Perdono tutti – Lettera di Chiara Daino per il centenario di Cesare Pavese

pavese1.jpgPaolo,
di ritorno: dalle radici. Ti scrivo: con sgrano di occhi increduli.
2008: anni Cento – dal giorno. 9 settembre 1908. La data che fu: nasce Cesare Pavese. Il passato di lustri all’ombra delle Langhe mi riporta nel Monregalese – perché sia presente: il ricordo [con: tributo] dell’Autore. Che si è dato.
Il bagaglio a mano è un biglietto – il Suo: «PERDONO TUTTI E A TUTTI CHIEDO PERDONO». Semplice congedo? Non credo. Sento: il non visto. L’accento. Perdono tutti: perdóno tutti o pèrdono – tutti?
Forzo la lettura – o è a chiave doppia – la mandata? Se si considera valida: l’ipotesi – pèrdono tutti – non spalanca altro? Un oltre senso [aggiunto]? Il vizio assurdo, il suicidio – non è [anche]: denuncia? La società tutta – perde. Nel punto dell’addio. Quando Cesare saluta – stanco di.
Decisa: dare al palco la pagina! Una mista messa in scena – tratta e ritratto da/di Pavese. Voce al corpus – che [si] continua. In quel di Cuneo: si bussa. E la Provincia che si dice Granda – si dimostra: piccola. Priva di dignità: « guardi cara, Pavese non interessa più a nessuno. È roba vecchia. Noi facciamo Cultura in altri modi: la nostra radio non trasmette Ramazzotti. È una protesta silenziosa, senza urla. Il nostro giornale è legato alla cronaca locale. Non interessa Pavese. E lei cosa vuole proporre? Un articolo? Uno spettacolo? Una lettura radiofonica? Non funziona. Non è quello che vuole la gente. E poi perché è ritornata nel cuneese? Per Pavese? O si sposa? Ha figli? Intende averne? […]».
E quale reazione? Non macino chilometri [e collera] per consacrare il mio utero all’aumento della popolazione piemontese! Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto/ ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa? Se voleva essere una citazione – è pessima scelta. Se fraseggia De Gregori – si ricordi, è: Cesare perduto nella pioggia sta aspettando. E sta aspettando: tutti al varco. E ogni porta: chiusa. In faccia a chi – chiedeva: qualcosa oltre una rotazione pop, scelta ad hoc! E sarò – sono all’antica, ma non propongo a Macerata [e, forse, con miglior riscontro] la celebrazione di chi vide [e fu] la luce – a Santo Stefano Belbo! Lui che si domanda [e si Re-cita]: a che serve passare dei giorni se non si ricordano? Proprio la landa/langa natia: dimentica? Paesi Tuoi? E di chi? Quattro chiodi fanno una croce – Cuneo che inchioda: Cesare. Al muro. Senza luce. E dimmi tu, Paolo, tu lo sai: Paolo, perché? Dammi tu il senso – di una memoria corta. Che spezza. E si perde. Perdiamo tutti.

Chiara

Sì, Chiara, eccoli qua i Paesi Tuoi, è solo rotazione pop,
Monticello d’Alba?

Avevamo dietro la testa una collina, bassa come una casa.
La nostra strada un po’ saliva e un po’ scendeva, e mi volto a guardare la collinetta e gli dico: Dov’è il mammellone? –“

Oggi le alture di Monticello più che colline sono un’ambizione di colline, forse compresse dal vuoto che avanza?, Monticello è Roero, il solco del Tanaro a separarlo dalla Langa, ma è già Langa nei borghi scoppiati, cemento, traffico, commerci, la monocoltura della vite non basta più per tutti, ecco nuovi vini sintetici come il fragolino, la perversione delle vigne.

