“Leggero è il macigno/portato con le ali”

Bevendo il tè con i morti di Chandra Livia Candiani sarà presentato mercoledì 2 aprile alle ore 18 presso la libreria Archivi del 900 di via Montevideo 9, a Milano. Presenterà Vivian Lamarque, leggerà Chandra Livia Candiani.
Ricordo che su lapoesiaelospirito si possono leggere due letture di questo libro qui e qui. Segnalo anche una intervista a Chandra Livia Candiani, che si può leggere qui. Altro materiale sull’opera si trova in rete, in particolare qui.
Accompagno questo annuncio con degli appunti annotati durante la lettura del libro.

Appunti su Bevendo il tè con i morti di Chandra Livia Candiani

Le parole dei poeti si richiamano come eco. Due versi di Giancarlo Consonni dicono:

se fosse prossimità
l’altrove dei morti?

A cui risponde Chandra Livia Candiani:

non c’è oltre
a questo altrove
che i morti abitano

Bevendo il tè con i morti di Livia Candiani si colloca in questa prossimità e comincia in medias res.

Verso sera
i morti siedono sui fili della luce
come gocce di pioggia
che è già caduta.

Qualcosa c’è già stato, ne rimangono i segni, tracce concretissime e figure archetipiche, nelle “gocce di pioggia”, “sull’albero del giardino”, ne “la barca dei morti”, “ai vetri della finestra”, sulle “piastrelle in cucina”.

La letteratura fantastica parte dal quotidiano e usa mezzi mimetici per procedere verso l’“irreale”: e il fantastico apre una lacerazione nel “reale”. L’approdo di questo libro però è l’opposto: nel rapporto con i morti sparisce “l’incolmabile abisso/tra due viventi”.

E ancora: nelle società non secolarizzate l’alterità trascende il mondo umano e determina un mondo soprannaturale. In una società secolarizzata l’alterità non è collocata in un mondo altro, diventa il “perturbante”, un fardello di timori e desideri troppo pesante da portare e perciò rimosso.

In questo libro il percorso è inverso: se il perturbante è un esorcismo, Bevendo il tè con i morti è un’iniziazione. La presenza della morte viene recuperata, e con essa ci viene consegnata una “antica consuetudine/d’intimità”.

Avviene come dice Emily Dickinson:

Quando non v’è più luce
a poco a poco
prendiamo l’abitudine del buio…
Insicuri all’istante ci muoviamo
nel nuovo della notte
poi il vedere s’abitua al buio
e dritti sulla strada precediamo.

Avanziamo nel libro e la vista si adegua. Guadagniamo una doppia vista e i morti li vediamo o ne sentiamo la presenza in ciò che ci circonda. Dove c’era il peso appare la leggerezza (Il morto/… trepido coltiva/la leggerezza di un bambù/per avere in vita/troppi pesi portato), il buio appare luminoso (Azzurra/è la notte/dopo il buio del corpo/per la morta/che sognava l’aperto).

E con quanto struggimento leggo di “tutti i delicati morti/che senza indirizzo/ora passeggiano in cerca/dell’incompiuta musica umana“. Vedo me stesso da un altrove, io stesso corpo e sguardo, “sono il vetro della finestra/che guarda“.

Si susseguono impalpabili rivelazioni (“Non si addice/ai morti la tristezza”, “Non a casa/ma senza casa/sono i morti”, “e a braccia spiegate/si gettano nella dimenticanza”, “i portatori di pace/entrando seminano/a piccoli gesti celati/fiocchi di silenzio”).

Mentre anche gesti e oggetti quotidiani diventano momenti di un’avventura dello spirito, “la teiera il coperchio“, il pavimento di legno che canta per i morti, il bicchiere da cui si beve “la vita mancata“…

Termino la lettura di questa sezione del libro (Bevendo il tè con i morti; le altre due sono Fiorito riposo e Madre eretica) con la forte sensazione di avere aggiunto qualcosa alla mia esperienza, aver visto qualcosa di non comune, acquisito un diverso sapere – ma non so cosa. O meglio, lo so in una lingua che fa a meno delle parole.

