Il muro dei grandi, di Lucia Tosi

mary-cassatt-children-playing-on-the-beach-5432.jpgLa bambina in costumino rosa si sposta la frangia dagli occhi con un colpetto della mano sporca di sabbia. Strizza gli occhi perché ci è caduto dentro qualche granello. Ha una coda di cavallo tenuta da un fiocco blu, i capelli formano una virgola dietro e una nuvoletta impalpabile, attorno al viso, di ricciolini che sfuggono alla presa. Ha un secchiello e una paletta e dei sandaletti aeroplano. Sembra che giochi con due più grandi, un maschio e una femmina. I due corrono, ogni tanto una piccola spinta, uno schiaffetto leggero alla piccola. Ridacchiano, parlottano. Si allontanano. Sono abbronzati, neri di occhi e di capelli. La tormentano. Lei non vorrebbe. Guarda insistentemente verso due signore sulla panchina che parlano fitto fitto. Quella con gli occhiali le sorride continuando a chiacchierare, l’altra alza gli occhi sui due ragazzini, le fa un cenno come per dirle vieni, oppure gioca anche tu, corri. La piccola non sente il bisogno di andare dalle due donne, vorrebbe solo poter pastrocchiare con la sabbia e l’acqua in pace come vede fare a quei due uomini più in là che hanno una pentola gigante che gira gira e fa un rumore continuo. Poi prendono quello che hanno messo dentro il pentolone e lo stendono con delle pale per terra e lo lisciano lo lisciano mi piacerebbe lisciarlo anch’io. E’ settembre, sul lago c’è una barca a vela, il cielo è grigio (cosa vuol dire plumbèo, Teresa? Ah ah plùm-beo, piccola, plum-be-o). Voglio tornare a casa. A casa c’è la mamma, si sforza di pensare. Ma non le viene un sentimento più grande di così. Prova a provarlo come ha letto nei librini: una mamma oca, una mamma mucca e i loro cuccioli che vogliono stare sempre con le loro mamme. E un papà coi baffi e l’aria severa che però ride e non sgrida i suoi bambini. Ma la sua mamma è vecchia e il papà è un po’ calvo alto alto. Bell’uomo, mormorano le signore. Bell’uomo dice sempre la zia A., quando parla del papà, lo dice anche adesso seduta sulla panchina. La bambina non vede che le due donne guardano in giro e ridacchiano perché i due uomini muscolosi si sono fermati con il mento appoggiato alla pala e stanno dicendo loro qualcosa. La bambina pensa che il mondo è fatto di maschi e di femmine. Alcuni sono dei papà, altri no o non ancora. Oppure sono dei fratelli grandi che danno dei buffetti sulle guance o si concedono per un po’ per giocare all’oca o a carte. Le femmine sono delle mamme, di solito giovani, o delle sorelle, o delle zie che sono mamme e hanno per figli i “cugini”, o delle zie come la zia A. che non ha il marito o la zia F. che è suora. Quelle che non hanno i bambini, o sono suore, sono le sorelle “per parte di padre”, quelle con i figli che non li conosci sono “per parte di madre”. Nella sua testolina bionda il carico parentale scricchiola paurosamente e giace alla rinfusa. Non c’erano bambini in quell’ingombrante famiglia. Solo lei e forse, così hanno detto, fra qualche giorno mi nascerà un nipotino. Quanto ci metterà per giocare con me? Ma poi quando lui potrà giocare io sarò come la zia A.? Nessuno aveva risposto alle sue domande.
