Enigma forte (scuola di poesia, 11, di Massimo Sannelli)

1

Lettore, leggi questa dichiarazione di Milo De Angelis: «[…] il mio primo maestro fu Franco Fortini, uomo inflessibile, ossessionato dal giorno del giudizio. Con lui, per anni, ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi *in quel momento* passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Era il tribunale delle parole, il luogo a cui presentarsi senza colpa, il luogo in cui tutti i poeti venivano chiamati a rispondere delle proprie pagine, venivano chiamati a giudizio. E d’altra parte il discorso giuridico continua ad accompagnarmi. Oggi insegno in un carcere di massima sicurezza» («Italian Poetry Review», 2 [2007], p. 475). Tanto può l’*imprinting*, dopo anni, e non era altro che la riscoperta della parola come légge. E poi ascolta: «Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere, parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa *intenzione* – il *proposito* di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante» (Pavel A. Florenskij, Il valore magico della parola, a c. di G. Lingua, Medusa, Milano 2003, p. 74). Tanto basta a dire qualcosa di utile, rispetto ad identificazioni troppo facili della *cosa* con la *chiarezza*. Il performer religioso – guaritrice o sacerdote – non capisce le sue formule e le sue preghiere; quindi non gli sono chiare, e ancora meno saranno popolari; eppure la guaritrice e il sacerdote fissano «il proposito di pronunciare la formula», che sarà efficace all’esterno della bocca.

Così la formula è stata *pronunciata* [non solo *pensata*]. La «volontà di dire» compie [nel sistema di fede di Fortini e di Florenskij] l’azione. La parola giusta funzionerà, e l’enjambement a cui si dedicano «interi pomeriggi» sarà valido su due piani: per dignità estetica e per importanza [e per impegno *totale*, compreso il corpo] della «volontà di dire». E quell’importanza è *magica*. Io ci credo? E tu?

2

Lettore, quello che dice De Angelis è inquietante. Perché ci costringe ad un aut aut: O il «destino del mondo» – meno enfaticamente: la felicità dell’uomo in strada – è legato ad una NOSTRA espressione (non del mondo e non dell’uomo della strada); O non lo è, non è vero, e non è sano pensarlo. Qui non posso insegnarti nulla. Devi scegliere, e la tua risposta non può essere né bigotta né materialistica. Devi dire perché condividi questa idea dell’uomo inflessibile (Fortini) e del servo fedele (Florenskij); non basta enunciare la tua accettazione; oppure: devi dire perché la rifiuti, non solo enunciare il tuo rifiuto. Io accetto l’idea, ma – ripeto – in questo caso non posso insegnarti nulla [ma credo che Florenskij abbia colto nel segno: l’efficacia esterna corrisponde ad un’adesione interna, che non è l’«esecuzione [farisaica, formalistica] di un’esecuzione», ma la vera pura onesta esecuzione di *quel* gesto *quella* parola e *quell’*«andare a capo»]. L’ho scritto in un testo per Federico Federici, anno 2006: «Al suo orecchio la parola non è più una serie di lettere. Ora la lingua si muove per se stessa. Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri. Non dubita che *dall’altra parte del mondo* qualcuno morirà, se sbaglia una parola. Sulla tastiera, per una lettera imprecisa, cancella l’intera frase, anche più volte. Pronuncia poco i nomi propri, anche quello della donna che ama, perché *il nome è sacro*. […] Se la non-ragione gli permette di credere alla parola sacra, ogni parola è un’icona. Venera la poesia». Queste cose sono diverse dalla poesia che conosciamo. Credendoci, non da oggi, ho sempre detto che non sono un poeta. E poi: se la poesia non è questo, e non è ciò di cui parlano De Angelis e Florenskij – a me della poesia non importerebbe nulla. Davvero: nulla.

Il paradiso e la felicità *altrui* sono garantiti da una tua parola poetica *corretta*, ma il «tribunale delle parole» ti giudica, se sbagli. Quell’«intreccio di esistenze», che comprende la tua parola e la mente dell’estraneo «sui marciapiedi», è vero o falso. E queste parole di De Angelis, e di Fortini da lontano, e di Florenskij che le precede e le integra – tu puoi considerarle la più alta sapienza del mondo o la più demenziale superbia. Il salmista chiede all’Eterno: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8,5); e che cosa è la parola dell’uomo per salvare estranei e sconosciuti? E può, secondo te? Può *veramente*? E Dio si ricorda *veramente* dell’uomo? E che la parola abbia o meno effetti – perché un «uomo inflessibile», un comunista, un traduttore di Brecht *ci crede*? Perché ci crede De Angelis, che non è un bigotto? E se avessero ragione – oseresti ancora scrivere senza «il contatto tra parola e personalità»? Se una tua frase riuscita rendesse felice anche chi non ti conosce e non ti legge – come scriveresti? Perché qui non si tratta di autori e lettori, ma di rendersi angeli per sconosciuti, in quanto autori. Non è facile dirlo, e ancora meno crederci. Se non ci credi – come spieghi questa fede in un uomo come Fortini? Ecco, la ragione è ferita un’altra volta.

[25 marzo 2008, giorno dell’Incarnazione]

48 pensieri su “Enigma forte (scuola di poesia, 11, di Massimo Sannelli)

  1. questa lettera 11 si basa sull’interpretazione mistica di un’idea che De Angelis introduce con un “come se”: scrivere “come se” dal mio scrivere dipendessero il destino e la felicità (di un altro; anche se l’altro *non legge le mie opere*).

    anche se la parte mistica non corrispondesse *interamente* al pensiero di Fortini – sarebbe comunque il pensiero di Milo De Angelis, cioè il pensiero di un maestro. cioè qualcosa di abbastanza straziante, per il lettore comune. qui – per inciso – non facciamo italianistica, ma parliamo di *come si vive la poesia*, dal momento che nessuno di noi *è* la poesia.

    dunque: qui accentuo l’interpretazione mistica (la luce abbaglia, il buio no: e qui volevo mettere una cosa abbagliante, anche per me). ma Fortini – nell’intervista a Ferdinando Camon per *Il mestiere di poeta* (1965) – sembra dire il contrario e nega la “funzione magica” [parole sue] della poesia. Ma dice anche: “La poesia è per definizione discorso indiretto, discorso intransitivo e non transitivo, e quindi per la poesia è vero che la strada più rapida fra due punti è la curva: che va, cioè, attraverso una serie di mediazioni. La via diretta è un’altra cosa: è la via di un certo tipo di impegno, di un certo tipo di azione”. quindi la poesia ha *anche* effetti politici, ma non è *la* politica. la “curva” poetica è ciò che FA di un testo una poesia: la mediazione e anche una certa complessità e una certa rottura. quella curva è parente di cose liturgiche e anche magiche – volendo forzare il contesto. lo forzo.

    Nel 1987 Fortini dice: “La letteratura o l’arte sono degli strumenti potenti di comprensione del mondo, *lectio transit in mores*, la lettura ci trasforma, penetra i comportamenti: la frase è di Erasmo da Rotterdam. E’ verissimo: forse *era* verissimo: forse oggi la *lectio*, cioè la lettura e la lezione, non transitano più nei costumi. C’è qualche cosa che s’infrappone. Bisogna capire che cos’è; per rimuoverla. Per rimuovere *queste* letture e *progettare* altri costumi”. Nel 1992 Fortini usa la metafora del teatro, in cui un attore accecato e convinto di essere solo ha un pubblico, dunque *qualcuno a cui rispondere*: “Con la poesia lirica si suppone di esserte soli e invece una folla oscura ci fissa oltre le luci della ribalta”.
    [le tre interviste sono qui: Franco Fortini, *Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994*, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 76, 453, 633]

    nulla di scritto o di edito è semplicemente scritto/installato/posato-per-essere-dimenticato, ma *si espone*. vedremo con quali effetti, ‘magici’ o no. Se si tratta di “progettare altri costumi”, la lingua scritta di un uomo visibile come Fortini o De Angelis è *un’azione*; e il problema *vitale* dell’andare a capo è una proposta superiore ai dati metrici/retorici normali. perché l’andata a capo sia superiore alla metrica – BISOGNA CHE LA SCRITTURA SIA CONSIDERATA O UN INCANTESIMO (versione mistica) O UN GRIMALDELLO (versione pratica e politica).

    la rivoluzione è anche delle parole; nelle parole; e fatta con le parole. *anche* le rivoluzioni *deteriori* tentano di modificare il linguaggio per modificare la realtà: così Guido Rossa non è “ucciso”, ma “soppresso”; così una “rapina” diventa un “esproprio proletario”; così un regime criminale diventa il “Reich dei mille anni”. a noi, nel nostro piccolo, ognuno come può – fare il suo lavoro con il linguaggio. se l’ipotesi mistica di De Angelis fosse vera, poi – il risultato sarebbe ancora più alto: sarebbe (questo è sicuro) più grande di noi.

