basta, perché non sono una persona indiscreta… credo che le vicende personali potranno interessare tra cent’anni ai nostri biografi, se saremo diventati degli scrittori conosciuti, ma, finché le persone sono vive e non sono morte da cent’anni o più, bisognerebbe evitare di mettere in campo fatti personali, soprattutto esagerando fatti ed episodi privati. Io posso aver detto una parola di troppo a te in un momento di rabbia, ma non ho mai insultato nessun altro. Hai sempre avuto l’atteggiamento della “vittima”, di quello che si vuole far compatire perché è “povero”, criticato per i suoi comportamenti, esaltato, ma anche incompreso per le poesie che scrive… è una tua scelta esistenziale che io non condivido, perché io sono il tipo di persona che, quando ha una difficoltà, per orgoglio, stringe i denti e va avanti, difficilmente cerco la compassione degli altri, anche delle persone che mi vogliono bene… poi è vero che io sono un’addetta ai lavori: scrivo recensoni per una rivista, gestisco da poco un’agenzia letteraria, non sono certo una persona “semplice” che non capisce riferimenti o allusioni, ma un testo di critica letteraria, soprattutto all’interno di una “scuola”, deve stare in piedi da solo, non posso mica telefonare a chi l’ha scritto per farmelo spiegare?!
    Io ho recensito una settantina di libri dall’estate scorsa ad oggi e finora mi hanno contattata 5 autori in tutto per ringraziarmi per le parole che avevo scritto, gli altri hanno letto, hanno capito, a volte, hanno riportato in blog e siti internet la mia recensione e basta… eppure una rivista è un luogo da addetti ai lavori, dove, se uno volesse, potrebbe inserire testi volutamenti complicati ed allusivi… insomma a me tu come persona nel suo insieme mi interessavi all’epoca, in cui eravamo fidanzati, ora mi interessi solo come scrittore, quindi, se hai i soldi o non li hai, se hai problemi di salute oppure no, se svolgi un’altra attività lavorativa oltre alla scrittura, sono tutte cose che riguardano il tuo privato e che a me non interessano più… io posso accettare o rifiutare lo scrittore in questo momento, non la persona nel suo complesso e d’altra parte, a me piacciono le poesie di D’Annunzio, ma i suoi comportamenti personali li trovo molto discutibili, forse, se fossi vissuta cento anni fa, non sarebbe stato il tipo di scrittore, con cui avrei collaborato, ma scindo il giudizio sulla persona da quello sullo scrittore…

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  41. Tra parentesi:se dalla rivista, per cui scrivo, mi mandassero una tua raccolta di poesie, io la recensirei, senza farmi condizionari da divergenze personali, possibile che per te sia invece impossibile scindere i due aspetti?
    E d’altra parte all’epoca della puntata sul “conosci te stesso”, pretendevi di rilevare una mancata coerenza tra l’aspetto fisico e i testi poetici di qualcuno che avevi visto solo ad un paio di letture… in questo senso allora anche Leopardi, debole di salute ed estraneo alle lotte risorgimentali, che nella Canzone all’Italia si propone di combattere per la patria diventa fuori luogo, però, io non posso stabilire a posteriori se Leopardi era sincero o no in quello che scriveva o se, pur nella sincerità, aveva perso la consapevolezza dei propri limiti o si era fatto influenzare da qualche testo letterario che aveva letto… a volte nelle poesie si accentua il lato sensibile di una persona o il desiderio di una vita eroica, ma il carattere di quella persona è qualcosa di molto più complesso e sfaccettato di ciò emerge dalle poesie…

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  42. Beh, dottoressa, se lo lasci dire: per essere una che non ama mettere in piazza faccende private, lei ci dà dentro mica a ridere.
    Della serie: viva la coerenza.

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  43. La verità è che qui non si può criticare chi gestisce questa scuola di poesia e comunque io mi sono semplicemente limitata a rispondere a cose che erano state scritte su di me da Massimo e limitatamente a quelle ho parlato di faccende personali. Poi, se il gestore di questa scuola di poesia, è sacro e intoccabile, per cui non si possono avanzare né critiche né perplessità sul suo operato, allora il discorso è un altro… ed, infine, visto che non ci conosciamo, lei non può sapere se io sono una persona coerente oppure no, non crede?
    Qui qualcuno vorrebbe che io interpretassi la parte del lettore muto, che legge, si fa un’opinione, ma evita di lasciare commenti… certo a qualcuno tornerebbe utile, visto che i miei commenti sono poco in linea con quelli degli altri, sia come linguaggio sia come contenuto, ma, siccome Massimo è solo una scrittore giovane, mediamente conosciuto,i suoi post sono condivisibili o criticabili come quelli di chiunque altro. E la mia opinione non vale né più né di meno di quella di tutti gli altri commentatori.

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  44. Anche i suoi commenti, dottoressa, proprio perché pubblicati, e quindi pubblici, sono “condivisibili o criticabili come quelli di chiunque altro”.

    Perché è così aggressiva? E poi, visto che stava rispondendo a me, a quanto mi pare di capire, perché tira in ballo il “gestore di questa scuola” o l’intero sito che la vorrebbe nella “parte del lettore muto”?

