L’attrice e l’icona. Silvana Mangano.

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di Nadia Agustoni

Federico Rocca, Silvana Mangano, L’Epos 2008, euro 28,30

E’ un libro di cui si sentiva la necessità, almeno tra gli appassionati di cinema, quello che Federico Rocca ha scritto su Silvana Mangano. L’autore è un giovane critico cinematografico laureato al Dams in Storia del cinema italiano e dedica all’attrice prematuramente scomparsa nel dicembre 1989 uno studio accurato che mette in luce la Mangano interprete e il suo mito. Federico Rocca sembra, all’inizio del libro, non voler rispondere alla domanda se Silvana Mangano sia stata una grande attrice, ma pagina dopo pagina ci fa rivivere la sua recitazione, rivelando uno sguardo acutissimo e attento ai particolari: siano gesto, voce o pura espressione del volto.
La Mangano di Riso amaro, corpo sensualissimo e morbido, di una bellezza popolare, lascia progressivamente il posto a una donna e attrice raffinatissima, fino al punto di capovolgere la propria immagine in quella un po’ snob e altera della signora viscontiana di Morte a Venezia. Tra un film e l’altro son passati trent’anni e per chi seguì l’attrice nelle sue metamorfosi, la sua quasi ultima incarnazione è, non una rivelazione, ma una conferma del suo essere diventata, ben oltre la donna e l’interprete pur raffinata e adorata dai grandi registi del tempo, l’icona Mangano. Pier Paolo Pasolini le aveva già reso il grande omaggio ne Il Decameron, di un unico emblematico fotogramma in cui Silvana Mangano appariva come la Madonna.
Scrive Federico Rocca: “ Pasolini destina alla Mangano il ruolo più sublime e regale che si possa immaginare, quello di un’umanissima e nello stesso tempo sovrannaturale Madonna”.(1) Luchino Visconti, ai cui occhi personificava la figura materna, vi vide pare anche la forte somiglianza con Carla Erba, madre amatissima del regista. La Mangano, ci dice Rocca, se fu interprete capace di grandi ruoli drammatici era anche dotata di una verve comica notevole. Il capitolo sulla commedia all’italiana, forse il periodo più trascurato di chi ha scritto della Mangano, è restituito dal critico con il ripercorrerne i ruoli come spalla di attori quali Alberto Sordi e segnalandone i camei. Goffredo Fofi scriveva a suo tempo di averne apprezzato le interpretazioni in L’oro di Napoli di De Sica, dove è Teresa donna umiliata e schernita per il suo passato e in La terra vista dalla luna, episodio diretto da Pasolini con un Totò inedito, in cui è Assurdina Caì, fantasma poetico di donna idealizzata e qui vien da sorridere, perfetta infine perché morta. Se L’oro di Napoli appartiene al primo periodo della Mangano che la vede attrice drammatica, la commedia all’italiana la reinventa capace di far sorridere. Gli anni aggiungono spessore alle sue interpretazioni, per altro quasi mai da protagonista e il dopo commedia all’italiana le porta, finalmente, registi capaci di capirla profondamente. Pasolini e Visconti ne faranno la loro musa. Soprattutto per loro la Mangano sarà icona muta e idealizzata, quasi trasfigurata in una spiritualità che non è più nemmeno recitazione, ma buca lo schermo. Osserva, in un passaggio del libro Federico Rocca, che Silvana Mangano è la bellezza. E siamo d’accordo, ma come poi egli stesso ci dice, è anche personaggio dalle molte sfaccettature, scivoloso a tratti se all’attrice, diva e icona internazionale, si sovrappone la donna concreta, forte a volte, ma più spesso sofferente.

