Operazione Magliani #3 – Quella notte a Dolcedo – recensione di Bartolomeo di Monaco

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Marino Magliani: “Quella notte a Dolcedo“, Longanesi, 2008

Magliani è uno scrittore a cui sono molto affezionato. Affacciatosi timidamente sulla scena letteraria, va a poco a poco affermando una personalità già matura e coinvolgente. Vive in Olanda da molti anni, da cui si allontana per tornare a far visita alla sua terra di origine, la Liguria.
Il romanzo è ambientato alla fine del Novecento con forti riferimenti all’ultima guerra mondiale.
Il 21 giugno 1989 una ragazza sui trent’anni, con una valigia in cui conserva tutte le sue cose, capita a Dolcedo, che è anche il paese in cui nacque Magliani nel 1960, in provincia di Imperia. Anche la ragazza è nata a Dolcedo, il 30 luglio del 1958. Dolcedo è vicino a Sorba, un paese visitato dai turisti che vengono a vedere i resti dell’antico Locus Bormani (costruito “in onore del dio Bormanus e della sua compagna Bormana, divinità protettrici delle sorgenti e dei corsi d’acqua.”). Nella valle si sono ritrovati nel 1956 i resti di un giovane mammut, e si pensa che ve ne siano altri, e ci sono persone che vanno a caccia delle loro zanne, scavando la zona. La ragazza cerca un rifugio e l’ottiene in un ospizio per anziani, dove è tenuta in cambio di alcuni lavori. A Dolcedo nel 1944, esattamente il 16 maggio, è accaduto qualcosa di tragico. Se ne ricorda la donna: i tedeschi avevano fatto una strage, sterminando una intera famiglia, i Droneri. Una bambina, che aveva assistito alla scena, si era salvata, nascosta tra i rovi, “perché l’ultimo soldato tedesco della colonna l’aveva vista ma aveva taciuto.” Il soldato si chiama Hans Lotle, è nato a Dresda il 21 gennaio 1923; lo rivedremo giacché anche lui farà ritorno a Dolcedo.
Sono due ritorni paralleli, quelli della ragazza e dell’ex soldato tedesco. Pare che entrambi cerchino di far riaffiorare dal passato quell’afrore di morte che ha condizionato in qualche modo la loro vita: “Un’aria acida conservava le morti come i teschi e le mummie nella sabbia dei deserti o nei ghiacci. Era l’aria che aveva conservato le zanne del mammut.”
Hans probabilmente nasconde qualcosa che potrebbe far luce sui tragici avvenimenti di quel 16 maggio. Già il suo superiore, il capitano Thomas Garser, da quando era accaduta la strage, glielo andava domandando, senza esito, però. Ora, pur essendo trascorsi molti anni, a Berlino est, dopo essere stato interrogato dalla Stasi, la famigerata organizzazione di spionaggio, Hans continua ad essere pedinato dal tenente Günter Kobel e da un altro poliziotto. Scopriremo alla fine del romanzo perché il tenente nutre tanto interesse per lui. Hans, intanto, ha bisogno dell’aiuto di Kobel, giacché desidera tornare a Sorba e a Dolcedo per indagare su chi ha voluto la strage della famiglia Droneri, una famiglia di panettieri che sosteneva i partigiani. Sa che la bambina nascosta nei rovi, non era una della famiglia, forse era la figlia dell’uomo che era passato prima che i tedeschi gettassero le bombe nel pozzo dove i Droneri s’erano rifugiati, e poi s’era nascosto tra gli ulivi e aveva sparato ai tedeschi. Il tenente Kobel, quando va a fargli visita, glielo dice apertamente che lui, Hans, vuol tornare a Dolcedo per scoprire: “Qualcosa che finalmente potrebbe rivelarle chi ha tradito i panettieri, i Droneri… Lei vuole scoprire chi li voleva morti e vi ha ingannato facendovi credere che nel nascondiglio ci fossero i partigiani… Lei vuole scoprire la verità per, come dire, ripartire la colpa…