    Io sono un semplice lettore di passaggio, ho dato un’occhiata a tutto il thread e, molto semplicemente, mi era sembrato di scorgere una contraddizione tra alcune sue affermazioni di principio e la resa letterale dei suoi testi qui esposti. Le sembra grave la cosa?

    Complimenti per la sua attività, comunque: settanta recensioni in pochi mesi non sono da tutti… Chissà che fatica!

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  45. Ora ho capito, per lei se scrivo che collaboro con una rivista o gestisco un’agenzia letteraria, sto parlando di faccende personali, io, invece, ritengo che queste siano cose attinenti al mio lavoro, comunque, la mia reazione deriva dal fatto che spesso su internet c’è chi si firma con nomi di personaggi del passato e, siccome io sono una studiosa di Silvio Pellico e Massimo ironizza spesso su questo, credevo che firmarsi “Piero Maroncelli” fosse un modo per prendermi in giro e togliere importanza a quello che avevo scritto.
    Siccome la rivsta, per cui scrivo recensioni, mi paga, il numero elevato dei libri recensiti deriva da quello e comunque pensi a chi scrive recensioni di libri per qualche quotidiano e deve tenere ritmi di lettura anche più sostenuti del mio.
    Per cui le chiedo scusa se le sono sembrata scortese, ma, il nome con cui si era firmato, mi era sembrato in un primo momento fittizio e non reale.

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  46. Leopardi non avrebbe potuto combattere con l’armi e procombere – è certo. il fatto è che possedeva il quadrato: maestà potenza inusualità furore. credeva a quello che la maggior parte degli italiani, ieri e oggi, non crede, ecc.

    sto scrivendo la lettera 11. che parte da Milo De Angelis, che cita Franco Fortini, “uomo inflessibile”. l’uomo inflessibile Fortini credeva ad una cosa che i razionalisti considererebbero demenziale (nella puntata si vedrà questa Cosa, ora rimango nel vago) e che i credenti considerano abbastanza comune, *in un certo senso*. si può essere comunisti e tradurre Brecht e poi credere alla cabala (nella poesia)? sì, se l’inflessibile ha potuto. ma l’aut aut è cocente: o è una follia demenziale o è sacralità. e Florenskij? e Luzi? erano pazzi ingenui? o no? e Fortini era un piccolo bigotto?

    quanto all’io piccolo del piccolo massimo. io non sono “incompreso” per le poesie che scrivo. non ha importanza. Margiotta non le ha comprese, per esempio. Le ha comprese Zinelli, per esempio. ma che cosa importano i nomi? non è questo che conta. quando sono incompreso, mi sento tale per altri motivi, che non sono solo della/nella rete (e ripeto: la Rete è l’inizio, ma non la fine e il fine della comunicazione). ma questo non importa, “sebbene sia la nostra vita e basta”. quanto al rapporto arte-vita: la mia idea è che sono inscindibili. non perché l’arte debba tematizzare la vita, no. ma – banalizzo – perché nessuno si farebbe confessare da un prete sospettato di qualcosa – la Chiesa stessa lo allontanerebbe da sé, se colpevole. Chiara Daino, tempo fa, scriveva una cosa simile: nessuno si farebbe seguire da un dietologo obeso. certo, sono esempi grossolani – non altissime parabole. ma è quello che penso. che cosa c’entra con la poesia? tutto. proprio perché siamo i minori i piccoli gli assenti gli esclusi dal Gran Teatro della Letteratura Pubblica – proprio per questo, io credo, il rigore è necessario.

    Leopardi era anche oltre: era *grande*. ma è proprio la grandezza a terrorizzarci, tutti, sempre. Marzio Pier docet, sempre. e se Pieri dice di non essere grande come Baldacci – perché noi siamo sempre primi inter pares? io non so scrivere il realismo di Santi e di Saviano, per esempio. e non so far cantare la voce come Bene e Stratos. e non dovrei dire che io sono INFERIORE a Bene e Stratos? lo dico, lo dico mille volte.

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  47. Resta il fatto che non mi hai risposto sul perché hai deciso di fare una scuola per “addetti ai lavori”. Per quanto riguarda Leopardi, io non ne voglio negare la sua grandezza come scrittore, ma proprio perché scindo le due cose, stimo di più un Alessandro Poerio che ci vedeva poco o un Silvio Pellico che soffriva d’asma, ma sono andati tutti e due a combattere nelle lotte risorgimentali, di uno che ha evitato di farlo. Questo, però, è un giudizio sulla persona, non sullo scrittore… e non dire che sei un assente, un minore, etc, perché mentre lo scrivi, mi viene il dubbio che non ci creda neppure tu… se ti sentissi davvero così, non potresti proporti in questo blog come un “maestro” in ambito poetico… per quanto riguarda, invece, le mie poesie, per me appartengono al passato, io ora, infatti, sono passata ad occuparmi di quelle degli altri, quando mi capita di incontrare qualcuno che mi sembra bravo, faccio il possibile per aiutarlo a far girare i propri testi o le proprie pubblicazioni, se poi, come “agente letterario”, scommetto sugli autori sbagliati, sono io che ci rimetto in prima persona. Ho fatto questa scelta, perché ritengo che ci sono persone che scrivono molto meglio di me, però, anche chi è bravo a promuovere un autore, in fondo, fa qualcosa di utile… lavorare per i libri degli altri e non per i propri significa anche fare un passo indietro e poi è un tipo di occupazione, adatta a me, almeno credo, che ho più uno spirito da organizzatrice che da poetessa.

