La pelle (scuola di poesia, 12, di Massimo Sannelli)

1

Lettore, il Signor Palomar insegna che l’interno è certamente profondo affascinante complesso – ma la superficie è bella… multicolore… varia… Così inesauribile ma dicibile, se allarghi gli occhi e il vocabolario. La superficie è fondamentale, come la pelle per l’individuo. Quanti particolari esistono in una cosa? e in un testo? Moltissimi, più di quanti tu ne abbia mai notati. Per esempio: i suoni. Ci sono poesie ossessionate da un suono-simbolo, come la T nel *Cantetto senza parole* di Ungaretti [il tu, la colomba, il suo verso, l’esitazione, tu, ti, tu, titubasti – e così via] e la R in *Arremba sulla strinata proda…* di Montale. Ci sono poesie e libri che evitano alcune parole: per esempio, la *Raccolta* di Alberto Mori nomina a piene mani la *merda* e gli *occhi* [testimoni della merda], ma non l’*amore*, non il *corpo* – nemmeno una volta. La presenza è ricchezza, ma l’assenza non è sempre carenza. Ciò che non si nomina è ciò che ognuno di noi *non vuole vedere*: l’innominato è innominabile, per eccesso di devozione o per trionfo della nausea.

2

Che cos’è uno spazio bianco? Il vuoto, che temi[amo]: ma dominato e contrastato da righe nere. Che cosa è un trattino [Dickinson, Nietzsche]? La riduzione della punteggiatura scolastica ad un segno che implica il meno matematico, la separazione, il gesto e il vuoto [il trattino è preceduto e seguìto dal vuoto] [dove la parola non basta – o *non mi basta*, come autore, devo inventare la mia retorica o una forma nuova: Dante reinventa il prosimetrum nella *Vita Nova*: raccolta di poesia, discorso teorico, romanzo in prosa, dichiarazione di sé]. Che cosa è l’eliminazione della punteggiatura? Il ritmo acquoso, la fluidità. Che cosa è la lettera minuscola all’inizio del verso e della strofa? Una continuazione di cose che il lettore non vede; oppure: la «letteratura minore» resa anche *minuscola*: la povertà accettata e mostrata. Che cosa sono i *libri* di poesia? Alcuni sono viaggi lineari, come la *Comedìa* di Dante: in cui il testo corrisponde ad un viaggio, esteriore e/o interiore. Altri libri sono semplicemente corpi, come quelli che ho scritto: oggetti che mi sostituiscono, migliori di me. Altri libri sono *figure* o *serie*, in cui – per esempio – la poesia centrale [o la sezione centrale] è una chiave di volta o il fulcro di una raggiera; oppure hanno costruzioni numerologiche, come *Ronda dei conversi* di De Signoribus, che si basa sul 7; oppure dipendono da un’intelligenza disperatamente organizzatrice, come *Variazioni belliche* di Rosselli, con l’allegato [lancinante] degli *Spazi metrici*. Altri libri sono compositi: testo e immagine (*La casa esposta* di Giovenale), testo e richiami grafici (*Il galateo in bosco* di Zanzotto, *Spostamento* di Frene) – e sono compositi perché *la parola manca* e la parola *di prima* si evolve. Una poesia non è solo l’enunciazione di un contenuto: altrimenti sarebbe pari ad un manifesto-pubblicità. Un testo di poesia occupa *anche* uno spazio, e lo occupa in modi diversi: il paragone più immediato è quello del corpo che agisce – si tratta di noi. Il libro è un soggetto: come un corpo, ha una fisionomia. Oppure è incorporeo, non ha soggetto, non è niente – è inutile: non balbetta e non urla, parla mediamente e non serve. Non è né ardente né freddo.

3

Gli stili sono figli delle intenzioni. È inutile leggere Marotta con gli stessi strumenti con cui si legge De Angelis. I loro carismi sono separati: Marotta è profetico [laicamente; non proclama, non descrive, ma annuncia, in una lingua consona all’annuncio] e De Angelis è eroico, come chi si dedica ad un mito sportivo urbano amoroso [proclama e descrive, non annuncia]. Marotta scrive poesia *paradisiaca*, De Angelis *purgatoriale*. Marotta non ha un luogo determinato: parlano la mente e la poesia che le parla, dunque con luoghi-metafore aperti e assoluti (radura, mare, fiume, cielo, rive); De Angelis è inseparabile dal luogo determinatissimo che si chiama Milano: «Gli alberi e il mare non so nemmeno cosa siano e neppure i campi, a parte i campi di calcio» («Atelier», 44 [2006], pp. 42-43).

4

Lettore, se accetti che Kandinsky Beuys Klein Grotowski siano – umanamente, ma sinceramente – ‘maghi’ [e/o sacerdoti-performer, in un certo senso], puoi anche accettare che alcuni poeti siano OLTRE LA POESIA, a costo di essere *più e meno* che poeti. Ma il problema non è l’aut-aut [non è un aut-aut] Marotta-De Angelis. Tutte le possibilità devono essere consumate, affinché sorga un altro Rimbaud [non è un’allegoria], già liberato dai nostri fallimenti e dalle nostre dicotomie. Non lo dico [solo] io, [da solo]: anche Marco Merlin su «Atelier», ora, numero 49 marzo 2008 pagina 6. E RIMBAUD NON ERA UN POETA: Rimbaud era *di più*. Era un mondo che sorgeva, per il nostro futuro e la nostra libertà-di-parola; era una lingua, che è un mondo.

Sullo stesso numero di «Atelier» Umberto Fiori dice di aver scritto una «poesia discorso», per tutti. E la poesia di Fiori è molto bella, in genere. Il fatto è che questa poesia «per tutti» non è stata accolta *da tutti*. Il popolo non ascolta chi parla la sua lingua *fuori da un teleschermo*: segno che il problema non è la lingua, ma il medium; e poi le azioni e le intenzioni; segno che *non esiste un solo popolo*, dunque una sola lingua [senza contare che il felice e l’infelice vivono in mondi diversi, parlando lingue diverse: non si capiranno, normalmente]

5

Leggi *La via dei tarocchi* di Jodorowsky e Costa. Non troverai sùbito un manuale di tarologia, ma un documento sui colori, sulle forme (anche piccolissime), sui significati di un Arcano, un’ipotesi di mandala con i tarocchi – ma non la divinazione, non sùbito. La superficie di un mazzo di carte diversissime è abbagliante. Più la conosci, più sarai preciso nella tua divinazione [*o* nella tua capacità di interpretare il consultante. Ammesso che i tarocchi siano un inganno, il problema del tuo paziente non lo è: dunque interpreti le carte per interpretare lui, oppure interpreti direttamente lui. In ogni caso, i tarocchi costituiscono un linguaggio e uno spazio condiviso da te e da lui: altrimenti non vi capireste, *perché* non vi incontrereste]. Bisogna essere essenziali per vedere veramente un’apparenza, che ha dati e sintomi. Il tarologo il medico il critico dovranno leggere, attenti ai segni *esteriori*.

6

Dovresti inventare la tua apparenza, che io dovrei saper leggere: la tua metrica e la tua retorica, sia verbale sia grafica e tipografica [l’hanno fatto, tra i nuovi, Massari Lombardo Frene Fusco Santacroce]. Dall’esterno apparirà come un vezzo esteriore: le barrette di Lombardo, il segno spazio-punto-spazio di Massari, il fiume lineare di Fusco. Si tratta di una superficie-pelle [tatuata, segnata], non di linee che chiudono un corpo geometrico semplice [non siamo triangoli non siamo circonferenze non siamo quadrati: non abbiamo un perimetro semplificato, ma un mantello complesso, su un intrico invisibile di muscoli nervi vasi organi]. Allora verranno suggeriti segni, che sono sintomi. E questa è la fine, in forma di allegoria e di apologo: se non capisci da solo, dai segni certi, che il tuo vicino ha fame – la soluzione è semplicissima: basterà una domanda, e tu saprai come agire. Se la superficie tace o non sai [come] guardarla – interroga l’interno della superficie. L’affamato risponderà, se sai chiedere. Interpreta il FUORI, che parla, e parlane; se non puoi, fallo parlare, e parlane.

7

Fine dopo la fine: la poesia – ogni arte – assomiglia a te, a quell’affamato, al tuo sguardo, alla tua domanda [per impotenza del tuo occhio, che non legge bene i segni], alla sua risposta «ho fame». Quando scrivi, tu sei la bocca e la mano: sei entrambi, devi dare e prendere – né troppo né troppo poco umile. Perciò: bisogna iniziare a vedere le differenze sulla pelle [dei testi, delle differenti culture, dei comportamenti] – ipotizzando atteggiamenti critici diversi [diversificanti]. Naturalmente si può anche fare altro, da sempre. Sei libero e libera, anche di illuderti; e anche di *non sapere*, o di innalzare contro la grandezza il tuo piccolo idolo. Qui non ti parlo della poesia come di un hobby che sta tra altre cose. Capisci? Ti parlo di una serie di azioni: dunque, ancora una volta, della realtà – benché la realtà sia dolce-amara, benché io stesso sia molto fragile.

