I semi delle fave, di Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato, ha sempre alternato allo studio del diritto la pratica della scrittura e della poesia.
Durante il periodo universitario ha curato un’assidua collaborazione con giornali letterari del catanese e del siracusano specializzati in letteratura. Ha poi intrapreso la carriera in magistratura. Da 11 anni è giudice presso il tribunale di Siracusa e attualmente dirige la sezione distaccata di Avola.
Ha vinto vari concorsi letterari di poesia e ha pubblicato racconti e poesie in antologie. Ultimamente un suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006” ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”.
Ha frequentato le scuole di scrittura di Silvana La Spina, Claudio Fava, Luigi La Rosa.
Riunisce regolarmente in casa un “salotto letterario” dove ospita artisti e scrittori e, dal Novembre 2007, è iscritta e sostiene l’EUGIUS l’associazione europea di “giudici- scrittori” nata nel 2000 da un’idea di Gennaro Francione, magistrato e drammaturgo.
Nelle conferenze in cui tratta argomenti giuridici (nate dalla sua collaborazione con il centro antiviolenza “Le Nereidi”) affianca all’esposizione tecnica e normativa l’ausilio dei mezzi letterari, in aderenza alla sua convinzione di un diritto che trae forza dalla pietas della parola scritta.
Vi presento, di seguito, il già citato racconto “I semi delle fave”.
Massimo Maugeri

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I semi delle fave, di Simona Lo Iacono

Le otto. A quest’ora il signor barone padre è già tornato dalla caccia, puoi vederlo con la selvaggina in spalla maleodorante di sangue, la giacca sporca di fango e sudore. Lo spii sempre da quel buco che hai scavato nella porta della dispensa, dove ti intrufoli all’alba per non essere visto e dove la balia neanche immagina che ti sei nascosto.
D’altra parte nessuno bada a te. Anzi, a volte ti pare che neanche se lo ricordi, il signor barone padre, di averti per figlio. Forse perché ne ha altre nove , tutte baronuzze anche loro del casato dei Miscichè, il più antico del feudo di Lenzavacche. Nove femmine tutte di fila, suore o novizie del vicino convento delle clarisse, spose di Gesù fin dalla nascita per preparare la tua venuta, l’erede maschio.
Quando venisti al mondo eri nero di pelurie come tutti i Miscichè, forte e impiantato come dev’essere ogni maschio. L’orgoglio del signor barone padre, o almeno così ti dicono.
La balia ti racconta ancora dei festeggiamenti per la tua nascita , dieci anni addietro, quel 13 dicembre 1790. Tutti a rendere omaggio al signorino barone figlio, Vincenzo Lucio Maria di Gerlando Osvaldo dei Miscichè.
Tutti stupiti di trovarti avvolto nella cappa di damasco nero che le sorelle clarisse ti ricamarono quasi si trattasse di una veglia.

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Il buco nella porta lo hai scavato con un chiodo arrugginito trovato nelle stalle, uno di quelli con cui mastro Santo ferra i cavalli. L’hai voluto in dispensa perché hai capito fin da piccolo che la cucina è la stanza più interessante della casa, quella in cui tutti hanno qualcosa da dire e la servitù parla di quelle cose che davanti ai signori baroni non si dicono per decenza e per rispetto.
Non hai mai capito cos’è questa decenza e questo rispetto. Dev’essere come nel confessionale, perché le parole si bisbigliano e si interrompono di colpo se si sentono arrivare i passi del padrone o se si deve preparare con urgenza un decotto o un salasso per i continui malori della signora baronessa madre.
Sta sempre male, la signora baronessa madre. E’ per questo che il signor barone scende in cucina così di continuo e s’intromette nelle cose delle serve. Sarebbero cose di donna, ti dice la balia, ma il signor barone padre deve fare tutto lui, mischino, da quando fu quel fatto della disgrazia.
Cosa sia questo fatto, però, nessuno sa dirtelo.
Anche adesso che lo chiedi alla balia, quella scrolla le spalle, fa finta di non avere sentito o canta a squarciagola , poi ti ingozza di bucatoli e mosciamà, o di biscotti col sesamo e paste di Santa Caterina tanto morbide da far resuscitare un morto.

