Comunità immaginarie

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Oh tutto quel tempo a parlare d’altro. Qualsiasi schiocchezza, quando lavare le tende, il cielo nero nero, l’Iraq. All’aeroporto un giorno avevo sfogliato uno di questi libri che si vendono nelle edicole degli aeroporti, un manuale per manager di successo – ché pare che gli aeroporti siano attraversati solo da queste figure postumane tutte in tiro, unici come l’uomo di vitruvio. Avevo letto che si spreca un sacco di tempo in discorsi convenzionali, frasi fatte, il più e il meno, commentando le previsioni del tempo, il vestito del matrimonio, che hai mangiato, il palinsesto, invece di valutare gli obiettivi e completare le procedure per raggiungerli.

Ragione di grande infelicità e probabile insuccesso questo perdersi in chiacchiere laterali, lasciarsi prendere la mano dalle digressioni, scriveva l’autore del libro che ovviamente non ho comprato, essendo io né manager, né di, né successo, né aspirante tutto questo, ma un po’ più sul versante freak delle cose, un po’ più sul versante in genere, nel senso di crinale, pendìo, spiovente, insomma spazio un po’ sfigato, il cosiddetto inflazionato margine, di certo spazio imbellettato borghese dove un soggetto privilegiato gioca a fantasticare di scegliersi le storie invece di realizzare che dalla storia è già scelto e prosciugato, lo dice pure dice il buon Donald Morton, di certo spazio che a forza di giocarci ci rimani bello infangato, e allora addio figure patinate ed elastiche di plastici figoni international, figure dell’umano che ho negato, sommessamente in dubbio circa un senso dell’umano meno uno.

La consapevolezza del giocatore di golf. I tre segreti del successo nel lavoro, nella vita e nel golf mi aveva ricordato che babbo ricordava con rammarico di quando bambino scansava imbarazzato le carezze del padre. Come gli sarebbe piaciuto adesso da vecchio dire al suo di babbo quanto gli voleva bene. Valutare l’obiettivo, dirsi il bene, e completare le procedure, dirselo. Ascoltandolo annuivo ma sapevo che di quel rimpianto avrei sofferto anch’io, ne pregustavo l’amarezza in quell’istante, consapevole che il dire sarebbero bastato a rompere lo malo incanto del non dire, eppur perseverando nel non dirlo. Dire sarebbe stato pure liberarsi, e io non volevo liberarmi, nessuno di noi lo voleva davvero. Volevamo stare tutti insieme, stretti ma non troppo, parlando sì ma d’altro, dicendoci il bene tramite qualcuno che non se l’era detto.

Intanto ero all’aeroporto, stavo volando verso Bruxelles a rivedere i miei vecchi compagni di casa di Atherton Street che venivano da mezza Europa, ci saremmo abbracciati e ubriacati e detti per tre notti quanto ci eravamo mancati e pensati nonostante le distanze e il tempo, qual è la magia di un incontro fatto per caso e divenuto amicizia fondante, e qual è il ruolo del ricordo dell’amicizia nella costruzione del sé, quanto è importante sentirsi parte di una comunità immaginaria e sovranazionale, al di là delle lingue e della politica, slegata dal sangue e dalle cittadinanze, una comunità d’affetti basata sulla scelta, sulla condivisione e il custodire le lealtà anche oltre la condivisione. Neanche una parola sull’Iraq, che pure di sfondo ancora ci stava. Non avevamo alcuna responsabilità gli uni verso gli altri e a tenerci uniti era solo il bene che ci si diceva, l’esserci in quel puro dire. L’altro versante, quello purissimo, stretto parente dell’immaginato.

10 pensieri su “Comunità immaginarie

  1. “l’esserci in quel puro dire”. Che libertà in questo.
    Se la nostra responsabilità comincia dai sogni allora dirsi il bene che ci si vuole vuol dire costruire le fondamenta a quei sogni e non sottrarsi con qualche scusa ideologica, con il tanto che c’è da fare nel mondo. Da brave/i nomadi abbiamo imparato dalla/nella libertà che l’amore libera, e voler bene è creare spazio interiore e esteriore. Uno spazio che non esclude. Uno spazio per ricevere e dare. Uno spazio per imparare ogni giorno ad imparare (prima di tutto).

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  2. Non escludo nè la possibilità nè il valore di una relazione basata sulla condivisione intellettuale e sentimentale.
    Escludo che si possa parlare di comunità in senso proprio, al di fuori di una convivenza. Quante amicizie (e quanti amori) sono finite dopo esperimenti di convivenza reale e continuativa?
    Una relazione senza prossimità corporea è virtuale, e tutta la parabola della Rete, le sue promesse e i suoi equivoci stanno a dimostrarlo.