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  48. la mia amica che batte il marciapiede e legge Dickinson (bene) in inglese – è una puttana o un’addetta ai lavori? le bellissime lettere d’amore (pubblicate) di Francesca Mambro e di Giusva Fioravanti ne fanno due artisti o due autori di “crimini”? (“crimini” è la parola, vera, che usa Giusva per le sue azioni). le cose non sono semplici. grazie a Dio, una puttana è più di una puttana; e un terrorista omicida è più di quello che è stato, *se vuole*.

    per strada, vagando di webpoint in webpoint sotto le vaghe stelle, ecc. – pensavo ad una risposta complessa, intelligente, in bello stile e in prosa ritmica. stavolta no: non ti rispondo. e lascio l’ambiguità che permette di scegliere tra capo e coda, di rispettare legittimamente e di disprezzare con altrettanto diritto.

    per il resto: il telefono, l’indirizzo, l’email sono qui. perché – lo ripeto – io non scrivo intoccabili elzeviri su organi di partito *cartacei* (in questo caso il lettore legge *dopo*, e da una posizione inferiore); scrivo queste cose, in una rete pubblica. si chiama: democrazia. e la Rete [*secondo me*] è l’inizio di una comunicazione, ma non la fine, né il fine.

    dico cose noiose. ma: leggere Paola Zallio e Cristina Annino in rebstein.wordpress.com è salutare arioso libero – e dopo aver letto quegli estratti il lettore esce dalla rete va in biblioteca telefona ad Annino(e forse la trova) cerca Paola (e difficilmente troverà una Donna del Segno – bellissimo – dei Pesci)…

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  49. da *Meditazione sull’oggettività*, ebook nel sito vicoacitillo.net

    7.
    E dunque una letteratura completa vuole l’alleanza tra dire e non dire, aspro e non aspro. E l’uomo completo non dissocia la bontà da ogni cosa. Non pronuncia altro che il bene, quindi: questa mi sembra la perfezione, e in me non la vedo.

    8.
    Con poco sforzo, e in poche decine di minuti, la fine non coincide con l’inizio, ma lo integra. Nemmeno questo poco è disprezzabile: se vale, è un effetto buono dopo cause minori e note. Ne sono (stato) lo schiavo per mesi e anni:

    9.
    l’oggetto e non il soggetto; l’oggetto è oggetto di un uso; più tardi, consapevolmente, non si è più schiavi, né il servizio continua. Finita l’estate del superlavoro, l’inverno può invocare la calma, in tutti i modi.

    10
    Ad esempio, tre cose verranno meno: la parola senza santità, la speranza con esaltazione e la necessità di dimostrare. A poco a poco saranno deviate in un altro campo, tempo, mondo; quindi scompariranno.

