Replica a Bruno Forte, di Vito Mancuso

Sono di una complessità enorme i problemi che solleva Bruno Forte commentando L’anima e il suo destino sull’Osservatore romano del 2 febbraio [2008], così che, nello spazio di questo articolo, io mi posso limitare solo a rispondere alle due critiche principali (il nesso “peccato originale-male” e l’accusa di gnosi) e a evocare i termini del problema soteriologico, forse il principale tra quelli che stanno di fronte alla teologia di questo secolo.
La prima critica riguarda la mia tesi sul peccato originale. Per favorire la chiarezza ricordo, citando l’autorevole manuale dei gesuiti Flick e Alszeghy, quanto sostiene il dogma: “Adamo peccando ha trasmesso a tutto il genere umano il peccato che è morte dell’anima”, così che ogni bambino viene al mondo “in uno stato di inimicizia con Dio”. Di contro io sostengo che il centro del cristianesimo ci impone di ritenere che non vi è nessuna “inimicizia” tra Dio e il bambino che nasce, e che quindi il dogma del peccato originale va riscritto in termini di “caos” originale, intendendo con ciò la condizione umana bisognosa di disciplina che, come scrivo nel libro, “può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla”. Sostengo, in altri termini, che il centro del cristianesimo consiste in un tale legame tra Dio Padre e l’umanità da rendere insostenibile l’idea che gli uomini siano peccatori agli occhi di Dio per il fatto stesso di essere uomini, come invece vuole sant’Agostino, padre del dogma del peccato originale, il quale li destina alla dannazione solo per il fatto di essere stati generati e il cui pensiero è recepito dal dogma del Concilio di Trento quando proclama che il peccato è “propagatione, non imitatione, transfusum”. A mio avviso questa prospettiva, per quanto definita come dogma, è un’offesa alla creazione e alla paternità divina, di cui la mente prima si libera meglio è.

Bruno Forte scrive che io così vanifico “il dramma del male e la potenza del peccato”, e per sostenere la sua tesi si rifà a un brano di Kant da La religione entro i limiti della sola ragione. L’argomentazione però a mio avviso non tiene, perché un conto è il male che l’uomo può compiere (tesi da me sempre sostenuta con forza, si veda per esempio quanto scrivo a proposito della bestemmia contro lo Spirito santo), un altro conto è la riconduzione di tale male al peccato originale presente in ogni uomo come eredità. Tale distinzione tra realtà del male e sua origine nel peccato originale è operata dallo stesso Kant, proprio nell’opera citata da Forte: “Comunque possa essere l’origine del male morale nell’uomo, è certo che fra tutte le maniere di rappresentare la diffusione del male e la sua propagazione in mezzo a tutti i membri della nostra razza e a tutte le generazioni, la più sconveniente è quella di rappresentarci il male come una cosa che ci viene per eredità dai nostri primi genitori”. Ne consegue che: 1) non è lecito citare Kant contro di me, sono piuttosto io ad avere Kant dalla mia parte contro coloro che sostengono la tesi del peccato originale; 2) negare il peccato originale (in quanto “peccato”) non significa in nessun modo sminuire la realtà del male, e viceversa sottolineare la reale possibilità del male da parte dell’uomo non comporta in nessun modo porre il peccato originale come causa. All’impostazione dogmatica tradizionale rimane inoltre da spiegare com’è possibile sostenere che Dio crei direttamente l’anima senza concorso dei genitori (dogma) e che, al contempo, la crei morta alla vita spirituale, in uno stato di inimicizia con lui (dogma esso pure).

La seconda critica è che il mio pensiero sarebbe “una gnosi di ritorno”. Mi permetto di dire che a mio avviso si tratta di un’affermazione infondata dal punto di vista storico-teologico. Ci sono due accezioni di gnosi, una formale e una contenutistica. Secondo la prima accezione la gnosi è una dottrina segreta, riservata a pochi, dalla cui accettazione dipende la salvezza. Ora chiunque abbia letto il mio libro vede da sé che io sono esattamente all’opposto di questa concezione, perché (seguendo Matteo 25) lego la salvezza alla pratica della giustizia, secondo le parole riportate dallo stesso Forte: “La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo”. La salvezza non dipende dal nostro sapere ma dal nostro lavoro ordinato, la cui massima espressione è l’amore. Ancora più antignostico è il mio pensiero per ciò che concerne l’aspetto contenutistico. Come hanno mostrato Hans Jonas e Simone Pétrement, la gnosi si definisce per la totale svalutazione della creazione, attribuita a un Dio minore e malvagio, mentre io, al contrario, faccio della creazione il trattato teologico decisivo e dell’adesione alla sua logica il principio salvifico. Non esiste quindi un solo elemento per definire fondatamente il mio pensiero in termini di gnosi.