Ai locali non interessano le celebrazioni, è solo rotazione pop, e allora ci prova qualche foresto, il torinese Bruno Gambarotta e il novarese Vanni Vallino firmano “Un paese ci vuole”, docu-fiction la dichiarano, quattro personaggi in cerca di Pavese, storia di una troupe che gira un documentario sul nostro, metacinema in odore di deja vu, ma finora è l’unica cosa, per il resto tutto tace, che si avanzi il pop.

Forse è anche rotazione pop il rumore che si sente in altri luoghi amati da Pavese, come Castino,
“Si trovò al mese di agosto in cima alle alte colline che dividono dal Belbo la vallata della Bormida.
Castino è un paese sempre battuto da un vento frizzante e di là si vedono fumi lontani, piccini, nei vapori.
Verso sera, specialmente, pare di essere in cielo.”

Adesso la strada di Castino, lo stradone come lo chiamava Pavese, è più che altro battuta da torme di motociclisti, le domeniche in particolare è tutto un tuonare di mandrie a pistone, la strada che porta al mare, la meta di tanti personaggi di Pavese [“tutte le strade finiscono al mare,” gli dicevo, “dove ci sono i porti. Di là ci s’imbarca e si va nelle isole, dove gli stradoni riprendono.”] è diventata un palco dove esibire l’ultima cromatura.

Cedo anch’io alla tentazione del curva e controcurva, ma il mio bicilindrico si lascia superare da tutti (alcuni nello sverniciarmi allungano lo stivale destro in segno di scherno), percorro un toboga di saliscendi fino alla ValBormida, il ripostiglio di Savona, cerco un bar sul fondovalle, ma non ci sono più i vecchi a giocare carte patinate, con il quartino di rosso, più che altro ragazzi sudati in contemplazione delle loro bestie meccaniche, passo oltre e smorzo il motore in una piazzetta di Cortemilia, davanti alla luce fredda di una gelateria. Ne esce una musichetta pop, alternata alla pubblicità del nuovo ipermercato. Ne esco anch’io, con una lattina di birra, mi siedo su una panchina, davanti ai cartelloni elettorali. Sopra un manifesto qualcuno ha scritto, a caratteri cubitali, PANE E FIGA.

Paolo

24 pensieri su “Perdono tutti – Lettera di Chiara Daino per il centenario di Cesare Pavese

  1. Cuneo: nomen omen. Cesare: nomen omen. Chiara: nomen omen. Paolo: nomen omen [il nome inchioda il bene al bene che lo precede, e il male al male che farà] e sia – sapendo e dovendo (spietatamente, anche). neanche di pane e di figa sappiamo più parlare e godere semplicemente. “la mia parte pubblica l’ho fatta, quello che potevo. ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”. con le mie orecchie io ho sentito parlare di come ballava Fenoglio, di cosa avrebbe dovuto fare Pavese per evitare il suo piccolo-problema-sessuale. basterebbe dire: Pavese era grande, più grande di me che gli suggerisco 50 anni dopo l’aspirina. e l’amico fragile condivide condivide condivide – perfetti.
    massimo

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  2. Bello, bellissimo questo pezzo. Emozionante, coinvolgente.

    “Dammi tu il senso – di una memoria corta. Che spezza. E si perde. Perdiamo tutti.”

    “Forse è anche rotazione pop il rumore che si sente in altri luoghi amati da Pavese, come Castino”.

    Stupendo l’intrecciarsi delle vostre voci, incisive.

    Letto tutto d’un fiato e con immensa commozione. Il passato *è* presente, grazie a voi.
    Non potevate scrivere nulla di meglio, né di meno scontato. Il che è qualità preziosissima, quando si parla di grandi come Pavese.
    Grazie, Chiara e Paolo.

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  3. Non sarà necessario lasciare il letto.
    Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
    Basterà la finestra a vestire ogni cosa
    di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
    Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
    I ricordi saranno dei grumi d’ombra
    appiattati così come vecchia brace
    nel camino. Il ricordo sarà la vampa
    che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
    (da C.Pavese, Il paradiso sui tetti)

    grazie per il pezzo e grazie a pavese di essere stato mio amico negli anni bui dell’adolescenza. io non ho dimenticato.

