Ai poeti suicidi

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Di Fabrizio Corselli

Stinte nel sangue
identità perdute
come fantasmi
errabondi in Abissi
di aghi e coltre di spine.

Putride larve
in un cuore annerito
per il troppo odio
verso il genere umano.
Piange Dio la sua morte.

Ali spezzate
sulla terra infeconda
piume di corvo
cadono dal gran seggio
si oscura il cielo intero.

Perduta gente
vaga sul quel cemento
nel raccogliere
ciò che ora resta di Lui.
Amaro fiele il pasto.

Un’ultima cena
per colui che inocula
quel reo veleno
dentro le proprie vene.
Tenebre sul suo volto.

Unghie senza smalto
sulle livide carni,
nello strappare
ancora minuti lembi
di uno spettro dannato.

Stride sul muro
la mano che lo regge
mentre soffoca
la sua bocca schiumosa
gremita ora di piaghe.

Incede il dolo
in codesta cancrena
nelle forme di un uomo.
Inala l’ultima goccia
di agognato torpore.

Storto il suo viso
quando giunge la morte,
vola l’anima
verso addolciti inferni.
Lontano dalla Luce.

Musa drogata
quella di un vile poeta
che rinasce due volte.
Sfiorisce per sempre
la propria giovinezza.

26 pensieri su “Ai poeti suicidi

  1. Scusa, Jolanda, responsabilità di che cosa? Della poesia di Corselli o del suicidio dei poeti?

    Ciao, buona notte.

    fm

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  2. Sempre stanca chiedo:di alcuni viventi validi che facciamo? creiamo attorno a loro il vuoto per spingerli al suicidio?
    sempre notte
    jolanda

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  3. La poesia è quella di un quindicenne alle prime prove. Sui commenti di Seri e Marotta stendiamo un velo pietoso, anzi lo stenda chi di dovere. Avete la morte dentro. E non temete il ridicolo.

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  4. Finalmente.

    infatti guarda cosa succede se decido di cambiare stile.

    Questo rafforza di più la volontà di tenere il mio solito stile.

    Questa è una prova, ho adottato la metrica tanka. In effetti non funziona molto.

    Concordo con Arendo.

    Un caro saluto.

    Fabrizio

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  5. Caro Arendo l’unico velo pietoso è da stendere su di te, per coprirti interamente, insieme al buco nero da quale hai tirato fuori l’unica cosa che potevi scrivere: una cazzata. Che denota, tra l’altro, la tua assoluta incapacità di contestualizzare un commento che parlava da solo e che la mia successiva risposta a Jolanda rendeva ancora più chiaro. Ma non a te.

    Qui c’è una “poesiola” (non me ne voglia Corselli: sto su questo testo) che, a prescindere dallo stile (ci sono quindicenni che scrivono meglio: sto sempre su questo testo), vuole essere un atto d’accusa contro i poeti suicidi che, negandosi la vista di dio, si negherebbero alla vera, all’unica poesia: con la logica conseguenza, sembra suggerire l’autore, che è proprio questa oscurità l’origine della loro decisione.

    Ci sei, Arendo? Bene.

    Entra Seri e, contrariamente a quello che tu puoi capire, per quanti sforzi faccia, anche in seguito, dice più o meno: se i poeti vivi scrivono come l’autore di questo testo (sempre quello, Corselli, non ti agitare), evviva i poeti morti, che sicuramente scrivevano qualcosa di più decente.

    Ci sei ancora, Arendo? Bene.

    Allora, se ci sei, quella frase, “avete la morte dentro”, la rivolgi alla persona che senti a te più vicina e, visto che ti trovi già nei paraggi, vedi anche se ha ancora incorporato qualcosa che non ha espulso.

    Con nessunissima stima. Mai. Per quelli che, come te, si permettono di attribuire a persone che non conoscono sentimenti e pensieri che sono l’esatto opposto di quello che hanno costantemente praticato nella loro esistenza.

    fm

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  6. Marotta, ma vita e morte si fan compagnia, metà vita e metà morte, specie in uno scrittore che meriti di essere così detto.