Discusse le due critiche, mi resta solo un piccolo spazio per evocare i termini del problema soteriologico, il principale a mio avviso tra quelli che la teologia di questo secolo deve affrontare. Il genere Homo sapiens ha circa 160.000 anni e ha visto finora la comparsa di 100 miliardi di individui. Teologicamente parlando il problema è uno solo, semplice e radicale: chi si salva? È possibile legare la salvezza a un evento storico particolare accaduto “solo” 2000 anni fa, senza escluderne dalla piena partecipazione la gran parte dell’umanità? Sant’Agostino e i suoi eredi sapevano ragionare con rigore e, sulla base del nesso “peccato originale – redenzione storica – battesimo”, escludevano dalla salvezza tutti i non battezzati destinandoli senza sconti all’Inferno, compresi i bambini morti prematuramente senza battesimo. In seguito, per mitigare questa prospettiva (dietro cui è lecito chiedersi se vi sia davvero il Dio del Vangelo), sorse l’idea del Limbo, secondo cui i giusti non battezzati e i bambini morti prematuramente, rimanendo comunque impossibile per loro il Paradiso a causa del peccato originale, neppure finirebbero all’Inferno. Questa impostazione è durata per secoli, fino a quando nell’aprile 2007 la Commissione Teologica Internazionale, di cui Bruno Forte è membro, ha proposto di “abolire” il Limbo. Molto bene. Una domanda però si impone: che fine fanno i non battezzati? Tolto il Limbo, ci sono solo due possibilità: o, come pensava sant’Agostino, vanno all’Inferno, che a questo punto visti i 160.000 anni del genere umano conterrebbe una popolazione enorme, oppure non ci vanno. Ma se non ci vanno, questo non può che significare una sola cosa: che il peccato originale non c’è, in quanto “peccato”. Cioè esattamente quanto da me sostenuto in L’anima e il suo destino.

Chi si salva allora? Si salva chi riproduce dentro e attorno a sé la legge cosmica che l’ha portato e lo mantiene all’esistenza, la legge della relazione ordinata, che nel suo vertice umano si chiama amore e che, come insegna il Nuovo Testamento (vedi Giovanni 1, 3; Colossesi 1, 16; Ebrei 1, 2) è stata posta dal Padre mediante il Figlio, nell’eterno e sempre nuovo atto creativo, di cui il Gesù storico è l’attestazione gioiosa e definitiva.

26 pensieri su “Replica a Bruno Forte, di Vito Mancuso

  1. Mi spiace che Bruno Forte, teologo che spesso ho ascoltato con piacere varie volte, rimanga ancorato alla tesi del peccato originale. Ma non condiviso neanche la spiegazione che ne dà Mancuso. Sembra voglia evitare la pastoia storico-temporale entro cui è invischiato il concetto di peccato originale, che come arma per fare degli uomini degli schiavi, ha funzionato per tanti secoli.
    In quanto alla tesi di Mancuso che ci sarebbero due forme di gnosi e che la gnosi si debba intendere entro quei due ambiti, non rispecchia quello che la letteratura specialistica ha prodotto in questo ambito. A proposito di questa visione riduttiva, a cui anzi storicamente si può contrappore una visione fin troppo estensiva, gli ricorderei una noterella apparsa su L’umana avventura (Jaca Book, inverno primavera 1990-91), in cui lo studioso rumeno Couliano prendeva lo spunto da un esilarante articolo di Ceronetti che elencava gli gnostici nuovi.
    Inoltre un articolo di Zolla uscito sul Corriere delle Sera, 30 aprile 1993, Un anatema che mi fa onore.

