La nube. dal romanzo I fuochi dell’86. di Mario Capello.

Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.


Eppure scoprire quanto poco sapessi dei miei genitori mi sconvolse. Adesso, a pensarci, credo che sia stato salutare. Che sia quello che ha fatto di me ciò che sono – con tutto quello che avvenne quella primavera, del resto. Scoprire ciò che scoprii fu come immergersi una seconda volta nel liquido amniotico, sguazzare in quella poltiglia rosata, e riemergerne, con il fiato corto e gli occhi che bruciano. Fu come tornare indietro nel tempo e rivedere le immagini della propria vita in una sorta di strano film con una voce fuori campo. Una voce fuori campo che commenta ciò che accade sullo schermo e getta una luce inquietante sui fatti più banali.
Ma quella strana sensazione, che ci fosse qualcuno a leggere ciò che stavo vivendo, non la provai solo retrospettivamente. In quei mesi fu una presenza costante, così come fu costante la sensazione vagamente alienata di essere parte di un film. Un film dalla fotografia un po’ sgranata, sovraesposta.
La luce, la luce di quella tarda primavera e di quell’estate, è la cosa che avrei ricordato per molti anni a venire.
A quel tempo abitavamo nei palazzi dell’azienda. Li avevano costruiti al limite del paese, dove questo si trasformava insensibilmente in campagna. Erano grandi costruzioni sgraziate. Quattro grandi palazzi tutti uguali, come quattro gemelli piantati nella campagna per resistere al vento. Per anni furono le costruzioni più alte del paese, se si escludono le ciminiere e l’impianto di raffreddamento a fungo della fabbrica. Erano, della fabbrica, un corpo esterno, un organo cresciuto a distanza. Della fabbrica avevano gli orari. La gente usciva un’ora prima del turno e rientrava un’ora dopo. L’inverno, alle cinque, potevi vedere i loro fiati mischiarsi alla nebbia alla fermata dell’autobus. D’estate, all’uscita del secondo, li vedevi tornare e scherzare tranquilli camminando per strada, nell’azzurro cupo del tramonto prolungato.
Non era facile crescere lì. Solo più tardi mi convinsi che non è facile crescere da nessuna parte. Che, forse, non c’è nulla di più difficile.
C’erano troppe aspettative. Troppe richieste. Eravamo i figli dei figli del boom. I nostri genitori si godevano il punto d’arrivo, e a noi toccava ripartire per un’altra gara. La casa, la macchina, qualche hobby, la tv a colori. Già fatto. Tutto già fatto, ottenuto. C’era l’impressione che il lavoro duro, il sacrificio, avessero già dato tutto quello che potevano. Fossero stati spremuti.
Ma certo, a quel tempo non era quello, ciò che si percepiva. C’era una certa euforia. C’era l’ossessione delle marche e della moda. C’erano le ballerine in bikini in TV e gli spettacoli porno dopo una certa ora. C’erano i videogiochi nei bar, che andavano a monete da cinquecento lire e le canzoni di gruppi pop inglesi dove si sentivano solo la voce del frontman e le note sintetiche del basso.
Uno avrebbe potuto farsi ingannare.
Ma certo eravamo troppo giovani per capire certe cose. Ci limitavamo a respirarle nell’aria, propagate insieme ai semi di pioppo che arrivavano dalle piantagioni, verso sud e alle scorie della fusione della ghisa, che arrivavano da nord.
C’era un albero in mezzo al nostro cortile. Un grande tiglio sotto il quale avevano messo un panchina. Doveva essere un punto di ritrovo. Doveva anche essere il primo. Ma gli altri non li piantarono mai. Restò da solo. Verde monumento alle buone intenzioni.
D’estate la panchina si riempiva effettivamente di gente, vecchie signore attente a schivare la resina stillante dalle foglie, ragazzini con le prime sigarette in mano. Il cortile si riempiva di voci e risate e grida. Ma d’inverno quell’albero spoglio, senza nulla alle spalle, era desolante.
Ecco, nessuno, in quel periodo, pensava che sarebbe venuto l’inverno. E che non avremmo avuto nulla, alle spalle.
Il palazzo dove abitavamo era alto, con una facciata in mattoni e un piccolo cortile interno. Non era lontano dalla campagna e sembrava l’ultimo avamposto della città prima del verde dei prati. D’inverno potevi vedere la nebbia salire dai campi marroni pieni di fosfati e d’estate sentivi il rumore delle cicale agitarsi come una risacca alle tue spalle.
Lo spazio in mezzo ai palazzi era un cortile sempre pieno di bambini. Trecento famiglie, un cinquantina di bambini vocianti, di tutte le età. Non una grande percentuale. Il tasso di natalità andava scendendo già da qualche anno.
Passavo i miei pomeriggi tra quelle mura, in quell’orizzonte ristretto. Come tutti. Qualche volta mi allontanavo, a nord verso il centro del paese o a sud verso la campagna. Quelle fughe mi sembravano cariche di avventure. Mi limitavo a camminare godendo della mancanza di sponde e schermi, senza il peso della conoscenza sulle spalle.
Quella primavera la paura entrò nelle nostre vite. Dovettero passare anni perché ci accorgessimo che ospite invadente fosse. Che non ce lo saremmo più scrollato di dosso, come l’odore di tabacco dopo essere stati in un locale affollato o come l’odore di vecchio, in un ospizio. Qualcosa che condiziona la tua vita in maniera sottile, ma sostanziale.
C’erano venti di guerra nell’aria. E nemici pubblici. Facevano comodo entrambi. Comodi oggetti su cui proiettare il nostro odio e le nostre angosce. Oggetti intercambiabili, così che fosse chiaro il loro scopo, che nessuno potesse sbagliarsi. Gheddafi, Assad, i palestinesi. I giornali facevano a gara a definirli leader del terrore mondiale.
Ma la guerra, per quanto vicina, sembrava incapace di toccarci davvero, di scalfire il guscio trasparente in cui abitavamo le nostre vite come ospiti delle nostre esistenze.
Quando ero piccolo immaginavo di vivere sotto una cupola geodesica, fantascientifica. Un enorme diorama sovrastato da una cupola di cristallo. Solo adesso mi accorgo di come quell’immagine della mia fantasia fosse vera. Nulla poteva toccarci. La guerra era lì. Abbastanza vicina da darci un brivido, da darci l’illusione di essere dentro la realtà, ma niente di più.

Questo testo é l’incipit del primo capitolo tratto da “I fuochi dell’86”. Sul sito dell’editore Eumeswil potete leggere il prologo.

Mario Capello è editor free-lance. Insegna alla Scuola Holden di Torino ed è attivo nell’ambito della consulenza editoriale. “I fuochi dell’86 è il suo primo romanzo”, ed è un esordio importante, che speriamo possa lasciare un segno profondo, perché si tratta di talento vero.

Si ringrazia l’editore.

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