Antropologia del Mangiare

Inizio con questo articolo, la pubblicazione di una serie di testi multidisciplinari miei e di altri autori, intorno alla complessa questione del cibo e dell’atto del nutrirsi. Il primo articolo che pubblico è un testo squisitamente filosofico di Derrida, preceduto da un breve introduzione di Tommaso Ariemma.

Introduzione a Jacques Derrida, “Bisogna ben mangiare” o il calcolo del soggetto

di Tommaso Ariemma

Il breve testo di Derrida, che traduciamo per la prima volta in italiano, appare all’interno di un’intervista con Jean-Luc Nancy intorno alla questione del soggetto e del sacrificio: “Il faut bien manger” ou le calcul du sujet .
Il testo ha una sua autonomia, racchiuso tra parentesi quadre. Ospitato nell’intervista, introiettato, innestato, fa luce simbolicamente sulla struttura del soggetto che intende svelare: quella dell’introiezione, del mangiare.
Non è la prima volta che Derrida fa riferimento al mangiare, né sarà l’ultima. Tale riferimento accompagna tutta la sua riflessione decostruttiva, e in particolare la decostruzione dell’animalità e della sovranità. Queste due direzioni della decostruzione non sono da considerarsi separate, né separate dalla questione del mangiare. In un corso tenuto a Parigi nel 2001, dal titolo La bête et le souverain, Derrida ha sottolineato l’interdipendenza tra le tre questioni:

[…] la bestia sarebbe divoratrice e l’uomo divorerebbe la bestia. Divoramento e voracità. Devoro, vorax, vorator. Ne va della bocca, dei denti, della lingua e della violenta precipitazione a mordere, inghiottire, ingoiare l’altro, prenderlo dentro di sé per ucciderlo o farne il lutto. La sovranità sarebbe divoratrice? La sua forza e il suo potere, la sua più grande forza, la sua potenza assoluta sarebbe, per essenza e sempre in ultima istanza, potenza di divorazione? Ma ciò che transita per la divorazione interiorizzante – vale a dire per l’oralità, per la bocca, il muso, i denti, la gola, la glottide e la lingua (che sono anche i luoghi del grido e della parola, del linguaggio) – può anche abitare quest’altro luogo del viso e della faccia che sono le orecchie, gli attributi auricolari, le forme visibili, audiovisive di ciò che permette non solo di parlare ma di intendere e di ascoltare.

Sempre nel medesimo corso, Derrida ha esplicitamente fatto riferimento all’intervista del ’89 con Nancy e al concetto chiave espresso nella parte dell’intervista che abbiamo preso in considerazione, ovvero al concetto di carno-fallogocentrismo, che per Derrida definisce in modo esaustivo la struttura del soggetto.
La parola carno-fallogocentrismo, che condensa diverse parole-chiave della decostruzione di Derrida (logocentrismo, fallocentrismo, fallogocentrismo, etc.), vi aggiunge il suffisso indicante la voracità carnivora. Essa sarebbe strutturale del soggetto, anche quando si dichiara vegetariano.
Essenziale alla comprensione della struttura stessa della soggettività diviene, pertanto, il fenomeno del mangiare. Perché un soggetto non può non introiettare. Bisogna, infatti, che, in un modo o nell’altro, mangi. Simbolicamente o realmente, non importa: essere soggetto significa mangiare. E soprattutto mangiare carne.

In una recente intervista con Elisabeth Roudinesco, Derrida chiarisce questa posizione:

Non basta proibirsi di mangiare carne per essere dei non carnivori. Il meccanismo carnivoro inconscio ha a sua disposizione ben altre risorse, e personalmente non credo all’esistenza di un non-carnivoro in generale. Anche nel caso di chi si accontentasse di pane e vino. Mi sono spiegato meglio su questo punto tutte le volte che ho parlato della necessità di decostruzione del «carno-fallogocentrismo». Anche se è un fatto noto da sempre, o almeno da duemila anni, la psicoanalisi ce l’ha ormai insegnato definitivamente: anche i «vegetariani» possono benissimo incorporare, come tutti e per via simbolica, degli esseri viventi, della carne e del sangue – umano o divino. Anche un ateo, a sua volta, non disdegna di «divorare l’altro» – se è capace di amare almeno. Perché questa è la tentazione dell’amore stesso.

Bisogna pur mangiare, secondo l’intraducibile espressione di Derrida il faut bien manger, che significa tanto bisogna pur mangiare quanto bisogna ben mangiare. Il doppio senso contenuto nell’espressione rinvia al motivo etico fondamentale della decostruzione: l’ospitalità dell’altro.
La questione del mangiare non può non implicare, infatti, il rapporto con l’altro, perché non si mangia mai da soli, né esiste un solo modo di mangiare. Bisognerà ben mangiare. Una massima che Derrida definisce indecidibile a priori e che si indirizza inevitabilmente all’altro ancora a venire. Il mangiare rivela l’eterogenesi dell’identità, che non può fare a meno di assumere l’altro, contrarlo, turbata ogni volta dalla modalità indecidibile con cui l’altro chiede di essere mangiato, come pure, a sua volta, di mangiare.