[5 aprile 2008]

106 pensieri su “La pelle (scuola di poesia, 12, di Massimo Sannelli)

  1. Una serie di azioni, tutte significative, ma qualche volta non così accessibili, a causa della nostra fragilità e dell’insondabile libertà-autonomia di chi scrive. Rimane la “lettura” che tenta di intuire anche il non detto, il senso di minuscoli e differenti segni e modi, compreso l’uso (non è bello il termine), dello spazio e l’adagiarsi-arrestarsi-muoversi, di chi scrive in quel vuoto. Si capisce l’invito a indagare la forma, ma resterà sempre qualcosa di nascosto e di essenziale che non si svela, all’occhio del lettore-autore-critico. Insomma è il caso di dire: “fragilità provvidenziale”.

    Mi piace

  2. il fatto è che la superficie, per rivelare qualcosa, deve contenere qualcosa, e questo qualcosa, quando emerge, ha una forma sua, unica e complessa e …potenziale (quando c’è il talento)
    ed è proprio questa combinazione che porta allo stile, che poi la scelta, -l’intenzione – come tu la chiami, modella.

    Bel pezzo Massimo!
    ciao
    C.

    Mi piace

  3. di corsa, entrando e uscendo dal webpoint che chiude –

    @ Paola
    le azioni sono legate ai carismi, dunque alle persone. ad ognuno la sua, ad ognuno la sua azione verso la “superficie” (la pelle) dell’altro e dell’altra. l’idea della fame non capìta mi è venuta da un’intervista di Laura Morante. Laura diceva che sua zia, Elsa, aveva un dolore: le si chiedeva di tutto, ma non “hai fame?”. l’importante è carismi-azioni escano: dove non si vede, si chiede. [i poeti non aspettano altro che queste domande]

    @ Carla
    la bocca si è infiammata di nuovo e pulsa. non è certo una grave malattia, ma fa (molto) male. eppure si va avanti – che altro fare? il problema non è essere forti, perché quasi nessuno lo è. ma qualcuno si reinventa, si espone – fa l’azione.

    grazie, dal cuore, davvero
    massimo

    Mi piace

  4. IL SEGRETO

    Amico, voglio confidarti un segreto
    da molto tempo provo questo desiderio
    di avvicinarmi al tuo orecchio peloso di lupo
    sillabare tutte quelle parole che dicano
    quello che non riesco a sapere
    prima ho l’impressione che le parole fuggano
    da sole per la loro strada
    che il mio cervello sia un guscio
    vuoto di noce in navigazione
    o una foglia lunga di magnolia
    nel laghetto dei giardini che affonda
    molte volte ho provato a farla navigare
    da una sponda all’altra
    senza rimanere troppo deluso pensando
    che un giorno ci sarei riuscito che avrei imparato
    Amico, avvicina la tua bocca languida e ferina
    che voglio soffiarci dentro le parole
    travasarci la diffusa essenza dell’ombra
    di una mattina di gelo
    ho avuto la certezza di vederla davanti a me
    un’ombra che ho sentito formarsi
    sulla pelle mi sono chiesto se ci fosse davvero
    in un mattino gelido di luce assente
    sono sicuro che l’ombra aveva una statura
    doppia della mia
    stabilizzata avanzando sul marciapiedi
    grigio di ghiaccio
    allora mi sono chiesto se era quell’ombra
    il segreto che volevo soffiarti negli occhi grigi
    ritaglio di quella materia impalpabile che all’alba
    sospinge la luce
    l’inverno trattenuta dal gelo e veloce
    l’estate abbandona la notte senza resistenza
    ma è sempre dell’ombra invernale
    che voglio parlarti e riproduco
    la mia immagine nel buio dell’acqua
    chino sulla riva di un canale lucente
    tenendomi con una mano al tronco di un albero lucido
    in un punto dove la luce sale dall’erba
    immersa nell’acqua
    riflessa da ogni lunga foglia d’erba
    intatta tra le immondizie che mi circondano
    per un istante cancellata la spazzatura fatta eterna
    così quell’immagine si sovrappone
    all’ombra quando un soffio di vento
    increspa le acque e la cancella
    e mi risucchia alle spalle
    Amico, ripenso alla piccola frase che volevo dirti
    soffiato via col segreto che non esiste
    con l’ombra e voglio
    cercare di pronunciarla a tutti i costi: è l’ombra
    è l’immagine
    scomparsa nelle acque increspate
    è la voglia di nascere
    provarti che in qualche luogo ci sono o ci sarò
    tra poco
    in aperta campagna, forse, di fronte alla città
    sepolta dai veleni
    comparire al tuo fianco stringerti al petto dirti
    generiamo i figli non-nati
    (altri ne hanno impedito la nascita e noi
    continuiamo a chiederne notizie)

    Amico, più vado avanti a parlarti adagio più mi sembra
    il segreto chiuso in parole sigillate
    nel labirinto dell’orecchio
    la bocca mi si apre la lingua ora si muove
    stiamo abbracciati aspettiamo
    il giro delle nuove stelle è vicino
    all’alba la capra smette di lottare offre la gola
    al nemico la terra ricomincia a generare…
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    17.2 – 28.2.1979
    in Passi Passaggi, 1980, sezione “Sulla nascita”

    Caro Massimo,
    in questa poesia c’è il segreto della nascita di Leo Paolazzi, nato a Vicenza, in Via Petrarca 19. Leggilo sentendo le sillabe della sua città natale, dove tornava spesso da bambino nella casa del nonno delle Scalette di Monte Berico da dove poteva vedere le cupole della città dall’alto.
    Antonio Porta sceglie di nascere a Milano, si ribella contro i linguaggi della tradizione familiare – il nonno Bonfiglio Paolazzi aveva svolto un’intensa attività politica al parlamento di Vienna come deputato clericale eletto nelle file del Partito popolare trentino e nel 1911, raccontava il padre di Antonio, cede il posto ad Alcine De Gasperi trasferendosi a Vicenza. Dopo la morte della moglie, Bonfiglio si fa prete all’età di 74 anni e dice la prima messa nel 1954. Leo Aveva 19 anni.
    Puoi percepire la necessità per Antonio Porta di nascere a Milano, di trovare una nuova pelle, come diceva Rimbaud voleva dire tentare di inventare una nuova lingua, salpare verso un nuovo mondo con un nuovo nome e una nuova genealogia essere generato dalla propria opera.
    Un caro abbraccio
    Rosemary

    Mi piace

  5. cara Rosemary – sapevo solo una parte di questa storia, non il resto. la pelle non è un’apparenza ingenua – ma *di piu’*. e la rinascita a Milano – ricordo (mi sembra) un’intervista su “testuale” in cui dice “non parlo il dialetto trentino, non è un dialetto, è brutto, capisco il milanese” – significa riaprire la storia; e il cambio del nome.

    io so di molti ex bambini, ora adulti, quasi maturi e vecchi – che hanno reinventato la loro infanzia, che si sono sentiti non-italiani benché italianissimi, che si sono considerati adottati, e non figli naturali dei loro genitori. per un poeta, tutto questo è ancora piu’ forte, piu’ doloroso – e tragicamente (dolorosamente) piu’ *utile*, perché trasforma il signor Leo P. nel poeta (grande) Antonio Porta. sempre di piu’ – mi convinco che la poesia sia piu’ che un testo.

    grazie, davvero – ne avevo bisogno, io stesso
    massimo

    Mi piace

  6. e io non riesco a dissetarmi della sua poesia, io che gli ho vissuto accanto.
    E’ come se il suo canto fosse qui, ogni volta che lo leggo, ogni volta che un pensiero diretto in una direzione, come quelli che tu solleciti, ecco lì torna la sua poesia a nutrire, me e spero anche voi.

    da Il Giardiniere contro il becchino, 1988, sezione Airone, lungo poema….