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  4. Sono una che ha amato molto le poesie di Pavese, però, il suicidio mi sembra sempre una scelta “ingiustificata”. Se si è credenti, non bisognerebbe disporre della propria vita, in quanto non ci appartiene, se non si è credenti, si può sempre pensare che l’oggi non è il nostro limite, ma solo un momento di passaggio, magari spiacevole o pesante, ma transitorio. E poi, anche dopo aver ottenuto il successo letterario ed aver raggiunto nei propri testi una maturità che è un punto di arrivo non superabile, perché decidere di andarsene?
    La vita non è fatta solo per scrivere, ma anche per compiere tante altre scelte ed azioni… comunque non conosco tutti i particolari della vita di Pavese e quindi non so a cosa si riferiscano alcuni passaggi sia della lettere sia dei commenti, perciò, non giudico nessuno… ogni scelta è personale e in un certo senso non criticabile in senso assoluto, perché una persona può davvero essere così stanca di decidere di congedarsi dalla vita.

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  5. posso fare una domanda a tutti.

    quando lasceremo perdere il suicidio di Cesare Pavese come metro di giudizio per la sua opera (lo stesso discorso dicasi per Levi, Celan, fino ad arrivare a Tenco a Cobain etc etc…)

    Lavorare Stanca, I dialoghi, La casa in collina sarebbero meno belli se Pavese Cesare fosse morto ottantenne nel suo letto?

    che me frega di come uno muore o di come uno vive, a me interessa cosa e come scrive.

    è possibile che per celebrarlo bisogna partire da quel giorno d’agosto? sempre.

    la modalità della sua morte cambia qualcosa?
    il fatto che sia morto suicida piuttosto che di morte violenta oppure di morte naturale fa meno morte la sua morte?

    e la sua morte ha qualcosa a che fare con le cose che ha scritte?

    a me sembra che certe volte si faccia di Cesare Pavese una posa, una statuta, un monumento e se ne dimentichi la grandezza di scrittore; mi sembra che spesso si ricordino i biglietti d’addio e che i romanzi e le poesie.

    mi sembra che sia un autore che tutti conoscono e che nessuno legge più. veramente

    d.

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  6. Sono passati molti anni da quando lessi,la luna e i falò, mi avevano detto che era noiso, per fortuna sono curiosa.

    Un bel pezzo complimenti.

    G.

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  7. “mi sembra che sia un autore che tutti conoscono e che nessuno legge più. veramente”

    Negli anni mi sono divertito a fare il punk. Ho inciso dei dischi. L’ultimo è del novembre 2006, si chiama “Libera fame”. Sembra un’eresia, c’entra poco con la letteratura, ma mi ha fatto piacere vedere ragazzi di 16 anni cercare “Fumatori di carta” su google, inserire il testo della poesia nei loro myspace, far circolare Pavese in questo modo. A volte basta poco…

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  8. “« guardi cara, Pavese non interessa più a nessuno. È roba vecchia. Noi facciamo Cultura in altri modi: la nostra radio non trasmette Ramazzotti. È una protesta silenziosa, senza urla. Il nostro giornale è legato alla cronaca locale. Non interessa Pavese…”

    Fa ben riflettere, questo, sulla miseria di una società senza memoria e senza cuore. Ci sarebbe da chiedersi, a questo punto, la misura del “bene” che giunge post mortem a paesi, città e villaggi, grazie ai loro figli. Non per la loro “morte” speciale, ma per a loro “opera” esemplare che, qui, non può che darsi per scontata. Luoghi che si fanno spesso metà di turisti, e che qualcosa, anche in termini economici, portano in genere alla comunità. Almeno la verifica di cassa, se non la gratitudine per l’amore -sempre- smisurato dell’artista, anche dopo la vita.