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E storie di morti ne hai sempre sentite.
In dispensa, dal tuo nascondiglio, avvolto dagli odori della farina o stipato tra i sacchi di cicerchie e semi di fave. Questi ti piacciono in special modo perché una volta hai sentito dire che le anime dei morti si nascondono nei semi delle fave.
Era notte e la cucina tremolava delle chiarìe delle candele, mentre le serve si facevano il giaciglio e parlavano o ridacchiavano sottovoce. La balia le zittì d’un colpo, che se il signor barone padre le avesse sorprese a quell’ora a bisbigliare sarebbero morte a bastonate e le loro animuzze se ne sarebbero volate dritte dritte nei semi delle fave.
– Come, nei semi delle fave?- Aveva detto la più giovane rabbrividendo nella sua vestinella di calicò bluetto.
– Perché, non lo sapevate? Certe anime, il purgatorio, se lo fanno nei semi delle fave.-

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E’ per questo che hai cominciato a seppellire i semi delle fave. Perché le anime dei morti trovino pace.
Aspetti sempre la mezzanotte, quando il palazzo è scuro di ombre e il buio sembra quasi una coltre, una cappa da indossare , se non fosse che non di stoffe o di sciamito o zendalo è il suo corpo, bensì di venti cresputi, odorosi di scirocco.
Fai tutto da solo. Funerale, acqua benedetta e segno di croce. E poi amen , amen , amen, non si sa mai che il diavolo si nasconda in qualche seme.
Ma, ecco, stanotte sembra che nell’oscurità si muova qualcosa e che la luna alta soffonda chiarori che svelano passi, sagome, persone.
Non sai chi possa essere, ma il timore ti assale , e ti stringi al sacco di fave, pregando le anime dei morti che ancora immagini stipate là dentro. E là dentro qualche anima deve davvero averti sentito pregare, perché d’improvviso ti fai quieto, limaccioso come devono essere le acque dello stagno in quella favola che non ricordi più e che la balia ti sussurra, a volte, prima di dormire.
Non hai paura perché ti accorgi che quell’ombra la conosci, velata di nero e di lutti, claudicante ma pur sempre in piedi, come non l’hai mai vista.
La signora baronessa tua madre.

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Ma ora che lo scanto è passato ti domandi: e che ci fa la signora baronessa madre a passeggiare nella notte, vestita come se andasse alla Santissima Messa, lei che non si muove dal letto? Che ci fa accanto a quella pietra dove si inginocchia, piange e si segna con gran gesti di croce?
Quasi non pare lei, smorta in faccia, sì, come sempre, ma viva, non più riversa cogli occhi al sacratissimo cuore di Gesù che le sorelle clarisse le hanno appeso al capezzale. Non più svuotata dai salassi e coperta di unguenti, orante santini e incatenata da rosari.
Che ci fa a grattare la terra colle unghie e colle mani, a scavare una buca quasi fosse il cane di mastro Santo quando nasconde le ossa di pollo che la balia gli lancia dal balcone?
Ma non hai risposta. E nel buio le cicale d’Agosto non smettono di gracchiare.