    Stavo a notare che vi mancavano solo i tarallucci e il vino per concludere l’opera su Corselli.

    Per me la morte sta nel sarcasmo da voi esercitato sulla carne viva, sarebbe meglio ragionarsela sul pubblicando – o è tutta una marmellata? – piuttosto che fare spallucce di complice virtualità, poi, sui pubblicati!
    Questo significa “avere la morte dentro” ed essere ridicoli, fermi al solito meccanismo. Parlate chiaramente.

    Notavo, insomma, la preponderanza di un “sistema” funebre, niente di più. Non prendermi sulla parola, vola, poeta!

    Saluti,

    arendo.

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  7. Rendo, ma ti costava così tanto scriverla “prima” una cosa del genere? Abbandonarti anche all’ironia, al sarcasmo più feroce, piuttosto che scrivere una frase (“Sui commenti di Seri e Marotta stendiamo un velo pietoso, anzi lo stenda chi di dovere. Avete la morte dentro. E non temete il ridicolo.”) che, così come è posta, si risolve unicamente in un insulto, in una scudisciata in faccia, comunque assolutamente sproporzionati alla battuta (o battutaccia) di cui sopra?

    E poi, dov’è il mio commento? Con chi starei a pasteggiare a tarallucci e vino? Lì c’era solo un’espressione “salata”, ma bonaria, nei confronti di un autore di cui ho avuto modo di leggere ben altro. Mi hai mai sorpreso a “stroncare” qualcuno? Con chi avrei fatto “spallucce di complice virtualità”, se in due anni, su cento autori pubblicati, qui e altrove, ne conosco di persona tre, e, almeno settanta, sono giovani o meno giovani che non hanno/avevano mai pubblicato un libro? Per quello che puoi aver capito, o intuito, di me, ti sembro uno capace di spendersi in un “gruppo”, di fare comunella con qualcuno ai danni di qualche altro?

    Ecco: ti sarei un miliardo di volte grato (e “sai” che è vero, che non scherzo affatto!) se tu dicessi e scrivessi a chiare lettere che non capisco un cazzo di poesia e che quello che scrivo fa cagare, piuttosto che vedermi attribuire retropensieri o intenzioni che non mi appartengono e non mi apparterranno mai.

    E tutto questo perché? Perché in tre anni mi è scappata una battuta su un testo assolutamente impresentabile? Battuta che non avrei mai, e poi mai fatto, se non avessi letto testi di Corselli di ben altra levatura.

    Saluti.

    fm

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  8. Marotta, quella frase ha ragione di esistere all’interno del mio discorso, non cambierei nulla. Ho spiegato come la penso, sopra.
    Sono stato e sto a quello che ho letto, all’accaduto.
    Delle domande che poni, tu sei il solutore.
    Quanto all’impresentabilità: mettetevi d’accordo fra di voi, redattori.
    Un lettore legge.

    Ciao,
    arendo.

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  9. Rendo, anche la mia risposta a quella tua frase resta, ed ha ragione di esistere proprio in relazione ad essa.

    E quando tu dici, “Delle domande che poni, tu sei il solutore”, fai solo un esercizio di (inutile) retorica, perché tu le risposte le hai “già” date. Infatti, da una cosa del genere: “Allora aggiungi un posto a tavola: gli strani siamo già due.” (undici parole!), tu deduci, nell’ordine: “i tarallucci e il vino”; il “sarcasmo… esercitato sulla carne viva”; che “è tutta una marmellata” di gente che fa “spallucce di complice virtualità” e che è ferma “al solito meccanismo.”

    Hai veramente facoltà sovrumane! Oppure no.

    E allora sei tu che devi parlare “chiaramente”, visto che non c’era nessun thread a giustificare quanto hai scritto. E, nel caso remoto tu non ce l’avessi con me, correttezza imporrebbe di fare nomi e cognomi: il plurale maiestatis o la frecciatina en passant, tanto per far vedere che uno è “oltre” e “altro”, non sono certamente da te.