Note. “Il faut bien manger” ou le calcul du sujet, apparsa in “Cahiers Confrontation” , 20, inverno 1989, poi ripresa in Point de suspension, Galilée, Paris 1992, la traduzione è di pp. 294-297.
Cfr. in particolare: Glas, a cura di S. Facioni, Bompiani, Milano 2006, pp. 82-84 a: Economimesis, a cura di F. Vitale, Jaca Book, Milano 2005, pp. 55-56; La bestia e il sovrano, trad. it. di L. Odello, “aut aut”, 327, 2005, pp. 120-124; L’animale che dunque sono, a cura di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano 2006, in particolare p. 155. Su questo tema cfr. L. Odello, Dirvorazione, “aut aut”, 327, 2005, pp. 206-223. S. Regazzoni, La decostruzione del politico. Undici tesi su Derrida, Il melangolo, Genova 2006, pp. 331-350. J. Derrida, La bestia e il sovrano, cit., p. 122. (trad. lievemente modificata) J. Derrida, E. Roudinesco, Quale domani?, trad. it. di G. Brivio, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 100.

Jacques Derrida

“Bisogna ben mangiare” o il calcolo del soggetto

Non si tratterebbe di richiamare solamente la struttura fallogocentrica del concetto di soggetto, almeno nel suo schema dominante. Vorrei un giorno dimostrare che questo schema implica la virilità. Carnivora. Parlerei di un carno-fallogocentrismo se non fosse una sorta di tautologia o piuttosto di etero-tautologia come sintesi a priori, tu potresti tradurre con «idealismo speculativo», «divenire soggetto della sostanza», «sapere assoluto» passando per il «venerdì santo speculativo»: è sufficiente prendere sul serio l’interiorizzazione idealizzante del fallo e la necessità del suo passaggio attraverso la bocca, che si tratti di parole o di cose, di frasi, del pane o del vino quotidiano, della lingua, delle labbra o del seno dell’altro. Si protesterà: ci sono (riconosciuti da poco, lo sai bene) dei soggetti etici, giuridici, politici, dei cittadini a pieno (o quasi) diritto che sono anche donne e/o vegetariani! Ma ciò non è ammesso nel concetto, e nel diritto, che da poco e proprio nel momento in cui il concetto di soggetto entra in decostruzione. È fortuito? E ciò che chiamo qui schema o immagine, ciò che lega il concetto all’intuizione, installa la figura virile al centro determinante del soggetto. L’autorità e l’autonomia (perché anche se si assoggetta alla legge, questo assoggettamento è libertà) sono, in virtù di questo schema, piuttosto accordati all’uomo (homo et vir) che alla donna e piuttosto accordati alla donna che all’animale. E ben inteso piuttosto all’adulto che non al bambino. La forza virile del maschio adulto, padre, marito o fratello (il canone dell’amicizia, lo mostrerò altrove, privilegia lo schema fraterno) appartiene allo schema che domina il concetto di soggetto. Questi non si vuole solo signore e possessore attivo della natura. Nelle nostre culture accetta il sacrificio e mangia carne. Siccome non abbiamo molto tempo né spazio, e a rischio di far urlare (sappiamo pressappoco chi), domando: nei nostri paesi, chi avrebbe qualche possibilità di diventare un capo di Stato, e accedere così «alla testa», dichiarandosi pubblicamente, e dunque esemplarmente, vegetariano? Il capo deve essere mangiatore di carne (in vista d’altra parte di essere egli stesso «simbolicamente» […] mangiato). Per non parlare del celibato, dell’omosessualità e della stessa femminilità (che non è ammessa, e così raramente, alla testa di qualsiasi cosa, e soprattutto dello Stato, che nell’istante in cui si lascia tradurre in uno schema virile ed eroico. Contrariamente a ciò che si crede spesso, la «condizione femminile», in modo particolare dal punto di vista del diritto, si è deteriorata dal XIV al XIX secolo in Europa, raggiungendo il peggio nel momento in cui il codice napoleonico iscriveva nel diritto positivo il concetto di soggetto di cui noi parliamo).