*****

Quando la signora baronessa madre si allontana è giorno.
Il suono ti rintrona dal campanile del vicino convento, dove le signore clarisse tue sorelle già levano al cielo i mattutini, e dove la madre badessa le ha convocate per distribuire i compiti della giornata. E loro già ricamano, o impastano farina, già zappano l’orto, riverse colle tonache che strisciano per terra e coi soggoli intrisi di sudore. Già bisbigliano giaculatorie tra una zappata e l’altra – Te Deum laudamus Domine – o si fermano, a riempire con sforzo d’aria i polmoni.
E mentre loro s’inzuppano di polveri farinose o di fatica tu ti svegli, ancora abbracciato al sacco di fave, colla pelle tutta smangiata dai segni della tela che ti ha graffiato nella notte. Ti svegli e pensi a quella pietra dove la baronessa signora madre singhiozza all’impiedi, lei che -al più e a Dio piacendo- riesce a distendersi sul canapè. E dove invoca nomi, lei che- al più e sempre a Dio piacendo- ricorda il tuo.
Pensi.
Ma poi non pensi più e vai a guardare.
Sai a stento leggere, ma non c’è bisogno del canonico Santagati che ti fa da precettore per capire quello che è inciso sulla pietra: 13 Dicembre 1790, la tua data di nascita . E poi , scalfita sotto un segno di croce : 20 Dicembre 1790. Una data di morte.

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Ma sotto la pietra non c’è corpo. Non c’è bara. Non c’è niente.
La signora baronessa madre ha scavato tutta la notte e se n’è tornata a mani vuote, dopo avere rivoltato le zolle, le pietre e l’anima stessa della terra.
Se n’è tornata incurvata e rivoltosa, pallida come un’ombra, con una voce stridula che schiamazza e convoca la servitù a raccolta, e quasi guaisce.
E accorre la servitù. Accorre la balia ad avvolgerla in coperte morbide di cantù, accorrono le trovate, e le serve e le cuoche tutte. Accorrono come fosse un’abitudine, quella della signora baronessa madre, di ritirarsi all’alba sporca di fango ed erba, lucidi gli occhi e spiritata l’anima, quasi fosse una strega. Accorre anche il signor barone padre e il canonico Santagati.
E mentre tutti accorrono, tu sei di nuovo in dispensa ad abbeverarti alla canna dell’acqua o all’orcio, e poi a ingargarirti di latte appena munto, caldo e pastoso come le tue lacrime, prima di rinchiuderti nel tuo nascondiglio.

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E’ da lì che le voci s’avvicinano, si fanno forti, e sono come rombi di tuono o rintocchi di campane. E’ da lì, dal buco svacantato col chiodo di mastro Santo che vedi la balia arrivare e poi parlare col fiato che le puzza di aglio e pomodoro. Ecco, ora s’accascia sulla sedia impagliata che pare cigolare per la massa delle sue carni e dei grembiuli. Ora agita il ventaglio sul petto, e si fa portare un poco di rosolio dalle serve – Il giusto per non morire di scanto – dice al curato Santagati.
E così dicendo alza il petto immenso e trattenuto dal bustino, si solleva, per caso, le gonne, fa appena appena intravedere le mutande di cotone che le coprono le grosse caviglie e che ora sospinge in alto fino alle ginocchia.
E il curato osserva, s’avvicina, tocca , poi le chiede : – Che scanto deve patire ? – e mentre lo dice ti pare quasi che la balia ancora t’allatti, perché il curato l’avvolge col mantello e la brancica come quando tu t’attaccavi al suo seno.

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Quando, finalmente, li senti parlare non sai dire se è ancora l’alba. O se sia già l’ora del pasto, visto che lo stomaco si contrae in gorgoglii di fiume e non sai come azzittirlo per la paura che ti scoprano nascosto in dispensa.
Ma non dev’essere l’ora media, perché dal convento non arrivano tocchi di campana e perché la balia non ha fretta di mettersi a impastare la farina per il pranzo.
Anzi, stamani è tutta un parlottare col signor curato come non l’avevi mai sentita , la balia, tutta un ciù ciù e un fri fri che pare un cardellino, a dispetto dell’abbondanza delle carni. E canta, persino, mentre il curato Santagati le chiede il perché del rientro della signora baronessa madre a quell’ora del mattino, il perché dei suoi occhi d’invasata che pare essersi dannata l’anima al diavolo, insomma il perché e il percome di tutte le cose.
E la balia , certo, di no al signor curato, non glielo dice, anche se sono cose di casa, di famiglia, come si suol dire, e lei, la balia, è come parte del casato del signor barone. Ma tant’è : anche il curato è come uno di famiglia soprattutto dopo…insomma dopo la mattinata, e allora come si fa a tacere a un’anima santa come quella di sua eccellenza Santagati?