    AIRONE

    1. (27.7.79, premessa, a lei)

    come se il mio ventre covasse una bomba
    il sentimento, il terrore della perdita
    allora spalanco la finestra, comincio a gridare
    tu invece: hai il senso della conquista
    tu invece: hai attraversato la frontiera
    la pianura sconfinata
    io invece: caduto in una buca
    tu a tirarmi su
    e io a viverti attaccato
    una seconda pelle
    ma interna
    allora è questo il desiderio: spalancarti
    e uscire e voltarmi a guardarti
    e chiamarti di continuo senza urlare
    e inseguirti
    inseguito dai primi passi che muovi
    per non perderci

    2. (26.7.80)

    Ti saluto, ti canto, airone
    ritornato a infilare le zampe
    nelle risaie lombarde
    canto la mia liberazione
    appena uscito dalla prigione
    disceso nelle acque
    dove il seme va maturando
    ancora una volta hai reciso
    le sbarre invisibili ma sicure
    alzate tra me e il mondo
    di nuovo fai delle parole
    i tramiti cantabili
    tra me e il mondo separato dal letargo d’inverno
    tu preparavi il ritorno
    io dormivo chiuso in una parete di ghiaccio naturale
    e artificiale interminabile inverno del Nord
    gli occhi fatti opachi
    dai cristalli del gelo
    (ci sono sette tipi di gelo
    io stavo chiuso nell’ottavo
    quello prodotto dal silenzio
    muto come ogni lingua
    divien gelando muta)
    airone, suono del contatto, dell’unione
    le mani battono nell’aria
    insieme alle tue ali
    subito mi fisso immobile al suolo
    rimango come te zampe nell’acqua
    come fossi ancora cieco e sordo
    e non lo sono più
    fisso a guardare dove il sole scende
    in attesa di sentirlo risalire alle spalle
    avverto il sobollire nello scroto
    il sesso ricomincia a distendersi
    prepara la sua lievitazione
    teso come il tuo becco nella palude
    tu come tutti gli aironi
    arrivi qui nelle acque tiepide per fecondarti
    (gli altri, gli scomparsi
    nel volo del ritorno
    fanno lo stesso
    nella memoria della specie
    compiono gli stessi tuoi movimenti)
    così tu mostri
    ciò che devo fare anch’io
    il mio sapere
    formi con un’immagine disegnata
    nitida nella sua umana perfezione
    come quelle osservate nel volo
    (consolazione degli uomini
    sopra la terra attenti,
    gli altri scendono
    nel buio di prima, di dopo)
    ma disegnate, costruite immagini
    da uomini ancora più attenti
    al corpo della terra
    che arano, nutrono, profumano
    anticipando le acacie
    misurando i filari delle viti nuove
    avendo cura delle antiche
    preparando le arnie
    (eccetera, eccetera, eccetera
    quanti uomini nutrono gli altri
    come ai tempi dei tempi…)
    non so se folli o disperati,
    questo mi chiedo, come un folle
    o disperato, io
    che sento così necessaria quell’opera
    o invece sono semplicemente
    come tu sei, airone,
    allora tengono a distanza la montagna dei rifiuti
    delle immondizie fatte eterne
    si battono con le frane, i crolli improvvisi
    le malattie sconosciute, la fatica mortale
    la morte stessa cintura la città,
    confinano la lebbra
    piantati come te
    i piedi nell’acqua
    bruciano al vento
    obbediscono al sole e alla luna
    ma non sono soltanto questo
    sono cuori intatti
    resistono sulle rive dei fiumi a difesa
    del padre antico avvelenato
    ancora vivo per poco
    non è solo teatro dell’antico
    non solo Arcadia sovvenzionata
    ma uomo attore consapevole
    non troppo uomo non troppo animale
    così simile all’airone
    quando muove le zampe
    nei primi passi della danza amorosa
    nel principio del corteggiamento
    forma i suoi cerchi, i suoi quadrati
    intorno a un sesso di piume fa sua quella danza
    e allora l’uomo diventa l’umile
    dio del suo corpo…
    (ma agli scomparsi voglio ritornare
    affrontare la morte)

    Mi piace

  7. sì, Rosemary – *anche noi*, è certo.

    e la parola giusta : meraviglie. con la giusta risposta: grazie.

    così tu mostri
    ciò che devo fare anch’io
    il mio sapere
    formi con un’immagine disegnata
    nitida nella sua umana perfezione
    come quelle osservate nel volo
    (consolazione degli uomini
    sopra la terra attenti,
    gli altri scendono
    nel buio di prima, di dopo)

    Mi piace

  8. Antonio torna integrale con tutte le sue poesie a marzo. Ora ho la data dall’editore.
    Torna il poeta ai suoi lettori, dopo vent’anni – e sembra ieri – torna di nuovo a parlare a tutti voi.

    Rosemary

    Mi piace

  9. -La presenza è ricchezza, ma l’assenza non è sempre carenza –
    La presenza è, l’assenza dà.
    è l’equilibrio tra queste due forze che è difficile trovare…
    ciao

    Mi piace

  10. proprio oggi, a Genova, città barbara, presenteremo un libro *eccellente* [e lo dico con il cuore, nella mia differenza, che è forte ma NON IMPEDISCE NULLA, dalla sua prospettiva estetica filosofica esistenziale]: La casa esposta di Marco Giovenale. Marco non potrà venire – ma “l’assenza dà”. io cercherò di essere la sua voce: non ne parlerò criticamente – lo faranno benissimo Neri e Zublena; parlerò soltanto: con la voce. e il ritorno di Antonio Porta – ecco, è una base, per molti, per i giovanissimi, per noi…

    ***

    appunti

    Ecco un testimone severo, gli occhi buoni che guardano il monumento – «l’arco di cemento noto da infinite fotografie» – per i morti di Hiroshima. Commento del testimone: «Si sa che l’America, nel corso degli anni ’40, si è impegnata a fondo […] nella diffusione dell’arte astratta; e si è fatta un punto d’onore di provare, con queste opere […] di essere *up-to-date* dal punto di vista culturale. Che questo tardivo appoggio ufficiale alla distruzione delle forme oggettive nell’arte (come la propaganda perché questa distruzione fosse apprezzata dal pubblico, e lo scherno fosse rivolto a coloro che non aderivano a questo progresso) fosse storicamente sincronizzato con la distruzione reale del mondo, non è certo un caso. Come non è un caso che la distruzione del mondo, la cui prova generale ha avuto luogo qui a Hiroshima, abbia trovato il suo monumento in un “non objective object”. […] Come esempio rivelatore del modo in cui si svolge la storia dell’arte, questo oggetto è insuperabile. Ma come monumento non vale nulla». Chi ha parlato non è il filisteo il piccolo borghese l’uomo della strada l’uomo qualunque, ma Günther Anders (*Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki*, trad. di Renato Solmi, Linea d’ombra, Milano 1995, pp. 94-95). E il problema che pone è enorme, e mentre lo addita lo risolve. Basta intendersi sui termini: quel monumento non è un monumento, e fallisce se il suo nome è *monumento*, ma vince se si chiama *esempio rivelatore* o *documento* [ma non della sola «storia dell’arte»].

    Proviamo a portare questo frammento morale nel nostro campo. Non manca nulla: neanche lo «scherno rivolto a coloro che non aderivano a questo progetto». Qui e ora, si presterebbe sùbito ad una strumentalizzazione oscena: non Guerini ma Damiani, non Mesa ma Magrelli – e il pensiero sarebbe deformato: fino a farne il problema di una classe che *parla in latino anche quando parla in volgare* [ma il latino dei ‘ricercatori’ è classico, dunque inusuale; il latino dei ‘limpidi’ è medievale, dunque utilizzabile – ma sempre “malagevole” per i molti, secondo il termine dantesco, o semplicemente non ascoltato]. Il latino classico degli uni apparirebbe come un idioletto per gli happy few: chi lo capirebbe? Il latino modernizzato degli altri sembrerebbe la scimmiottatura del volgare: e perché leggerlo, se è così mimetico? Allora: è bene che il pensiero di Anders rimanga ad indicare *altre cose*: noi, qui, siamo troppo schematici, troppo l’un contro l’altro armati, e troppo lontani dall’installare statue [monumenti o documenti]. Resta la provocazione di un uomo, che – per quello che posso capire, e dopo aver letto la sua critica feroce allo stesso Kafka – era onesto.

    Mi piace

  11. Nell’ultima stanza a destra
    l’archivio della morte con le foto dei bambini
    degli adolescenti, degli sposi
    scomparsi, colmi di ombra
    solo ombra nel cavo degli occhi, le narici
    i capelli ravviati un’ultima volta,
    certo che non lo sapevano dell’addio
    il presentimento non è servito a nulla,
    resiste la speranza, la fede nel corpo
    nell’immortalità di un’anima,
    quasi tutte le orecchie sono state rase dalla stampa
    sfumata, a sfondo candido.