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  2. non saprei argomentare secondo ragione il perchè, ma la lettura di Mancuso mi rimanda di default a Rm 1, 21-22

    “evanuerunt in cogitationibus suis, et obscuratum est insipiens cor eorum. Dicentes se esse sapientes, stulti facti sunt”

    senza polemica, eh

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  3. Questa lettura mi fa pensare come il Dio del Vangelo non possa essere il Dio degli steccati, quello che misura con il bilancino chi è più meritevole o meno di salvezza, che (peggio) determina fin dalla nascita un destino umano. Grandioso pensare alla relazione d’ Amore con il cosmo, come riproduzione dell’Amore divino. Anche se più che l’ordine di una struttura piramidale (in cui tutto avviene in modo definito e previsto),richiama a una contaminazione, a un dialogo nella libertà, a una creazione che ogni volta è nuova e anche imprevedibile. Forse dopo il Gesù storico,di Dio non si può più parlare come qualcuno al vertice, ma accanto all’uomo.

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  4. l’assenza di capacità simbolica in mancuso è davvero disarmante,
    ma senza capacità simbolica e quindi sacramentale del pensiero non c’è che una razionalità , piatta e superficiale, banale e banalizzante.E a fronte della sua pomposa affermazione iniziale

    “L’assenza di risposta sulla vita oltre la morte è il segno più evidente della crisi dell’occidente, perchè quando non si conosce il mistero della morte non si sa neppure perchè vivere e che direzione dare alla vita”
    [l’anima e il suo destino,p7]

    non gli rimane che un pensierino consolatorio su quello che prima definisce mistero della morte: la morte non è che un evento fra gli altri cui seguirà la beatitudine eterna per tutto e tutti(l’inferno di fatto viene negato nell’idea della dissoluzione nel nulla delle opere del male[op.cit.p.313]) in una falsificazione di ciò che è il male ontologicamente rappresentato dalla scelta libera del non-amore.

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  5. fu Paolo VI, in un’omelia che fece scandalo, a dichiarare che l’inganno più subdolo del demonio è far credere di non esistere

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  6. Avete presente Berlusconi quando parla del socialismo (per lui sono solo lager e bambini bolliti in pentola)?
    Mancuso quando parla del peccato originale è lo stesso: formule estrapolate e tradotte senza alcuna profondità simbolica (ha ragione Elena), una caricatura teolofica di fronte alla quale i suoi argomenti sembrano luce sulle tenebre. Sembrano: come se il passaggio dal caos all’ordine ponesse meno problemi metafisici di quanti ne pone quello dalla corruzione alla redenzione.
    Non so chi ha deciso che questo deve diventare (è già diventato?) un teologo à la page, ma scommetto la cotenna che non è lo Spirito Santo.
    Riesprimo le mie perplessità sul fatto che questa sia l’unica voce teologica udibile in questo blog e mi taccio per sempre.

    Con Mancuso
    ho veramente chiuso.

