Era d’estate, Di Pasquale Giannino

Le stelle brillano in cielo, una leggera brezza lambisce le fronde degli ulivi. Sono rimasto solo in casa, sulla terrazza che domina il giardino, immerso in un silenzio appena violato dal canto dei grilli. Amo l’estate. Mi ricorda la chiusura della scuola, quando ero libero, finalmente, di scorrazzare a piedi nudi in mezzo ai campi, e salire là sul poggio ad ammirare quel florilegio di colori. Poi c’erano i giorni di festa, le bancarelle, la banda, i giochi in piazza, i cantanti… Non odiavo la scuola, andavo anche bene. Ma detestavo le regole, i libri di testo, gli orari… Avrei preferito studiare all’aperto, con dei veri maestri, come accadeva ai tempi dell’antica Grecia. E invece mi toccò frequentare un modesto liceo di provincia, sotto la guida di docenti che ci imbottivano di nozioni e non mostravano alcun interesse al di là del loro ambito, ritenendo la conoscenza “acritica” della propria disciplina indispensabile per affrontare la vita. E in qualche modo erano convincenti: a differenza di tanti miei compagni che trascorrevano il pomeriggio al bar giocando a carte e sproloquiando di calcio, io preferivo chiudermi in casa, e accapigliarmi fino a sera con Tacito ed Euclide.

“Il latino, secondo voi, è una lingua morta?” chiese la Ruffo al suo ingresso in aula. Era un’attempata signora dal piglio severo e marziale in forte contrasto con la figura minuta e fragile. Ci fu qualche attimo di assoluto silenzio. La vegliarda posò la borsa sulla scrivania, ne trasse un pacchetto di Marlboro. Con eleganza ne accese una, poi disse: “Lo studio del latino è utilissimo per due ragioni: aiuta a comprendere la struttura della lingua italiana; facilita l’apprendimento della matematica”. Sulla prima affermazione eravamo tutti abbastanza d’accordo, sulla seconda un po’ meno. In ogni caso, capimmo subito che in quel liceo scientifico avremmo studiato latino molto più di ogni altra materia… Dopo qualche boccata, il fumo raggiunse i nostri polmoni. Elisa e Giulia, dagli ultimi banchi, si scambiarono uno sguardo d’intesa, quindi provarono a imitare il gesto della professoressa. “Non vi azzardate!” urlò. “Dove credete di essere?” Le due ragazze farfugliarono qualcosa: “Ma… lei…”. “Quando si parla con l’insegnante ci si alza in piedi! È questa l’educazione che vi hanno impartito?” Rimasero entrambe sedute, ma ora non ridevano più. “In piedi, ho detto!” Eseguirono l’ordine senza fiatare. “Cosa sono quelle scollature? Dove credete di essere, in discoteca? È una scuola seria questa. In quarant’anni di insegnamento non ho mai visto delle spudorate come voi. Ci penso io a mettervi in riga!”

Insomma, la Ruffo non era di certo per il sei politico. Fra le altre cose, pretendeva le poesie a memoria: i Sepolcri del Foscolo furono un vero incubo… Divenni presto il suo pupillo. “Bene, Matteo, il tuo compito è perfetto: prendete esempio da lui!” ripeteva fino alla nausea. In realtà, studiavo senza passione. E la sua benevolenza non servì certamente a migliorare il rapporto coi compagni di classe, già piuttosto complicato per via della mia indole riservata e schiva. Al terzo anno fu sostituita dalla Mancini, giovane insegnante inesperta e priva di carattere. Il volto smunto, lo sguardo pudico da collegiale, quando entrava in aula pareva quasi implorare pietà. I miei compagni erano cresciuti di statura e sembrava che avessero un unico obiettivo: dimostrare che non erano più dei pivelli… Ma nessuno ce l’aveva con lei, la sua presenza li lasciava indifferenti. Spesso si appartavano agli ultimi banchi. Dopo qualche minuto, un odore acre si spandeva per tutto il locale. La Mancini proseguiva con un disagio evidente e una voce sempre più fioca… Un giorno, Marco si avvicinò alla cattedra con uno spinello. “Vuole fare un tiro?” le disse. Lei non rispose: abbassò gli occhi. Lui aspirò una lunga boccata, si chinò a un palmo dal suo volto e gliela soffiò in faccia. Lei scoppiò in lacrime.

Era d’estate. Ritornavo dal poggio e stringevo sotto il braccio Il richiamo della foresta di Jack London. Mi fermai alla fontana per spegnere l’arsura, che il sole cocente e la camminata avevano acceso. Vi trovai una ragazza mora dagli occhi verdi, piuttosto esile e timida, pressappoco della mia età. Aveva anche lei un libro.

“Come ti chiami?” le domandai.

“Chiara” mi rispose con un filo di voce.

“Che bel nome! Io sono Matteo. Sei di qua?”

“È il paese dei miei. Io sono nata a Torino, ma scendo sempre d’estate.”

“Ti piace leggere?”

“Molto. Adoro Hemingway.”

“È un suo libro?”

“Sì. I quarantanove racconti.”