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  2. e l’«uomo della strada» non è un mito ironico come «la casalinga di Voghera». chi scrive occupa il poco spazio che occupa un corpo seduto [la posizione del malinconico – ne parla Gioanola – è quella di chi siede]; non si muove; ciò che accade nell’altra stanza e oltre la finestra – è l’esterno, che non vede; che gli arriva solo in forma di suoni o di immagini sfuocate. l’uomo della strada è quello che ora non scrive, ora cammina, ora è fuori e si fa sentire, anche non volendo; nell’altra stanza ci sono (ci possono essere; io non li ho) i familiari: il compagno, la compagna, i figli [nell’intervista a De Angelis si parla anche di un figlio, addormentato in un’altra stanza].

    della donna nella stanza accanto, di una bimba-figlia e della gente in strada parla Antonio Porta. e queste sensazioni uditive (la donna, i passi, la risata) e tattili (il bacio) corrispondono, per Porta, al DIVINO. e nemmeno Porta era un bigotto – eppure qui c’è della realtà, e il sentimento e l’idea che abbiamo della realtà ci costringono ad una posizione; e il nostro impegno è scrivere; e, scrivendo, *almeno* scrivendo, si completa quella preghiera laica e più che laica a cui ci dedichiamo. l’andata a capo di De Angelis fa parte di questo lavoro, che loda ciò che è buono e annuncia *altro*:

    Se anche sapessi, e forse so,
    che il destino nostro è niente
    ma se una donna ascolto dietro una parete
    o un suono dei passi sull’ultimo selciato
    o una risata schietta, senza fretta
    o bacio una bimba che dice: io non sono malata,
    al gioco del massacro allora non ci sto,
    preferisco del linguaggio quel che ha di divino
    e non m’importa, amici, di ciò che direte,
    parlo da ingenuo (come Freud), do per scontato
    il male e cerco il bene, disperata-mente.

    Questa poesia è in *Yellow*. è dedicata ad Edoardo Sanguineti. Porta la pubblicò in un’altra stesura su “alfabeta” nel maggio 1986, all’interno di una recensione al Novissimum Testamentum di Sanguineti (ora la recensione è qui: *Il progetto infinito*, Edizioni “Fondo Pier Paolo Pasolini”, Roma, 1991, pp. 110-111) – ma Sanguineti (in un’intervista su “Poesia”) negò di averla letta.

    ***

    sembra che per i poeti *grandi* le cose funzionino così: più sei umano, più sei sovrumano.
    [non siamo molto lontani da cose dette da Cristo; e addirittura dalla sua imitazione]. forse ci sono persone – alcune delle quali sono i nostri maestri – a cui è concesso di sembrare Cristo, anche senza essere cristiane, anche dicendo la battuta “grazie a Dio, sono ateo” o “sono ateo per amore di Dio” (sono frasi care a Fortini: nella raccolta delle sue interviste appaiono alle pp. 266, 305, 334, 698). tante volte ho pensato, e penso, ad una santità (particolare, virgolettata, ecc.). di Simone Weil, per esempio. il cerchio fortiniano si chiude. tout se tient.

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  3. E’ come se, giocando a Black Jack con un allievo che non ho, pretendesse di discutere la scelta di uno split o di un double; non si discute: si fa e basta.
    Avrà poi tempo, da solo, di capire e ragionare il perché di quel ‘si fa e basta’; inspiegabile.

    Comunque troppo complesso per me commentare un post simile 🙂

    Blackjack.

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  4. Rammenta, oh Dea incipiente

    A questo mondo non v’è niente

    Nulla che possa equiparare

    O lontanamente approssimare

    L’albore del tuo viso soave

    Contemplo il riverbero del piglio

    Che unicamente tu, mio amato giglio

    Di ogni ostacolo o periglio

    Sei ricovero e giaciglio

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  5. Tutto questo è molto profondo, ed investe il senso primo e sostanziale del cercare di essere poeti, del continuare a scrivere nonostante tutto – sebbene, come dice dice Fortini in “Traducendo Brecht”, “nulla sia sicuro” – o, forse, proprio per questo.

    Ed è interessante, anzi illuminante che anche poeti ed intellettuali di formazione e spirito laici avvertano, in senso lato, la sacralità, la sacertà – la “prossimità” all’essere, il potere e il carisma aurorali, inaugurali, ri-velatori – del dire.

    Ma (e su questo aspetto indugiava, se non ricordo male, anche e proprio Florenskij) mi domando quale legame vi sia fra questa concezione in senso lato “mistica”, questa apertura trascendente del dire poetico e l’autocoscienza critica, la consapevolezza culturale, storica, tecnica, che pure devono illuminarlo e governarlo.

    Da un lato, se l’Essere è, come insegna la tradizione metafisica, “pensiero di pensiero”, “noesis noeseos”, allora la poesia, proprio per farsene in qualche modo eco o specchio, dovrà accentuare la sua natura autoriflessiva, la sua autocoscienza, la sua autocontemplazione, il suo pensarsi-in-quanto-poesia; e il linguaggio, nel momento stesso in cui sfiora (dice Dante) l'”oltraggio” del suo “trasumanare”, in cui tenta uno slancio che lo porti a trascendere se stesso, su se stessa precisamente dovrà tornare e ripiegarsi – dovrà interrogarsi sui propri limiti, sui propri mezzi, sui propri spazi.

    Non è forse, allora, paradossalmente, anche e proprio aprendosi all’altro-da-sé che la poesia accentua la sua natura di metapoesia, di discorso che cresce su se stesso e da stesso – incatenato alla pensosa e ricchissima solitudine del melanconico – trae motivazione e sostanza?

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  6. Sono sempre più convinto che poesia e liturgia non solo abbiano origini comuni (cosa assai scontata) ma anche che proprio in questo tempo soffrano di problemi comuni. Massimo parla di “magia” da intendersi naturalmente in un senso antropologico (niente a che vedere con la faciloneria)e uno dei libri più belli che io ho letto in questi mesi si intitola proprio “La “magia” del rito. Saggi sulla questione rituale e liturgica” e lo ha scritto l’amico Roberto Tagliaferri, uno dei maggiori liturgisti che insegna a S. Giustina a Padova. Tagliaferri, tra le altre cose (molte e densissime) sostiene che l’attuale piega razionalistica e dottrinale presa da certo cristianesimo è il motore nascosto per una ricerca che potremmo definire di “devozione popolare” e, ancora peggio, “personalistica”. Rito e liturgia non hanno niente a che fare con ritorni nostalgici ad una conservazione della tradizione, quanto piuttosto cercano di instaurare un rapporto semiogenetico con la tradizione stessa facendo in modo che ogni disciplina, ogni dogma venga attraversato come indispensabile in quanto sponda sulla sua ulteriorità che non può mai risolversi in un “già pensato”, in una ideologia. La fissità, il rigore e il “bene-dire” del rito e della poesia sono infatti il luogo di un fare, di una parola che è azione. La centralità della figura del Cristo vivente e storico è il collegamento necessario con il segno non tanto perchè lo garantisce come un deposito di significato già dato ma proprio perchè lo apre ogni volta ad una ulteriorità e ad una singolarità irriducibile. La perdita del referente è un problema che viene esaltato nel postmoderno ( categoria, quest’ultima che appare vecchia solo perchè si è messa da parte senza averne davvero fatto i conti in maniera seria e problematica) e che permette una apparente assoluta libertà (appunto ab-soluta, staccata) che in realtà nasconde una profonda tendenza a riassumere tutto in un “già pensato”, in un già dato. Anche la liturgia, come la poesia, diventa ormai quasi del tutto insostenibile perchè non è più evento e azione, ma un qualcosa che viene dopo, come una sorta di esplicitazione di una dottrina o di precetti morali (non è un caso che la parte ritenuta più “viva” della liturgia sia solo l’omelia, dove si semplifica l’evento fondante mediante precetti morali spiccioli e spesso raffazzonati). Tagliaferri conclude dicendo che, naturalmente, la liturgia continua a prodursi, ma come se si potesse farne a meno. Anche la poesia spesso continua nella sua specificità, come se potesse farne a meno.

    andrea ponso

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  7. Grazie Massimo,
    dallo stupendo Tema dell’addio Milo De Angelis ci porta per mano, sempre, a ritroso, fino alle -nostre- più remote Somiglianze

    di cuore, grazie.
    pa.