    *

    Ciò che vuole essere net, rete, deve contenere, conservare, trattenere. Il possesso è una rete estesa. Non è difficile vedere come. L’appartenenza che crea voluttà è indecente. L’appartenenza non voluta, che non sa di avere diritti, piange e urla. In Arcadia o in Accademia non si urla e non si piange: per una convenzione che riduce la vita ad una serie di atti (o attacchi) morbidi, ad una tranquillità anche buona, ma non perfetta, perché insincera. Fuori dall’Arcadia o dall’Accademia il problema è un altro: si fa fatica a credere che esista un libro, una grazia felice, una donna o un uomo attenti ai libri. Trovandoli ci si emoziona come se il mondo avesse cambiato aspetto: non è più il mondo di prima, c’è un compagno o una compagna, che capiscono. Ad esempio, la città dei vicoli non è degradata: è qualcosa di non modificabile, se non a condizione di distruggere. La città riproduce nei vicoli le sue ultime abitanti: quella prostituzione dolce di colombiane e albanesi, che sembrano lì per caso. E che nelle loro stanze custodiscono Cristo e Maria in effigie, e leggono la Bibbia. La città dei vicoli assomiglia a queste persone: grazia felice, questa volta sì, e grazia abbandonata, che si prostituisce per trenta euro, per iniziare.
    Vi passa una clientela che fissa il selciato. E insieme molte altre persone – per commistione; e comportano una mescola che non è Arcadia, né Accademia. Il mondo è bello perché è vario. La varietà rappresenta il mondo, nello spazio di poche decine di metri. «Il mondo che ci circonda è nemico di queste percezioni della mente, le contraddice in maniera viscerale e assoluta, per il solo fatto di esserci» (Giulia Niccolai, Esoterico biliardo). Ma qui, forse, la mente può essere fedele alle cose umane che vede. Non è un’inezia. La città è un reticolo, con incastri abbondanti. Quindi nasce un ritmo vario e la moltiplicazione delle voci (la moltiplicazione delle lingue, attraverso le voci che le sostengono praticamente). E solo per un atto di amore, anche pagato, che non è vero amore («qui non si cerca l’amore»), la vita si illumina. Se non è vero amore, è – in questo caso – un abbandono pagato, su un corpo magro; è peccato, giustamente; ma si compie sotto un Cristo a colori vivaci, sotto l’acqua di Lourdes. Né con ironia né con bestemmia contro quelle icone, le più popolari. E tu cosa fai, e quanti anni hai; da quanto tempo sei in Italia. Sono due anni; e da due mesi a Genova, piuttosto che a Milano o a Roma. Ho una figlia; guarda: questo l’ho comprato per lei. Vuoi un po’ di musica. Sì, ti ringrazio. L’occhio non può fingere che questa stanza sia bella. Vi agisce sempre una forma di luce, che cala nell’umido e nel buio; nell’umido e nel buio delle stanze al piano terra; e anche ai piani più alti questa città rischia di essere buia; la luce si accende fin dal principio della giornata. In una casa sulla collina, all’ultimo piano, non è così: la luce è continua, da ponente e da levante, in ogni ora. Scendendone, si visitano (per necessità, per caso, per una volontà precisa, che tende a questo) i vicoli che iniziano sul lato destro della Strada Nuova; e sembrano ancora più sgradevoli di come sono in realtà (in realtà?): brutti, o si dirà neri, o umidi, a paragone di quella luce, abbagliante in inverno, limitata – ma sempre molto – in inverno, e che in ottobre inizia a diminuire. Le tende nuove sono una seta colorata, che sta modificando l’ingresso della luce: sempre bella, in ogni suo atto. E si capisce che insistere, tematicamente, sulla luce, di scritto in scritto ha un valore simbolico: invocazione, o necessità, non sperimentazione, o maniera. Le possibilità sono infinite, e questo tiene lontani dalla voglia di morire. Non è per posa o per provocazione che quando si dice, si dice TUTTO. A costo di fornire a persone impreparate informazioni esatte, con cui si viene aggrediti. Perché no? Chi aggredisce non sa di farlo; e anche chi riceve, cadendo in rete, non sa. Tra i disgraziati si ricorda la frase di Bousquet: mi sono fatto carico di una responsabilità che non capisco. O la responsabilità ha me, perché mi seduca. Già fatto: la responsabilità nota queste cose; dunque non vede più, e le sembra un vero nulla, il frigorifero semivuoto, gli appunti da trascrivere, i prossimi conti da pagare. Non solo per irrazionalità si compra una casa senza avere uno stipendio fisso: è proprio perché quello stipendio non c’è che si agisce. E le donne nei vicoli sono prostitute solo per caso, per un breve tempo, per necessità, e non con gioia. Chi non capisce che le condizioni sono esterne, ma transitorie, eppure reali, ma transitorie, ragiona senza amore. Con la parola fu creato il mondo: sia, sia, sia, sia, sia. E noi in realtà non creiamo nulla. Le tende colorate oscillano all’aria, e all’alba la luce ne verrà modificata in rosa e in arancione: quasi contraffatta da mani umane, che le hanno montate per vedere una cosa bella, che hanno cercato pietà tra uomini-cani.

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  50. Anch’io ho più di un blog e non ho mai messo i commenti sotto moderazione e rispondo a tutti, anche a chi non condivide quello che scrivo, ma ho anche una vita “privata”: la mia e-mail è presente su internet, ma il mio numero di casa non lo metterei certo in rete e anche il numero di cellulare lo fornisco solo a chi non ha familiarità con internet e penso che ha proprio bisogno di contattarmi e non ha altre modalità per farlo, questo perché ho spazi da condividere e spazi da difendere e per quanto riguarda le prostitute sinceramente mi fanno compassione, perché credo che sia per una donna un lavoro molto umiliante… della tua vita privata, personale, intima (chiamala come preferisci) non mi importa più nulla, se non l’hai ancora capito, significa o che non leggi fino in fondo quello che scrivo o che ti fa comodo fingere di non capire… hai soldi? Non li hai? Sinceramente sono problemi tuoi che non mi toccano più da tempo e, secondo me, non dovrebbero interessare neppure chi legge i tuoi articoli di critica letteraria o le tue poesie. Io, nelle recensioni che scrivo, parlo dell’autore e del libro che sto recensendo non della mia vita, che gliene frega (passami il termine) al lettore della mia vita? Vuole sapere cosa contiene un libro, qual è lo stile dell’autore e, al massimo, se quel libro è scritto bene oppure è scritto male, se può valere la pena leggerlo oppure no… questo significa essere non “razionali”, ma professionali che è una cosa diversa.
    E per chiudere io scrivo recensioni per literary che è una rivista on line e non fa riferimento a nessun partito politico, quindi, se ti vuoi difendere, scrivendo falsità sugli altri, fallo pure: su internet chiunque può scrivere qualunque cosa (o quasi), però le falsità, quando sono così palesi, vengono fuori subito… sono stata tranquilla e zitta per quasi due mesi, ho letto discorsi inconcludenti, spunti non portati a termine, critiche ingiustificate e sono rimasta in silenzio, pensando che ognuno è libero di scrivere ciò che pensa e che la censura è una delle cose peggiori che esistano… poi ad un certo punto, ho pensato: “Ora basta, che me ne importa se scoppia una polemica, se riceverò risposte poco soddisfacenti, se dovrò constatare ancora una volta che qui non si arriva mai ad una conclusione condivisa, io voglio scrivere lo stesso quello che penso, la mia opinione non vale meno di quella degli altri, sono anch’io una scrittrice con il suo percorso e le sue pubblicazioni.” E così ho scritto quello che ritenevo “giusto”, sempre secondo il mio punto di vista che non è certo universale, ma relativo, però, se permetti, vale quanto il tuo.