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  7. Credo che il problema del libro di mancuso, a mio modestissimo parere e assolutamente senza alcuna polemica, sia proprio il non tenere nel giusto conto il problema del “mistero” che è poi quello che viene tradotto con “sacramento”. La centralità della cristologia nella teologia porta sicuramente letture parziali e spesso non convincenti, ma anche le letture opposte sono fonte di non poche imprecisioni. è chiaro che il sacramento per eccellenza è proprio quello della figura teandrica di cristo. Mi piacerebbe sapere qual’è il pensiero di Mancuso in rapporto alla liturgia e ai suoi segni. Perchè è proprio su questo campo che la teologia è chiamata a ridiscutere i suoi dogmi: negli ultimi anni molti parlano di una teologia liturgica che mette al centro proprio i segni sacramentali e liturgici come luoghi ad unn tempo concretissimi, che non rendono superfluo il creato e il reale ma che lo aprono ad una sua ulteriorità che in qualche modo libera da un pensiero semplicistico della razionalità e del logos, senza tuttavia sbilanciare il tutto verso un intervento unilaterale della grazia e di Dio. Agostino e Tommaso sostenevano, mi pare, che i sacramenti servono solo all’uomo: per i tempi in cui questo veniva pensato non era una cosa da poco, era infatti l’inizio di un pensiero antropologico legato al rito che ritorna come problema oggi. L’efficacia del rito e della liturgia, insomma, in un universo, come quello, mi pare, descritto da Mancuso, in cui la natura si volge “naturalmente” all’ordine e ad una sua comprensione di tipo razionale che la esaurisce quasi del tutto, che ruolo avrebbe? Sarebbe solo la conferma di un ordine e di un rapporto già dato? di una dottrina e di una lettura del mondo che da soli possiamo comunque percepire? Potremmo allora tranquillamente abolire la liturgia e i suoi segni? Io penso che la liturgia non sia il luogo del mistero e dell’occulto, ma tuttavia sono anche convinto che non possa diventare una forma esteriore e inessenziale. Sono convinto che la teologia debba fare sempre i conti con l’essere sacramentale della religione poichè in esso è posto, seppure (e fortunatamente) come problema proprio il tentativo di una integrazione tra immediatezza e mediazione, tra creaturalità e mistero, tra nuda vita e forme-di-vita. La teologia, a mio parere, non può non affrontare tale questione: non può cioè chiudersi in un mistero acritico e insondabile, ma nemmeno avere la pretesa di una chiarificazione solamente antropocentrica e razionalistica del tutto. Questa, quindi, è la domanda che mi piacerebbe molto fare a mancuso: qual’è l’efficacia dei segni sacramentali all’interno del suo sistema?

    andrea ponso

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  8. @andrea ponso Ma abbiamo proprio bisogno di sapere di qual’è l’efficacia dei segni sacramentali?
    Gli studi etnografici e antropologici, gli studi sullo sciamanesimo, gli studi sul rito nell’induismo non sono già una prova dell’efficacia dele sistema del rito quando viene interiorizzato correttamente? Se poi si vuole sapere come possono essere efficaci i segni sacramentali all’interno del sistema di Mancuso, occorre che vengano introiettatti cambiando i segni e i simboli, cioè adeguandoli a nuove idee. E’ la nostra mente che crea tutto!

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  9. Anche io mi sono spesso domandata in che modo,e soprattutto se, mancuso concepisca il Sacramento. ma i risultati cui giunge rendono evidente che non c’è per Esso alcuno spazio se non come memoria evanescente, superficiale, d’immagine, direi cinematografica,come vuoto rituale di una comunità storica che non ha alcun valore salvifico. se non è Cristo nella sua incarnazione/passione/morte/risurrezione che salva ma una vita giusta,allora il Sacramento non si dà, perché l’immersione battesimale quale discesa ad inferos e rinascita a vita nuova (nella vita dello Spirito Santo, lo Spirito che, solo, dà La Vita) che rende il credente innestato nella risurrezione dell’unico Sacramento/Simbolo vivente che è Colui che si rivela nello zikkaron-memoriale- appunto Cristo, non ha ragion d’essere. E’ chiaro che tutta la teologia sacramentale poggia sulla fede nell’efficacia della Parola-dabar-logos che biblicamente è il dire/fare di JHWH (e non il logos greco come vorrebbe mancuso). la promessa fedele di colui che E’ e che fa essere le cose che sono, è LA promessa di Salvezza ,una promessa eterna fatta all’uomo dal Dio unitrino rivelato dal falegname di Nazaret, anticipata e resa attuale ed efficace nel tempo e nella storia col mistero del Sacramento, come anticipo, caparra, squarcio dell’eterno nel tempo, eskaton- già ora /non ancora.
    “Fate questo in memoria di me- ti sono rimessi i peccati- ricevi lo Spirito Santo- effatà- io ti battezzo nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo” simbolo, ovvero Parola/fatto,parola efficace, parola-che-fa-quello-che-dice-nel-momento-stesso-in-cui-lo-dice, parola che dona nell’istante la salvezza di cui è promessa eterna, per chi crede in Cristo e nella salvezza che viene, attraverso di Lui, dalla misericordia e dall’amore infinito del Padre per la sua creatura, diventano, per la razionalità svuotata della fede nella salvezza che viene dalla croce, non altro che immagini vuote, ombre. dall’efficacia dello Spirito (Amore vita) gratuito donato da Dio (gratia gratis data) alla autodonazione dello spirito umano a se stesso attraverso una banalissima vita borghese da brave persone.

    mi permetto di rilevare che il Sacramento cristiano non è, per il cristiano, un’idea ma è Cristo stesso che si Dona misteriosamente nei segni/simboli incarnati nella liturgia vivente della Chiesa.