“Dire (dare l’oggetto) è meno che ogni cosa descriverlo” dice Marina Cvetaeva. Ma il respiro della poesia traduce in parole-immagini l’alito stesso delle cose, indicando le relazioni esistenti tra di esse e tra esse e noi. Perché “La Poesia agisce in modo diverso e più divino, risveglia ed allarga la mente stessa facendone il ricettacolo di mille sconosciute combinazioni di pensiero” (P.B. Shelley, Difesa della poesia). Solo alla poesia è dato “trasformare l’invisibile in visibile”, uscire “fuori dai confini dell’anima – nella parola”.

* * *

Dopo aver abitato la soglia tra i vivi e i morti, e averci condotto il lettore, Chandra Livia Candiani affronta il suo corpo a corpo con la morte nell’ultima sezione del libro, Madre eretica, dedicata alla morte della madre.

Una poesia per me è il culmine di questa sezione e forse dell’intero libro, e ne costituisce una chiave d’accesso, è Mi insegno.

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte
mentre mi inchiostro
nera sotto lenzuola
pallide e fremo d’alba
mi insegno
che non si trema e non si piange
neanche al chiuso di una faccia
e non ci si denuda come albero
appena soffia il gelo
di un assolo adulto
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza.
Mi insegno a parlare molte lingue
sotto la fitta sassaiola
dei silenzi armati,
mi ingegno a non contare
niente, a declinare gli urli
come verbi senza transito,
ad addormentarmi coperta di neve
contro la porta della ragione
e dell’accordo, e dormendo sfioro
la foglia che ieri sbordando leggera
dalla traiettoria della sua caduta
voleva dire: “Niente.”

Nel Poema della fine Marina Cvetaeva apre le dighe del dolore femminile, il dolore per la fine di un amore, un dolore inconsolabile, che straripa con tutta la disperazione di cui è capace, senza mediazioni infingimenti accomodamenti.

Qui avviene qualcosa di simile. C’è il dolore umano di fronte alla morte, l’individuo nella sua solitudine irrimediabile. “Mi insegno”. “Mi insegno” perché non ci sono maestri, ed è l’intero universo umano che urla silenziosamente.

C’è perfino qualche ricorrenza semantica tra le due opere: “Non si deve. Piangere non si deve” (Poema della fine), “mi insegno/che non si trema e non si piange” (Mi insegno); “si danza – non si piange” (Poema della fine), “Che festa/sentire la giostra della morte/all’altezza del cuore” (Che festa, un’altra poesia della stessa sezione, Madre eretica).

Se il dolore non ha limiti, il linguaggio è attento e maestoso, tale da inverare quanto affermava Shelley: “La Poesia è uno specchio capace di rendere bello ciò che è distorto” (Difesa della poesia).

Nelle poesie immediatamente successive mi trovo di fronte alla nudità della morte:

… e presto di mattina il mistero
è così fitto, fitto
come nebbia che si accompagna
al vuoto dentro…

Arriva il balbettio presintattico:

… Cosa dolore dove?…

La protesta del vivente:

… e ogni morte
è prematura…

Il vuoto di chi resta:

… in punta di silenzio
cammina chi resta e piega
vestiti e carte come
fossero sipari e sbircia
l’attimo abbagliante
la coda di scintille
che indossano i morti.

La fine di un mondo:

… che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi

Dopo riappare l’esperienza della prima sezione del libro, e la madre diventa uno di quei “delicati morti”:

… posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.

E anche noi come il Poeta avvertiamo il dono prezioso della poesia:

Leggero è il macigno
portato con le ali…

11 pensieri su ““Leggero è il macigno/portato con le ali”

  1. Peccato non poter esserci. La poesia della Candiani,letta qui e lì in rete,è veramente notevole.Sarà sicuramente un’ottima serata. Complimenti.
    jolanda

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  2. Grazie, Jolanda – e peccato davvero che tu non possa esserci. Come dice Vivian Lamarque nella prefazione a “Io con vestito leggero”, Livia Candiani “fa parte di quei poeti che vanno almeno una volta ascoltati, i loro versi vanno letti avendo quell’eco nelle orecchie”.

