Operazione Magliani # 1 – Marino Magliani, il Jack London ligure

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Marino Magliani è uno scrittore che viene dal fare e dall’avventura. Dalla pratica che diventa grammatica. Un Jack London ligure, che nella prima parte della sua vita s’è imbarcato sulle navi come mozzo dopo aver girato i collegi di mezza Italia, ha peregrinato per mezza Europa per qualche anno, e poi ha inseguito e trovato l’America: quella del sud, per altri anni, visitandone metà dei paesi, vivendoci, impregnandosi fino all’osso di esperienze. Come un autore americano self made (Magliani non viene dalle università, ma dal pulsare secco e spesso cattivo della vita avventurosa, dal marciapiede) ha fatto di tutto: il lavapiatti, il magazziniere, il traduttore di menù dallo spagnolo all’italiano per i ristoranti della Costa Brava; e ancora, l’olivicoltore nella sua Liguria di ponente, il rappresentante, il portiere di discoteche, lo scaricatore di porto sulle banchine olandesi –; e da anni lo scrittore in Olanda s’è sistemato, in pianta più o meno stabile, trovando una moglie e allevando con lei un figlio, un marcantonio diciassettenne di nome Mike.

Magliani, classediferro 1960, viene appunto dalla Liguria di ponente, precisamente da Dolcedo, vicino Imperia. Terra di crinale, terra a ridosso; la Francia è a uno sputo catramato di Gitane, il mare stupendamente a picco, gli ulivi profumati, i carruggi, le serpentine tra cielo e terra e mare, il sole e le ombre in un continuo rincorrersi, la parlata musicale che – come in tutta la Liguria- sembra un impasto di italo-portoghese (c’è una divertente canzoncina di Bruno Lauzi in zeneise che spiega questo bell’ andazzo linguistico: ma quandu u l’é che ti te catti u frigideiru) . Sanremo e le sue folies bergère festivaliere sono a un altro tiro di sputo catramato, stavolta del nostro monopolio. Terra poca, come in Olanda, paese che il nostro scrittore lo ha ricevuto e alla fine ben riparato. Liguri ed olandesi, simili nell’essere gente dura e fiera nel senso migliore, abituata a strappare strati e strati di terra avara dal proprio mare, a unghiate cocciute. Commercianti e navigatori, talvolta poeti; sui santi non sono pervenuto.

Il Magliani scrittore inizia a pubblicare nemmeno tanto tempo fa. E’ giusto: accumulare esperienze, sentirsele dentro, aver voglia di scriverle, infine scriverle – gettandole sui fogli in centinaia di migliaia di parole senza esserne quasi mai soddisfatto, finché l’occasione e la maturazione fanno tutt’uno. Cercare la propria voce, soprattutto. Magliani una sua voce l’ha trovata. Da dove era venuto. Caratteristica. Tra mille altre. Ligure, lunfarda, mix appeal di linguaggi e parlate. La sua voce letteraria viene proprio da quei carruggi, e dalla vita errabonda che ha vissuto. Il microcosmo ligure non viene soltanto raccontato ma anche vissuto nella lingua tutta particolare di questo autore che ha un periodare lirico e scintillante, ma scabro. Il microcosmo che s’espande e diventa macrocosmo; dal puntolino di terra sulla costa mediterranea la visione s’allarga, fino a occupare estese terre altre. C’è Francesco Biamonti, dietro di lui, come un bravo maestro, che forse vigila: l’eredità è importante, e lo scrittore di Dolcedo la prende volentieri sulle sue ampie spalle.

Dicevo degli inizi. Da pochi anni. Con piccoli editori locali: Molo Express e Prove tecniche di solitudine (Centro Editoriale Imperiese), L’estate dopo Marengo (Philobiblon) fino al passaggio ad un editore medio di ottima visibilità, Sironi, che ha in Giulio Mozzi l’editor e l’infaticabile scopritore di talenti. Un libro, Quattro giorni per non morire, che sembra un noir più che altro per un titolo che sembra preso a prestito da un cult cinematografico francese dei 70, da un J.P. Melville, da un José Giovanni, da un Jacques Deray; e che invece è altro dai generi, un libro non da catalogo nel senso della “messa in scaffale”, un libro – come tutto, in Magliani – sul crinale, alla frontiera, on the border- line. Appassionante e però in fox-trot quasi come un Biamonti di quelli appena spremuti nel frantoio di famiglia.

E finalmente la nuova uscita, questo ambizioso Il collezionista di tempo, (Sironi, pagg.204, euro 12,90) Troviamo ancora, come nei Quattro giorni, un Gregorio protagonista narrato in terza persona. L’azione parte dalla fine dei 60, Gregorio è un bambino che della vita del paese non ne può più, nell’anima è già lupetto di mare. Prova al collegio dei frati a Mondovì, nel cuneese. E là sente strane voci, che da svariate si raccolgono in seguito nell’imbuto di una sola: sono le voci di Gregorio stesso che gli parlano dal futuro. Dai frati è caduto dalla padella nella brace, l’unico amico che trova è un certo Falconi Leo, al quale racconta di queste sonore presenze e che anni dopo morirà per droga.
Passano gli anni, Gregorio è militare nei bersaglieri a Legnano, siamo nell’80, al congedo. Col suo amico milanese Save progetta un contrabbando di hashish tra l’Italia e la Francia, e poi la Spagna.