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  10. 1) “non è lecito citare Kant contro di me, sono piuttosto io ad avere Kant dalla mia parte”: parafrasando Bob Dylan, il Manki viaggia “with Kant on his side”…
    2) @ Valter: molto bello e azzeccato in questo contesto il neologismo “teololofica”.
    3) resto sempre stupita di come a me, non credente ma interessata e rispettosa, il Mancuso-pensiero con le sue formulette faccia rizzare i capelli: chissà ai credenti!

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  11. Riprendendo un’osservazione dai commenti(è la nostra mente che crea tutto), riguardo ai riti, credo che ci sia qualcosa di vero. Nel senso che l’espressione rituale è una costante e si manifesta in diverse forme culturali(anche non religiose). Dal punto di vista religioso, credo che se si crede in Dio, si possa pensare che Lui stesso abbia scelto di essere “presente” nei riti, abbassandosi (nel senso più alto del termine)alle nostre forme di esperienza (ad es. per i cristiani Gesù nell’Eucarestia). Però si potrebbe pensare anche a una dimensione futura o anche immanente(qui ed ora) in cui la presenza divina supera il rito stesso. Si può pensare al rito in fondo, come a qualcosa di provvisorio(necessario alla nostra condizione umana) e non di definitivo. Riguardo all’Inferno, sarà banale, ma mi sembra siano sufficienti per noi, le immagini di questo nostro mondo.

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  12. Se sia o meno giusto chiedersi, ora e da una prospettiva cristiana, se il rito abbia ancora un qualche valore? Io non solo penso che sia necessario, ma che addirittura passi proprio da qui un corretto ripensamento della teologia stessa. Io penso che sia IL PROBLEMA. La concezione che il rito serva solo all’uomo o che invece sia una decisione di Dio l’abbassarsi al creaturale: anche questo è un grande problema. In un bel testo, poi, Ebeling sostiene che la teologia stessa ha da fare i conti in maniera profonda e fondamentale con il linguaggio (e non solo con i riti), perchè è proprio nel linguaggio che si sperimenta il luogo e anche spesso la prigione ideologica della teologia stessa. E questo è quindi un problema che deve essere affrontato non solo dalla teologia e dalla liturgia, ma da ogni sapere. Il rito è il rapporto con l’altro in senso comunitario, con l’alterità (che per chi crede è appunto il divino), con la legge, con la tradizione e con le forme. In un tempo in cui l’immagine e i riti sono sempre più presenti come interscambiabili all’infinito e il segno perde la sua problematicità (sia dal punto di vista del referente che del significante) ridiscutere, non solo a livello dell’antropologia, il posto e l’essenzialità dei riti mi pare davvero dovuto.

    andrea ponso

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  13. @andrea ponso. Ma per questa ricerca credo che Mancuso sia molto lontano. Una lettura di Rodney Needham mi sembra una buona prospettiva!
    Per me, in questo senso, l’antropologia è la scienza più avanzata