    Grazie a Chiara e a Paolo

    Giovanni

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  9. Carissima Gaja, le tue parole sono di stimolo per futuri post a due, secondo me è un genere che noialtri si dovrebbe incrementare, mi ricordo ancora del mittico “double face” dedicato al romanzo di Biondillo, e perchè non se fanno altri? perchè?
    e grazie a Massimo, Lucy, Cristina (quella di Leopardi vero?), Gena e Carlo Cannella.

    @Demetrio:
    però il punto di partenza della lettera di Chaira non è l’atto del suicidio, ma quello che Pavese ha scritto prima del suicidio, e quale eredità avanza di quelle righe in una provincia (come buona parte della società italiana) così gravida di commerci e sterile di poesia.
    E’ un punto di partenza, criticabile quanto vuoi, ma considera che anche partendo dall’analisi della Casa in collina c’è il rischio di arrivare proprio al risultato che tu paventi, ovvero di trasformare Pavese in una statua.
    Secondo me spesso sono proprio i bilgietti d’addio, i frammenti dei diari, le bozze di lettere mai spedite, le annotazioni a restituirci la carne viva di un autore, a farlo scendere dal piedistallo polveroso del classico da biblioteca.
    Mi viene in mente la produzione “minore” di Kafka fatta di schizzi, parabole, aforismi, anche relazioni d’ufficio, che tuttavia aprono spiragli fondamentali per comprendere i suoi capolavori.
    Per dire, nelle sue relazioni sugli infortuni si ritrovano l’interesse per le condizioni degli operai e la mania per il funzionamento delle macchine, le stesse cose che vengono poi riportate nelle agghiaccianti pagine del racconto Nella colonia penale e più in generale nella sua poetica della macchina come strumento di condanna.
    Quanto al suicidio,era un pensiero ricorrente anche in Kafka, ricordiamoci di cosa scrive nei frammenti dei Diari, nel periodo della composizione del Fochista, La condanna, La metamorfosi (1912):
    “Tutto dentro di me è pronto per un lavoro poetico che per me sarebbe una soluzione divina e il vero modo di acquistar vita, mentre per colpa di una pratica così miserabile devo privare di un pezzo di carne un corpo capace di tanta felicità….fino al desiderio di distruggersi o impazzire scrivendo, perché questa ne è la conseguenza necessaria e da lungo presagita.”

    Siamo sicuri che questa produzione “minore” non serva a farci tornare sulle opere principali?

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  10. Il post di Chiara e Paolo era un buono spunto di riflessione, però, per ogni autore ci possono essere tante possibili letture. Si può insistere sui dati biografici, si possono analizzare i testi solo da un punto di vista stilistico, si può studiare il legame di uno scrittore con la propria città… a me sembrano tutte opzioni accettabili… in qualche modo, sono complementari tra loro… quanto a Leopardi probabilmente mi sto tirando dietro nella scuola di poesia di Massimo questo confronto, abbastanza surreale, tra Leopardi e Pellico, due persone che hanno avuto vite molto diverse e che hanno anche scritto in modo lontano l’uno dall’altro, credo che si potrebbero confrontare (e qualcuno in passato l’ha fatto) solo perché erano tutti e due deboli di salute, quindi, sempre per il discorso di quanto può pesare la biografia di un autore sulla sua opera, potrebbe anche essere interessante vedere due reazioni diverse di fronte ad una condizione simile, d’altra parte la salute di Pellico era traballante, ma, prima dell’esperienza del carcere, tale comunque da permettergli sia di lavorare come precettore di due bambini piccoli sia di fare il caporedattore di una rivista come “Il Conciliatore”.

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  11. grazie Chiara e Paolo, questo ricordo di Pavese tocca corde da tempo silenziose ma ancora tese tra le colline delle Langhe, quello che rimane per sempre dalla lettura delle sue pagine è un’atmosfera senza eguali.