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  8. a scuola, ai ragazzi, parlavo del dattilo del trocheo e dell’anapesto. mi servivo di un esempio di Vasco Rossi. l’incipit di Bollicine: piccolo – spazio – pubblicità. al posto di “piccolo” si può mettere un altro trisillabo sdrucciolo, come “tavolo”; ma non “amore”, trisillabo piano. Vasco non ha (forse) idea della metrica greca. non sa – ma sa fare. riesce. e così c’è un non-discutere che non è autoritario, ma naturale: così deve essere, così è – siamo in un campo formale, dunque il risultato è visibile.

    che la poesia tenda (fortunatamente, in modo fecondo) alla metapoesia, come dice Matteo – è vero.

    e la questione liturgica – perché la Messa è il centro – è legata alla poesia: “parola azione”, come dice Andrea. senza parola, nessuna Messa.

    chiedo, per mancanza di competenza. “fare cose con le parole” di Austin ha a che fare con questi problemi? quando Austin parla di performativi, di parole che fanno parte di azioni e sono azioni (come quando il sacerdote dice “io ti battezzo” e il dirlo è AMMINISTRARE il sacramento) – possiamo collegarlo alla poesia? senza le parole, nessun sacramento. le parole accompagnano l’unzione della fronte, il battesimo del neonato, la Comunione…

    http://en.wikipedia.org/wiki/J.L._Austin

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  9. Il mio credere nella poesia assorbe il non sapere dell’altro. L’altro – lo conduco a me: quindi è uno scambio. Anche nel mio grembo io nutrivo un bambino, che non sapeva di essere nel grembo. Non sapeva: c’era.

    Non per questo la poesia è rasa al suolo. Non ha funzione in se stessa, ma è come un’antenna, che prende LE TANTE VOCI. La poesia HA CAMPO!

    La poesia è un corpo plurale. Come il corpo, la poesia ha tutti i sintomi, benigni e maligni, rivoluzionari e apatici.

    Se l’occhio è malato, tutti lo vedono: anche se non sono medici.

    Ma la magia è un fatto privato. Forse la rivoluzione nasce dalla magia?

    L’ho scoperto con il RAME, piegandolo. Inizio da me.

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  10. grazie – soprattutto: a chi sente, e sentendo SA. che una poesia – cioè una forma umana – *possa* diventare metapoesia, e andare oltre qualcosa, e raggiungere qualcosa che non si definisce, ma esiste – che la clausura di minuti o ore o giorni nello studiolo porti a degli effetti non materiali, ma a veri *effetti* – è incredibile, ma può salvare delle vite.

    la parola è tanto usuale quanto imbarazzante. anche il diavolo parla. anche il diavolo è spirito: dunque in un momento che noi non conosciamo (il Corano però lo spiega: Iblis non si sottomette all’uomo) una parte dello spirito è diventato avversaria dello Spirito; e tuttora lo avversa. le nostre parole si pongono in questa battaglia.

    credere che la forma si distenda in uno spirito che va da stanza a stanza e corre in strada può essere un sublime sogno, una bella allegoria del fascino della buona poesia – o può essere l’esecuzione di una liturgia. ma in questo caso, io – davvero – NON SO. come scrisse Bousquet: “io porto il peso di una responsabilità di cui non conosco il senso”. credo che sia così per tutti.

    ***

    in una delle interviste del libro, Fortini afferma di essere *inferiore* a Zanzotto e di averlo anche imitato in *Deducant te angeli*. credo che questa umiltà – un grande che si inchina ad un grande – faccia parte di qualcosa che chiamare *liturgia* è forse troppo – ma che non è estraneo ad una fede.

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  11. La parola fa quello che dice e non lo fa, è efficace e falsa, è umana e divina, divinoumana ma anche diabolica.
    Il grado infimo è moneta falsa, suono vuoto anche quando significa qualcosa, orpello, mimesis che non ricrea il mondo con occhi nuovi ma lo lascia così come lo ha trovato, è scimmia di Dio, per questo porta alla stasi, all’equilibrio termico, al regresso, all’ involuzione, questo grado si accartoccia su se stesso senza novità, è autoreferenzialità, autismo, assenza di presa dello spirito sulla materia, di energia, lavoro, fatica, dynamis, mancanza di forza che si sprigiona da tutto ciò che è vivo e allora è parola morta, suono disarticolato.
    In grado supremo la parola è se stessa, è simbolo, mette insieme dire/fare, si manifesta Essere: è apocalittica, rivelatrice, è verità, lì Dio si mostra, dentro il dire che si fa dare, o meglio donare fino a perdonare, fino al dono sovrabbondante della gratuità, è parola dentro un’intenzione che provoca, chiama fuori alla risposta contemplativa/attiva, qui si rende eterno l’istante(gli angeli e i cherubini giocano dinnanzi al trono di Dio)

    grazie massimo

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  12. ……
    Le forme della poesia, così come ci sono state storicamente trasmesse, pur con tutte le modifiche e le alterazioni, hanno sì inglobato l’astuzia menzognera e deviante della censura (freudianamente intesa) ma giocandola e scartandola con l’arma segreta della seduzione estetica. Così che la forma, attraendoci e seducendoci, ci costringe all’interpretazione; mentre il rifiuto precostituito, e in definitiva molto ingenuo, della ricerca di una possibile forma porta a risultati apparentemente più “veri” ma che ci allontanano dalla possibilità di comunicare per essere interpretati.
    Un ritorno alla cosiddetta “tradizione”? La risposta è sì se per tradizione si intende quella sperimentale che percorre tutta la nostra letteratura (da Dante in poi, testimonia Gianfranco Contini, come è ben noto). In altre parole: è come se il viaggio, l’avventura della forma prendesse l’avvio da un qualche punto fermo, acquisito, “istituzionale”, direbbe Luciano Anceschi, per poter resistere modificandosi, per renderci conto del massimo paradosso dell’arte e della poesia, che esiste nonostante sia costretta a dichiarare l’inattingibilità del reale e la propria inconsistenza e/o inesistenza come valore comunicabile.
    Il 7 luglio 1898 Freud scrisse a Fliess: “Ecco qui… Mi è stato tutto dettato dall’inconscio, secondo la nota risposta di Itzig, cavaliere della domenica. “Itzig, dove vai?” “Non chiederlo a me, chiedilo al cavallo!” All’inizio di ogni paragrafo non sapevo come l’avrei finito”.
    Freud esemplifica così l’avventura della propria scrittura d’indagine, come ogni altra scrittura “sperimentale” (in Freud questo vocabolo ha ovviamente una valenza anche scientifica). Si può, credo, andare oltre, “fraintendendo” volutamente questo celebre passo in tal modo: se chiedi a un poeta, che si è appena servito della “menzogna” della forma per incarnare e insieme puntare il dito sulla “censura” che si frappone tra sé e la realtà, se insomma gli chiedi: “dove va questa tua opera di poesia?”, egli deve risponderti: “chiedilo a lei, all’opera, se sei in grado di sentire la risposta. Sa solo lei dove si trova”.
    È per questa ragione, ne sono convinto, che ogni “progetto” di poesia non può che essere un “progetto di forme”, anche quando il punto di partenza è prelinguistico, cioè un “sentimento”. Di fatto solo una forma raggiunta, comunque e sempre provvisoriamente “raggiunta”, ha in sé la possibilità di “rispondere al lettore”, cioè al suo “coautore”.
    …..
    in Alfabeta, aprile 1986

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  13. E quell’importanza è *magica*. Io ci credo? E tu?

    sì – certo – la magia di uno sciamano che danza intorno ai suoi straccetti colorati appesi a pali esili e curvi nel vento – che sputa a spruzza acqua lustrale micronizzata in gocce infinitesime sulla tua faccia – che cambia destini lontani – ma anche ne capta con anticipo di divinazione esiti non ancora avvenuti – incipienti tragedie di cui si sente addosso morsi e lividi prima che esse avvengano – di questo – ho – per quel che mi riguarda – avuta in questi giorni insindacabile dimostrazione – e dolorosa

    ,\\’

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  14. Milo De Angelis (“Somiglianze”):
    forse è davvero questo respiro, andare a capo quando l’aria – in petto – si ferma… e poi ricominciare, come un ritorno in avanti, come raccogliendo le consegenze del nostro inevitabile sopravvivere, come quando tutto sembra davvero finire e non resta nulla, solo il racconto – cantato – che raccoglie la parola, tutta intera la vita… che, ineluttabilmente, cambia. è la linea sghemba e nitida del destino.
    un abbraccio di cuore a Massimo
    andrea

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  15. “O il «destino del mondo»…è legato ad una NOSTRA espressione…O non lo è, non è vero, e non è sano pensarlo. Qui non posso insegnarti nulla. Devi scegliere”

    All’aut-aut direi di no: E’ vero e NON E’ vero allo stesso tempo. L’uomo della strada sarà felice e non lo sarà – tutto dipende dall’andare a capo, e, fortunatamente, nulla.
    Trovo che solo in questa contraddizione si apra lo spazio, la LIBERTA’ dello scrivere con tutto il sé.
    Solo nell’indipendenza, nell’INUTILITA’ amorale di quell’a capo può arrivare a costituirsi una possibilità, che poi salva, anche fisicamente, una persona. A questo credo, credo.