Vieni, ti prendo io l’acqua che ti serve. Il maschietto le strappa il secchiello e corre verso la riva. Ci sono dei gradini, c’è il verde anche lì come a V., non bisogna scendere così in basso, si scivola. Lo dicono tutti i grandi. Ma il secchiello sfugge di mano, si allontana, la cordicella che teneva appesa galleggia, è ancora vicina, bisogna prenderla prima che sia tardi. La manina si tende, il corpicino si inarca. Cade. Va sotto. Apre gli occhi, zampetta come un cane, le passano accanto dei pesci. Riaffiora tossendo. Ritorna sotto. Sta prendendo confidenza con l’acqua, sa che può succedere qualcosa di brutto, ma non se ne preoccupa. Sa che non deve andare sotto, non deve permetterlo, ma sotto non si sta poi così male, anche se l’acqua è grigio plumbea e per niente azzurra. Ad un tratto qualcosa di scozzese le fluttua accanto, lei sa che cos’è “scozzese”, c’è sempre almeno un abitino o una gonna, o dei pantaloni al ginocchio “scozzesi” in armadio. Due mani la afferrano, lei si divincola, ma non ce la fa. Sicuramente mi sgrideranno. Questo qui lo ha mandato la zia a prendermi, mi sgriderà, non dovevo sporgermi. C’è scritto anche sul treno. Vietato sporgersi. Escono dall’acqua. L’uomo la stringe, le dà un bacio. Ha l’odore del papà quando torna da S.E. Lei sente che deve piangere, se lo aspettano tutti. Ha freddo. La zia è pallidissima, la afferra, la stringe, la sbaciucchia. Portiamola a prendere qualcosa di caldo, avrà bevuto, amore, amore. I due fratelli finalmente tacciono e si beccano uno scoppellotto, sì, scoppellotto dicono le suore, uno per uno. Questo le strappa un sorrisetto.
D’inverno, la sera di una tombola di famiglia, con le castagne e il torbolino, i numeri che faticava ancora a segnare in tempo, ma rompeva l’anima a tutti perché voleva giocare, se ne uscì con quella storia che era caduta in acqua e che l’avevano spinta due bambini antipatici. Ma dove? Ma cosa dice sta creatura? Il vocìo si era un po’ attutito e lei si stava gustando quella che doveva essere, come nelle storie che leggeva, la rivelazione di un segreto. Si, sono caduta nel lago di B. e un signore mi ha salvata. Aveva detto salvata. Si era ricordata che zia A. aveva ringraziato l’uomo di aver salvato la nipote. Senti, per carità, che non abbia la febbre di nuovo. Non ho la febbre. Mi ha salvata. Sciocchina, fa la zia, non sei caduta in acqua, l’avrà sognato, non crederete… Due lacrimoni pungono negli angoli degli occhi, la gola stringe, fa male. Non dico bugie, sono caduta e i gemelli erano antipatici e l’hanno fatto apposta. E’ tardi, portàtela a letto. La madre era incredula e indifferente. G. la guardava sorridendo, lei avrebbe voluto picchiarlo. Adesso dirà qualcosa di brutto come sempre, mi prenderà in giro. Ma il fratello la guardava appena, senza parlare.
[Guardando l’acqua stagnante riandava a quei fatti lontani. Stessa solitudine, stesso avvilimento, stesso groppo in gola. Cambiava la scena, ma neanche tanto, e lei era la stessa. Ogni tanto ci aveva puntigliosamente ripensato, ma la cosa si allontanava. Era troppo piccola per tenerla stretta. Scivolava dalla realtà al sogno. Forse nelle fughe della mente, rese ancor più ingarbugliate dall’età, avrò finito per pensare io stessa che i grandi avevano ragione.]