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  14. Caro Binaghi,

    scrivo da varie parti (spero che la sua domanda non sia una presa in giro…) ma tra qualche giorno, su invito di Fabrizio posteremo un mio intervento su questi temi proprio in questo sito. Grazie anche al suggerimento di Luminamenti. Credo anch’io che l’antropologia sia indispensabile ma, come ogni disciplina, non può e non deve chiudersi mai nella sua specificità negativa e assolutistica. Credo infatti che ogni disciplina trovi la sua verità, e anche, paradossalmente la sua vera specificità, in ciò che la eccede senza cancellarne i risultati e i presupposti. E anche questo, mi pare, è qualcosa che ha a che fare con l’idea che mi sono fatto del problema liturgico. Trovandomi spesso a lavorare in ambiti di ricerca interculturale e multidisciplinare mi accorgo che il più delle volte la tanto prospettata “apertura” di questi ambiti rischia di diventare qualcosa di molto simile al postmoderno, cioè un luogo (o, meglio, un non luogo) in cui si può far dialogare tutto con tutto, perdendo così proprio quella che, anche da questo punto di vista, potremmo definire “incarnazione”, cioè la singolarità irriducibile di un testo o di un evento concreto riducendolo a ideologia e dottrina o, peggio, alla logica nefasta dell’interscambiabilità infinita, alla proliferazione acritica del significante (niente a che vedere con le teorie del significante rettamente intese). è ciò che capita alla letteratura, alla poesia, alla critica e anche alla politica e i risultati sono sotto agli occhi di tutti: depotenziamento e censura del vivente in quanto singolarità, riduzione dell’essere-in-comune all’essere comune e altrettanto totalizzante oppure indecidibilità nichilistica che ci fa scivolare verso una virtualità nefasta e priva di vita. Il problema della forma e della singolarità è un problema politico nel senso più alto e più “comprensivo” del termine. Infatti, non parlo di liturgia e di teologia da una prospettiva difensiva e ideologica: non ho una fede da difendere, nè tantomeno una non-fede da ridurre a dogma (come spesso fanno tanti “illuministi” della scienza con una spocchia e una supponenza degne dei peggiori ideologi religiosi: un esempio su tutti, tanto per fare un nome, e anche se in qualche modo mi sta simpatico e non nego le sue conoscenze appunto “disciplinari” è quello di Odiffredi: il suo offrirsi come il garante di una verità che gli altri non possono raggiungere se non tramite la specificità della sua discpilina non rende giustizia proprio alla sua disciplina! E poi, sono anche stanco di tutti questi scienziati che parlano di Dio e di teologia senza avere nemmeno letto di striscio i risultati più recenti della materia in questione – come mi guardo bene dall’esaltare i teologi che osano parlare di scienza senza giuste cognizioni… scusate lo sfogo…)

    andrea ponso

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  15. Una presa in giro? Tutt’altro.
    Per quanto mi riguarda un suo intervento qui è il benvenuto.
    Quello che dice mi sembra in accordo con un libro di Luigi Bonaccorso, Il corpo di Dio, che ho letto di recente e che ho trovato straordinario, proprio per la centralità che pone sull’evento liturgico nella risoluzione del dualismo antropologico in cui l’occidente è ancora irretito.
    A presto, quindi.

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  16. …sono felice della citazione del libro di (Giorgio) Bonaccorso: l’ho letto anch’io e mi è piaciuto davvero molto e credo, naturalmente, che la cosa si percepisca. Ho anche avuto l’onore di discutere molto di queste e altre cose proprio con Bonaccorso e con gli altri liturgisti che operano qui a padova presso S. Giustina (stiamo infatti lavorando insieme ad un paio di progetti che spero molto interessanti e “radicali”). A loro devo il mio avvicinamento ad un mondo che non era il mio (e forse, nonostante tutto, non lo è ancora nel senso corrente del termine). Grazie ancora allora, e attenderò con piacere le altre considerazioni all’uscita del mio intervento. Grazie,

    andrea ponso

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  17. Beh, l’antropologia in genere è molto aperta alla multidisciplinarierà. Pensi a Morin per esempio. E Needham ne è un esempio brillantissimo. Cmq, credo che è la mente a creare tutto, anche se non sappiamo esattamente il processo. Non credo che le cose stiano come dice Elena F.

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  18. @elena f. No, non mi baso sulla fede (che rispetto). Non avrebbe senso per me e poi dovrei precisare come intendo la fede io sulla base di osservazioni filosofiche, antropologiche, fisiche e biologiche. Ma se si parla da due livelli logici differenti, è ovvio che non ci si può capire.
    Cmq, siccome in un post di commenti non mi sembra il caso di dilungarmi sul fatto che non mi baso sulla fede per sostenere quanto ho detto, e anche perché non sarebbe strettamente pertinente a questo articolo e non avendo adesso molto tempo, ti annuncio che prossimamente posterò su la poesia e lo spirito un articolo su questo tema. Spero di rileggerti così tra i commenti sicuro di ricevere interessanti osservazioni critiche.