Il libro oltre ad occuparsi delle tre fasi della carriera della Mangano, contiene interviste interessanti a persone che l’hanno conosciuta e frequentata. Tra tutte la costumista Bruna Parmesan e lo stilista Roberto Capucci che la raccontano spaesata e timidissima.
Alle tristi vicende personali dell’attrice, Rocca fa qualche accenno discreto e inevitabile.
Inquadrare un mito, come è stata la Mangano, vuol dire non poter del tutto sorvolare sui risvolti privati, per altro ampiamente pubblici.
Pochi gli accenni al libro della figlia di Silvana, Veronica de Laurentiis e lieve, sfiorato quasi con tenerezza, il ricordo della tragedia della morte del figlio Federico, ventiseienne, in un incidente aereo.
Federico Rocca conferma l’impressione di molti che Silvana Mangano voleva essere attrice, amava il suo lavoro e che le sue rimostranze riguardo al cinema riguardavano piuttosto una certa volgarità insita nell’ambiente.
Alcune dichiarazioni della stessa, sincere e non dovute come al solito, fatte durante le riprese di Oci ciorni, sono lì ad avvalorare questa tesi.
Le sue ultime foto, per un servizio di moda, svelano un volto ancora bellissimo ma provato dalla malattia di cui morirà di lì a poco. Dello sguardo magnetico della Mangano rimane la spietata fragilità. Quella che si coglie a distanza ancor oggi e che ce la restituisce, sì icona, sì mito, ma soprattutto, umanissima.

Note:
1) Federico Rocca; Silvana Mangano, pag. 206, L’Epos 2008.

17 pensieri su “L’attrice e l’icona. Silvana Mangano.

  1. La Mangano meritava questo libro. Un riconoscimento a una donna, un’attrice che forse merita un po’ più di attenzione. Grazie Nadia
    Stefania

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  2. Ringrazio FK e Lpels per l’ospitalità.
    Credo che questo libro possa essere utile per rivedere la figura di un’interprete che ha lasciato il segno nel nostro cinema.
    A mio parere, per come Federico Rocca, con acume la tratteggia, un primo risarcimento le è dato.
    Grazie Stefania.

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  3. “Silvana Mangano è la bellezza”,verissimo, forse la più bella fra le attrici cinematografiche dell’epoca, distante e insieme concreta, un eros privo di possesso, Viola

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  4. “La spietata fragilità “come dice l’Agostini è la più luminosa apprensione di un’attrice “irragiungibile” per i suoi ammiratori ( ed ammiratrici). Più carnale in “Riso amaro”- il film che piace a tutti gli uomini- la Mangano, a poco a poco diventa questa transcendentale apparizione che lascia rapito(a). E la Mangano, nella perfezione dei lineamenti, riflette una complessità che nessun in verità puo’dipannare. E’una meravigliosa immagine che tiene l’altro(a) a distanza. La distanza della sovranità assunta.Michèle Causse

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  5. nel passaggio da mondina a madonna, che pare quasi un anagramma di vite, ci sono tutte le sfacettature di una femminilità sfuggente, mai scontata, compiaciuta o volgare.
    grazie cara Nadia

    ,\\’

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  6. cara nadia
    a me la mangano mi è sempre parsa una meraviglia. una delle migliorio espressioni dell’italia novecentesca.

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  7. Nadia, grazie di questa segnalazione. Silvana Mangano, mi associo a quanto scritto da Viola Amarelli, era la Donna.
    Credo anche io che il libro di Federico Rocca sia un primo, giusto risarcimento a un’attrice indimenticabile.
    Un abbraccio.

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  8. ho sempre abbinato due figure femminili del nostro Novecento: la Mangano, inarrivabile, e la Vitti de “L’avventura” di Antonioni – due miti –
    un grazie a Nadia, e.d.l.

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  9. grazie nadia, è molto interessante come sottolinei questo “uso” (degli altri e di lei stessa) della bellezza (in trasformazione). sembra dire altrettanta “verità” sulla figura umana dell’attrice di quanto facciano le testimonianze dirette, le ricostruzioni, ecc.

    grazie ancora,
    renata

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  10. Forse Mangano non incarna “La Donna”, che è un fantasma, ma forse, per quel tratto di fantasma che ogni icona, ogni diva porta dietro di sé, ce la suggerisce, facendola per un attimo balenare davanti ai nostri occhi. “Spietata fragilità” scrive Nadia, e non si potrebbe dire meglio, per dire quella sovranità senza potere in cui una gran donna “di successo” può all’improvviso apparirci come fianco a fianco a un operaio oramai anziano che guarda in un’osteria il fondo del proprio bicchiere.

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