Andò a scuola, in primina, poi in seconda, poi in terza. Si ammalava spesso. Non mangiava quasi nulla. Non legava coi bambini della sua età. La madre, nonostante avessero un giardino, non si sognava lontanamente di far venire in casa dei bambini. Ne aveva fin sopra i capelli di ragazzini. Adesso c’erano anche i nipoti e la figlia piccola, quando finirò di lavorare? C’erano i compleanni, quelli sì. Ma non era compleanno tutti i giorni. In terza, verso primavera, ebbe delle febbricole. Il giorno di Pasqua, in montagna, era ancora marzo (Pasqua bassa o Pasqua alta?) aveva la nausea. La famiglia pranzava al ristorante “Agli scoiattoli”, le era sempre piaciuto e tuttavia guardava con disgusto le lasagne al verde ancora intatte. Come mai non mangi il tuo piatto preferito? Al solito, le voci, il muro dei grandi, il rombo delle loro risate la sovrastavano. Si convinse anche lì che c’era qualcosa di sbagliato in lei. Ad un tratto, grattandosi il collo avvertì un rigonfiamento dietro. Ci poteva giocare: si spostava, era duro, ma se premeva un po’ di più dava come dei brividi sgradevoli. La smetti di grattarti? Fa’ vedere. Fa’ vedere, ti dico. Oh mamma, e questo cos’è. Una ghiandola ingrossata! Si formarono immediatamente due partiti: quello che le ghiandole è meglio farle vedere subito e quello che non è niente, è la primavera, è il primo sviluppo, è che è così magra, non mangia niente, appena ha un raffreddore le viene la febbre. E lei in mezzo. Con le sue treccine, in mezzo. Con i suoi occhi tristi a scrutarli in volto, a cercare di capire. Aveva visto il film “L’incompreso” e aveva pianto tanto: primo perché il film era fatto apposta per far piangere, poi perché sapeva che i grandi chi li capisce è bravo: ti passano accanto e se non ti vedono non li devi disturbare, se ti chiedono come va mentre continuano a leggere il giornale, è maleducazione non rispondere, anche se forse neanche ti sentono. I grandi parlano di te davanti a tutti, dicono che sei brava e prendi un sacco di bei voti. Ti fanno recitare pezzi di commedia e le poesie anche se tu ti vergogni. Se c’è un altro bambino in giro quello appena può ti tira le trecce e ti rompe i giocattoli. I grandi abbassano la voce proprio quando vorresti capire che cosa c’entra il nipotino con la pancia che spuntò a tua sorella. Adesso abbassano la voce e sussurrano del figlio morto della signora L. che aveva un nodulino così e guarda cosa c’era dietro. Ma sei matta! Se lo sente mamma sviene! La bambina è sana. Amore, vuoi stenderti qui sulla panchetta? E’ calda sta creatura. Meglio che andiamo.
In capo a due settimane i noduli si moltiplicarono, la febbre non scendeva con tutti gli antibiotici del mondo. Le facevano delle iniezioni da sergente dei marines con il fratello che le diceva che la prossima gliel’avrebbero fatta sul petto, come ai soldati. E poi sgattaiolava via prima che lei si mettesse a urlare. Passarono medici su medici. Fino a che la portarono all’ospedale. Un ospedale lontano, sul mare. Ma nonostante il viaggio, tutti i giorni andavano a trovarla. Le visite di mamma erano una sorpresa, ogni volta un giocattolo. Dei vestiti per le bambole. Dei libri, però non ti stancare. Quando la febbre scese la tennero ancora lì e cominciò a riprendere la scuola all’interno. Al pomeriggio, era maggio e faceva caldo, i malatini scendevano in spiaggia. Molti di loro avevano un cerotto o una cicatrice sul collo, dei rigonfiamenti, lei non li aveva più. Aveva sentito parole come leucemia, linfatico. Pensava che prima o poi l’avrebbero presa e le avrebbero inciso quell’unico ponfetto, il primo, che aveva ancora sul collo, dietro. Dentro c’era sicuramente della roba verde in cui nuotavano degli ometti schifosi, le sembrava di sentirli parlottare la notte. Così sarebbe stata come gli altri bambini. Alcuni di loro erano lì da molto prima di lei, ogni tanto ne arrivava qualcuno di nuovo, anche bambini ritardati. Arrivarono un giorno due gemelli, maschio e femmina, con i capelli come la stoppa biondo-rossi, che la facevano nel letto. Il maschio portava un orologio subacqueo al polso e diceva in continuazione “ora esatta” . Dicevano che mangiava le sue feci. La bambina lo andava a vedere dentro il letto con le sponde. Era brutto e grigio e non si accorgeva di lei che provava disgusto e pena. Avrebbe voluto che puzzasse di meno, avrebbe voluto fargli una carezza. Ma si toccava i capelli folti e morbidi e con lo sguardo cercava di sentire che effetto le avrebbe fatto quella stoppa sul palmo della mano. La sorellina non la tenevano neanche in comunità da quanto tremenda era: si sentivano le sue urla la notte, il suo pianto. Le più grandi sussurravano che erano nati da una violenza sessuale. Violenza sessuale. Le parole non la incuriosirono, le bastava capire che era stata una cosa triste e dolorosa a far nascere due bambini così. Mamma diceva di non fargli visita, di non guardarlo. Un’altra, lunga e secca, che non si reggeva in piedi, stava appoggiata ai cuscini con gli occhi neri tondi fissi. Ogni tanto emetteva dei sospiri, dei rantoli, dei suoni inarticolati. Nessuno si prendeva particolarmente cura di quelle creature, ma non erano nemmeno oggetto di scherno da parte dei bambini. Quelle cose erano scritte nei libri e lei non si sarebbe stupita se fossero accadute. Ma per fortuna non accadevano.
La malattia non voleva andarsene, ma non aveva un nome, non presentava un “quadro clinico” certo. Ci si aspettava che ricomparisse la febbre. La bambina se lo augurava, tranne che per tutte le iniezioni che le avevano fatto. Così sarebbe rimasta lì, avrebbe indossato delle braghette e una maglietta sotto un grembiule rosa antico, sarebbe scesa in spiaggia, avrebbe visto la mamma per qualche ora da sola, non doveva tornare a scuola da quelle smorfiose più grandi di lei. Era lì, in una nicchia, nella terra di nessuno, nel sanatorio. Solo molti anni più tardi scoprì la nobiltà e l’eccezionalità dell’esperienza della malattia in scrittori come Mann e Moravia. Non poteva saperlo, allora. Ma nella sua sensibilità avvertiva che era una condizione straordinaria, che era meglio non far finire mai, così tutto il dolore, tutta la fatica sarebbero sempre rimasti fuori.