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– Ed ecco come fu, signor curato.
Fu che quel 13 dicembre 1790 la signora baronessa madre, all’alba, diede alla luce il mascolo tanto atteso, ma scarno che pareva già un’anima del purgatorio. Il signor barone padre non lo teneva più nessuno per la gioia, e le campane suonavano a festa, mentre la signora baronessa madre pativa ancora malori per tutto il corpo e, invece di riprendersi, agonizzava come un’ossessa. A metà mattina madre e figlio erano tanto deboli che le signore clarisse già cantavano le requie, mentre sua eccellenza in persona il signor Vescovo di Lenzavacche si precipitava a palazzo per celebrare in una volta sola il santo battesimo e la santa unzione.
Ma proprio mentre ungeva l’inferma e la confessava, proprio mentre quella pareva rendere l’anima a Dio, un boato di cagna la scosse, e le lenzuola s’imbevvero di rosso muovendosi dello scalciare di un altro neonato. Grasso, signor curato, impiantato e col membro dritto che urinava a fiotti, tanto urlante fame di latte che s’appiccicò subito al petto risucchiandolo: il signorino barone figlio, Vincenzo Lucio Maria di Gerlando Osvaldo dei Miscichè. Al che il signor barone padre disse:”E che è questo? Il diavolo?” E la signora baronessa madre a urlare mezza intronata dalle febbri di quartana:”’U diavulu, ‘u diavuluni!”. E le signore clarisse dal convento a inzupparsi di acqua benedetta ed esorcismi, mentre Vicenzino s’addormentava quieto dopo essersi bevuto anche il mio sangue –

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-E dell’altro neonato che fu?-
-Morì dopo nemmanco una semanata , sua eccellenza, dopo che il signor barone fece di tutto per salvarlo. Ma tant’è, la creatura era troppo debole, pareva che il fratello gli avesse succhiato anche l’anima nel ventre della madre. E non è finita qui perché mentre vestivano la salma per la funzione, mentre la ingioiellavano e il Vescovo la infumava d’incenso, mentre la vegliavano tra dolori e lamenti, sparì.-
-Come, sparì?-
-E che ci posso dire, sua eccellenza, sparì come ombra, come fumo di fuoco dell’inferno, come spettro, vapore, così sparì. Forse fu maligneria di arti diaboliche , forse fu cosa di maghi, o di malocchiosi o di imbroglio. O forse di briganti che lo videro parato come Santa Lucia, e se lo rubarono quasi fosse uno scrigno. Ma la colpa la diedero tutti a Vincenzino che era nato a tradimento tra la nuvolaglia delle coperte e senza aspettare l’unzione. “’U diavulu, ‘u diavuluni “ , continuava a dire la signora baronessa madre.
E tutti ci credemmo.-

******

E ora te ne stai lì, come sospeso tra presente e passato, incurvato tra le fave, a pensare che quel fratello che ti ha preceduto non ha avuto sepoltura. E intanto che pensi, ecco, è davanti a te, scarno come quando è venuto al mondo, spiritato ancor prima di nascere.
Perché anche nascere , in fin dei conti, ti pare adesso una diavoleria, una cosa da senza madre di Dio, da spiritati. O forse un sogno, un sogno lungo come dev’essere anche morire, o dormire, o non essere amato.
E allora ti viene in mente che tutti i sogni devono avere sepoltura, quelli d’amore e quelli di guerra, quelli di buonasorte e quelli del maligno. E che , forse, seppellendoli, i sogni fanno meno male, t’incurvano meno l’anima, e ti fanno sopravvivere.
Così, ti alzi.
-E’ il momento- dici al sacco di fave- Andiamo.
E nel buio di questa notte, nell’afa di questa calura che soffoca anche il buio e asciuga in sale le tue lacrime, t’incammini verso la pietra, là dove tua madre scava ancora avanzi del suo sogno, e dove non ci sono che date incastrate nella roccia. E’ il momento.
Non hai bisogno di cercare. Sei già lì, con il sacco di fave tra le mani, ai piedi del sasso che non racchiude corpi, e dove adesso, con cura, interri un seme.
Poi ti allontani.
Nel silenzio, dal convento, le signore sorelle clarisse battono l’ora nona.