    Da La lotta e la vittoria del Giardiniere contro il Becchino, 1988

    Mi piace

  12. grazie – sempre. e ieri, alla presentazione – bella amichevole focosa illuminata – una frase fortissima, dalla persona più semplice del pubblico: IO NON VI CAPISCO. e ha aggiunto: SONO IGNORANTE. non avrei mai lasciato uscire una signora con questa colpa – che non esiste. e ho parlato come sentivo. mi sento sempre più lontano da tante cose, compresi i riti sociali della poesia: riti in cui non c’è NULLA di male, ma in cui è facile creare i mitici figli-e-figliastri. i figliastri diranno che non capiscono. e la signora è uscita comprando un libro – ma non quello della presentazione. mi ha detto: sono venuta solo *per te*. e anche un’altra persona [sorella e fratello insieme] è venuta *per me*. non lo dico per ostentare ciò che è solo privato [ma si dice che è ricco chi ha amici veri]. vorrei trarne una morale seria. è fondamentale, ora, capire che i pochi che vengono sono O i nostri colleghi – che lavorano con la presenza – O persone sensibili che ci SENTONO e che AMANO, e che DONANO la loro presenza. tolti i colleghi, chi resta? e Chi resta [la signora che si crede ignorante e l’attrice della “festa dei sensi”] resta perché ha fiducia in un rapporto. aggiungo appunti, di prose già scritte. domani non ci sarò. ci sarà un’intervista con la televisione armena, sulla “scuola di poesia”. speriamo bene. MA: o la poesia è più che poesia o è un social gathering. la lettera uccide, lo spirito, invece, ecc.

    Mi piace

  13. prose [manca la formattazione dei corsivi]

    DA «DIGESTO»

    10
    Più silenzioso nelle potenze e consolato. Tu non sei niente. Alice: «Tu non vuoi esser solo – no». Il vocabolario aperto e chiuso, il francese di Suchère, che traduci, sono fraterni: non termini di nulla. Non diminuiscono nulla, anzi ti confermano. Chi scrive, traduce l’amico francese in un italiano amico; così è sereno; riceve messaggi: sullo schermo sono amore, per lui; e si divide in io tu egli, dunque in un impersonale – che era, FU, un uomo vero, carne chiara. Sarà, dopo, un’ombra intellettuale; dopo l’intelletto, solo una carezza, di pensiero in pensiero, sulla mano di seta, il piede minuto, tenuto a volte in mano. Quando stasera si tramuta in Bach e in organo, senza voce umana che tenga, o la contrasti, dovrebbe piegarsi verso un telefono, comunicare novità e rapporti: le novità, che strappano consensi e critiche severe; i rapporti, figli di una religione che si apre e ti cinge i fianchi.

    13
    Quando si piega (sta in piedi) verso i bambini (sono seduti, in cerchio) dice: questa è Weil, questo è Celan; Celan e Weil sono modelli, perché si dica. Li spiega: sono donna e uomo, sono ebrei. Alcuni colori imitano miniature piccole e iniziali. Il minore non è schiavo, il maggiore non grida, questo è il giorno dell’Incarnazione – il vero venticinque marzo, l’occhio al telefono che suona muto, la musica della radio, mentre Z. dice «io sono un fascista» –, nel giorno dell’incarnazione il goloso o il vorace urla, si dissocia, non mangia più. E squilla Haydn calmo, così il tuo discorso è parallelo alle voci (ci sentiamo), come giungono a un orecchio su due, e sporcano appena il contesto: ed è lontana Roma, che sorride, da qui; è meno astratta la casa degli Angeli, dove il silenzio c’è, e vi è pieno. Una via crucis si snoda, dipanàta sotto le finestre. Nelle stanze hai amato, camera dopo camera, senza egoismo. Davi un’eccitazione a cui la mente, povera, non partecipava del tutto. Infatti godevi senza il piacere alto: il tuo stile non è questo.

    31
    La vita chiara supera la cieca, la cieca si abbandona, che fu vita: torni e trovi i concetti. Trovi i concetti. E questa è una base non banale, cioè la quiete. La vita si è mossa bene: quando vi aderisci, come l’acqua in spugna, tu sei, di questa spugna, i contorni… il profilo, dato di fatto… Quasi la dolcezza, a quell’ora che sai; la sera, quando è grave «io sono solo», scrivi per pregare, superi.

    DA «DE AMORE»
    6
    Se mi dimentico di te… Dico: se mi dimentico di te… Se mi dimentico di te! Con la voce fingo di fingere. Ho paura. Tu sei grande amore. Così è germinato un lavoro, che sta continuando. Tu sei il mio lavoro scritto, che io chiamo PERSONA; e tu corri a questo, lo intendi, sorridi. Ci sei, completamente.

    10
    I testi sembrano imperfetti, sempre. Nessuna forma li soddisfa. Forse perché la fine della composizione chiede un’incarnazione seconda, una seconda caduta: nella coscienza, nel sesso e nel ruolo. Di fronte al frutto delle mani volate, escludendo la coscienza sia durante sia dopo, si lavora.

    DA «5 PEZZI FACILI»
    5.
    facilmente si può concepire capire: prima sono cinquanta anni, o cinquantuno, poi trentaquattro, poi dieci, poi venti; tra una cosa e un’altra. questa salute [che aspetta la salute] vuole una casa, e che la casa sia bella. che sia in uno spazio felice [l’occhio vede, l’orecchio sente]. chi sa ancora fingere? e gli altri impedivano con forza. e se gli altri decadono? se muoiono? i vivi li sostituiscono. le quattro mura o cinte sono molto solide, in realtà e in sogno, e ripulite e rasate, bianche come il nuovo, ma sono antiche. chi parla della casa non sfiora l’egoismo, e non lo conosce. veramente esistono le stanze, comprate con fatica, fresche e altissime: ciò che si offre ad una sposa «donna piacente» ai figli di «dolce intelletto» ai compagni della troupe du roi [infine l’idea del teatro – il cui signore è re – non è mai assente, né trascurata né tiepida]

    Mi piace

  14. mi sento molto dentro al punto 7, hai descritto così bene ogni sintomo, da persona sensibile che prima di scrivere ha vissuto sulla pelle ogni virgola, punteggiatura, sospensione…

    Tornerò ancora su questi passi…

    Mi piace


  15. Devo finire un sogno

    il sogno che la poesia penetri anche se la signora è venuta per te. E’ andata via con un libro. Lo avrà aperto intanto e letto qui e là o forse lo ha letto davvero, sognando le parole, le immagini, oltre il tuo averla accompagnata durante l’incontro.
    Rosemary

    Mi piace

  16. correndo, correndo sempre : *meravigliosa* la videopoesia. Rosemary, sai: la cosa che mi colpisce di più, oltre alla bellezza dei testi di Porta – è il tuo amore. permettimi di dirlo, a bassa voce.

    ***

    “non voglio esser solo”, secondo le Ragazze di Osaka. quello che conta – lo diciamo sempre – è la poesia; e S. è uscita con un libro di poesia – un altro -, ma poesia *comunque*; l’altra amica, quella della festa-dei-sensi, è uscita con un libro che un frate asino giovanissimo – l’anno 1998 – tradusse e dedicò con un verso di Teresa d’Avila: *lo que más temo es perderte*. Ciò che più temo è perderti. infatti ho perso. ma: perdere e avere si incrociano, si contraddicono, portano parole, tolgono parole – alla fine dei giochi, rimaniamo. la poesia ne parla, in modi diversi. ecco perché non posso credere alla poesia-hobby – e questo NON significa che per me la poesia sia una professione. [la si professa, però]

    Mi piace

  17. a costo di perdere (!) il treno (anche il treno). questo, assolutamente:

    nei primi due minuti si vede una Signora *felice*, quanto si può esserlo in terra (dal 55esimo secondo in poi – tremano i polsi). “se mi dimentico di te…” – no, è impossibile. a chi si rivolge al minuto 3.23? non c’entra con la poesia? c’entra. ed è un’altra “festa dei sensi”, grandissima…

    Mi piace

  18. ma: perdere e avere si incrociano, si contraddicono, portano parole, tolgono parole – alla fine dei giochi, rimaniamo.

    ma questo restare, è così provvisorio…

    Mi piace

  19. Maria e Anna

    Ascolto la voce di Maria diventata polvere squillante,
    come cantava la Norma alla luna.
    Ora c’è Anna e le dà un corpo nuovo
    e respira ancor piu aria da incendio.
    Catene di voci, vento che soffia rovente
    la polvere di tutte le ossa.
    8.3.87-17.7.87

    da Melusina, 1987 Crocetti

    Mi piace

  20. grazie, davvero: *grazie*. ieri – tutto bene. l’intervista era metà sulla scuola di poesia metà sulla condizione delle donne. e “tua madre è la tipica donna italiana?”. sì… no… cioè… mia madre non ha potuto scrivere né studiare. che cosa le devo dire, Zara? well – è stata madre e moglie; ma troppo presto, con troppo poco amore, fin dall’inizio. Zara… le dirò che in Italia un giovane che scrive è il figlio il nipote di chi ha saputo sì e no fare la propria firma. e così via. con l’idea di RISARCIRE quel passato – che altro fare? e “che cosa ti senti di consigliare alle donne armene?”. io? [“un balbettio nefando mi trema la voce di ragazzo malato”: ora la citazione di PPP è appropriata] – io? solo questo: se avete una vocazione – ne parlo anche da autore: non essendo un lavoro pagato, è una vocazione continua – cercate di non trattenerla. se è quella di essere madri artiste scrittrici o quello che volete, qualunque cosa – vi prego, cercate di esserlo. cercate di non invecchiare con il rimpianto che dice: “ho imparato a fare solo la mia firma”. [che altro potevo dire? è buonismo? non ho avuto il coraggio di essere più freak, c’era troppa tenerezza intorno – se non avrei detto di più, con un altro sorriso…]

    in treno, prima. un ragazzo – poi parleremo, è handicappato grave. è romeno e si è operato, da solo, a Genova – piange piange piange. P. è vicina a me. e dopo gli parliamo. bisogna farlo. altrimenti non ha senso andare a Milano parlare di poesia di scuola di poesia sembrare sensibili e teneri; ci vuole poco. il ragazzo parla parla parla, dopo. oggi riparte per la Romania, dove ha 5 figli -che Dio lo aiuti.