Aspetta aspetta… signorina A., signorina A.! Le finestre sono aperte sul viale dell’ospedale. E’ domenica pomeriggio, la stanza è al piano terra. Una donna che forse la bambina ha già visto si stacca da un gruppo in cui ci sono due ragazzini bruni, maschio e femmina, lunghi e secchi sui dieci anni. La zia A. si alza incuriosita e si sporge. La mamma e G. fanno un cenno del capo. Ah, è lei! Che succede a questa bella bambina? Ti ricordi di noi? La bambina comincia a dipanare il gomitolo, come in un film vede un alone nebbioso e dentro l’alone un pomeriggio di settembre, un lago, un secchiello. Ti ricordi di quella volta che cadesti in acqua perché questi due scimuniti avevano mandato te a prendere il secchiello invece di chiamarci? Mamma, signore, che spavento! La zia arrossisce, la mamma si alza in piedi e la fulmina, G. sorride. Non sopporta la zia. La bambina si prende il lusso di sorridere beata ai due bambini che, come per incanto, non le sono più antipatici.

[Immagine: Mary Cassat, Children Playing on the Beach]

13 pensieri su “Il muro dei grandi, di Lucia Tosi

  1. “Le malattie, specialmente le lunghe malattie, sono anni di apprendistato dell’arte della vita e della formazione dello spirito.” [Novalis]

    E quell’essere GRANDI per i bambini [ché: i grandi sono SEMPRE più grandi!] – è forse l’unica malattia di cui temono il contagio…

    Ringrazio Lucia e Abbraccio Gaja . Spirito Selvaggio e Sensibile

    Chiara

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  2. Chiara, hai perfettamente ragione. Ricordo la citazione di Novalis (alla perfezione) e ricordo di averci pensato anche io quando ho letto questo racconto.
    E tu hai letto il racconto proprio come, credo, Lucia ha voluto intenderlo.

    Abbraccio te, Chiara, Creatura splendida, che mi segui con gli occhi e con il cuore. E io seguo te. Sempre.

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  3. Io mi ritrovo ormai a vedere come “grandi” anche persone più giovani di me. I grandi sono quelli che ci sanno fare in dinamiche un po’ misteriose e al fondo incomprensibili, chessò, andare alle Poste… Inoltre, i grandi sono quelli “dentro” ai meccanismi delle professioni. Sono grandi quelli che comprano e vendono con serietà e normalità cose importanti e impensabili da comprare, per le quali non basta andare in un negozio con dei soldi in mano ma si devono fare delle pratiche difficilissime – cose che invece per chi non è grande appartengono alla natura e sono date in sé: per esempio una casa, i quadri che vi sono appesi, la macchina di proprio padre. Chi non è grande, anche se ha disponibilità di soldi più in là di gelati e libri è difficile che vada. Non sto parlando dell’immaturità (l’immaturo è un grande mal riuscito). Ma di chi può essere DAVVERO felice per un gelato.

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  4. Ma che meraviglia: mi ha ricordato tutta l’angoscia di quando ero piccola, e i suoi spazi unici e privilegiati. E anche l’amore assoluto in cui poi da “grandi” difficilmente ci si arrischia più.
    Bravissima.
    Renata

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  5. Rispondo io al posto di Lucia, almeno per il momento: ringrazio Anna, con la quale condivido sensazioni che mi sarebbe stato difficile esprimere, ma che lei ha saputo descrivere meravigliosamente, come al solito.
    E ringrazio Renata, perché il suo commento mi dà l’opportunità di sottolineare quello che ho amato di più del racconto di Lucia. Ovvero, la sua mano lieve, come quella di una bambina, eppure incisiva. E il sapore angoscioso che solo l’infanzia sa avere, a volte.
    È stata bravissima davvero, Lucia.