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  51. GIACOMO LEOPARDI nelle parole di Pietro Colletta:

    “Non so che fare per rallegrarlo e quasi credo che gli è necessaria l’infelicità.” (Da una lettera del 1831 del generale Pietro Colletta che viveva in esilio a Firenze. La citazione è tratta da: Novella Bellucci, “Giacomo Leopardi e i contemporanei”)

    Secondo Colletta a Leopardi era necessaria l’infelicità, siamo sicuri che la stessa cosa non si possa dire anche di qualche scrittore contemporaneo?!

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  52. «Le possibilità sono infinite, e questo tiene lontani dalla voglia di morire. Non è per posa o per provocazione che quando si dice, si dice TUTTO. A costo di fornire a persone impreparate informazioni esatte, con cui si viene aggrediti. Perché no? Chi aggredisce non sa di farlo; e anche chi riceve, cadendo in rete, non sa. Tra i disgraziati si ricorda la frase di Bousquet: mi sono fatto carico di una responsabilità che non capisco […] Con la parola fu creato il mondo: sia, sia, sia, sia, sia. E noi in realtà non creiamo nulla. Le tende colorate oscillano all’aria, e all’alba la luce ne verrà modificata in rosa e in arancione: quasi contraffatta da mani umane, che le hanno montate per vedere una cosa bella, che hanno cercato pietà tra uomini-cani».

    ***

    questo paragrafo di prosa non risponde *a nessuno*. non tutto è risposta, non tutto è proposta, non tutto *è*. questa parte di testo fiorisce senza perché (se fiorisce!). in ogni caso, non ha un perché; è solo un oggetto, né imposto né esposto: semplicemente, esiste. non appartiene al presente, ma al passato: il tempo della clinica-degli-errori, anno 2004. io NON sono la poesia – e la poesia stessa NON può rispondere, se non mostrando di esistere.

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  53. Allora, facciamo così, io ti lascio un link: http://sognodiluce.splinder.com/tag/casa_della_poesia
    Carolina Parrilla teneva una rubrica che si chiamava Noi e la poesia sul blog collettivo Officina delle idee che però recentemente ha chiuso, molti post di quella rubrica lei li metteva, però, anche nel proprio blog, sotto il tag “casa della poesia”.
    Non conosco Carolina se non per i testi che postava su Officina, dove io tenevo una rubrica che si chiamava “Storie d’amore dell’Ottocento”, però, il suo taglio corrisponde abbastanza a quello che intendo io per una scuola di poesia…
    conoscendoti, penso, che non sarai d’accordo, però, se qualcuno vuole andare a dare un’occhiata al link, magari può capire che al di là delle polemiche personali, ci sono questioni più profonde che ci portano a discutere animatamente.

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  54. ora la lettera numero 11 è finita e consegnata a Fabrizio, e sta per uscire. lì la ragione sarà ferita meglio. non perché la ragione sia da ferire *per principio* – ma perché [non dirò perché]

    questa “scuola di poesia” non è il manuale di poesia e retorica e metrica (ve ne sono di ECCEZIONALI: come quello di Mario Ramous, che *bisogna* leggere; e anche il libro di Nicola Gardini è importante). qui si collegano i fatti. i fatti sono anche la vita; da Wittgenstein [ma i detrattori lo chiamano: pazzo] abbiamo imparato che il mondo del felice non è il mondo dell’infelice (tractatus, 6.43). dunque: neanche i loro stili saranno simili. saranno solo paragonabili. ognuno ha la sua *misura*.

    “l’ordinata selezione sul tema cortese”, dieci anni fa, si è trasformata in una bocca aperta, in una grande grandissima FAME. la fame – si sa – non mette barriere: mangia tutto, Sexton e De Andrè, Kylie Minogue e Dante (non per delirio postmoderno, per sembrare un Tondelli in sedicesimo [io AMO Tondelli, io piango per Tondelli, io non sono Tondelli] – no).

    e i fatti stilistici sono tanto fondamentali quanto MALLEABILI e OSCILLANTI: la rima baciata suona leziosa, in genere, e anche l’ottonario; ma in De Signoribus, in “Memoria del chiuso mondo*, ecco ottonari e rime facili: “ora tremano i bambini / con i vecchi nelle soste / or vanno nella notte / sui carretti a somarelli / ora a piedi e cenciarelli / verso un luogo di frontiera”. E funziona. Funziona perché De S. ha molte frecce, e sceglie quella più adatta, caso per caso.

    chi sa e sa fare molto – lo scrissi per Mesa, in un “Semicerchio” – ha molte possibilità; chi sa e sa fare poco, sa e sa fare solo quel poco [al portatore del poco si chiederà un rigore speciale: deve santificare il suo poco, volare senza ali – si può; deve nascere di nuovo o farsi bambino].

    quindi: non c’è quasi niente di vietato, in poesia, SE NON L’USO DI UN IO GENERICO CHE NON CORRISPONDE AL PARLANTE, cioè LA CREAZIONE DI UN IO RETORICO CHE E’ LA DONNA DA MANUALE, L’UOMO DA MANUALE, IL VECCHIO DA MANUALE, ecc. (è quello che dicevo a Stella: parla con la voce di Stella, non doppiarti, parla come i tuoi figli vogliono sentirti parlare). e poi: in calce, qui, qualcosa di ustionante, in nome della “signorina anarchia” che mi dice: cita tutto, mescola tutto. qualcosa ne uscirà – forse l’oro. lettore, a proposito: nota i suoni (i sibili ribattuti), nota la cabala poetica di Daino. guarda che cosa c’è e che cosa viene escluso. guarda la quantità delle sillabe. impara da lei a limitare – a sfondare.