Arriviamo ai giorni nostri, alla fase più interessante del romanzo: Gregorio è in Olanda, sulla costa, a Zeewjik, è scaricatore di porto, vive da solo, è diventato scrittore, il computer lo attende ogni giorno con la sua intonsa pagina Word; è sempre perseguitato dagli incubi del suo passato, soprattutto da quelli del periodo collegiale. Sta tra gli incubi d’un passato che di continuo torna a galla alla sua coscienza e un futuro che gli si mostra anch’esso tramite quelle voci di sé. Una di queste improvvisamente inizia a comunicare con lui per iscritto, via email. Dal 2065. Anche la scrittura, la vera “voce di dentro”, inizia a “parlare”da un remotissimo “dopo”. Lukas gli scrive. Fino al finale, con il manoscritto nel manoscritto, un racconto che Gregorio ha scritto assieme alle voci e che segue il romanzo vero e proprio come un’ estrema propaggine narrativa. Ma non voglio dirvi di più: il romanzo parla di tempo e di letteratura, è un viaggio all’interno del cuore del vero scrittore e della sua vita difficile, attraverso il tempo. Magliani, sappiatelo, è anche un giocatore d’azzardo, uno sperimentatore, e la sua partita l’ha vinta.
Un giorno se mi leggerà il lettore del terzo millennio, saprà che c’erano gli alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le rose: chi non voleva più soffrire, e chi voleva amare tutto. Questi magnifici versi di Giuseppe Conte, poeta emerito delle stesse terre liguri, potrebbero riassumere il tono e gli argomenti di questo Il collezionista di tempo con parole piene di nostalgia anticipata.

Certo, non è sempre facilissimo seguire l’andamento delle scene; Magliani vuole la massima attenzione, il suo “caos calmo” ha bisogno di un’immersione totale nel suo mondo di sornione serpentine narrative. Non aspettatevi il classico romanzo leggi e scorda: qui ci vuole che il lettore paghi – si fa per dire – il pegno di un ascolto attento e partecipe, in certo senso deve meritarsi la lettura di queste pagine. A volte capita di perdersi, ma basta tornare indietro, riprendere con lentezza, riassaporare, ritornare in alto mare. Ci vuole il senso della lentezza che dobbiamo tutti recuperare: è questa volontà di fermarsi a riflettere con un romanzo tra le mani. Sì, riprendere a ballare lo slow: di una narrazione, di un’invenzione, di una suggestione; senza snobismi, solo per amore del gusto.

Bildungsroman fantascientifico che rompe gli argini del tempo e si spinge fino a una “formazione” al futuro, Il collezionista di tempo è un’opera singolarissima, per intenditori che amano la lettura avvolgente, che vogliono serrare nei pugni la vera qualità letteraria, che s’appassionano ancora alla letteratura fatta con la pelle nuda e la sfrenata fantasia – e dei cartamodelli da ritagliare non se ne fanno proprio nulla.
Magliani, io credo, è uno che rimarrà nel futuro, ha collezionato troppo tempo nella maniera giusta; e così, dico io, ha fatto tesoro di un talento raro.

Franz Krauspenhaar

(Pubblicato su Il Domenicale – 23.06.2007 – e in seguito su Nazione Indiana. Immagine: Ennio Morlotti, Oliveti, 87)

7 pensieri su “Operazione Magliani # 1 – Marino Magliani, il Jack London ligure

  1. Franz, anche questa presentazione è un racconto d’avventura! Cui spero di poter dar seguito leggendo presto il nuovo romanzo di Marino.

    Per intanto un abbraccio e auguri di buone feste!

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  2. Che bella storia!
    Insomma arriverà un momento in cui Marino riuscirà a parlare della sua vita. Franz ha gettato una prima pietra.Al resto ci penserà il tempo

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  3. da marino, poi, possiamo prendere tutti lezioni di stile…
    il piacere è doppio quando leggi un buon libro che è stato scritto da une bella persona.
    così tanto per dire, mentre lavoro
    (bravo franz)

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  4. Chi ha conosciuto Marino, anche una sola volta, sa che questo racconto di Franz è vero e visibile, negli occhi e nella voce dell’uomo che Marino è olttre che nei suoi libri. E che questa di Franz è (come al solito) un gran bella pagina.

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  5. Bellissimo pezzo, Franz!
    Io poi, quest’ultimo di Marino per vari intralci non l’ho ancora letto, però mi aspetto assai, del resto ho letto praticamente tutto del Magliani Marino medesimo e ne sono tifoso inverecondo.
    Ed hai ragione, Franz, quando dici che i libri suoi non sono roba solo da passatempo, sono tracce, lame, trame, tessuti che ti lavorano dentro, e devi ritornarci sopra, non per ricapire,
    ma per “risentire” forte, acutamente.

    MarioB.

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