    Comunque, il (mio) discorso finisce qui, anche per non togliere spazio all’autore e al postatore, che sicuramente si aspettavano ben altro. Anche perché, a quanto mi dicono, sembra che, una volta, ammettere di aver preso lucciole per lanterne, o solo di essere stati precipitosi, fosse segno distintivo di “grandezza”… E tu mi insegni che, di tale merce, in rete ne circola ben poca: qui i pusher hanno tutti esaurito le scorte: anzi, non sono mai esistiti.

    Ciao.

    fm

    p.s.

    Corselli, vorrai scusare questa intrusione assolutamente fuori luogo. Davvero dispiaciuto: posso solo assicurarti che non avrà repliche. Di nessun genere.

    Mi piace

  10. le lucciole possono servire a vedere meglio le lanterne.
    rendo è un simpaticone che a volte esagera: diventa stucchevole, mellifluo.

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  11. Redmaltese, possiedi una nuova edizione di Pavese adeguata ai tempi, con il segno dell’euro al posto della E! 🙂
    Comunque, dato che si presuppone che uno i libri li scriva quand’è vivente, propriamente non esistono autori suicidi. Ma persone che hanno scritto dei libri e che a un certo punto si sono tolte la vita. In sintesi: secondo me creare la categoria degli “scrittori suicidi” è un vezzo da salotto, tanto per parlare un po’.
    Come autore davvero suicida mi viene in mente forse solo Drieu La Rochelle, che al suicidio ci pensava costantemente, gli piaceva, lo desiderava e ne teorizzava e scriveva fin da bambino.

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  12. Caro Marotta, tranquillo.

    La cosa che mi fa più ridere è che su questo testo, diciamo buttato lì per caso, vi sono diciotto commenti mentre per i miei precedenti nemmeno uno. 🙂

    Comunque sono io il primo a dire che quel testo è meno che mediocre. Quindi tranquillo.

    Comunque è inutile prendersela…

    Per i tarallucci e vino ci manca solo la caciotta e il salame, forza salumieri!!!

    🙂

    Fabrizio

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  13. concordo ass con Lamberti

    è testimoniato che la parola suicidio in rete è cliccatissima
    l’alone romantico morboso che presuppone attira molto

    [nella realtà è cosa di silenzi e disperata preghiera]

    anche la parola “Agenzia delle Entrate” se è per quello è ancora più cliccata

    mi sento di consigliarla assolutamente ai poeti come titolo per un poema £irico o €rico

    ,\\’

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  14. Non voglio intromettermi nella discussione su poeti morti, vivi, moribondi o affamati di morte. Volevo solo ricordare che anche Pavese per almeno quindici anni della sua vita non ha fatto altro che imbattersi nel suicidio ad ogni angolo di strada. E ne ha fatto uno degli argomenti fantasma della sua narrativa, cuocendolo in tutte le salse nel diario. Questo tuttavia non ha compromesso il suo amore (a volte anche morboso) per il vivere, un lavoro così impegnativo da poterci rimettere la vita.
    Complimenti a rs, sentenza troppo azzeccata!

    mdp

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  15. La tua poesia mi ha fatto piangere per la sua verita’… e tristezza. Descrivi alla perfezione quanto e’ avvenuto al poeta Giulivo Bastardi, un po’ “pazzerello” forse, ma profondo. La sua identita’ perduta nei labirinti della malattia mentale che lo affliggeva, penso che, finito l’inchiostro e perduta ogni speranza, abbia abbracciato il suicidio come liberazione da ali che non piu’ lo sorreggevano e da una mente ormai infeconda (le sue ultime poesie ebbero come tema predominante il suicidio). Includo il sito web di questo poeta (che penso sia adesso mantenuto attivo dai familiari), in caso qualcuno qui ne sia interessato:
    Nel mio cuore, la tua e’ una magnifica poesia che dedico a lui.

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  16. cuocendolo in tutte le salse nel diario. Questo tuttavia non ha compromesso il suo amore (a volte anche morboso) per il vivere, un lavoro così impegnativo da poterci rimettere la vita.

    Mi piace

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