In Magliani l’aspetto giallistico è ormai una tendenza che si va accentuando sempre di più, mescolata alla memoria, che fa sempre da motivo ispiratore: una amalgama che si trasforma come in una specie di rovo di spine che si aggrovigliano e pungono, costringendoci ad una attenzione vigile, priva di uno spazio minimo per una specie di sosta, di respiro, di rilassamento. Agevola ciò una scrittura ruvida come una pietraia, non priva di una speciale dolcezza: “Gli ulivi invece non raccontavano nulla, pietre senza stagione, solo quando il vento li sorprendeva dal mare, voltavano la foglia e diventavano chiari come i pesci morti quando salgono a galla.” Siamo in presenza di una cifra stilistica che appare ormai consolidata.
I ritorni periodici della ragazza al suo paese di Sorba, dove è vissuta per tanti anni, colmi di ricordi e di nostalgia, tessono una specie di ragnatela in cui già si intuisce che confluirà anche Hans Lotle, l’ex soldato della Jäger-Division in procinto di partire da Berlino Est per tornare sui luoghi della guerra.
Li accomuna la conoscenza di alcune parole che si trovano nella Bibbia: Sadrach, Mesach, Abdenego. Verso la fine ce ne sarà svelato il senso. Per ben due volte s’incontrano non sapendo in principio l’uno dell’altra. Come la ragazza, che si chiama Lori, è arrivata con uno zaino e trascorre le sue notti dormendo all’aperto, così accade ad Hans, che ha con sé una valigia con le sue poche cose. Ha 66 anni.
Da questo momento pare che un orologio scandisca i minuti che ci separano da una qualche rivelazione, in primis un più stretto legame tra i due personaggi che, attraverso percorsi diversi, stanno giungendo contemporaneamente negli stessi luoghi devastati dalla guerra.
Sono due solitudini che si muovono alla ricerca del passato: “Era il bisogno di cercare le cose nelle cose, gli odori dei pomeriggi, gli insetti, i canti di uccelli e gli echi del fondovalle. E tutto ciò che ora poteva confrontare con quanto aveva sentito in quei quarant’anni. Scoprire di nuovo tutto.” Pur circondati dal chiacchiericcio dei bar e delle piazze, la solitudine resta un marchio della loro personalità inquieta. Magliani scrive della ragazza: “Lei era andata via per non far nascere e morire più nulla, e perché tutto morisse senza di lei.
Dai luoghi che Hans frequenta c’è qualcuno, un certo Hugo Schuster, un artista dall’esistenza disordinata, che aggiorna il tenente Kobel sulle sue mosse. La Stasi sa che sta cercando una cartella trafugata ai Droneri, e sospetta che vi sia qualcosa di importante, perfino un tesoro.
Magliani infittisce l’intrigo, cala tutte le carte del gioco ed invita il lettore ad azzardare delle ipotesi, a vedere come quelle carte possano in qualche modo assemblarsi per comporre il mosaico.
Ma noi, intanto, ci rendiamo conto che il ritorno di Hans è il tentativo di una espiazione. Come il ritorno della ragazza per incontrarlo è il tentativo di una compassione e di un ringraziamento segreti e silenziosi. La strage della famiglia Droneri, Hans se l’è portata con sé per tutti quegli anni come una colpa. Quello di scoprire l’uomo che, con la sua delazione, aveva voluto quella strage è il solo modo che ha per scontare la pena, e attutire il rimorso e la vergogna. Una strage trappola, peraltro, nella quale erano morti anche i suoi compagni, falcidiati da un cecchino. Il percorso di Lori conduce agli stessi luoghi, poiché conduce a lui. Ad un certo punto Lori gli recita: “Benedetto il Dio di Sadrach, Mesach e Abdenego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi…” È un passo della Bibbia che solo più tardi Hans capirà.