    Un abbraccio, Anna e Renata. E grazie ancora.

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  6. dicevo a gaja, che “ha voluto, fortissimamente ha voluto” farmi comparire qui, che il più bel regalo sarebbe stato che il racconto piacesse alle donne. per il momento, almeno, così è stato, dalla gentilezza che mi state dimostrando.
    lambertibocconi: il “muro” c’è ancora, eccome, anche se sono adulta! a volte non capisco (e non mi adeguo) ai “grandi” che la sanno lunga. beati loro, mi dico, io non ho capito niente.
    chiara: hai colto il “senso” della malattia come volevo rappresentarlo. l’angoscia e la formazione che ne conseguono. questa nostra epoca è terribile perchè vuole tenere i bambini lontano dal dolore a tutti i costi (insieme ad altre distanze), e magari li spinge a visioni insopportabili di violenza gratuita
    renata: è vero: comunque sia andata, l’infanzia ha una dimensione di assoluto che raramente capiterà di sperimentare. credo, ahimè, anche il senso profondo di solitudine, nonostante tu non sia in grado di dargli un nome
    gaja: che dirti? tu lo *sai*

    grazie a tutte!

    lu

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  7. Lucia,

    è TUTTO oltre quel muro: “questa nostra epoca è terribile perchè vuole tenere i bambini lontano dal dolore a tutti i costi (insieme ad altre distanze), e magari li spinge a visioni insopportabili di violenza gratuita”. WE NO NEED NO EDUCATION. La doppia negazione che afferma: il bisogno di capire. Per questo amo molto le tue parole. Il “perché sì/no”, “sono cose da grandi” – l’imposizione per dogmi ha creato – continua – a creare: problemi. Quando non c’è altro: più puro, più pronto – di un bimbo.

    A te, a Gaja, a chi.

    E grazie

    Chiara

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  8. Ti ho seguita col fiato sospeso, Lu, e mi sono talmente immedesimata da ritornare indietro anch’io a una bambina dalle treccine tese, solitaria, nell’angolo di un cortile dove le suore parlottavano tra loro e le altre bambine la dileggiavano perché portava già gli occhiali.
    Come può il mondo cambiare tanto da farmi essere una madre attenta, malgrado tutto? E amorosa, ancora malgrado tutto.
    Quella bambina non sarà mai del tutto cancellata dalla tua memoria, e ti darà sempre la chiave per aprire le porte segrete di tutte le bambine, per cresciute che siano, quelle porte che cercano di tenere chiuse con le loro strenue difese.
    Ottima scrittura, ma su questo altri hanno espresso giudizi più autorevoli dei miei, con i quali concordo.

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  9. Stupendo e spietato spaccato di un vissuto che accomuna molti di noi. Emozioni, soprattutto dolore, solitudine, che sembrano dimenticati ma che sempre riaffiorano, se non in forma esplicita, sicuramente sotto forma di malessere, vuoto che nessuno e niente riuscirà più a colmare. E ci portiamo dentro quel vuoto per una vita intera, condiziona lo stato d’animo del presente, anche quando non ne siamo coscienti.
    Io mi ci sono ritrovata in pieno, trecce comprese, e ancora una volta ho preso coscienza di come ancora brucino certe ferite, di come si possa giustificare quel divincolarsi per non essere afferrati, perché in fondo, sott’acqua, non si stava così male.
    Un racconto che va al di là del semplice narrare, è flashback di potenza inaudita.
    Ripeto, STUPENDO.
    Rossella

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  10. Una narrazione tenera e incisiva, un ritmo incalzante e morbido che delinea l’infanzia e il mondo adulto così distante e a volte incomprensibile. Davanti a quel muro, anche se sono mamma collaudata già da tempo, mi ci ritrovo anch’io e per alcuni versi mi prende la nostalgia, mentre per altri rivivo le angosce e le incomprensioni.
    Complimenti per lo stile elegante e carezzevole.
    Annamaria

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  11. E’ stato già detto tanto. Tutto. Ed io mi associo alle lodi con convinzione. Aggiungo che sono arrivata fino alla fine d’un fiato, io che mi stanco dinnanzi a letture che anche solo prevedo lunghe… COMPLIMENTI e grazie!

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