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  19. ringrazio in particolare Andrea Ponso, che avremo presto come nostro collaboratore (esterno, all’inizio).
    per quanto riguarda il pensiero di Vito, rimango dell’idea di una sottovalutazione della dialettica male radicale-Pasqua di Cristo. quindi concordo sulla nota di Andrea riguardo al nodo mistero-liturgia.

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  20. il peccato originale è una costruzione fantastica frutto di una cultura arcaica che fa presa su definizioni dogmatiche fondate sulla cultura del tempo.In realtà l’autore sacro partendo dalla situazione attuale dell’uomo fa una interpretazione teologica della realtà umana.Adamo rappresenta l’uomo di sempre che non già perfetto al momento della ctreazione, ma si perfeziona in un lungo divenire e quindi soggetto all’errore e alla finitezza umana

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  21. Ho letto con interesse i vari posts e mi permetto di esprimere un mio pensiero sebbene solo di passaggio in questo blog.
    La lettura del libro l’ anima e il suo destino del prof. Mancuso è stata per me una possibilità di riconciliazione con il cristianesimo cattolico nel quale pur fondano le mie radici.
    Infatti il mio percorso spirituale mi ha posto di fronte la necessità di una migrazione, un ‘ inseguimento quasi, di una traccia che ho trovato sparsa in un’ assortita varietà di dottrine.
    Il fatto di essere stato attratto da letture di testi religiosi diversi come da pratiche devozionali di diversa professione mi ha permesso fino ad impormi la necessità di trovare una non conflittualità dei vari modi di essere in contatto con il Signore.
    Signore è l’ appellativo con cui noi cristiani ci rivolgiamo a Dio, come Signore è l’ appellativo con cui lo fanno anche gli indu, gli ebrei, i mussulmani, i buddisti e per quello che mi è dato di conoscere,l’uomo devoto, ho modo di credere che questo accomuni tutti indifferentemente dal proprio credo.
    Questa premessa per dire che nella lettura de l’ anima e il suo destino la commozione è stata enorme nel trovare nel pensiero teologico di Mancuso una visione di ciò che realmente è devozione al Signore in un’ accezione che non trova impedimenti nella possibilità di conciliare con qualsiasi altra giusta devozione.
    E’ come se mancuso andasse a lavorare di bulino scrostando via la parte esteriore della dottrina e della pratica per cui non è che viene meno il valore del sacramento ma viene proposta una considerazione del sacramento quale mezzo per raggiungere il divino nelle mani del buon devoto, lo stesso sacramento però si svuota della sua assolutezza se è impugnato in modo speculativo.
    Così dicasi per tutti gli altri dogmi trattati e personalmente credo che la regola sia applicabile a qualsiasi altra questione dottrinale.
    A cosa può servire una parola di Dio che crei divisione che innalzi qualche buon devoto e riduca qualcun’ altro buon devoto, o che consenta di trasformare un sacramento nella causa di esclusione di salvezza, o acora, che delinei un immagine fallace del Creatore.
    Il lavoro di mancuso invece a mio avviso è reso possibile da una conoscenza vasta della teologia e da una Ispirazione Santa che impone una revisione di alcuni approcci ormai obsoleti, smascherati, con la possibilità di notevoli aperture ed espansioni dal punto di vista “cattolico” di cui io ho sentito il bisogno anni or sono.
    Concludo salutando cordialmente tutti i frequentatori del blog, con la speranza di non far sussultare nessuno e con la gioia di aver partecipato a una discussione che comunque è di per se una preghiera.