Rispondendo a tali questioni, tu non avrai solamente uno schema del dominante, del denominatore comune del dominante, oggi ancora, nell’ordine del politico o dello Stato, del diritto o della morale, tu avrai lo schema dominante della soggettività stessa. Sono la stessa cosa. Se adesso il limite tra il vivente e il non-vivente sembra così poco certo, almeno come limite opposizionale, quanto quello tra l’«uomo» e l’«animale» e se, nell’esperienza (simbolica o reale) del «mangiare-parlare-interiorizzare», la frontiera etica non passa più rigorosamente tra il «tu non ucciderai affatto» (l’uomo, il tuo prossimo) e il «tu non metterai a morte il vivente in generale», ma tra più modi, infinitamente differenti, della concezione-appropriazione-assimilazione dell’altro, allora, quanto al «Bene» di ogni morale, la questione riguarderà la migliore maniera, la più rispettosa e la più riconoscente, la più adatta così a rapportarsi all’altro e a rapportare l’altro a sé.
Per tutto ciò che accade e passa sul bordo degli orifizi (dell’oralità, ma anche dell’orecchio, dell’occhio – e di tutti i “sensi” in generale) la metonimia del “ben mangiare” sarà sempre la regola. La questione non è più quella di sapere se è «buono» o «bene» «mangiare» l’altro, e quale altro. Lo si mangia in ogni modo e ci si lascia mangiare da lui. Le culture cosiddette non antropofaghe praticano l’antropofagia simbolica e costruiscono pure il loro socius più elevato, addirittura la sublimità della loro morale, su questa antropofagia. Anche i vegetariani mangiano l’animale e l’uomo stesso. Essi praticano un altro modo di denegazione. La questione morale non è dunque, né mai lo è stata: bisogna mangiare o non mangiare, mangiare questo e non quello, il vivente o il non vivente, l’uomo o l’animale, ma visto che bisogna pur [bien] mangiare in ogni modo e che è bene, è buono, e che non c’è altra definizione di bene, come bisogna ben mangiare?
E che cosa implica? Che cos’è mangiare? Come regolare questa metonimia dell’introiezione? E in che cosa la formulazione stessa di tali questioni nel linguaggio dà ancora da mangiare? In che cosa la questione, se vuoi, è ancora carnivora? La questione infinitamente metonimica per il soggetto del «bisogna ben mangiare» non deve essere nutriente solamente per me, per un io, che allora mangerebbe male, essa deve essere spartita, come diresti tu forse, e non solamente nella lingua.
«Bisogna ben mangiare» non vuol dire innanzitutto prendere e comprendere in sé, ma imparare e dare da mangiare, imparare-a-dare-da-mangiare-all’altro. Non si mangia mai da soli, ecco la regola del «bisogna ben mangiare». È una legge dell’ospitalità infinita. E tutte le differenze, le fratture, le guerre (si può dire anche le guerre di religione) hanno questo «ben mangiare» in gioco. Oggi più che mai. Bisogna ben mangiare, ecco una massima di cui basta fare variare le modalità e i contenuti. All’infinito. Essa dice la legge, il bisogno o il desiderio (non ho mai creduto alla radicalità di questa distinzione a volte utile), l’orexis, la fame e la sete («bisogna», «bisogna pure [il faut bien]», il rispetto dell’altro nel momento stesso in cui, facendone l’esperienza (parlo qui di un «mangiare» metonimico come del concetto stesso dell’esperienza), si deve cominciare a immedesimarsi, ad assimilarlo, interiorizzarlo, comprenderlo idealmente (cosa che non si può mai fare assolutamente senza indirizzarsi all’altro) e senza limitare assolutamente la comprensione stessa, l’appropriazione identificante), parlargli nelle parole che passano anche nella bocca, nell’orecchio e nella vista, rispettare la legge che è al tempo stesso una voce e un tribunale (essa si intende, è in noi che siamo davanti ad essa). La raffinatezza sublime nel rispetto dell’altro è anche una maniera di «ben Mangiare» o di «mangiare il Bene». Il Bene si mangia anche. Bisogna ben mangiare.

(traduzione di Tommaso Ariemma)

Note. Cfr. J. Derrida, Point de suspension, Galilée, Paris 1992, p. 290, Hitler stesso non ha mai fatto della sua pratica vegetariana qualcosa di esemplare. Questa affascinante eccezione può essere d’altronde integrata all’ipotesi che qui evoco. Un certo vegetarianismo reattivo e compulsivo si iscrive sempre, a titolo di denegazione, di inversione o di rimozione, nella storia del cannibalismo. Qual è il limite tra la coprofagia e la nota coprofilia di Hitler? (Helm Stierlin, Adolf Hitler, psychologie du groupe familial, trad. fr., P.U.F., Paris 1975, p. 41.) Rinvio qui alle preziose indicazioni di René Major (De l’élection, Aubier, Paris 1986, p. 166,

Tratti da: http://www.kainos.it/numero7/emergenze/mangiare_derrida.doc

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