    ***

    CHIARA DAINO, intervistata da Luca Ariano:

    Maestro è chiunque: si *ruba* da tutti/tutto: si scruta, si sceglie. Si segue, si scarta. Si supera. E ancora prego: siate specchio del vostro scritto. Il corpus è carisma e [repetita iuvant]: la *brutta copia* non si conserva. In calce: abolite, fanciulle e fanciulli, la tendenza a sdilinquire e sciacquare nel rosa. Non basta «cantar d’amore» perché sia – poesia. Meglio un onesto *trombare* in prosa. Del molesto *tromboneggiare*. In versi. E in scena.

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  55. Ci sono paesi come la Cina o l’Iran dove una persona può finire in carcere per quello che scrive nel proprio blog, allora, al di là del fatto che questa è un’ingiustizia e che la libertà dovrebbe essere garantita a tutti, perché non ci rendiamo conto che siamo fortunati? Che possiamo scrivere su internet o su carta qualunque cosa, senza che ci accada nulla, probabilmente questa libertà senza confini può dare anche un senso di vuoto: possiamo scrivere qualunque cosa, perché in pochi ci leggono e, quindi, non siamo dannosi, però, la consapevolezza della nostra libertà non dovrebbe darci anche un minimo di “felicità”?
    Certo, può capitare di fare un libro rischioso e di avere paura, ma è un evento eccezionale, e poi la paura di Saviano è reale (davvero rischia per quello che ho scritto), la mia paura, quando c’era da presentare “Elegia per Nadia Anjuman” (un libro dedicato ad una poetessa afghana, morta in seguito alle percosse ricevute dal marito) era più mentale ed interiore che reale…
    però, alla fine, valeva la pena fare quel libro, perché la poesia è anche questo, se fosse solo polemizzare su internet, allora sarebbe meglio mettersi a scrivere romanzi d’amore o libri di ricette, almeno uno venderebbe bene e non avrebbe da discutere…

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  56. Il mio “problema” (ma ti assicuro che non è solo il mio) è che a volte non comprendo con quale criterio tu “colleghi i fatti” e a volte ho l’impressione che questi fatti siano più frutto della tua immaginazione che fatti reali, un po’ come la mia paura quando c’era la presentazione del libro su Nadia. A forza di sentire al tg di mussulmani arrabbiati per le vignette su Maometto… era il marzo del 2006 e la questione allora era attuale, mi aspettavo quasi che arrivasse un talebano e se la prendesse con me e con Ines per il libro che avevamo fatto… però mi rendevo conto che era una mia percezione falsata, dovuta al fatto che la presentazione del libro sarebbe stata fatta in coincidenza con certi eventi, e, nello stesso tempo, mi dicevo:”Tieni i piedi per terra e non correre con l’immaginazione.”
    Ecco, lo stesso discorso vale secondo me per certe affermazioni che fai tu: parti da una base reale e poi ingigantisci le cose attraverso il filtro della tua immaginazione…

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  57. da *La magique étude du bonheur*, Cantarena 2008, in corso di pubblicazione. queste pagine sono il file definitivo, ma nelle bozze verranno distrutte – è inevitabile. ho riscritto i miei libri cinque volte, e li riscriverei ancora. quindi: solo appunti di appunti, abbozzi di abbozzi da rivedere ancora ancora ancora.

    §

    (appunti per il seminario)

    -seminario: non lezione, ma parole da non registrare con strumenti; nulla di immortale o immortalabile; un seme che si getta (basta questo: è la conseguenza la condizione che si cerca, non il principio, uguale ad un tentativo); ogni cosa felice quando cade (Rilke), perché si consuma e sperimenta di non essere per sé… Purché si consumi e sperimenti ecc.
    -poesia: ingenuità, tecnica, emozione, superbia (per superbia intendendo: il poeta che si manifesta come tale, la rana che vuole sembrare un bue);
    -esperienza, cioè vita, cioè testimonianza; «esperto di poesia»: ma esperto per questa esperienza e non altre;
    -la contorsione dei piani in un testo: non per incapacità di ordine (Picasso classico all’inizio, di mano perfetta e mimetico al grado più alto), ma per il sentimento dell’improponibilità – più personale che storica – di questo ordine. Ma sapendo che non c’è iterazione che non sia (anche) ordine: la stessa ripetizione degli atti è un ordine (tenere umile, dirne poco, il rapporto ripetizione-ordine: se ne sente la politicità e la violenza; ma qui no, in nessun modo);
    -ai ragazzi: parlare di sé non per esibire, ma per proporre un terreno, calpestabile e sfruttabile… Altrimenti Narciso, di nuovo la superbia;
    -metafore: trasportare [metaphérein] i significati (l’altezza è PALMA; l’intimo è un PASSAGGIO SEGRETO; un bambino buono è un ANGELO)
    -come si legge una poesia considerando le sue pause e i suoi bianchi: una performance semplice, che è imitazione dell’ordine classico (si ha la sensazione che nella lettura ad alta voce si costruisca ordine anche nel caos – apparente – di cui sopra… Sembra che la voce sia strutturante: continuare a porre come ultimo grado la voce, allora: non necessariamente e non sempre la propria).