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  22. Nel pensiero agostiniano vi è un profondo pessimismo riguardo alla condizione umana. Pessimismo che si manifesta, da una parte, nella sua personale elaborazione del peccato originale come ereditato dalla specie attraverso l’atto sessuale, (da qui e non solo la forte corrente sessuofobica che ha attraversato per secoli il pensiero della Chiesa, ed è ancora presente), e nella terribile teoria della predestinazione. Ora, detto questo, è lo stesso Mancuso ad affermare che nella natura dell’uomo vi è “un’oscura forza distruttiva” capace di precipitarci nei “vortici del nulla”. Egli afferma anche che il peccato originale andrebbe riscritto nei termini di “caos originale”. Bene. Da dove viene questo “caos originale”, questa “oscura forza distruttiva”? Perché essa è presente in ogni uomo in misura minore e maggiore? Capisco che la teoria agostiniana ripugni a Manucuso per le terribili implicazioni che ne derivano, ma una riscrittura del peccato originale deve spiegare adeguatamente perché nell’uomo insieme alla volontà di fare del bene e di armonizzare se stesso con i dettami dell’altruismo e della fraternità, in una parola, dell’amore, vi sia una volontà parallela e antagonista che vede nella sopraffazione, nella violenza e nella brama di potere una spinta irresistibile.
    Nella dottrina cristiana tramandata per secoli e custodita dalla Chiesa, quella dottrina che Mancuso e non solo lui, vorrebbe rivisitare e “ammodernare” è spiegato che un evento si è verificato in un tempo pre-storico, prima della comparsa effettiva dell’umanità, un evento che ha determinato una frattura tra l’uomo e Dio, facendo sì che il progenitore dell’umanità si allontanasse dal Creatore. Questa separazione ha determinato il sorgere della Storia in quanto tale, l’ingresso ontologico dell’uomo nel tempo e la sua parabola. Questo, nel quadro della tradizione cristiana, con sfumature ed elaborazioni diverse è l’antefatto. Si può obbiettare che il peccato, o come lo chiama Mancuso, il “caos”, non si trasmetta ereditariamente come ritiene Sant Agostino, ma è se non è ereditato tramite la riproduzione, allora bisogna offrire una spiegazione alternativa di come esso, tuttavia, sia presente nell’umanità intera.
    Sigmund Freud, di certo non un credente, vedeva chiaramente come gli istinti distruttivi (pulsionali) presenti nella natura umana non fossero superabili, ma solo addomesticabili. Non li giustificava con una spiegazione teologica o metafisica, ma come un’evidenza inconfutabile. Un altro non credente, Schopenhauer, riteneva che quello che considerava il “mito” cristiano sulla caduta dell’uomo offrisse la spiegazione più persuasiva dell’inclinazione dell’uomo al male.
    Per il cristianesimo Gesù Cristo viene all’umanità come salvatore e liberatore dal peccato, come colui che attraverso il Padre riconcilia l’umanità intera a sé liberandala dalle conseguenze del peccato, la principale delle quali essendo la morte. Affermare, come fa Mancuso altrove, che la morte era presente in natura prima della comparsa dell’uomo è un’obiezione, francamente risibile. La concezione del peccato originale non parla della morte delle altre specie viventi come conseguenza del peccato, ma di quella dell’uomo. Ma anche ammesso che la morte si instauri globalmente nella realtà come conseguenza diretta del peccato originale commesso dall’uomo, chi ancora oggi ritiene che gli eventi narrati dal Genesi siano storici, e e non si situino invece prima della storia stessa, che è appunto successiva e determinata dallo stesso peccato?
    Nella sua replica a Bruno Forte, il quale sottolinea come sia questo il senso stesso della missione salvifica di Cristo, e che negando il peccato originale, Mancuso disconosce nella sua essenza, Mancuso non offre risposte.
    ” Infatti per mezzo di un uomo è venuta la morte, e per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione” (Corinzi, xv, 12-28). Il Secondo Adamo, Cristo, libera l’umanità dalle conseguenze del peccato commesso dal Primo Adamo. Come afferma sempre San Paolo, “L’ultimo nemico a essere distrutto sarà la morte”.
    Negare il peccato originale, negare che la morte ne sia la conseguenza significa negare ciò che il cristianesimo afferma, il suo stesso presupposto fondante come è stato ed è tuttora dopo duemila anni, che Cristo abbia liberato l’uomo dalla morte (dal nulla e dal male definitivo), “Gli uomini muoiono e non sono felici”, dice il Caligola di Camus, riconciliandolo con il Padre.

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  23. 5.claudia detto
    aprile 3, 2008 a 9:56 am
    fu Paolo VI, in un’omelia che fece scandalo, a dichiarare che l’inganno più subdolo del demonio è far credere di non esistere

    Veramente fu Baudelaire.

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