    Questo è un “post”(o) meraviglioso Massimo, grazie.

    Renata

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  16. questo è il campo in cui “non si divide il no dal sì”. è certamente vero. ed è certamente non vero. come Dio: chi crede ha molte prove (interiori, ma anche esteriori) della Sua presenza, e si convince di averne; chi non crede, altrettante, e si convince di averne. in realtà “Dio l’ha mai visto”, è scritto all’inizio di un Vangelo santissimo: solo Gesu’ Cristo ce l’ha fatto conoscere. Cristo è persona, e io so di persone che bestemmiano il Padre, ma non il Figlio: non osano, perché sarebbe come bestemmiare tutti gli uomini e tutte le donne di tutto il mondo *in un colpo solo*. l’ho imparato da uomini come Ettore Baraldi – e altri.

    eppure siamo qui. e qualcosa accade, e forse accade anche senza saperlo. non c’è nessuna prova di quegli effetti; e nessuna prova contro quegli effetti. forse non si tratta di magia, ma di rivoluzione; o forse solo di magia; di sciamanesimo; o forse solo della fede che prende un foglio di rame – una cosa piatta – e non sa che tra due ore quel foglio sarà un’Antigone un Davide una Beatrice, che stanno in piedi. quello che vedo fare a Patrizia B.

    nel Manuale di drammatizzazione di sogni di Gianfranco Draghi – un mago, nel senso vero – si parla di pazienti incolti che riescono a dire cose altissime: perché tutto è in tutto, e se vogliamo *siamo maggiori di noi*.

    e io? io credo (personalmente, senza prove) che le parole agiscano, a distanza: nel bene e nel male. e non so come, e non so perché. ed è per questo che non posso dire “io sono un poeta” – sarebbe troppo, se già le parole comportano questo peso. grazie dal cuore, alle donne gentili e a tutti
    massimo

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  17. Austin considera il linguaggio come un insieme di azioni.
    Se la tradizione filosofica ha a lungo preferito occuparsi degli enunciati constatativi (“Massimo sta parlando”) e del problema della loro verità\falsità, Austin privilegia lo studio degli enunciati performativi (“Prometto che ti telefono presto”) in cui non si constata nulla, ma si FA un’azione (in questo caso il promettere).
    Quindi Austin *in un primo tempo* (nota bene) distingue tra enunciati che hanno solo la proprietà di descrivere e quelli che hanno la proprietà di compiere un’azione (giurare, scommettere, ordinare, ecc.) Questi ultimi non rispondono come i primi al criterio di verità\falsità (“ti ordino di tacere”: non c’è da verificare l’esistenza di un referente, te lo sto ordinando e basta), ma a quello di felicità\infelicità (“ti ordino di tacere”: se tu taci la mia azione linguistica è andata a buon fine, è stata felice, sennò no).
    In questo senso non bastano solo le “parole giuste” perché gli atti linguistici performativi siano felici, occorre anche quella che Austin chiama “forza” (distinta qui dal significato: tu capisci che io ti ordino di tacere, ma non lo farai perché io non ho la forza di importi alcunché) e, più in generale, occorre che siano compiuti nel modo appropriato (per battezzare un bambino non basta che io dica le parole giuste, lo deve fare il sacerdote, durante la cerimonia, seguendo il rituale, ecc.) Quindi la felicità di un enunciato performativo dipende da un criterio squisitamente pragmatico e contestuale.

    Poi in un secondo tempo Austin arriverà a smontare la sua stessa distinzione tra atti puramente constatativi e atti performativi, finendo per affermare che sono comunque parti di uno stesso atto linguistico globale, e quindi che DIRE qualcosa è sempre FARE qualcosa.
    Ora però questo non ve lo racconto, non vorrei tediarvi troppo!

    Renata

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  18. @ Re
    grazie – io ho solo orecchio, e non mente, per la filosofia. sei molto cara.

    in realtà (in *realtà*? quale?) non esistono ‘poteri’ magici, ma ‘azioni’ magiche (tutto tra virgolette: perché è tutto incerto, spes contra spem). e Carmelo Bene all’inizio della sua autobiografia dice una cosa che piu’ o meno è questa: “il ferro è fragile”, “niente è fragile come il ferro: se un’armatura cade si ammacca tutta”. parlava di sé, ovviamente. e l’armatura di Carmelo non è durata molto: certo, da un punto di vista medico e umano, per il troppo alcool e il pochissimo dormire, ecc. O forse perché quel *fare* ardente – che aveva *effetti*, e ne ha/avrebbe ancora – viene da un corpo-ferro; che fa cose fuori dalla natura, ma non può non morire non consumarsi, ecc.

    la vita di questi maestri è contraddizione, e contraddizione della contraddizione, e contraddizione della contraddizione della contraddizione… *ma* arriva dove deve arrivare: *ci fa arrivare dove dobbiamo o dovremmo arrivare*.

    [mi sconvolse Marco e Mattio di Vassalli: perché Vassalli crede che l’autocrocifissione di Mattio Lovat *abbia avuto delle conseguenze*, molto pratiche: quella parte di Italia ha cominciato ad avere un po’ meno fame, ecc.]

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  19. Tanto per tornare brevemente a quanto dicevi (“senza parola, nessuna Messa”), non ne sono sicura. Il rituale non ha bisogno di parole “significative” in fondo: conosco buddisti italiani che recitano il nam-myoho-renge-kyo (scusate la trascrizione) senza sapere bene cosa significhi, come pure musulmani non arabi che pregano in arabo, ecc. Quelli non sono atti linguistici, sono non ancora solo suoni e non ancora vero discorso. Forse è proprio in questo limbo che va ad attingere la poesia?

    Non sono lontana dall’idea che il linguaggio poetico sia una specie di atto apotropaico o iniziatico, un rituale comunitario, una ricerca di relazione (contatto?) prima della (oltre la?) significazione.

    Ora mi quieto, promesso!

    Re

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  20. non quietarti! continua!

    il mantra che recitano i discepoli di Nichiren Daishonin è avvalorato dalla fede [e anche – ma non so perché – dalla *durata* lunghissima della preghiera di fronte al go-honzon].

    chi recita il mantra è convinto – e io non lo giudico, perché è un campo *piu’ grande di me* – che ci siano effetti immediati della preghiera; non solo immediati, ma anche *materiali*. è il caso di cui parla padre Pavel: non capisco una parola, ma ci credo; dunque aderisco; dunque *do corpo* al suono – non è poco, è moltissimo…

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  21. è arrivata l’era dell’infelicità, oppure
    è arrivata l’era della felicità (sarà poi un’era o un momento?) devo
    convincermene (almeno, se voglio avere successo, essere ascoltato
    come acqua che scorre su una pietra ben levigata:
    sono molti che vogliono solo sentir ripetere ciò che già sanno o
    gli hanno raccontato, c’è questa tendenza di servirsi
    di citazioni, motti, aforismi, vecchi graffiti stampati su carte
    argentate che avvolgono i famosi cioccolatini Perugina – un giorno
    Mussolini disse: il cioccolato Perugina è un ottimo cioccolato
    e vi autorizzo a ripeterlo, stava parlando agli operai della Perugina
    che ce l’avevano coi profumi “franciosi” e soprattutto
    erano contro il cioccolato svizzero)
    e la prova sta anche qui, sotto i vostri occhi o dentro le vostre
    orecchie ben chiuse, che mi sono deciso a scrivere questi lunghissimi
    infelicissimi versi (ma spero che facciano sorridere
    piuttosto che indurre altra infelicità…)
    dunque si riscopre che i greci l’avevano detto: miglior sorte
    per l’uomo sarebbe non essere mai nato e una volta nato
    morire al più presto;
    infelici erano gli etruschi tombali, i romani giuridici, i romantici
    (quanto si sbagliavano nel credere tanto in se stessi!)
    perfino la costituzione americana non è più quello che credevano
    non pronuncia un “diritto alla felicità”, ahimé, ma solo
    il “diritto alla ricerca della felicità” come sta scritto chiaro
    e tondo: the pursuit o[ happiness, come ci insegnano
    proprio così: devo vergognarmi di sentirmi felice
    “sei felice?” mi chiedono “sì, sono felice” rispondo, così
    come devo vergognarmi di sentirmi infelice?
    “sei infelice?” mi chiedono “sì, lo sono” sono costretto a rispondere
    (ma come mi sento in realtà, come devo essere?)
    disperdermi o non disperdermi nel docile vento di Aprile (indocile
    è il vento di Marzo, si sa) cantare o non cantare
    una canzone demenziale (“mammaz, mammaz, io non ti amo!”, per es.)
    cancellare o subire la tirannia del tempo, rifiutare o accettare
    una necrotica dimensione della storia, conquistare o fingere di
    non avere visto lo spazio che prepara l’apparizione di
    una foglia, un cespuglio fiorito, una rosa rampicante;
    bucare (o brucare?) lo scenario del verde
    e lì consistere, nel verde che si produce oltre il verde:
    questi i miei dubbi, teneteli per voi, per il momento, mentre
    mi affido a un invisibile servizio postale!
    (e questo, mi pare, è un segno molto forte
    d’infelicità, di speranza…)