Simona Lo Iacono

50 pensieri su “I semi delle fave, di Simona Lo Iacono

  1. Grazie!!! Sono felice che vi sia piaciuto…è un racconto che nasce dalla voce di un bambino, dalla solitudine di alcune vite…
    Ma grazie soprattutto a Massimo che ve lo ha proposto e mi ha dato l’opportunità di essere letta.
    Vi sono molto grata.
    Simona Lo Iacono

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  2. confermo il convinto apprezzamento che avevo comunicato a Massimo.
    un saluto e un grazie a lui e a Simona.
    fabry

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  3. Grazie a te, Fabrizio.
    La pubblicazione di questo racconto su “la poesia e lo spirito” mi sta dando molta gioia.
    Simona Lo Iacono

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  5. Ah… dunque Simonaletteraria cucina anche poeticamente come scrive? Buono a sapersi – come disse Tognazzi nel film Nell’Anno del Signore di Magni, quando seppe che Manfredi-Pasquino in realta’ era alfabetizzatissimo. Buono a sapersi, ripeto io, aggiungendo pero’ che se Simona non mi invita un giorno a Siracusa a degustare e gustare, io, per asperrima vendetta, vado direttamente in Grecia a parlare col Fiume Alfeo e gli dico che la ninfa Aretusa non e’ finita ad Ortigia, ma che in realta’ nel centro siracusano c’e’ il giudice Simona Lo Iacono, disposta a scrivere poemi elegiaci per lui, come ghost writer. Attenta, Simo! Io mantengo piu’ le minacce delle promesse!
    Sergio

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  6. Cara Simona, veramente bello, i miei più ammirati complimenti. Conosci una persona di Siracusa chiamata Agata Di Mauro? Bravissima scrittrice anche lei. Chi sa cosa combina. Una di Milano che si chiama Lamberti-Bocconi e che ti ammira solo per questo pezzettino, la conosci? 🙂 Ciao, buona notte.

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  7. Aime’, Simona, gli spaghetti ”all’Aretusa” mi mancano. La ninfa invece l’ho sposata, seppur di una citta’ romana chiamata Emona… Non manchero’!

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  8. @ Lamberti-Bocconi…no, non mi pare di conoscere Agata Di Mauro…ma tu sei gentilissima! Grazie!
    @Sergio…sì, Veronika è davvero una ninfa!!!

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  9. Quando si è parlato su letteratitudine di arte del racconto la mia posizione è stata netta: che non debba essere considerata “arte minore” rispetto a quella del romanzo.
    Simona, con questa tua deliziosa novella non fai altro che confermarmi quanto corretto sia il mio convincimento.

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  10. “Il buco nella porta”: scava e fissa. Chiodo è seme. E’ letto – ad alta voce: rende tutto il *dramma* descritto.

    Mi aggiungo alla lista, Simona.

    Precisione da regista: di metro in quadro.

    Chiara

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  11. Chiara…di te so che sei una bravissima attrice! Quindi quel tuo “precisione da regista” mi tocca molto! Sì, la visuale è un buco nella porta. E l’occhio è quello di un bambino. Se ci fai caso sono entrambi due punti di osservazione molto semplici e molto piccoli.

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  12. Un bellissimo racconto davvero.
    Realismo e magia mescolati senza forzature, e quel dolore, quella solitudine che imbeve tutta la storia, come nebbia sottile.
    Complimenti all’autrice.

    sabrina

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  13. grazie anche a voi. La solitudine che soffonde tutto il racconto forse è anche quella di chi non ha un tono di voce molto alto per farsi sentire…di chi subisce soprattutto la violenza del silenzio.