Da allora ci incontrammo ogni giorno, per un mese. Accadde tutto in un modo rapido e confuso… Rimanevamo a lungo abbracciati, in silenzio sul prato. Era così dolce ascoltare la voce degli alberi! Poi lei se ne andò a Torino. Ci sentivamo spesso. E io attendevo l’estate. Una sera mi disse che non sarebbe più tornata. Mi crollò il mondo addosso. Reagii chiudendomi ancora di più in me stesso e rifugiandomi in uno studio folle. Arrivò l’estate, e io andavo ogni giorno alla fontana…

Ora sono un manager di successo. Il lavoro può essere un buon metodo per non pensare. Torno in paese durante la bella stagione. E ho l’abitudine di fare una passeggiata con due amici d’infanzia, prima di cena, gli unici che non sono fuggiti da questa terra indimenticabile e tormentata. Nino si è buttato in politica…. Me lo ricordo ai tempi della scuola: era il leader dei casinisti. Al quinto anno riuscì a farsi eleggere rappresentante di istituto. Ogni occasione era buona per organizzare uno sciopero, non gliene fregava un tubo degli esami: tanto il compito di matematica glielo avrei passato io… “Il pezzo di carta non serve a niente” diceva. “La scuola non ti insegna a vivere. Se vuoi realizzarti nella vita devi trovare le persone giuste. Ma devi saperle cercare…” Dopo la maturità era andato a Bologna, si era iscritto a scienze politiche. Ogni volta che ci incontravamo non faceva altro che magnificare le sue imprese: “Lassù le ragazze sono calde, come da noi. Si impegnano, però sanno anche divertirsi. E non tirano in ballo matrimonio, figli, valori, e tutto il medioevo che c’è dalle nostre parti…” Alla fine riuscì a strappare un sessantasei. Ritornò in paese. Rimase a spasso per anni, poi capì che era giunto il momento di applicare la sua teoria. Si avvicinò a un grosso personaggio della zona, uno dei tanti fautori del voto di scambio che era approdato, con tale metodo, agli scranni del consiglio regionale, e poi si era candidato alle politiche: fu eletto senatore. “Gli ho procurato centinaia di voti,” si vantava il mio amico “sono stati determinanti per la sua vittoria.” Ora Nino è funzionario alla regione… Michele all’università non è mai andato, si è fermato al diploma da ragioniere. Ha lavorato in nero per anni, adesso ha un impiego alla comunità montana. Grazie a Nino.

La passeggiata coi vecchi amici è una consuetudine. Oggi però non li ho incontrati. Sono rimasto ad aspettarli, seduto su una panchina. A quell’ora il corso è gremito: un andirivieni di gente che passeggia per il semplice gusto di scambiare quattro chiacchiere, ingannare il tempo prima della cena. E lo avrei fatto anch’io se non mi avessero dato buca. Sarebbe stato tutto diverso, mi sarei unito a quella folla coi miei amici discorrendo di argomenti frivoli e alle venti sarei rincasato. E invece sono rimasto ad aspettare, e non ho distolto mai l’attenzione da quella moltitudine che mi sfiorava e non mi degnava neanche di uno sguardo. In realtà qualcuno incrociava i miei occhi, altri accennava un saluto. Mi sembrava che ognuno mormorasse qualcosa sul mio conto:

“Hai visto Matteo? È seduto alla panchina come un vecchio…”

“Di che ti meravigli? È sempre stato un tipo solitario…”

“Eppure sembra che guadagni bene… potrebbe andarsene alle Canarie o alle Maldive anziché rimanere qui come un disperato…”

Non sapevo se fossero frasi reali o il frutto della mia immaginazione. Ma sono rimasto profondamente scosso… D’un tratto ho visto una mora dagli occhi verdi. Aveva un bimbo nel passeggino e un uomo di fianco. I nostri sguardi si sono incrociati per alcuni istanti. Sono appena riuscito a notare le rughe che oltraggiavano il suo viso. Poi si è voltata dall’altra parte, continuando a parlare col compagno. Mentre la osservavo allontanarsi, mi chiedevo cosa avesse pensato di me e delle mie rughe…

Le stelle brillano in cielo con aria trasognata. Ne avranno viste tante nel corso dei millenni, tante piccole e fugaci storie di vita. Forse anche la mia: era d’estate.

4 pensieri su “Era d’estate, Di Pasquale Giannino

  1. “Le stelle brillano in cielo con aria trasognata. Ne avranno viste tante nel corso dei millenni, tante piccole e fugaci storie di vita. Forse anche la mia: era d’estate.”

    chissà forse anche la mia: però era inverno.

    gentile, cruda e delicata come il cuore dei tipi introversi e solitari dove spesso c’è poesia e amore che non immagini.

    grazie, da una ex-secchiona, come si dice nella capitale.
    Stella

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  2. Pasquale,ormai con te temo di ripetermi. Anche questo racconto rende il lettore partecipe delle emozioni,dei luoghi,luoghi reali ma anche luoghi dell’anima,delle atmosfere che riesci a trasferire nella scrittura.
    Era d’estate,e a me pare che di solito avvenga sempre d’estate,un incontro,un ricordo,tanti ricordi,la scuola,gli amici,il lavoro,il ritorno. Un ritorno che non è sempre come ce lo saremmo aspettati,rughe che verranno,e rimane sospeso sempre un chissà…un forse…
    Continua a scrivere Pasquale,continua.
    ti abbraccio
    jolanda

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  3. Ragazze, avete colto entrambe la vena poetica di questa short story. Ed è importante per me, che non sono poeta.

    Jolanda, grazie per l’incoraggiamento. Puoi stare tranquilla, di certo non sono uno che si arrende al primo ostacolo. Posso avere un momento di stanchezza o di rabbia, ma prima o poi passa. O no? 😉

    Un bacio a voi, e un abbraccio di gratitudine al padrone di casa.
    Pasquale

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  4. Pasquale,per cortesia,mi dai la tua mail precisa,perchè è da ore che “litigo” con libero.
    abbracci
    jolanda

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