    Sulla felicità, 6.4.1981
    da L’Aria della fine, 1982

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  22. Se anche sapessi, e forse so,
    che il destino nostro è niente,
    ma se una donna ascolto dietro una parete
    o il suono di passi sull’ultimo selciato
    o una risata schietta, senza fretta,
    o una bambina dice: “io non sono malata”,
    al gioco del massacro allora non ci sto,
    del linguaggio mi prendo quel che è divino,
    e non m’importa, amici, di quello che direte,
    parlo come l’ingenuo (Freud) lo sapete, do per scontato
    il male il bene inseguo, disperatamente.

    Edoardo Sanguineti da Novissimum Testamentum, 1985 Manni Editore

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  23. grazie ad Antonio Porta – *quindi* a Rosemary.

    e poi: una persona malata (seriamente) di ciclotimia mi disse di aver scoperto una cosa banale, ma vera (molte cose banali sono vere – perché sono *troppo* vere). mi disse: “chi non è presente non cura”. e io penso di essere *nello stesso tempo* presente e assente, curante e non curante, benedetto e maledetto per le mie azioni e per le mie OMISSIONI (moltissime) – e sono *la stessa* persona (che, nel frattempo, non scrive versi, ma testi che *stanno attorno o vicini* ai versi).

    da don Milani abbiamo imparato che “fare le parti eguali tra diseguali è la cosa piu’ ingiusta di questo mondo”. dunque: io non posso guardare Elisa Biagini/Florinda Fusco [brave e visibili] e Patrizia Bianchi/Alessandra Greco [brave e meno visibili, per condizioni esterne o per scelta] *allo stesso modo*.

    questo mi ha portato a dire cose forti, a costo di spezzare lance assurde. ma non sopporto il fallimento di una vita [mia madre mi ha educato a vederli, e ad agire, nel caso]. perché *non c’è nessun motivo* per cui una colf [senza famiglia: quindi non difesa] che pulisce merda e mangia nella stanza accanto alla cucina NON debba essere ciò che è – anche se ha la terza media e non legge “Alias” (ma legge Dostoevskij, e ha letto tous les livres). la casistica è molto varia – ma vera.

    e questo (da parte mia) non significa essere ‘buoni’ (persino Cristo ha detto che solo Dio è buono) – ma non fare le finte parti eguali.

    e quindi manco di analisi o di “autoanalisi” [quest’ultima frase è un senhal ad personam]. quindi per fare una cosa a qualcuno – pecco di omissione verso un altro. e non ne sono felice, ma non so come fare. e a dire il vero – non capisco nemmeno perché questo *avvenga*, e di che cosa si parli *veramente*…

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  24. RAINER MARIA RILKE

    Noi non siamo che bocca. Chi canta il cuore lontano
    che abita al centro delle cose, intatto?
    In noi il suo grande battito è diviso
    in brevi battiti. E il suo gran dolore
    come il suo grande giubilo, è per noi troppo grande.
    Così, sempre più scissi,
    noi non siamo che bocca. Ma improvviso, segreto,
    irrompe in noi il gran battito del cuore,
    ci strappa un urlo – e allora
    siamo sostanza, volto e metamorfosi.

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  25. ma guarda un po’ ho scoperto un inedito di Antonio che pensavo fosse di Edoardo Sanguineti.
    Invece è un’ulteriore poesia di Antonio (scritta come recensione al libro Novissimum Testamentum).
    Scusatemi.

    Rosemary

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  26. su dire/fare austin poesia wittgenstein etc. oltre a notare che tutto wittgenstein e poi la teoria degli atti linguistici et similia hanno avuto un impatto fortissimo non solo sulla letteratura ma su tutta l’arte contemporanea (arte concettuale (con stessa scansione: l’arte come tautologia)/performers etc. etc.), mi è venuto in mente questo, nel teatrino più italianino di casa nostra, e, pure, non da stupire (grassetti miei):

    “Ciò che la poesia fa è precisamente il suo “contenuto”: se, poniamo, fa sospirare o annoia, la sua verità è, definitivamente, il sospiro o il tedio del lettore. E nei periodi di crisi il modo di fare coincide quasi interamente col significato

    (Alfredo Giuliani, Introduzione a “I Novissimi”, 1961).

    ciao,
    Lorenzo

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  27. i “periodi di crisi” sono come “i tempi bui” di Brecht: quando una poesia sul susino fiorito è possibile, ma disumana:

    http://www.roma1.infn.it/~anzel/brecht.html

    Rati Saxena, in India – si sta chiedendo la stessa cosa: “When a number of Tibetans are crying for their freedom, what is the use of a writing few lines about one’s own love?”. quando in Tibet si chiede libertà, a che cosa servono le nostre piccole poesie d’amore?

    http://www.kritya.in/0311/En/my_voice.html

    Poetry is for life. La poesia serve la vita – scrive Rati Saxena.

    nella stessa introduzione ai Novissimi – Giuliani cita Leopardi [tutto torna : eterno ritorno – del Rimosso]: “scopo della vera contemporanea poesia è AUMENTARE LA VITALITA'”. una frase semplice, con un ventaglio di attacchi alla crisi – anche se l’aumento della vitalità sarà aumento del sentire, dunque del dolore. – ma c’è un tempo che NON sia di crisi? c’è qualcosa che non si spacchi in ambiguità (in dolore, per noi)?

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  28. non si può parlare di Milo De Angelis e non citare Giovanna Sicari, *altrettanto* grande, e forse non *altrettanto* studiata. questa è una sua poesia:

    Il parlatoio tace, i fatti
    sono fermi impietosi, non posso chiamare
    il dire è pietoso,
    da una finestra scorgo una specchiera,
    forse sarà lì la mia casa,
    sempre in quel minuto sereno
    dove piangono altri, dove premono
    altre certezze e gridano le voci di dentro.
    Io, caos umano, vivo nella gioventù
    di altri: fanciulli senza colpe
    si scambiano la lingua
    brucia in un soffio il loro giorno compiuto.
    Io lavoro lavoro in tre spazi divisa.

    ***

    e su quello che dovrebbe essere non una scuola, ma ogni *rapporto con la poesia*, copio e incollo queste righe di Biagio Cepollaro – un *uomo* :

    «…la lettura analitica che viene qui presentata è solo la parte ‘scritta’ del lavoro. Prima di arrivare a questo gli insegnanti sono stati invitati a scegliere alcune immagini della poesia e a visualizzarle in silenzio, riportandone in seguito tutte le emozioni… Le loro emozioni, la loro individuale e irripetibile esperienza. Ed è stata la loro vita a parlare, a rispondere. Con un andamento ad ‘elastico’: prima allontanandosi dal testo per seguire la propria risonanza, poi ritornando al testo per cercarne la specificità. Senza la capacità di risuonare , che è umana capacità di ascolto dell’altro, e senza strumenti linguistico-retorici, non credo sia possibile fare esperienza piena,profonda, della poesia. Né leggerla davvero né parlarne con un minimo di decenza. Ogni arte lo richiede se non vuole decadere a cialtroneria…»

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  29. …di passaggio e di corsa, ripromettendomi di affrontare i problemi fondamentali di questo post con un altro post che sto preparando su invito di Fabrizio, mi permetto di indicare, per chi non l’avesse letto il bel libro di Paolo Virno “Quando il verbo si fa carne” dove tra l’altro si approfondisce il discorso sul performativo assoluto di Austin anche dal punto di vista delle religioni. Scusate la fretta, a prestissimo,

    andrea ponso

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  30. Parlare della Parola è: INCANTO. E’voce alla voce: “Mercurio”.
    It’s a kind of magic
    It’s a kind of magic
    A kind of magic

    Chi riceve – filtra. O forgia o falsa. E’ l’intenzione – sempre – sovrana. E rimane. Il ferro [di Carmelo di tutti] si fonde. Per nuove forme. Nuovo farsi