    ***

    Il coro dei più giovani era il conforto. Quando sento il suono (i suoni) della mia voce registrata – e se confronto questa voce con altre; allora mi chiedo: come ho fatto? La voce non è poca, ma debole. Senza sesso senza età (ma quasi di bambino) – dove ho trovato ascolto? Tra chi può sopportare i sussurri infantili. A molti dispiace la voce diversa dall’età e dal sesso. Ecco la risorsa il tesoro la grazia dei cuori semplici: basta trovarli. Li ho trovati. Li ho segnalati, per mia difesa – per la mia emozione.

    ***

    Ho corso il rischio di scrivere un libro calligrafico, e forse *è* un libro calligrafico [*L’esperienza*, La Finestra, 2003]. Ecco una tradizione possibile, ma poco amata. In realtà esiste libro e libro; libri universali e *biglietti agli amici*. Soprattutto, chi si è posto troppo tempo fuori della vita – per necessità, per malattia e per scelta – non potrà non avere un atteggiamento timido di fronte alla vita stessa, se vorrà scriverne: o non scriverà o cercherà la perfezione. Poi la perfezione non sarà fine a se stessa, ma – come il metodo, di cui sopra – verrà abbandonata: nient’altro che carità, alla fine –

    ***

    Nel quinto petalo, prezioso, si contempla una moltiplicazione: «il mondo è pieno di occhi» e Internet è un occhio in più, o una bocca: si visita un sito di informazioni (terribili), poi un sito di poesie (ingenue, ma non false; che non aggiungono e non tolgono nulla a nulla), poi si sente il bisogno di dire, e si entra in una piattaforma per scrivere in un weblog. Nessuno di noi è una bestia feroce, ma riusciamo a sembrarlo. Ecco un altro motivo per pronunciare a bassa voce, se deve essere pronunciata, la parola poeta, e per rifiutarla a se stessi.
    Al secondo sguardo si sentono ritmi che cedono – e forse è colpa di un provincialismo stilistico, che ama solo rose e buoni ritmi – e imperfezioni o ingenuità da eliminare. Non tutto è perdonabile, neanche in questo campo; né è perdonabile in ragione dell’età: devo dare tutto quello che posso, perché non ho altro (da dare) (e ancora meno da prendere). Nessun lavoro pubblicato ora è definitivo: quello che ora si pubblica è un frammento, che aspetta di diventare perfetto. Non si è (mai) in Arcadia, ma non si tange nel limo.

    6.
    L’unghia non appartiene alla carne? Sì. La carne non è di uno? Sì. La parola non ritorna senza effetto: sesto petalo della rosa, che comprende e riduce le scoperte dell’anno 2004. Quando l’amante giunge all’amato, lì si riposa: fuori non c’è più sollievo. Nessuno è pari all’amato e nessuno sembra essere. Di questo passo, non resterà carne da sminuire, né altro metallo da rendere liscio o lucido, e più ornato e bello a vedersi, o negoziabile secondo l’idea del prezzo. Scrivo per l’occhio e per l’orecchio, così mi sembra.
    L’anno 2004 ha riaperto il lavoro dell’editing (Elena Borgatti, La diaria del danzatore, L’impronta, Mori 2004: psicodramma e autoanalisi anche per il suo editor – che si è pentito di averlo pubblicato); ha chiuso il percorso accademico; dunque riaperto il mondo del lavoro (sic!) nel senso più umile: la Clinica (la notte) e la Biblioteca (il giorno). La clinica [la notte] ha semplificato tutto. Il vecchio uomo è finito.

    7.
    Con calma affino, senza calma non posso lavorare.
    Dopo aver visto, bisogna registrare il fatto, l’evento, l’infortunio; che precipitano nei diari, modello dopo modello. Con la brutalità – ricevuta – si ha un rapporto intellettuale, in questa esperienza: cioè nessun rapporto. Lo schiaffo e le minacce di Franco C., ad Albenga, appartengono a Franco C.: se fosse venuto il giorno di legarlo a una colonna, punirlo… e forse punirlo nella sua virilità, dov’è più arrogante un uomo… Fargli capire. Farlo capire, così simbolicamente da renderlo un’icona: non il settimo petalo, questo, ma il petalo riassume e perdona questa colpa e altre, con la prima. Quella punizione non si svolgerà, perché è inutile. Sulle cose, qui rimbalzano le onde dei suoni, sembra; la radio nell’altra stanza e il computer nell’altra.

    8.
    Si è felici per ciò che nasce e non si comprende: bello. [Silesius: la rosa] [basta dire che] Nel tempo di minuti lo spazio si riempie: amabile, nonostante tutto il male, come di doglie e depressione. La metrica serve lo spazio, e lo spazio la invoca a gran voce, per negarsi e per crescere. Tanto può l’imprinting, dopo anni, e non era altro che una riscoperta della parola: «Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa intenzione – il proposito di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante» (Pavel Florenskij). Tanto basta a dire qualcosa di utile, non polemicamente ma in dialogo, rispetto ad identificazioni troppo facili della *cosa* con la *chiarezza*.
    Dunque l’ottavo petalo, ultimo, è la comprensione: nel viso sensibile non ci saranno più i segni che lo rendono oggetto di interesse, in più sensi. Quel viso, come gli altri, diventerà tale che l’anomalia sarà minima e forse invisibile. Il servo – il servo inutile – vale come l’aria o la sabbia: non porta vantaggio, ma vergogna e incertezza di sé. Per questo vive, e il suo lavoro non tende al pane di oggi, ma a quello di domani. Che non sia suo, soprattutto, e che quel pane sia buono: e che sia in lingua volgare.