    il risarcimento della madre nella lingua di ora – è importante per me. e la ricerca la ricerca continua di persone. “altrimenti uno parla da solo” – dice Pavese. in parole meno imprecise, una volta ho scritto, pensando al *loro* – indirettamente, anche *mio* – passato:

    “Non tanto dall’ignoranza alla cultura quanto da *niente* a *qualcosa*. Valga lo stesso anche per l’intimità: prima costruirla, perché non esiste, poi nutrirla. […] Risarcire la madre nella sua nuova lingua. Non detto, ma implicito: orientare l’uomo interiore verso qualcosa di nuovo, e puro. Per il passato, le opere fatte non sono un tributo puro. La purezza verrà. […] Ma dichiarare se stessi presuppone un uso, almeno linguistico, della forza. Dico che *io sono*. Lo ripeto. // Riformulare, allora, per non *ripetere*”.

    Mi piace

  21. se non avrei detto di più —— > ovviamente: SE NO, AVREI DETTO… [i guasti della fretta, sulla tastiera durissima del webpoint]

    Mi piace

  22. immaginiamo un naufragio, come quello della London Valour davanti a Genova. si può essere sopra la nave e rischiare (di morire) [e morire: il capitano, la moglie, altre 18 persone], si può essere a terra e patire o compatire; si può stare a terra e fare la cosa più terribile: godersi lo spettacolo, stare tranquilli, siamo filosofi, che ci possiamo fare, e come stiamo bene, e poveri loro, e non noi. su queste cose, come su qualsiasi argomento, c’è un libro importante: Naufragio con spettatore, di Hans Blumemberg. c’è soprattutto una *poesia* – ripeto: una *poesia* – di Fabrizio De Andrè. dunque: immaginiamo che ci sia un naufragio, e andiamo avanti.

    “Ora noi siamo a una svolta, una svolta che ci appare giorno dopo giorno decisiva: non possiamo più concepire la politica come un gioco ermetico, misterico; non possiamo più tollerare la separatezza ormai istituzionale dai problemi reali della società contemporanea… va fatto ancora tesoro della lezione di un grande maestro di molti, Luciano Anceschi. L’esempio di un grande intellettuale come Anceschi va messo bene in evidenza proprio perchè il suo ormai più che trentennale discorso pubblico, dunque anche fortemente politico, ha tracciato con precisione le coordinate per un percorso attivo della letteratura e della cultura, intesa come fatto unitario, con profonda avversione per la pretesa divisone tra due culture diverse e opposte (l’umanistica e la scientifica)…Si deve dunque parlare di un “nuovo impegno”, di un pensiero che torna a essere forte e non si rassegna ad amministrare la posizione di rendita dell’osservatore distante e rassegnato dello status quo? La mia risposta è decisamente positiva”.

    non sono parole mie, ma di Antonio Porta, sull’Unità del 18 febbraio 1989. in che cosa consisterà questo impegno? a volte ho detto [e lo dicevo rispondendo a chi mi considerava eccessivo, autodistruttivo, addirittura “un prete”]: “non siamo mai andati a fare gli scudi umani a Bagdad, e altrove”. il mio engagement è piccolissimo: una firma per Amnesty, quando serve. tutto lì.

    dunque, dal nostro punto di vista: si tratta *almeno* di attuare ogni istante la “poesia onesta” e la poesia *esatta* di cui parliamo, citando – tutto è sempre una citazione – Saba e Fortini. nell’essere “sanguigni”, citando – tutto è sempre una citazione – Testori. nel “gettare il corpo nella lotta”, citando – tutto è citato – Pasolini. e quando non citeremo più? saremo morti o nuovi? ci sarà una mutazione genetica? forse una mutazione, ecco – che comincia dalle parole e dalle forme di parole [Giorgio Bocca lo fa notare in un vecchio libro, “L’Italia è malata”: Mao Zedong imponeva sacrifici al popolo e perseguitava la cultura tradizionale, ma scriveva poesie in cinese classico]. “Sono gli intellettuali, adesso, a dover dimostrare un nuovo coraggio e non possono certo sentirsi chiamati al ruolo un po’ ridicolo di «angeli salvatori». Direi il contrario; gli intellettuali in formazione sparsa somigliano sempre più a pattuglie disperse nel deserto e il momento dello smarrimento ha coinciso proprio con l’abbandono dell’impegno politico” (A.P.).

    o pattuglie disperse – o semi virtuosi – o illusi mandarini – o bocche aperte e parlanti, e oneste, come quelle di Cepollaro, di Marotta, di Nota, di Chiesa, di Zanotelli. perché qualcosa accada gli strumenti devono cambiare, e anche le forme di cooptazione nel nostro piccolo mondo, le letture di poesia [vedi il racconto sopra], gli studi. che sia poco o molto – si vedrà. scrivo dalla biblioteca dell’Università: scuola cara, e c’è chi, qui e ora, non ha soldi per pagarla. [basta ascoltare]

    intanto c’è chi si annoia alle letture di poesia. c’è chi non le frequenta (una grande autrice mi disse: “ma come fate voi poeti a riunirvi?”). e c’è un mondo che NON si divide tra incompetenti e addetti ai lavori (molti incompetenti hanno una saggezza originaria, e hanno letto selvaggiamente: come Dino Campana, né più né meno; molti addetti ai lavori, che ostentano il titolo di studio anche nel “chi sono” del blog, NON sanno l’italiano). il mondo [al nostro livello] si divide in un modo più fluido: aperti e chiusi, morbidi e duri, indifesi e protetti.

    intanto, e intorno, un naufragio, in cui le vittime sono spettatrici, in posizione di debito e di rendita. Mesa teorizzò in altri anni lo “scrivere senza serenità”. altri direbbero: scrivere, e basta. io forse direi che lo scrivere non basta, e la mancanza di serenità si può tradurre in movimenti: a volte bisogna parlare, a volte scrivere, a volte discutere, a volte chiudere le porte, a volte andare lontano e sedersi per terra.

    se la poesia fosse solo versi, sarebbe poca cosa (anche su un piano formale: Varèse, 80 anni fa, volle che il rumore fosse musica, e lo diventò) – mentre *oggi* rischiamo di inchiodarci ad *una* sola forma, piccola, che è un grandissimo limite e che non permette nessun “folle volo”.

    Mi piace

  23. non sempre si scrivono poesie, o si scrive di poesia. può essere – vorrei che fosse *così* – che la poesia scriva, che usi mani bocca polmoni (e diaframma! nulla senza diaframma) di massimo, o di altri – di noi. dunque: un motociclista investe un anziano sulle strisce. l’anziano ha la stampella. il motociclista non si ferma. tutto ovvio: l’anziano, le strisce, la stampella, la moto, l’omissione di soccorso, la folla intorno. come in Vita fedele alla vita di Luzi! ma reale! *ma brutto*! il signore è sopravvissuto. massimo e P. erano sull’autobus che precedeva la moto.

    oggi ho riletto un articolo di Andrea Margiotta su di me e/o sul mio lavoro. Margiotta non è stato tenero. eppure *io so* che alcune delle sue critiche sono giuste. cioè: lo erano, in quel momento. ho cercato di staccarmi da alcune cose – non poche, non importantissime -, di fare altro, di impostare i testi per la voce, e quindi la voce. il corpo rimane quello che è, la vitalità anche, e i denti, e tutto – ma i cambiamenti ci sono. questa scuola ne è il banco (scuola, banco: ovvio) di prova: “altrimenti uno parla da solo”. eccomi, eccoci. e come colonna sonora, una canzone allegra con un testo (di un poeta: José Martí) serio: prima di morire io voglio portare fuori i versi dall’anima!

    e sia così.