    E se questa se queen – non è: poesia…

    E sia. GRAZIE

    Chiara

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  31. Chiara *sa* di che cosa parla.

    e dal punto di vista di quella forgia – parola di Dickinson: *non a caso* – io devo molto a Daino: scintille divergenti, selci scagliate in direzioni varie. ora, labora et invenies: la stessa Pietra Filosofale, in forme diverse, con la stessa funzione. tendo a questo come posso – non lo traduco, per ora. Bisogna cominciare a parlare *seriamente* degli EFFETTI: dal punto di vista della creazioni di un vero PUBBLICO DELLA POESIA e della rivoluzione [nel senso di Fortini-De Angelis-Florenskij]. Chi è presente curerà e cura; e curi, se può:

    verranno al contrattacco
    con elmi ed armi nuove
    verranno al contrattacco
    ma intanto adesso curami
    solo una terapia
    solo una terapia
    verranno al contrattacco
    con elmi ed armi nuove
    curami curami curami
    curami curami curami

    [perché se le forme – scritte o cantate, scritte e cantate non hanno effetto – allora non hanno senso; non avrebbe senso praticarle]

    ***

    Nelle Città Invisibili Calvino parla di una città a cui si arriva o in cammello o in nave. il marinaio e il cammelliere ne hanno due percezioni diverse – ma reali. diversa la visione – ma la città è la stessa [avete capìto sùbito che ho delirato, che questa *doppia* città è la Città-Porta: Ianua, Genova]

    grazie Andrea: da te si impara molto. è un bene che tu ci sia – e che tu sia qui.

    grazie a Fabrizio, anche: perché ospita il frate-asino [che due giorni fa si è dato un altro soprannome familiare: parlando con l’angelo che in terra si chiama Marco Simonelli – la persona più *pura* che io conosca]

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  32. L’Eliso non è più
    Diviso dalla Stanza
    Vicina: oggi un Amico
    Attende in questa Stanza
    Il Piacere o la Pena –

    Quanta fortezza
    Contiene l’Anima
    Per sopportare
    Nel Passo il ritmo –
    Nell’Uscio l’aria –

    questa è Emily Dickinson, che ha parlato, una volta, di un incantesimo (a Smell) che non si può “rammendare come un vestito”. o è intero, o non esiste. ma non si tocca.

    e su Dickinson: ricordo – citerò meglio – che Luciano Parinetto (e non solo lui) *prendeva molto sul serio* la stregoneria in Emily. che non era forte; che non era certo potente, e tantomeno onnipotente e onnisciente; Emily era fragile e pallida e si presentava con un giglio, e amava i fiori [per idendità di essere] – *che cosa significa stregoneria*? significa – vedi Zallio, *lingua acqua* – essere *come* bambini.

    e chi è antenna è ferro debole [vedi Carmelo Bene] – chi fa queste azioni con le parole è il Diverso o la Diversa. e tu non saprai mai se chi tace è lo scemo del villaggio o un grande mago. naturalmente quel mago pratica il non-potere: usa solo le parole

    [vi è una bibliografia seria da citare, che citerò: non tutto è evocazione, come faccio ora]

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  33. A Spell cannot be tattered, and mended like a Coat –

    è la lettera 663 di Dickinson, a Susan Huntington Dickinson [*smell* era un mio errore, chiedo scusa – per attrazione dei Nirvana: l’angelo-Cobain]

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  34. Penso anch’io che si possa non scegliere. La dimensione mistica, o il suo servo magico, sono a loro volta costruzioni, letture, tessuti narrativi del mondo. Anche l’andata a capo è una narrazione, e così l’enigma forte.

    Quello che ti permette di fare (in questo caso l’approfondimento del tema della “scelta necessaria”, e poi l’indefessa ricerca di un’ontologia poetica, non ultimo il contatto-interscambio prezioso con i tuoi lettori) è più grande di lei, come dici bene (anche se il soggetto del discorso era un altro) alla fine del tuo primo commento.

    Un abbraccio e tanto apprezzamento per la posizione di ascolto/attenzione nella quale sai metterti.

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  35. @ Silvia

    grazie – e di quello che dici terrò presente, d’ora in poi, l’espressione “servo magico” –

    l’andata a capo è (anche) la fine di una tensione, che è il verso (che non a caso si chiama VERSO: va da qualche parte, si allunga e si chiude). dove finisce la tensione accade qualcosa; ci può essere un turbamento (la parte bianca è quasi sempre più lunga del verso appena finito).

    se scrivere è un rapporto con il mondo, quel bianco è quasi la morte, cioè l’assenza del mondo da me e la mia assenza dal mondo. tutto questo – come molte cose teologiche e artistiche – può essere sia sacro sia delirante, e nessuno sa perché, in un caso e nell’altro.

    “proprio dell’uomo è il riposo e lo slancio”, scrisse Alessandra Greco all’inizio di un libro-coro [lo firmai, ma conteneva le voci autentiche di una decina di persone, del Gotha e della strada]. il verso è entrambe le cose. la prosa no, forse – la prosa non è diversa, ma occupa diversamente lo spazio.

    ***

    “ontologia poetica”, sì. non della poesia, ma di chi la scrive. io non saprei dire se il linguaggio è s-velamento (Heidegger) o se la conoscenza poetica è “per connaturalità affettiva” (Maritain) – non lo so. di “scuole di poesia” ce ne sono molte e serissime (Cepollaro, Mesa) o rigorose (Carifi non è un lettore banale, e i suoi consigli sono utili); tenendo presente, *sempre* che la migliore scuola di poesia è uno scaffale di buoni libri, il sedile terra-terra davanti alla sezione Poesia della Feltrinelli.

    le nozioni metriche si possono apprendere ovunque. le nozioni filosofiche, anche – più o meno. ma il rapporto del corpo con il testo; del testo con la biologia e la biografia; il potere delle parole, *se esiste* («kritya», the power of words: come il nome del sito di Rati Saxena); il ruolo della voce [aria intonata: spirito! e spartito in fieri] – queste cose non sono astratte, e sono lo “slancio” di un essere vivo.

    dunque è il caso di parlarne. e Davide (il re) – uno dei miei esempi, e un Maestro – era un massacratore e un poeta per il suo Re. la poesia è un’aggiunta al soggetto, ma non lo ‘santifica’ (Davide uccide e pecca): lo espone. ecco, direi così: che lo espone – che la poesia lo pubblica, pubblicando i suoi atti (perché la poesia – che non ha orecchie gambe braccia naso sesso – ha bisogno di strumenti: si tratta di noi).

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  36. …massimo, dici giustamente della difficoltà di “imparare” il giusto rapporto del testo con la biologia, con il corpo e la bio-grafia. L’evento pasquale del sabato, troppo poco indagato, quello del silenzio e della morte di un corpo sottratto che non risponde, di una risposta che non viene nemmeno per i morti, nemmeno nella morte, ci pone davanti, anche solo come scrittori, il problema dei limiti del corpo – che si riverbera senza soluzione di continuità nel problema dei segni e della liturgia. Il vuoto della liturgia e dei segni/scrittura nel sabato di pasqua da un lato, e dall’altro l’ipertrofia di segni e liturgie (anche e soprattutto laiche) che coprono quel corpo sottratto, quel vuoto, senza interrogarlo fino in fondo. è la condizione attuale della scrittura. Tutto parte da lì, da quel “sema” che può o meno avere un contatto con un corpo, una biologia, una referenza concreta e di carne. Il segno primo, antropologicamente, non a caso è proprio la tomba: da essa si edificano le prime case, poi le città e anche i grandi poemi. Confrontiamoci con tale distanza, chiediamoci se davvero ancora pensiamo problematicamente alla sua presenza o meno. è il tema del nostro prossimo convegno a Camaldoli a fine maggio. Invito tutti a partecipare (potrete trovare nel sito di camaldoli tutte le notizie e i relatori: Milo De Angelis (non a caso), Edoardo Boncinelli, Andrea Grillo, Giorgio Bonaccorso, Antonio Attisani e il sottoscritto.

    andrea ponso

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  37. bisogna fare i conti con un vuoto che non è la morte, ma l’assenza di inviti semantici, di parole, di scritte, di corpi.

    questo vuoto è difficile. quando Pompeo Magno profana il Tempio di Gerusalemme, penetra nel Santo dei Santi, e ci non trova NIENTE: mancano corpi e icone. la Shekinà è invisibile. novant’anni dopo, anche la tomba di Cristo appare vuota: manca il corpo. di fronte al vuoto si aprono i campi dell’interpretazione, della ridicolizzazione, della fede, del dubbio. “quid est veritas?” non è solo la domanda di Pilato. è anche nostra, e al “quid” aggiungiamo un “ubi”: dove e che cosa *è* la verità?
    qualcuno anagrammò la domanda di Pilato, trovando una risposta implicita: “est vir qui adest”: è l’uomo qui presente, Gesù. ma se il vir non adest, se il corpo *manca*?