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  12. @ Massimo:

    NOMEN OMEN e NOMEN NOMEN. Condivido e grazie e sai. E sia: Il nome di un uomo è, in genere, considerato espressione sonora di quel che un uomo è [W.Faulkner]. E si prega: nel nome del Padre – che certe corde – continuino. A vibrare

    @ Gaja:

    a te – sorgente e calice – mantice in piena. Sempre: Grazie. Sei simbolo del dialogo: e le parole non sono più – echi persi nelle conche di silenzio. Ti stringo. Ti/mi tengo: stretta

    @ Lucy:

    è nel ricordo: L’IMMORTALE. Oltre ogni confine. E grazie

    @ Cristina:
    Io credo. E credo esistano molteplici “suicidi” – e siano “mentali”, “corporali, “collettivi”, “privati” – sono sempre sconfitte. Per tutti.

    @ Demetrio:

    Cesare NON è morto ottantenne. Non esiste un “se”. Esiste: un’anima, una sensibilità uno specifico [storico, sociale, etc…]. Fattori che NON si possono escludere. Gisutamente Paolo sottolinea la mia partenza dalla PAROLA. L’Opera non ha più/meno valore in base alla biografia. Ma l’Arco – il Bios – non è: lo stesso. Non si tira/tende/tronca nello stesso modo. MAI. Hai letto I DIARI di Kurt? Dentro le righe [siano spartiti, siano appunti,…] – DIETRO il “dato” c’è sempre l’uomo. Piaccia o meno. O forse hai ragione: perché non tramandiamo la Divina Commedia cancellando il Dante “privato”? Anonima Arte – e si livella…

    Il Pavese pubblico/pubblicato e lo stesso Cesare dei biglietti. Potremmo bandire anche gli epistolari – e disumanizzare ancora…

    @ Gena:
    Grazie – e sempre: ascolta tutti, decidi tu!

    @ Carlo Cannella:

    CHAPEAU! qualsiasi sia il mezzo/modus/mood non esistono [almeno per me] “bestemmie” quando si comunica e si condivide. E se Coleridge è così letto/amato dai “non addetti” – il merito è degli Iron Maiden

    @ Giovanni:

    sante parole! [e tutto è santo]. Le orme – “ad esempio” – rimangono troppo spesso vittime: [giochi di ] ombre imposte.

    @ PAOLO:

    Abbraccio nel duetto che allega! Entusiasmo che sai – per tutto il tuo. Per le risposte – fame perenne. GRANDE TU – che rendi: migliore. Teste e Terre!

    Chiara

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  13. Sarà perché amo Pavese, sarà perché mi sono riletto tutto il rileggibile, sarà perché le sue storie mi ricordano il giocare a carte, sempre uguale e sempre diverso, ma a me questo pezzo è piaciuto un sacco.

    Blackjack.

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  14. Pingback: PAVESE E LA PERDITA « Al Moulin Rouge [Balla con la Lupa]

  15. @ Paolo: hai perfettamente ragione. Ricordo benissimo quel progetto: era – ed è – interessante. Bisognerebbe riprenderlo: e per quanto mi riguarda so già con chi scriverò il mio prossimo post e su quale argomento. Spero di riuscirci! Comunque ancora complimenti, Paolo. Davvero.

    @ Chiara: sempre con te. Ti stringo forte anche io.

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  16. Altri tempi, altra epoca ed epica. “Mi chiamavano Pablo perché suonavo la chitarra”.
    Versi o titoli diventati quasi un modo di dire per menti poetiche: ma quando altro mai? “I gatti lo sapranno”, “La bella estate”.
    Il suicidio fa parte della dotazione delle possibilità umane.
    A me la Daino piace anche se non capisco cosa scrive: una dinamica che mi pare liberatoria.
    Pavese = Etica; “pane e figa” sui cartelloni = tracollo di una civiltà giunta al livello più miserabile

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  17. Grazie a Chiara e Paolo, anch’io ho amato Pavese, c’erano giorni in cui era un’avventura leggere “Traversare una strada per scappare di casa”, e ancora adesso alcune sue pagine sono parte di me: a proposito del “nomen”: il racconto omonimo sulla magia de “il nome”.