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  3. Nadia:
    tu sei generosa, ma sai bene che qui ho esposto il fianco anche a ben altre considerazioni – alla critica del “nomadismo”, tanto per dirne una, come poetica da, diciamo, “fighetti\e” e alla relativa rivolta ad esso che io trovo, tutto sommato, reazionaria. Come se ne esce, dunque? E si può più “uscire” davvero visto che anche “l’uscir fuori” ha smesso di essere\sembrare pensiero critico?

    Valter:
    Forse è proprio questo il punto, che la prossimità fisica non è abbastanza, il legame di sangue tantomeno (e da quando mondo è mondo) e invece la forza sentimentale, stereotipata quanto vuoi, dell’identificarsi con chi è altrove, lontano, assente, ecc. non è semplicemente “irreale”, ma spinge a ripensare anche l’irrealtà (io la chiamerei anche surrealtà, pensa) delle relazioni più prossime e la portata concreta che possono avere anche quelle più virtuali.
    Diceva E.M.Forster: “Se un giorno dovessi scegliere tra tradire il mio amico e tradire il mio paese, mi auguro di avere il coraggio di tradire il mio paese”.
    Non era forse proprio una comunità “sovversiva” quella che proponeva lui con queste parole?

    Infine fk:
    Ti confido un segreto: non so davvero se questo sia un pezzo di vita vissuta o solo “fiction”…

    Grazie,
    Renata

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  4. @Renata

    non credo sia l’uscir fuori però, piuttosto un esserci diverso e un essere critici in modo diverso. Sai più o meno come la penso, ma direi anche che a volte siamo preda di suggestioni su certe figurazioni che ci vengono proposte, una tra tutte ” il nomadismo, il nomade”. Per chi non è ” fighetto/a”e ben prima di teorie di cui poco m’importa comunque, bisogna dire che è stata/o in movimento, nel senso più integro del termine: viaggiatori (con corpo, anima, mente ) . E che sembri sempre retorica amen.
    Un abbaccio

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  5. Secondo me, non importa tanto la distanza che fa da intercapedine, quanto la granitica saldezza degli anelli della catena. Certamente, la prossimità è un valore essenziale ed il ricordo, la figurazione evocativa non può che lasciare in bocca stucchevoli e vaghi rimuginii che nutrono poco il nostro umore. Ma è altrettanto certo che le spore che tutti gli affetti disseminati su strade e passati più o meno remoti ci hanno abbandonato addosso, presto o tardi, e sempre inaspettatamente, germogliano in un sorriso a metà tra nostalgico e presente. Per quanto si vaghi da un’esistenza ad un’altra, non ci si scrolla mai via definitivamente la propria storia, nel bene e nel male.

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  6. Me facete ride vogliartri che mettete li commenti solo suli post delle donne, daceteve na rcorta. Come mai non dicete che co pure sulla scola de poesia de Sannelli o sulle còse de Vito Mancuso? Po esse che appena vedete un nome che finisce cola a ve ce vuttete a pesce. Fargolotti che non sete atro… A parte questo io non posso commentà

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  7. Sarà che la mia parte femminile è molto forte e quindi tendo a dare retta e credito alle parole delle donne… Oltretutto, l’argomento mi era quanto mai congeniale…
    Comunque, appena ciagghio tempu me lo faccio sembre un giru e me leggo chedartro…

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  8. questa cosa dei commenti alle donne non l’ho capita, sarà che qui finora mi pare abbiano commentato solo dei lettori onnivori che, se non erro, sono pure dei *mostri* in quanto a scritture proprie (in senso buono, capì?)

    per quanto mi riguarda a me non è che piacciano tanto quei post ad alto tasso di testosterone (coi postanti che si scannano tra loro per dimostrare la propria virilità; per allenarsi sai, come quando si va in palestra) e – se ti conosco un po’ – neanche a te.

    mi piacciono di più le comuni(tà) morbide, un po’ oblique, un po’ utopiche, ironiche, non necessariamente maschie o femmine. ma accetto variazioni.

    suona la sveglia! tornerò

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  9. Concordo con renata nel dire che a volte (anzi, oserei dire perfino spesso!) i rapporti con le persone più prossime sono più virtuali delle relazioni virtuali in senso proprio..surreali è la parola giusta! Per me il rapporto più surreale lo abbiamo proprio con noi stessi..Non parliamo poi dei tanto sbandierati “legami di sangue”..non ci ho mai creduto! Forse la distanza smorza la “gravità” di ogni confessione che sia pura, ci sottrae allo sguardo di chi ascolta oppure occulta la banalità di questo scambio che per noi è ragione di vita, ma che nella semplicità della persona dell’altro e nella nostra si mostra (con evidenza) come tale.
    Serena

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