    questi VUOTI – insieme al concetto moderno di “silenzio di Dio” – danno forza sia ad un ateismo ‘problematico’ – e non goliardico, e non mangiapreti – sia alla fede (che si esercita nel credere a ciò che *non si può vedere*). entrambi, teismo e ateismo, NON vedono un corpo, e decidono in modi diversi: decidono problematicamente, con sofferenza [non si tratta di ateismo goliardico, non si tratta di fede esteriore]

    e la poesia? la poesia non può saperne più di noi, perché noi siamo i suoi organi: noi “portiamo la responsabilità”, secondo la formula di Bousquet (oppure portiamo addosso una pesante Chimera, o un idolo-incubo, secondo la visione di Baudelaire).

    la poesia deve far parlare un sepolcro vuoto e una stanza vuota – deve arrischiarsi nell’in-credibile, coinvolgersi, trasformare una timidezza in stregoneria [Dickinson], un bisogno sessuale in strumento [Pasolini], un “vizio assurdo” in un “dare poesia agli uomini” [Pavese], una psicosi in un Dioniso nietzscheano [Campana] – ecc.

    la poesia deve o dovrebbe far parlare *altrimenti* un corpo che tende a soddisfarsi *qui e ora* o ad impazzire e crollare. soprattutto: deve far parlare il VUOTO o COMMENTARE IL VUOTO. Dino Campana si offriva come vittima: delirava? aveva *ragione*? e Pasolini?

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  38. NOMINA SUNT NUMINA, Massimo.

    E – si sa. E si sta – CORPORA per FUTURA messa in atto [l’opera opera]. La fine fisica è una fase: è necessario farsi porta-voce. Si rivive si rimanda – segni/sensi/suoni per carni/corde/carisma nuovi. Il vero passaggio: del testimone. è SPELL [I put a spell on you] è SMELL [I’m worse at what I do best/ And for this gift I feel blessed/ Our little group has always been/ And always will until the end]è SENTIRE: in toto. Non è possibile: procedere per parti. Tutto influenza tutto. Contenuto e contenitore.

    Stanco di vedere le parole che muoiono
    stanco di vedere che le cose non cambiano
    stanco di dover restare all’erta ancora
    respirare l’aria come lama alla gola.
    Stanco di vedere le parole che muoiono
    stanco di vedere che le cose non cambiano
    stanco di dover restare all’erta ancora
    respirare l’aria come lama alla gola.
    Andare a piedi fino a dove non senti dolore
    solo per capire se sai ancora camminare.
    Il mondo è un corpo coperto di lividi,
    i miei pensieri sempre più vividi.
    Corpi sulla strada che si lasciano affittare,
    tavole anatomiche da saccheggiare.
    Corpo perfetto, corpo immortale.
    Il corpo è la frontiera che si può violare.
    SANTI BUROCRATI SANGUE D’IPOCRITI
    LA VITA SPESSO È UNA DISCARICA DI SOGNI
    CHE SEMBRA UN FILM DOVE TUTTO È DECISO
    SOTTO AD UN CIELO D’UN GRIGIO INFINITO.
    Andare a piedi fino a dove non senti dolore
    solo per capire se sai ancora camminare.
    Sono le gambe piene di lividi,
    sono pensieri sempre più ruvidi.
    Corpi di macerie da telegiornale,
    corpi diplomatici in diretta a conquistare.
    Suona la marcia suonala ancora,
    la morte veste bene quando scatta l’ora.
    Cristi che piangono per troppo dolore,
    l’angoscia di un pianeta che puoi sezionare.
    Taglia la torta, tagliala ancora:
    chi è ricco resta vivo mentre il povero muore.
    Corpi e macerie da conquistare
    per un corpo d’armata sotto le fanfare.
    Corpo straziato, corpo a corpo,
    il corpo è l’innocenza che si può spezzare.

    [Subsonica]

    Abbraccio te – e Fabri – nello speciale cerchio di chi cerca e crede.
    Così sia.
    Così è.

    Chiara

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  39. qual è lo spazio di azione, e quindi di felicità, di un bambino [o una bambina] che *non si adatta*? se diventerà adulto, potrà *o* essere accusato di egocentrismo – ogni parola lo ferisce, anche banale: ma per lui [lei] *non c’è niente di banale*, tranne la propria vita – *o* conquistare un’identità, ad esempio scrivendo e facendosi riconoscere per le sue scritture. L’ex bambino [o bambina] è gettato nella mischia, da cui cerca come può di isolarsi. Fugge *gli altri*, ma *gli altri* sono i lettori. Come farà? E’ scrittore, ma a certe orecchie la frase *sono scrittore* ha un sapore stridulo, come di falsetto, all’interno dei lavori umili che ha accettato per vivere (ora non li accetta più) [nota: ma certe abitudini freegan sono rimaste]. Obiettivamente, la dissoluzione e la volontà di dire-fare si combatteranno in lui, come luce e ombra: si combatteranno non solo in lui, ma anche nelle opinioni che lo circonderanno. Quale *vox populi* sarà *vox Dei*? Vive il peccato non come atto possibile, e persino piacevole, ma come accusa. E’ convinto che all’inferno vadano non i cattivi, ma *quelli che si smarriscono*. Invece il bisogno di arte, e di arte sempre nuova, è inevitabile e non negoziabile: cioè le parodie o le frustrazioni di questo bisogno saranno dolorose, troppo, e respinte. Meglio se non vengono. Tutto il resto può venire, ma non quella parodia e quella frustrazione. Anche in questo caso l’imprinting è decisivo: come sempre: le primissime esperienze hanno un peso che, se ci si pensa, è atroce, perché è condizionante. Verrà un momento in cui queste ombre non saranno rigettate. Si farà di necessità virtù.

    Chi fu bruciato una volta, ora soffia anche sulle cose fredde. Dentro brucia sempre, letteralmente, per un fuoco molto suo, [e fa di necessità virtù, ecc.]

    [*virtus* è anche la potenza *curativa* di una pianta medicinale o di una gemma: ritorniamo al CURAMI urlato dai CCCP]

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  40. L’altro da me viene in qualche modo rappresentato in me, sta nel risconoscimento di un oggetto che diventerà imago, cosa personalissima.
    “Gli altri” sono invece infinite figure. La loro diversità è spaventosa, il loro non essere riconducibili a qualcosa di preciso (se non artefattuale, se non sociologico, “masse”, “gruppi di potere”) stordisce e frustra.
    Ma questo non significa che “gli altri” non significhino, certo. Anche nella misantropia di una Highsmith c’è movimento d’incontro con questo multiplo fuori, “quelli che bussano alla porta”.
    Non credo sia invece necessaria una “vox populi”, e una sorta di accreditamento generale, al movimento di poesia. Quello che si osa proporre, in questo caso anche la voce del vuoto, va spesso contro tutte le istanze di cui l’uomo (come lo conosciamo, socio antropo e psico) necessita per formarsi una “normalità”.
    E lo dico senza accezione negativa, come invece farei se non lo specificassi.

    p.s. fare di necessità virtù è far parlare cose che altrimenti non riuscirebbero ad emergere dalla nostra onnipotenza. Un modo semplice, anche, se vogliamo, di non vedere tutto. Perché dovremmo vedere tutto?