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  3. Giorgio,se la nostra bella Italia non si estendesse così tanto in lunghezza,tutto sarebbe più facile,purtroppo,vivendo dove il tirreno lascia il posto allo jonio,queste occasioni così importanti,sono per me perse in partenza.
    Non potresti fare un video da vedere poi su lpels?
    un caro saluto
    jolanda

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  4. Jolanda, buona idea, purtroppo non ho i mezzi e le abilità per fare un video, ma… mai dire mai, magari potrebbe farlo qualcun altro… (anch’io provengo dalle estremità d’Italia, anzi sono nato a pochi chilometri da Capo Passero, la punta da cui la Sicilia guarda l’Africa).

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  5. Un caro saluto e i miei auguri a Livia Candiani, per la serata a cui avrei voluto non mancare.

    Grazie a Giorgio per questo post.

    Giovanni

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  6. Allora,Giorgio,come è andata la serata? qualcuno è riuscito a fare un video?

    Ho visitato quella parte di sicilia che ti appartiene verso i 17 anni con replica verso i 27.Ricordo ben poco a parte il caldo e qualcuno che mi diceva che dall’altra parte c’era l’africa.
    un caro saluto
    jolanda

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  7. Jolanda, leggo in un intervallo a scuola: nessuno ha fatto un video, ti racconterò qualcosa dell’incontro nel pomeriggio.

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  8. Cara Jolanda, prtroppo niente registrazione e niente appunti, proverò a trasmetterti ciò che io ho vissuto.

    L’incontro si può riassumere a partire da uno scambio di battute che ho avuto con un amico appena fuori dalla libreria. “Ma tu conosci Livia Candiani?”. “Sì”. “Siete amici?”. “Sì”. “E com’è di solito, nella vita di tutti i giorni?”. “Così, come l’hai vista. Perché?”. “Perché mi preoccupa…”. “Beh, mangia, beve, scherza, va al cinema, ma fa tutto con lo spirito che hai visto”. “Però non è facile”.

    Abbiamo ricordato come Livia Candiani aveva definito il poeta: senza rete – nella poesia e nella vita, nella poesia come nella vita. Al pari della Victoria Chaplin raffigurata nella foto di copertina di “Bevendo il tè con i morti”, la quale svolge gli esercizi del suo “Circo immaginario” senza rete. E ricordiamo anche i versi di Marina Cvetaeva “Esagerata, esagerata/cioè come nell’ora della morte”. “Non dev’essere facile” dice il mio amico. E io sono d’accordo. D’altra parte mi domando, con Vladimir Majakovskij: “dove,/quando,/quale grande si è scelto/una via/più battuta/e più facile?”.

    Per il resto, Livia Candiani: generosa nel rievocare episodi che hanno visto nascere il libro e nelle letture. Pubblico: circa 50 persone. Partecipazione: attenta e commossa. Domande: pertinenti e coinvolte, trascendenti la letteratura – sulla vita e la morte: inverando quanto dice Todorov nel suo ultimo libro: “Il lettore comune, continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a sparire nel giro di breve tempo”. Per un’ora e mezza, sparito “l’incolmabile abisso/tra due viventi”.

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  9. Giorgio,grazie,il tuo sunto mi ha emozionata e,con l’immaginazione,ho tentato di “vedere” e “sentire”. La domanda del tuo amico non mi è nuova. Ho assistito a tante presentazioni di libri,compresi i miei,e quella domanda è un po’ sulla bocca di tutti,di quelli che non conoscono l’autore,e di quelli che lo conoscono,proprio per verificare l’affinità tra scrittura e persona.
    Il “senza rete” mi piace più di quanto tu possa immaginare.E mi piace anche l’aver definito la Candiani “generosa”. Per me è così che dev’essere il poeta.
    E questo è l’ottimo rapporto che si crea,poi,tra autore e astanti,superando quell’indefinibile confine,tra persona-poeta-lettore,attraverso la pertinenza delle domande non necessariamente e tecnicamente letterarie.
    Grazie infine per aver citato la Cvetaeva e Vladimir.
    Un caro saluto a te e alla Candiani
    jolanda

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