Non è casuale che il dramma di Hans, la sua voglia di espiazione, siano attraversati anche dalla caduta del muro di Berlino. Quel 9 novembre 1989, è in compagnia di Manfred, l’amico che gli procura del lavoro a giornata, e insieme con altri tedeschi che vivono a Dolcedo, a Sorba, e nei paesi vicini, apprende alla radio la notizia; tutti esultano e festeggiano come un segno desiderato e finalmente giunto, allo stesso modo che Hans spera che accada anche a lui per quel lontano fatto di sangue.
Le ricerche di Hans, i racconti di alcuni abitanti come Grisu e Bacì, che rievocano fatti di guerra da cui l’ex soldato tenta di carpire qualche notizia utile, non solo riaccendono nel romanzo il clima di quegli anni torbidi, ma ci rimandano più volte la voce di Beppe Fenoglio che, ne “Il partigiano Johnny”, non volle nascondere le verità scomode della vicenda partigiana.
Magliani crea paesaggi rugosi, sempre attraversati dalla durezza della vita, che portano in sé una qualche arcana ed inestinguibile malinconia, la quale colora le cose, le visioni, le luci e le ombre di un afflato in grado di diffondere una suggestione quasi mistica nascosta nelle asperità della natura. Quando Lori, trasferitasi in Olanda, nei pressi di Ijmuiden (è il paese dove vive anche l’autore), ricorda Dolcedo e Sorba, pensa: “A Sorba e a Dolcedo avrebbe prestato volentieri i suoi occhi, per mostrare loro il Mar del Nord e i venti che portavano la sabbia contro i fili d’erba.”
Lori e Hans sono distanti, lui è ancora nei luoghi della strage, lei ne è lontana fisicamente, ma con la mente pensa all’ex soldato, allo straniero che dorme tra i rovi, nei pressi del pozzo. Sono davvero più vicini di quanto ciascuno di essi immagini. Lori è dentro quella strage, la sua vita è dovuta a quel gesto di pietà, a quel riscuotimento della coscienza, che ha indotto Hans a risparmiare la bambina nascosta tra i rovi. Capiremo verso la fine perché.
I paesi, sebbene immaginari, s’incrociano in questa storia con le loro mulattiere diventate tante serpentine che li trasfigurano in un complessivo ed unificante villaggio della memoria, ciascuno tuttavia coi suoi profumi, i suoi colori e i suoi silenzi: Sorba, Dolcedo, Ruggio, Bastieto, Luvaira, Santaleula. L’autore ci spiega che di essi, solo Dolcedo esiste, dove è nato.
Ma noi sentiamo che non è così. Essi sono diventati un simbolo e tutto esiste invece, giacché non sono quei nomi a sorreggere la storia ma le paure, i pentimenti, i rimorsi, le solitudini, le angosce, gli spettri e le visioni che tormentano l’anima di ogni uomo in colpa.
Pur già in presenza delle precedenti ottime prove dell’autore, quest’ultima si eleva sulle altre per la severità, nettezza e profondità di un pensiero che, nel momento in cui pietosamente ci congeda da Hans, con quel “Sono stati tutti” non ci lascia più dimenticare.

7 pensieri su “Operazione Magliani #3 – Quella notte a Dolcedo – recensione di Bartolomeo di Monaco

  1. Un grande libro.
    E una “lettura” bella e fedele. Come, del resto, nello stile trasparente, e sempre estremamente rispettoso del testo, dell’autore.
    Una lettura, tra l’altro, costellata di spunti e di intuizioni felici. Estremamente utili (per me).
    Personalmente, sto riflettendo intorno alla funzione del “genere” in quest’ultimo romanzo di Marino. Qualcosa di estremamente diverso, problematico, a tratti inaspettato, rispetto alla produzione precedente. Un “inaspettato”…”paradigmatico”.

    fm

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