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  18. E poi perché è ritornata nel cuneese? Per Pavese?

    Domanda difficile, che andrebbe rivolta un po’ a tutti, quando torniamo in un luogo che ci ha segnato il passato. Perchè si torna sui propri passi, per volontà? Perchè ci si è costretti? Per affari o per affanni? Per Pavese o per piacere? Non so.
    Quello che so è che una parte di noi può essere felice di tornare in un posto che una volta chiamavamo casa, un posto che ha visto momenti felici e che si pèrdono nei fumi dei tempi che furono. Un posto che non potremo dimenticare, ma che magari vorremmo. Ma allo stesso tempo, è anche un posto che odiamo dal più profondo del nostro intimo, per quello che ci ha lasciato e per ciò che non ci ha perdonàto. Per quello che ci ha fatto diventare e per ciò che ci ha negato. Per tutto, e allo stesso tempo per niente, quel niente che adesso ci ritroviamo tra le mani e che guardiamo con occhi colmi di stupore e per dono divino.

    E poi, perchè sono ritornato nel cuneese? Per Pavese?

    Abbozzo un sorriso, e mi allontano in silenzio.

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  19. @ Blackjack, Sparz, Giorgio, Gaja: grazie per la condivisione di carte, magie e terre. Esiste quel chi, quella pagina, quel qualcosa – radicato. E nessuno può estirpare/recidere/mortificare.

    @ Lamberti – Bocconi: grazie Anna. Chiara non è [quasi mai] Chiara – ma si cerca sempre. Di liberare – la “tigre” da ogni catena. “Burning Bright”: nella visione di “falò” che nessuno deve tentare di spegnere. Pierrot e la luna…

    @ Pazuzu

    Daniele – ti potrei rispondere – “I ride a comet/My trail is long to stay”… La mano che spinge non è quella che sostiene non è quella che strozza… è quella che scrive. Tu sai: “non ci sono destinazioni. Solo destino”. E si ritorna. E si riparte. Che la casa abbia le porte chiuse, che bussiamo alle porte del Paradiso, che il ricordo migliori o sfumi… L’importante è non perdere: gli “occhi colmi di stupore”. Nel bene e nel male. Non dimenticare una curva, una salita, una lacrima, una nota – mentre viaggi DOVE SI DEVE.

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  20. X Carlo Cannella:
    ciao, ti scrivo su blog perchè altrimenti non saprei come contattarti.
    Probabilmente non conoscerai il mio nome, ma ho seguito piuttosto fedelmente il percorso artistico degli Affluente, dai primi lp all’ultimo bellissimo “Libera Fame”.
    Diciamo che ho incontrato Rimbaud a 14 anni grazie alla tua interpretazione di Democrazia…
    Poi un’immersione irreversibile… Grazie!
    Abbiamo qualche amico e conoscente in comune, tra cui il pittore Paolo Girardi.
    Che strano, e che bello, ritrovare il tuo nome qui, parlando di Pavese con Chiara.
    Ne approfitto per farti i miei più sinceri complimenti per “Libera fame”, che considero poesia in forma di hc.
    Un saluto da Monticelli!
    Davide (davidenota[@]alice[.]it)

    (Ciao Chiara, perdona l’intrusione)

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  21. “Lascio una scia bianca e inquieta, acque pallide, facce più pallide, dovunque passo. Le onde invidiose si gonfiano ai lati per sommergere la mia traccia: facciano, ma prima io passo”.

    Abbraccio, Alessandro, Abbraccio

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  22. Ho letto parole bellissime.
    Ho sentito emozioni che ho provato girando il film che avete citato nel pezzo introduttivo.
    Grazie.
    Pavese merita di essere ricordato per il suo contributo alla cultura italiana, indipendentemente dalla sua vita problematica.

    un abbraccio
    Vanni Vallino

    http://www.cesarepavesefilm.it

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