    Mi piace

  24. appunti, tra viaggio e viaggio (martedì sarò in Slovenia: non per la mia vita, ma per un’altra vita, da accompagnare). nel frattempo, incontri (non scontri), preparazione di testi, il libro della *Scrittura plurale” di Rosselli finalmente trovato; acquistato: quella, con altre cose, è già una “scuola di poesia”.

    un libro di poesia inedito, che non trova ancora il suo posto: non è una sconfitta, ma forse un’indicazione. perché cercare ancora un editore? pubblicare ed editare sono simili? si può pubblicare senza editare [senza editore]? e tutto il Gran Parlare di Autoproduzioni negli anni 90? vi erano belle cose. vi sono certamente carismi diversi, e diverse operazioni: un poeta non è un altro poeta, e poi vi sono – io lo spero – poeti la cui operazione è meno che letteraria e tende ad altro.

    nel 2006 il desiderio di felicità era pari a quello di uscire. perché – è vero, mea culpa – ho detto: sono uscito da gammm perché non ero felice. e questo offende i compagni amici: perché non si dice un sì per dire un no, dopo; e non si dice ai fratelli compagni amici “io non sono felice con voi”. mi sentivo lontano da una parte dei testi e dal principio – necessario – dell’organizzazione, e non vi è lavoro senza organizzazione. non mi riconoscevo, per *mia* colpa: perché tutto era molto più serio del previsto, e anche il gioco sembrava serio – tutto era molto più serio *di me*, che non sono (più) serio. ecco alcuni appunti del 2006:

    ***

    Non è necessario che una “scuola di poesia” abbia sempre un oggetto-testo. Dunque il quinto passo non ha un oggetto visibile e si sforza di essere più generale: sempre sotto-tono, come parlando (e come parlando a chi, tra gli amici, è l’amico più caro). Oggi vorrei che l’argomento non fosse la poesia di lui o di lei, ma la poesia stessa.
    In primo luogo: chi ha bisogno di poesia? Tutti (lo dico senza enfasi: veramente tutti; lo sa chi abbia tentato di portare, con il proprio corpo e la propria voce, la poesia nelle scuole, tra i bambini). Chi sa di averne bisogno? Quasi nessuno. E i poeti hanno bisogno della poesia DI ALTRI? A volte no: i poeti non hanno bisogno della poesia di altri; e spesso creano situazioni un po’ comiche e un po’ dolorose: come quando dimostrano un cuore grande, e grandi maiuscole doverose (Dio, Amore, Poesia) e ostentano curricula in cui devono apparire le frasi “ha ottenuto significativi riconoscimenti”, “sulla sua poesia hanno scritto…”. E io? Il mio comportamento non è migliore: la mia biografia pubblica si riduce ad un elenco di opere, e ne ho teorizzato anche la trasformazione in un “secondo corpo” (ho detto così!) alternativo al mio, e forse migliore del mio. Non sono un mistico, e non posso essere altro che un lettore (innamorato) di testi mistici; ma se dicessi “io sono un mistico” cadrei nel ridicolo. Nessuno può DIRE questa frase: farlo è come nominare il silenzio in un luogo silenzioso: appena nominato, il silenzio finisce. Se ho parlato di secondo corpo, puramente letterario (ma non senza sangue, spero), è quasi per un lutto: per una quantità di amore che non si è ancora incanalata ed espressa intera, se non scrivendo (e insegnando, a volte). E’ il mio dolore più grande (insieme ad un altro, che non dico): lo può capire chi ha sofferto sentendo dire la frase “siamo SOLO amici”, come se l’amicizia fosse poca cosa e come se il cuore avesse gradazioni di temperatura. A volte càpita di leggere poesia in pubblico, tra amici, e questi amici sono gli stessi che dividono con il “frate asino” un po’ di cibo, e soprattutto la loro luce; poi il frate riparte, e sente solo buio; e allora invoca (spesso di notte, nello scompartimento del treno): ancora luce, ancora luce… La vita ha certamente dolori più grandi; ma neanche questo è piccolo, soprattutto se chi ne soffre voleva vivere proprio di ciò che gli manca. Quando teorizzo, sembro universale; invece teorizzo a partire da una mia difficoltà privata.

    Mi piace

  25. e aggiungo: ho saputo solo ora di Pippa Bacca. con onore e rispetto per il suo coraggio giocoso e silenzio e un sorriso, che la accompagni – è stata grande
    massimo

    Mi piace

  26. ‘Quando teorizzo, sembro universale; invece teorizzo a partire da una mia difficoltà privata.’

    ed è così che deve essere una verità che si vuole far giungere fino al cuore dell’altro,
    per entrare in qualcosa bisogna prima spogliarsi…

    ciao Massimo

    Mi piace

  27. siamo SOLO amici.

    ciao massimo,
    parto da qui per dire che dipende dal contesto in cui la frase è detta e dalle aspettative di chi la riceve per capire se genera gioia o dolore.
    concordo: come se essere solo amici fosse cosa da poco….
    l’amicizia è il volto più bello, l’espressione massima e sublime dell’amore. per questo bisognerebbe sempre fermarsi ad ascoltare l’altro, trovare sempre il tempo per un caffè, volerne udire la voce invece di usarlo come cassa di risonanza della propria.

    un giorno una persona, a proposito dell’importanza dell’amicizia, mi disse: ricorda, gli uomini nel senso di partner, flirt ecc… passano gli amici rimangono.

    e ancora: quello che oggi è uno dei miei migliori amici, uno dei rari che ha spesso tempo per me, si ferma e mi tira fuori la voce, una delle prima volte che parlavo con lui e parlavo, parlavo, parlavo, mi freddò così: ti sei mai chiesta perchè Dio ti ha dato due orecchie e una sola bocca? l’ho odiato, ero in una riunione e per nascondere il mio imbarazzo di relatore non facevo altro che parlare. ho riflettuto a lungo su quella frase e ora amo il mio amico. Dio ci ha dato una sola bocca perchè dobbiamo ascoltare il doppio di quel che parliamo e perchè possiamo ascoltare l’altro e non solo noi stessi, arte in cui eccelliamo sempre.

    sto leggendo la tua scuola di poesia e tutti i commenti e non vi ho trovato un professore in cattedra ma un uomo che parla e tanti altri che parlano e ascoltano, altri che straparlano ma hanno le orecchie chiuse.

    anche se non c’entra nulla detto qui, una cosa vorrei dire: il poeta professionista è una bella persona. cosa vuol dire professionista?
    perchè ci sono tante belle persone, meravigliose che professionisti non sono. Non scrivono ma la loro vita è poesia, lo sono i loro occhi, la capacità di ascoltare e di amare oltre l’amore, entrano a porte chiuse e non temono di portare speranza, resurrezione, nè di mostrare i segni dei chiodi sulle mani o le ferite nel costato che la vita lascia in ognuno di noi. persone che vivono da vivi perchè è vero “la vita è adesso”. persone che sono capaci di donare la vita per un amico ma che non sono e non saranno mai poeti.

    il commento che hai scritto non mi è chiaro e lineare e leggendolo e rileggndolo capirò meglio ma questo mi ha colpito come la frase che scrive Carla e il suo commentoa cui mi associo.

    un abbraccio massimo, ho frugato nei tuoi appunti passati anche quelli del 2006, un anno che per me è una svolta personale un capitolo che si chiude per aprirne un altro. avevo letto e ho riletto con piacere e leggerò ancora perchè come dice Fabrizio, che non smetterò mai di ringraziare, tu sei un dono e i doni si condividono altrimenti, come cerco di insegnare a mio figlio, si rimane soli.

    sii felice massimo e non per citazione ma come augurio, di felicità piena che a pochi eletti è concessa.
    semplicemente Stella

    Mi piace

  28. ti sei mai chiesta perché Dio ti ha dato due orecchie e una sola bocca? geniale!

    ma la provocazione non è valida nel web: due sono le mani con cui si “parla”, due gli occhi con cui si “ascolta”, e la bilancia pende spesso dal lato delle mani

    Mi piace

  29. la bocca è una cosa strana, è un’apertura che serve a molte cose, è materiale e spirituale, mangia beve parla sospira singhiozza sussurra fa brutti rumori urla e inganna o dice il vero – oppure tace. è legata a ciò che scende, su un asse verticale; l’orecchio dà l’idea di un segmento orizzontale, ed è più vicina alla mente.

    una volta un’amica mi ha detto: “ho *mangiato* le tue parole” – perché in teoria avrebbe avuto fame, o credeva di averla; parlammo, e superò la fame (poi – spero – avrà mangiato). una cosa simile è nell’invito a pranzo di Chiara a Francesco: non c’era pietanza che valesse una parola di Francesco. su un piano infinitamente minore – può essere così anche per noi.

    le prose hanno (per me) il posto della poesia che *ora* non scrivo: non sono lezioni (e nemmeno le lezioni della scuola sono lezioni). il discorso dei rapporti, dell’amore, dell’amicizia – comporta ferite, ferite aperte… ha comportato e comporta ancora molta grazia. questo è il commento-della-staffa, devo partire: non da solo, non per un mio lavoro, ma per il lavoro di altri… grazie, davvero, ciao