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  14. E’ grazie a questo racconto che ho conosciuto Simona Lo Iacono. Prima ancora di incontrarla, infatti, ho sentito questa sua storia, letta a Siracusa durante il convegno “Scrivere donna”. Ho subito riconosciuto la scrittrice, che poi è diventata anche cara amica. Adesso non posso far altro che rinnovarle il mio apprezzamento. Brava Simona, come sempre, per la maturità, la cura, il grande impatto emotivo della tua scrittura.

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  15. Ottimo racconto, ne ho apprezzato sia l’argomento che la forma, originale e coinvolgente.
    Lo spunto del nascondiglio da cui il protagonista narra talvolta in prima persona è davvero interessante.
    Complimenti all’autrice. Mi riprometto di cercare altri scuoi scritti e di leggerla ancora.

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  16. @ Tea…sì, è grazie ai semi delle fave che ci siamo conosciute…perchè i racconti sono anche fili che si intrecciano e uniscono persone. Da allora io a te, tu a me, in una serie infinita di rimandi e parole e racconti che ci avviluppano in mondi paralleli, dove talvolta ci diamo appuntamento.Aspetto il prossimo incontro, mia cara, che mi hai anticipato in una giornata ventosa a Pachino, sulle tracce della casa di Vitaliano Bancati…naturalmente tra le pagine del tuo libro.
    @Cristina…la mia poetessa preferita. Grazie, madama “Dello Bove”…

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  17. Cara Simona, in un denso racconto hai dispiegato l’ampio ventaglio
    dela tua ricca potenzialità interiore e letteraria.Con mirati tratti
    attenti al particolare, hai ben delineato il tipico ambiente siciliano di un tempo con i suoi riti quotidiani e le nobili tradizioni.Mi è piaciuta l’analitica esplorazione dei sentimenti con il risalto delle varie sfumature e il nero groviglio delle passioni.
    Brava in te noto ottima stoffa!
    M. teresa

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  18. Simona: “la visuale è un buco nella porta. E l’occhio è quello di un bambino. Se ci fai caso sono entrambi due punti di osservazione molto semplici e molto piccoli”.

    E si spalanca il Senso Grande: per Pascoli. E per tutti.

    “Con gli occhi aperti, gli occhi ancor di latte”.

    E ancora: GRAZIE [per tutto]

    Chiara

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  19. @ Maia Teresa…Grazie, mia cara.Mi fa piacere che tu abbia colto i sentimenti che la trama sottende…e le passioni. La scrittura è un esercizio difficile e doloroso. Perchè ci somiglia.
    @ Chiara: sì da quel piccolo foro si spalanca il senso grande. Ma per coglierlo ci vogliono occhi attenti. Come i tuoi.

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  20. @Che paragone!! Grazie! MI fa piacere che ti abbia dato emozione…Ma di fronte ai Vicerè io e Vincenzino (il bimbo della storia)siamo piccoli piccoli!

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  23. Gentile Simona,
    sono parole magiche quelle che ha espresso. Parole che trasmettono sentimenti comuni in ogni essere, ma che per molti sono difficili da trasportare, anche solo a se stesso.
    Sono mezzo siciliano di origine e ho visto la Sicilia solo come turista molti anni fa; eppure le sue espressioni mi sembrano conosciute, come se fossero state segregate in un angolo della mia anima come dono ereditato e aspettanti di essere rianimate nel momento di riscoprire la mia origine. È accaduto grazie a questi suoi versi che nascondono una realtà pesante ed ossessionante, ma eppure viva e implorante di essere rianimata e adattata al nuovo modo di pensare.
    La ringrazio per la lettura che mi ha commosso e indotto a riflettere.
    Con stima.
    Lorenzo

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  24. Mio caro Lorenzo, ma è lei a commuovere me. Le sono così grata che non immagina. Mi auguro che il mio bimbo che nasconde semi di fave incarni il senso di una rinascita.
    E sono persone come lei che mi fanno credere questo rinascere possibile.
    Grazie.