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  58. Prima domanda: perché devi distruggere le bozze? Magari hai bisogno di una ristampa e potrebbero tornare utili?
    E poi i libri bisogna “amarli” tutti, quelli riusciti meglio e quelli che per tante ragioni non hanno funzionato (si potevano scrivere in modo meno ingenuo, non sono stati promossi in modo adeguato, sono stati pubblicati da una piccola casa ed. che, nonostante le richieste ricevute, si è rifiutata di andare in ristampa, erano per un pubblico troppo di “nicchia”, etc.)
    E una curiosità: che fine ha fatto la Collana Nuovo Rinascimento?
    Esiste ancora oppure no?
    Io mi divertivo comunque a fare il direttore di collana, perché mi occupavo di poesia dell’800, forse, se mi fossi dovuta occupare di poeti contemporanei, avrei avuto più difficoltà, invece, decidevo: si fa l’edizione delle poesie di Alessandro Poerio o di Silvio Pellico e un mese dopo il libro era in stampa, certo, se poi non funzionava qualcosa nell’intera catena: prenotazione dei volumi, prima dell’uscita, tempi di stampa, correttezza del testo (a volte nella correzione delle bozze basta poco per far sfallire il numero delle note e rimediare una piccola figuraccia!!!), distribuzione nelle librerie, era sempre colpa mia… insomma erano oneri e onori, però, se mi avessero pagata di più, avrei continuato, invece, ho chiuso con l’Antologia delle poetesse romantiche italiane che è stata presentata l’anno scorso al salone del libro di Torino, mentre stavo già facendo supplenza a scuola… d’altra parte il mondo della piccola e media editoria in questo senso è un po’ surreale, guadagno più adesso scrivendo recensioni che alla fine non è un gran lavoro di quanto guadagnavo l’anno scorso, facendo il direttore di collana…

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  59. domani uscirà la lettera 11. preparo altri appunti. non so se sono un poeta – anche se ho scritto poesie. sto negando e negando per dire altro – quello che sono, che non so. non sono un poeta.

    non tutto ciò che è in versi è poesia. non tutte le buone poesie sono la stessa poesia – è ovvio. e lo dicevo sopra: ci sono preghiere in forma di poesia, e urli in forma di poesia, e confidenze in forma di poesia, e bestemmie (Baudelaire, Campana) in forma di poesia, e teatro in forma di poesia, e canzone in forma di poesia. non so se la “morte dell’arte” sia veramente accaduta. di certo, muoiono molti artisti, *in realtà*.

    sopra parlavo di Marotta – che prega. Paola Zallio è un poeta? lei avrebbe sorriso, avrebbe detto “oh massimo…”. io dico che è poesia letterata, quella di Paola – ma con intenzioni e destinazioni che *non* sono letterarie. chi scrive un libro e poi sparisce per 6 anni, in silenzio *pieno*: quella è una persona che merita rispetto, per il lavoro che ha fatto e per l’interregno che ci mostra sulla sua pelle. quali strumenti critici ci sono, quale volontà critica c’è su una poesia che è formalmente valida, stilisticamente matura, e NON E’ LETTERATURA? che valore ha la volontà di NON essere membri di un ambiente letterario? i risultati – come si leggono? come si legge Paola? [e molti altri – e molte altre]

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  60. Tu reciti a voce alta testi sacri e classici. Il cuore non ha un alfabeto decifrabile (p.c., personal computer, standard, viva-voce). Giro le piazze leggo
    in pubblico. E non dire: siamo tutti uguali, tu scarpe di lusso nessuno guarda. Gli occhi guardano fuori. Io cerco beatitudini!, dice un altro. E allora? Tubetti di ghiaccio (volevo dire: i cubetti) i tubetti tagliati in mille strisce, l’arte
    che li taglia.
    Non farti male con quel coltello.
    Bello: occhiali sopra carte colorate.

    Il bambino dorme ancora.

    E cerotto. Garza a bande larghe su nervo ottico + sinusite.

    Mi cerchi sul video sempre acceso, non dall’Irak, da quella parte gli occhi non guardano. Mia madre dice: la coscienza pulita non ha rimorsi. Ingoia prozac. Lei è il mio peccato io non
    confesso niente, non oggi e nemmeno ora. Non
    ho voglia di raccontarmi spiegarmi rimanere ferirsi aggrappàti. Una
    addosso all’altra. E restare ignoranti! Non dirmi:
    sei intollerante. Questa è la giustizia, io sono una spugna
    assorbo.

    Il mio bambino dorme e non sogna.

    L’originale denuncia il furto. Il suo impero è
    nelle mani di aree insospettabili. Enormi miserie
    dentro porzioni piccole di ricchezza. Non divisibili, con nessuno, il bambino dorme sempre.

    All’insaputa di tutti, ritocco registri.

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