    “non scrivono ma la loro vita è poesia”: è vero. e questa “scuola di poesia” è quasi più per loro che per gli altri…

    massimo

    Mi piace

  30. @claudia

    io invece credo che sia valida anche nel web.
    è vero ci sono 2 mani e 2 occhi: per parlare le mani hanno bisogno di un cervello che le muova e un cuore che le dica su quali tasti battere per comporre le parole.
    si può vedere senza guardare e sentire senza ascoltare, così come si può parlare senza dire nulla.
    quando gli occhi guardano il messaggio si imprime e viene decodificato dal cervello e giunge al cuore. il cerchio si chiude e due cuori si incontrano e comunicano.
    quando 2 orecchie ascoltano il messaggio va alla testa e passa al cuore che di rimando muove la bocca per una parola che sebbene dimezzata giunge ad un orecchio che ascolta.
    complesso? no semplice e lineare come semplici e lineari devono essere i sentimenti per essere veri e sinceri.

    io adoro la prima frase della più famosa poesia d’amore di Guido Cavalcanti più volte da me citata in questo blog: ” tu che per gli occhi mi passasti al core e destasti la mente mia che dormia…”
    che siano mani, occhi, orecchie o bocca a parlare ed ascoltare non fa differenza se il percorso è questo e il cerchio si chiude.

    @ Massimo
    Il dolore: ti invito a leggere il mio commento a “le parole” postato da Franco Arminio il 10 maggio 2007. Per non ripetermi ancora.

    ci sono ferite e ce ne saranno sempre ma c’è un balsamo miracoloso che le cura tutte ma non si compra, non si fabbrica, non si crea combinando elementi in una provetta. è un dono inatteso regalato per il puro piacere di veder sorridere un altro, ma questa è tutta un’altra storia che chiede tempo e “tempo” scorre incurante di chi lo vive. ma in questo Massimo c’è un amico più bravo di me che ti può spiegare, un amico comune.

    và Massimo, vivi la tua vita e i tuoi impegni e vivi libero da doveri verso me, anche dal dover rispondere a un commento o a una mail. Fai le cose per il piacere di farlo e non per dovere, solo così l’amore, qualsiasi forma prenda, fluisce e si rigenera da se stesso. Qualsiasi espressione d’amore non vuole catene e non ne mette, si nutre di un concetto diverso e più grande che si chiama libertà, qualcosa di cui si parla tanto ma che nessuno conosce perché dobbiamo ancora evolverci molto nella specie. Siamo sordi e continuiamo a nasconderci dietro la foglia di fico.

    Buon lavoro e dopo il commento della staffa questo è un arrivederci ad un altro capitolo della tua “scuola”.
    Semplicemente Stella

    Mi piace

  31. “si può vedere senza guardare e sentire senza ascoltare, così come si può parlare senza dire nulla.”

    già!

    Mi piace

  32. a proposito

    Voi che per li occhi mi passaste ‘l core
    e destaste la mente che dormia,
    guardate all’angosciosa vita mia,
    che sospirando la distrugge Amore

    non citerei Cavalcanti per parlare della relazione d’amore in senso positivo, visto che in lui la condizione dell’innamorato è soggetta a smarrimento e perdita di sé, mentre Amore è rappresentato come colui che con crudeltà uccide il Cuore e i debol spiriti.

    veggendo morto ‘l cor nel lato manco

    Mi piace

  33. non cito Cavalcanti o meglio questa poesia, per parlare di amore come relazione positiva ma solo queste prime due righe perchè dal mio modesto punto di vista di donna con formazione più scientifica che umanistica e quindi meno preparata di voi poeti e letterati, ma come persona che vive intensamente la vita,finchè il cuore non desta la mente o viceversa non è amore ma passione “cuore”, o razionalizzazione di ciò che non è razionale, il sentimento, e quindi “calcolo”, mente. gli occhi sono il mezzo che imprime il dato in uno o nell’altro o in entrambi.

    se dovessi parlare di amore che viene vissuto in senso positivo in poesia, comincerei da Catullo con “viviamo mia lesbia ed amiamo…” per proseguire con “non t’amo” di Neruda e via per d’annunzio e quasimodo (a me discesa per nuova innocenza) fino ad alcune bellissime poesie d’amore comparse su questo blog di Francesco Marotta o Galastri o Garcia Lorca e chi più ne ha più ne metta chiedendo scusa a tutti coloro che non cito perchè la memoria va in vacanza quando sovviene la stanchezza di una dura giornata che ancora non è finita

    tutto qui e chiedo scusa per la mia ignoranza intesa come ignorare.

    pace a voi e buonanotte
    Stella

    Mi piace

  34. Vincendo me col lume d’un sorriso
    ella mi disse: “Volgiti e ascolta;
    ché non pur ne’ miei occhi è paradiso”
    […]

    E quella non ridea, ma “S’io ridessi”
    mi cominciò, “tu ti faresti quale
    fu Semelé quando di cener fessi;
    ché la bellezza mia, che per le scale
    de l’etterno palazzo più s’accende
    com’hai veduto, quanto più si sale
    se non si temperasse, tanto splende,
    che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,
    sarebbe fronda che trono scoscende”

    (Par.XVIII,18-21/ XXI,3-9)

    una bocca, due orecchie: continuo a pensare che chiunque lo abbia detto sia un grande.

    Claudia

    Mi piace

  35. gli occhi mi hanno sempre fatto male (nel senso di Cavalcanti) e bene – e in Slovenia una serie di sguardi tra persona e persona, delicatamente. a Trieste, nella libreria di Saba, e ora del figlio di Cerne, trovata una copia di Ragazzo-Con me e con gli alpini di Jahier – incredibile, bellissimo (con la solita emozione: non e’ di oggi, ma scritto entro il 1919, e piu’ nuovo del nuovo); diventato subito un regalo per qualcuno, che ne ha bisogno. ma ne avevo bisogno anch’io, e ne parleremo, ancora. Jahier scrive che un’azione vale una poesia – brevemente, in due versi.

    non tutte le parole d’amore sono sugli occhi e per gli occhi. c’e’ un distico di Penna: NON C’E’ PIU’ QUELLA GRAZIA FULMINANTE – MA IL SOFFIO DI QUALCOSA CHE VERRA’. e’ per quel soffio futuro invisibile – un sentimento un popolo una storia *e una lingua* (contro ogni apparenza della “fornace dei tempi”) – che lavoro.

    Mi piace

  36. il primo ciclo – diciamo così – della scuola di poesia era preliminare. il secondo ciclo ha avuto come origine i Nomi, come punto di riferimento la dignità della coppia (inseparabile) voce-corpo, come obiettivo il *superamento* di ciò che nella poesia (nel poeta) impedisce la poesia [impedisce il poeta: come un attore inconsapevole del suo diaframma e dei suoi risuonatori]. in attesa di una ricostruzione del percorso, riordino le idee. con calma, un giorno, sarà bello rileggere questo secondo ciclo: per vedere che cosa ha e non ha scandalizzato. Perché su queste reazioni, composte o scomposte, sensibili o meno, si basa la risposta alla domanda delle domande. questa domanda è in un incipit di Paolo Conte (tutto è in tutto): “chi siamo noi e dove andiamo noi?”. scrivo queste cose a Firenze, sceso da San Miniato: gambe rotte, cuore sereno (in parte) e disperato: perché la vita non è semplice, perché i miei familiari vengono ancora insultati – e il processo per minacce gravi non è mai iniziato – perché e perché e perché. Etty Hillesum scrive che bisogna essere un balsamo per molte ferite. vorrei questo, spero di esserne capace, se non degno.