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  25. Cara Simona,
    la ringrazio della risposta. Il piacere è tutto mio.
    Sono certo che il suo bimbo, grazie alla sua premura e saggezza nell’educarlo, contribuirà alla rinascita.
    Io persi la mia mamma all’età di dieci anni e fui costretto a lasciare la famiglia, tra cui un fratello gemello, e frequentare un Convitto Nazionale nella bella Assisi fino alla fine dei miei studi.
    Fu un tempo trascorso tra il sentire forte la mancanza della mamma e il senso del dovere per il mio futuro. Fu una scuola allora ancora severa, ma utile e non rimpiango nulla, perché ho sempre creduto nella necessità di temperarsi per essere pronti alla vita.
    Le faccio i miei più sentiti auguri di compleanno; l’ho appreso leggendo sulla testata la sua data di nascita. È di qualche anno più giovane di mia figlia.
    Mi ricordo ancora la sua bella città Siracusa, la piazzetta dove consumammo un buon pranzo e l’orecchio di Dionisio.
    Purtroppo ci fermammo solo qualche ora, sul viaggio di ritorno verso Catania e l’aeroporto.
    I miei nonni paterni abitavano a Messina, si salvarono in tempo dal terribile terremoto emigrando a Pavia per lavoro. A Rometta Monte possedevano dei latifondi agricoli, che furono poi venduti dopo la morte del nonno.
    Di certo ritornerò in Sicilia e non mancherò di informarla prima, sempre senza volerla disturbare. Mia moglie Esther soffre il freddo viennese e sogna il caldo della sua terra e sempre anche mia.
    Un saluto d’intesa che potrebbe creare un’amicizia.
    Lorenzo

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  26. Mio caro Lorenzo, solo ora la leggo al rientro dalle vacanze!
    Con immensa gioia la abbraccerei!
    MI faccia sapere, la prego, se verrà dalle mie parti.

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  27. Simona carissima,
    grazie della risposta. Il tempo è futile solo per i frettolosi, non per chi ha imparato ad aspettare e pazientare. Non siamo ad un concorso. Mi ero già immaginato la tua impossibilità di rispondere in breve tempo.
    Per il momento non entro nel blog di Massimo; riprenderò più tardi, perchè attualmente ho bisogno di fare una pausa e rigenerarmi.
    I mesi di presenza mi hanno impegnato più dell’immaginabile; sono per indole troppo sensibile, per cui sento ora il bisogno di recuperare energie ed anche di riflettere come facevo prima.
    Di certo, verremo in Sicilia e a Siracusa. Ti avvertiremo in tempo e ti ringraziamo già fin d’ora della tua disponibilità di conoscerci dal vivo.
    Un caro saluto da me ed Esther.
    Lorenzo

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  28. Simona carissima,
    sensibilità è un dono come un castigo. A ognuno rimane l’impresa ardua di ricavarne il meglio per sé e per chi gli sta vicino.
    Nella tua brevissima risposta, hai espresso di più che in un racconto; sono le poche parole che creano il senso di espanderle, perché sollecitano la propria fantasia e desideri a riscontrarle nella realtà.
    Appena ritornato dalle nozze di una mia nipote, leggo la tua risposta e mi appresto a scriverti. Spero che tra noi possa nascere un’amicizia fruttuosa; la mia sensibilità e la tua, perché è vero che anche tu lo sei, e non solo chiara nella mente e forte d’animo, potrebbero donarci molto.
    Mi crea piacere allegarti la mia dedica, creata in occasione delle nozze di mia nipote Daniela, figlia di mio fratello gemello.
    Come ti accorgerai, segue anch’essa il mio modo di analizzare e considerare gli avvvenimenti umani, traendo da essi la mia filosofia della vita.
    Ciao, un abbraccio affettuoso.
    Lorenzo

    Per Daniela e Pietro, nella celebrazione delle loro nozze.