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  41. cara Silvia – a quella prosa mancava l’essenziale (per mia colpa): mancava il contesto. era un frammento di un frammento, da una prefazione. questa volta, e più di altre volte, ho parlato di cose che non so – che non posso sapere. stamattina ho scritto tutti gli appunti (anche bibliografici, per una volta) che seguono, in massa. l’accreditamento dell’ex bambino/a è soprattutto un “sì alla vita” [c’era anche un’allusione a un testo meno noto di PPP: quel dialogo con i lettori di Vie Nuove, mi pare, in cui si chiede che cosa succederà al bambino che si sente “in più”: si condannerà a sparire, per non disturbare – è toccato a me, una volta]. grazie, a te, davvero
    massimo

    —————–

    su Emily Dickinson «strega», *cioè* maestra/domina dell’ossimoro [dunque di una strategia linguistica non ingenua, e già storicizzata nel linguaggio ‘mistico’, prima di lei]: in primo luogo, Luciano Parinetto, introduzione a E.D., *Dietro la porta*, Stampa Alternativa, [s.l.] 1993. Per esempio, Parinetto scrive: «Le sue lettere (e le sue poesie) sciamano come *sciamani* (progenitori di stregoni) dallo spiraglio della sua *soglia* e volano per il mondo, trasportandovi la sua Mente, e Emily sa, come lo sanno le streghe, che “chiudere gli occhi è viaggiare”». Parinetto cita anche una frase di Th. W. Higginson: «Non ho mai conosciuto nessuno che mi prosciugasse tanta energia nervosa. Senza che la toccassi, me la sottraeva» (in E.D., *Lettere*, Einaudi, Torino 1991, p. 250). Per Parinetto si tratta di una «scia sulfurea» di Emily. E anche qui il lettore è di fronte all’aut-aut: O credere O no, O condividere O no, O rinominare la Diversità come Psicosi O accostarsi ad una Dama innamorata dell’Eternità. Strega o santa? In fondo, «streghe ne ospitavano anche i conventi!» – è il giudizio di Parinetto (p. 14).

    su Emily-strega, e su «altre» dominae del gioco: Paola Zaccaria, *A lettere scarlatte. Poesia come stregoneria*, FrancoAngeli, Milano 1995. Vi è un poeta-strega [non un ruolo senza l’altro: ma entrambi, contemporanei e compresenti], che usa una lingua specifica: «Il notevole ricorso alle modalità della negazione e del contrasto, ad esempio, stabilisce la posizione del suo io narrante come oppositiva, contrastiva, fuori dal centro. Mettersi fuori del già dato, in posizione antagonistica, negare, significa voler accedere a nuove strategie percettive e cognitive, a nuovi significati, vuol dire sfidare l’autorità» (p. 79).

    ma: i termini usuali – sciamana, strega, sciamanesimo, magia – non mi convincono più, soprattutto perché si prestano a banalizzazioni untuose. in nome di una formula appresa per caso, e non da Eliade o da Zolla, c’è anche chi si paragonerà a Dickinson, o le sarà paragonato. può accadere che una cosa locale e piccola si divinizzi *a parole*, in nome di una somiglianza più esteriore che interiore [a cui manca l’essenziale: il carisma, il fascino, i gigli al posto del biglietto da visita].

    prima di tutto, i termini non danno conto del valore LETTERARIO di Dickinson. Più è «strega» meno è poeta, ai nostri occhi – OPPURE dobbiamo accettare che la poesia possa essere *più della poesia*: NON-poesia, nel senso che NON si restringe alla letteratura. Montale deve aver creduto VERAMENTE che Irma Brandeis fosse una Cristofora o un avatar: tu vedevi una giovane italianista con la gonna leggera, lui una divinità in terra. Era *letteratura*, questa? letteratura *e basta*? Secondo Michelet, la strega ha «la capacità di credere a tutte le proprie menzogne» – e Montale? e le altre e gli altri? Credevano, mentivano, si illudevano, sognavano – *credevano*. E questo aveva effetti, almeno personali. non avrebbe potuto non averne: ci si giocava troppa vita, sopra e intorno.

    ***

    oggi la Feltrinelli – non un gruppo esoterico di destra, ma la Feltrinelli – pubblica i testi di psicomagia e di cartomanzia di Alejandro Jodorovski. e Jodo *che cos’è*? *chi è*? un regista, un narratore, uno psicologo, un mago, un performer, un illusionista? e con quali ‘poteri’? *eppure* Jodo ‘guarisce’ i suoi ‘pazienti’ [e tutto questo si dice sempre tra virgolette: io non so se dubitare, se credere, se dubitare del credere, se dubitare del dubbio]. Jodo, questo è certo, è uno scrittore: la maggior parte della sua azione è o sembra letteratura. e Alessandro Fersen – che cos’è? e Gianfranco Draghi? e Cristina Campo? e Beuys? e Artaud? e Jung? Il serissimo studio antropologico di Michel Leiris sulla *Possessione e i suoi aspetti teatrali tra gli etiopi di Gondar* esce in una serissima collana *teatrale* (Ubulibri, Milano 1988), non antropologica. E il teatro – che cosa è *veramente* questo trasformarsi? Qualcosa che riguarda il sacro, la morte, l’aldilà. Trasumanare, significandolo: per verba e con azioni. E la realtà virtuale NON ha soppiantato il teatro.

    ***

    QUESTA SCUOLA DI POESIA NON INSEGNA A SCRIVERE POESIE – l’hai capìto. Le avresti scritte e le scriverai comunque, anche senza di me, come se ne sono sempre scritte, o per vocazione o per hobby [ma l’idea che la poesia sia un hobby è – parlo a titolo personale – rivoltante e irriverente]. Mentre Dickinson ti sprona; e Jodo ti turba, forse [e disturba]; e Montale – se lo togli dal sarcofago-teca – anche, da *quel* punto di vista teofanico.

    non voglio e non devo fare lezioni sulla *cosiddetta* «stregoneria» – parola su cui pesa troppa negatività, anche diabolica. quello che mi importava, qui – e che mi schiaccia sempre – era una sola cosa: a torto o a ragione, ci sono artisti che hanno fatto o creduto cose INUSUALI. artisti che, a torto o a ragione, si sono sublimati o inabissati, non circoscritti da generi letterari o antologie o funzioni metriche, ecc. Per esempio, ARTAUD NON E’ SOLO UN ATTORE e MICHAUX NON E’ SOLO UN POETA – non per la loro (reale) versatilità, ma perché le coordinate delle rispettive arti non bastano più. quasi tutti i termini che useremo per definire le loro azioni sono metaforici – ma attenzione: *le loro opere non sono metafore*, e ancora meno lo sono le loro vite. Questi artisti hanno SCRITTO queste poesie: noi le sogniamo, invece – o le ricostruiamo con la nostra brava competenza, da primi inter pares.

    [e io scrivo male e in fretta, come sempre – eccedendo: il lettore e la lettrice, soprattutto la lettrice, sapranno tradurre e ridurre]

    ***

    oggi, per rispetto a Chi non c’è più da tre anni, penso che non aggiungerò altri commenti. ricordiamo un uomo considerato “de labore Solis” [e questo motto non è che un altro Enigma]

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  42. ho iniziato a scrivere la dodicesima lettera (non *lezione*) della scuola: Jodorowsky (ecco il nome giusto, sopra è sbagliato) e Calvino sono i nuovi emblemi. si parlerà di tarocchi e di segni del corpo e di superficialità [infatti esiste una SUPERFICIALITA’ PROFESSIONALE, da professionisti]

    contemporanemente, ora, in questo sito si parla di sacramenti e di liturgia, da due punti di vista che è difficile armonizzare. il punto di vista del Mistero è stato considerato da Elena F. e da Andrea Ponso: hanno parlato con precisione e con amore. e io non sono in grado di sciogliere questi nodi. li guardo, e sento vicino chi – come loro – rivendica un’unicità e un’INUSUALITA’ della religione, cioè – per noi, in questo caso – di Gesù Cristo. così come sento vicino chi, come David Turoldo, non considera Dio impermeabile al dolore. padre David scriveva che “anche Dio è infelice”, in proporzione alla nostra libertà di rifiutarlo.

    vi è un mistero, che non si esaurisce nell’evidente bontà e nel fascino (perché no?) di Cristo. Cristo è il Mistero. da Cristo vengono atti che chiamiamo Sacramenti.

    ora: non oso dire che la poesia è un sacramento. ma parte della Bibbia è poesia. e ciò a cui si dedica TUTTO entra (secondo me) in un campo spirituale, se non religioso.

    parlare di queste cose in arte e in musica non è uno scandalo: nessuno disprezza *veramente* Klein Beuys Scelsi. nel campo delle lettere, è un’altra cosa: è il campo delle parole, con cui si esprimono idee-idoli, ma non molto amore (ancora; per ora).

    tenendo presente che chi sa deve morire come chi non sa, e non è la sapienza a non farci morire fisicamente – [… e silenzio, adesso: sono cose difficili. non riesco a scriverne come dovrei; sarò più preciso, è promesso]

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  43. forse non esiste [in noi] la forza. esistono le AZIONI (una delle quali è la poesia, se fatta in un certo modo). il Novecento ha creduto a tante cose, si è illuso ed esposto – ma ha capìto [o riscoperto] che il fare non è un modo-di-dire, ma un rischio (Rilke) e un rito (Grotowski, il Living Theatre, la Body Art), oltre che una politica (in senso buono).

    ***

    Milo De Angelis aveva già parlato della cabala dell’enjambement, con parole anche più precise, in un dialogo con Massimo Gezzi su “Atelier” 44. dice la stessa cosa, ripete che si tratta del “destino del mondo” e parla di un prossimo che sta “oltre la finestra”. lo citerò meglio – non perché sia Dogma [in questo campo non lo è niente, neanche la parola di De Angelis], ma perché è Esperienza seria di persone che ci hanno dedicato la vita – e tanto basta, perché è *moltissimo*.

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