    Adamo supplicò il Creatore di sentirsi solo e di aver bisogno di compagnia.
    Il Creatore lo ascoltò e, dopo una breve riflessione, decise di appagare il suo desiderio.
    Apparve così Eva accanto a lui. Adamo provò una felicità immensa e non mancò di ringraziare il Creatore del dono fattogli.
    Non immaginava, che la nuova unione gli avrebbe creato ancora più grandi problemi.
    Infatti, non trascorse molto tempo, fino a che Adamo ed Eva non si capirono e incominciarono a litigare ed offendersi.
    Alla felicità seguì l’infelicità e con essa le tribolazioni e le sofferenze.
    Adamo implorò di nuovo il Creatore di liberarlo da questa situazione, diventata troppo opprimente e complicata per lui.
    Il Creatore ebbe ancora compassione con lui e gli concesse la facoltà di procreare, pensando che l’impegno di far crescere ed educare i figli avrebbero resa la sua compagna Eva più serena ed appagata, e che di conseguenza anche Adamo ne avrebbe ricevuto un vantaggio ed utilità.
    Da qui gli esseri umani lo eseguono sempre, ma più numerosi diventano più grandi sono i problemi da risolvere e più brevi i momenti di felicità.
    La facoltà della scelta comporta un esame accurato e profondo, di sé e dell’altro/a di turno, se non si vuole rimanere alla fine ancora più soli, incompresi, perché troppo presi dalla propria individualità dalla quale emerge l’egoismo.
    Adamo supplicò ancora il Creatore di creare un altro principio della vita, uno più basato sull’equilibrio, sull’equità e giustizia.
    Il Creatore, comprendendo la situazione infelice del suo prediletto, gli concesse la grazia di provare felicità quando fosse capace di sopportare il contrario e perseverare negli intenti buoni.
    Da qui la felicità e l’infelicità si susseguono secondo delle nostre capacità a intenderle. La felicità diventò così un merito da conquistare e non più un regalo.
    Essa va guadagnata, sostenendo la sopportazione causata dalla contrarietà e diversità, la solitudine dell’incomprensione, e la fedeltà nella tentazione di uscire dal proprio guscio protettore nella speranza, a volte forte fino a diventare un credo, di trovare altrove tutto ciò che la propria immaturità fa sembrare di mancare.
    Daniela e Pietro, datevi da fare a costruire la vostra felicità, modellando i vostri caratteri nella simbiosi dell’amore reciproco.
    Amore è la maturità raggiunta insieme, il contrario finirebbe sempre e solo nell’insoddisfazione e infine in una tragedia senza senso e scopo.
    Vi faccio i miei migliori auguri, per l’ardua impresa che oggi avete deciso di affrontare.

    Zio Lorenzo Gänserndorf, lì 10.10.08

    PS) Adamo protestò con il Creatore sul dover essere perfetto in un mondo che è, per natura, perfido e diffidente.
    Non ricevette risposta da Colui che intendeva fargli capire, che solo nell’unione si può salvare questo mondo e renderlo infine amico e sincero per il bene comune.
    Il Creatore rappresenta tutte le forze positive del Creato, è pluralità nel bene, mentre il male è singolo, individuale e nemico di ogni comunione e intesa per migliorare.
    Insieme nel bene ci avviciniamo alle forze positive del Creato, ci uniamo con loro e riconosceremo in esse il Creatore, segnando la fine del processo evolutivo ed emancipatore della nostra dimensione.

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  29. Quanta poesia traspare da questa prosa! Simona sa magistralmente evocare il sentimento dell’umana pietà che travalicando i confini del tempo e dello spazio accomuna in un dolente abbraccio tutte le madri di ogni epoca, costrette ad aggrapparsi alle “date incastrate in una roccia” quando fra le loro mani non rimane più nulla, e non possiedono più nemmeno le lagrime, rimane solo il silenzio di uno strazio inguaribile, cullato dal battere monotono e solitario “dell’ora nona”

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