    ***

    in queste lettere ho citato Grotowski come esempio di artista oltre l’arte. lo stesso G. parla così di Artaud: come di un secondo Isaia, che “sapeva della venuta di Emanuele e di ciò che avrebbe riservato. Egli ne intravide l’immagine attraverso un vetro, oscuramente” (Per un teatro povero, Bulzoni, Roma 1993, p. 144). Isaia, più una citazione nascosta, ma non troppo, da Paolo: e tanto basta ad allungare il dossier degli artisti la cui arte non è più *solo* arte. Amelia Rosselli aveva detto bene: “sperimentare con la vita” [a sperimentare con le parole, e solo con le parole, pensava Sanguineti: lettore, se puoi, leggi la recensione di Amelia a Wirrwarr, ora nel libro “Una scrittura plurale”: dice tutto, distrugge tutto – a ragione]

    Mi piace

  37. un frammento di qualcosa che è stato scritto per un’altra occasione – ma “tutto è in tutto”, se è scritto detto fatto con il sentimento che, volendo, si può chiamare “amore” – ma la parola è o troppo enfatica o troppo banale. allora: qualcosa che si fa, bene o male, *con tutto se stesso*, senza nascondere nulla del poco o del molto che siamo.

    dunque ero a Firenze, a San Miniato. sulla facciata della chiesa sembra di vedere il Volto di Dio, stilizzato, ma non molto; all’interno, nel mosaico, Gesù è solenne, con un grosso ventre di donna incinta, e righe sul ventre, come raggi di sole o solchi di una conchiglia. ecco gli appunti [non formattati, manca una parte della loro *pelle*, cioè i corsivi]:

    **

    Oggi parliamo di «vita monastica» e di «vita poetica»: la parola in comune è vita. [qui non oso più teorizzare: il luogo è troppo «separato», cioè santo, anche se vede la città che lo vede. Ascolto dom Bernardo, prendo gli appunti che dirò, tra poco; ma soprattutto voglio leggere poesie: io voglio che io taccia, a San Miniato] E – per eccesso di vita [che manca, che è difficile, che turba i denti e le ossa; e la mente] – dico: nessuna poesia senza «vita poetica». I testi non contengono tutto, e Margherita Porete scrive che «non prega nulla». Ora la preghiera è lei, felicemente. [una quieta Margherita inquieta me; perché ferisce la mia abitudine e la mia ragione: non pregare, non pregare più? Ora non posso. Come il Cristo, ventre gonfio e gravido, nell’abside della Basilica: come partorirà il Signore, se non squarciandosi? Cristo è in gloria, senza segni visibili della Passione: o c’è stata, e dimenticata, o ci sarà. Resta un’icona fortissima, appesa su Firenze, che la osserva, osservata: un quieto regale Cristo in maestà inquieta me, e molti di noi]

    Mi piace

  38. ogni citazione è sia un ritaglio [l’ape succhia il fiore] – dunque una violenza al tutto – sia una bandiera [il fiore stilizzato diventa un messaggio, politico araldico militare ecc.]. chi cita Deleuze [creatore di concetti, dunque *poeta*] si pone in un luogo determinato [armato]; chi cita Cristina Campo [evocatrice di concetti, ma *poeta*, in un altro modo, legittimo] sceglie il luogo opposto; e i lettori duri&puri – quelli che leggono quasi per professione, senza “abbellire la vita”, come dice una favola – assumono le pagine come un’araldica o una bandiera.

    il nome più terribile è quello di Dio: basta nominarlo, e il mondo si spacca. *per certe orecchie* e per certi occhi, un grande peccatore, un dubbioso, che si interroga onestamente su Dio puzza già di sacrestia, come un pretino da film [i veri preti *non* fanno ridere: i veri preti]. un ateo attento, devoto all’uomo, non privo di carità, può sembrare un demone, agli occhi opposti. la poesia NON ha bisogno di queste armi e di questi gruppi chiusi.

    il Dio. Dio è l’essere più presente e più sfumato; e la stessa Scrittura ammonisce: “Dio nessuno l’ha mai visto”. così il teismo e l’ateismo diventano mattoni da scagliare sul diverso e sul contrario, mattone contro mattone; ma il Dio il cui nome – theós – è *contenuto sia in TEISMO sia in ATEISMO, sia in TEOLOGIA sia in ATEOLOGIA* – rimane non-visto. Dio sembra l’aria impalpabile che i mattoni scagliati attraversano [scagliati da mani umane troppo umane]. Dio non è né il mattone con la scritta PRO né quello su cui è inciso CONTRO.

    su un altro piano (tutto è in tutto, lo ripeto). questa scuola non è stata tenera, né con certi esperimenti tardivi né con quella che ho chiamato “prosa tagliata in versi” e “poesia delle piccole cose”. perché – ad esempio – sembra ovvio che se contesto Baldi [poesia leggibile, poesia delle piccole cose] devo esaltare Padua [poesia combinatoria, intelligente, poesia al computer]; ma non è così. e se contesto Cagnone [poesia leggibile, ma disperatamente purgatoriale, difficile, ecc.] è ovvio che devo innamorarmi di Conte o di Damiani [leggibilissimi, colloquiali al massimo, ecc.]. ma non funziona così, non può funzionare *così*. i pregi e i difetti sono molto giustamente distribuiti: soprattutto i difetti.

    ho ugualmente contestato due cose antitetiche – due mattoni, scagliati l’uno contro l’altro. ma a me non interessava esaltare una cosa o l’altra [dunque possiamo leggere Saba e Villa, Sanguineti e Zanzotto, e ascoltare il pop e Nono: *perché no?*].

    la poesia rimane non-vista, presente ma intoccabile: come l’aria (come ho Theós) in cui volano le pietre di chi non crede, ma crede di credere.

    ***

    in realtà questo delirio serviva *solo* ad introdurre una piccola citazione da Deleuze, che completa e dice *meglio* il discorso della pelle sintomatica o della superficie ricca: “L’opera d’arte veicola dei sintomi, proprio come il corpo o l’anima, anche se lo fa in maniera molto diversa. In questo senso, l’artista e lo scrittore possono essere dei grandi sintomatologi, al pari del medico migliore, come nel caso di Sade o di Masoch” (*L’isola deserta e altri scritti*, Einaudi, 2007, p. 163).

    ***

    è quello che credo, in opposizione *stanchissima* a tutti gli idoli l’un contro l’altro armati: compreso l’idolo di un Dio che sembra l’incrocio tra uno scolarca un imperatore e un monumento. quel finto Dio non è Dio, e neanche un uomo: è solo un brutto uomo. La purezza del Mistero (tremendo, ma non solo) è intatta, non definita: eppure presente, eppure (mistero dei misteri) innamorata (di noi), provvidenziale, materna e paterna… Non sapevo che sarei arrivato a parlare *così*, solo pochi mesi fa – non sapevo di che cosa fosse scuola questa “scuola di poesia”.
    massimo

    Mi piace

  39. …bello che ti porti a questi “risvegli”, bello che tu abbia scritto:

    -la poesia rimane intoccabile, come l’aria in cui volano le pietre di chi non crede, ma crede di credere.-

    io credo però che si possa vedere, perchè la poesia porta un’immagine dentro
    che potrebbe non essere come quella che vediamo, ma la vediamo…

    Mi piace

  40. queste piccole cose. il diario. la loro
    confidenza; la nostra devozione
    è lunga – e appunti (un vincolo, con luce; dov’è
    il tuo amore? – tu sbagli); e cavallo
    e cavaliere. ma i’ piccolo? tra le piccole
    cose, «è pazzo»: è stanco. un’altra è
    stanca. oggi vivono. Uno scatto
    riconosce l’asprezza, il simile
    ama il simile: epigrammatum
    finis; e per Roma e contro.

    ***

    in un giorno si tolgono chioma ragione tavolo
    sedie, insieme: per compagnia, a nessuno più
    nessuno, nessuno.
    sirocchia uccello, con firma
    dei suoi segni, il seno
    minore, con le cisti o il sangue
    o il fuoco,
    che risale sui capelli (e li brucia;
    e le penne) – parla: zero, uno, zero, telefono, ultima
    cena, prima, prima cena prima
    che il centro della vita venga sposti, e sposi
    mai la madre del tuo figlio?

    esse e erre mancano all’infanzia,
    la bocca è balba, ricordiamo.

    ***

    “dov’è il tuo amore?” è la domanda di quasi tutto quello che ho scritto. il tu era quello di altri, ma anche il mio (darsi del tu fa compagnia, a volte):

    Mi piace

  41. Massimo,
    mi piacerebbe un tuo commento sul mio scritto in risposta a mancuso, che purtroppo (e anche soprattutto per colpa mia, per la “forma” poco telematica che ha)non ha ricevuto attenzione. Non mi interessa da un punto di vista personale o, meglio, mi interessa perchè “personalmente” sento quei temi fondanti. e in quello che scrivi in questo ultimi commenti c’è qualcosa di simile a quello che ho cercato di dire io in quello scritto… cose che avrei ripetuto anche a S. Miniato, ma condizioni psico-fisiche non buone e altri problemi di vita non mi hanno consentito di essere presente, e mi dispiace mooltissimo davvero…

    andrea ponso

    Mi piace

  42. caro Andrea… in realtà ho letto la risposta a Mancuso, condivisa in pieno – e condivisa in silenzio, da me – e il silenzio non è sempre *d’oro*. in questo caso mi sentivo solo incompetente. in realtà *ogni* mio tentativo teologico è un’ombra di quello che dovrei dire (e dovrebbe essere detto). raccoglierò le idee con più cura, cercherò di rispondere senza silenzio di similoro. per tutte le difficoltà, esterne e interne: so bene, so quanto costi agire quando tutto è contro e tu devi essere nel centro… più sei vicino a Qualcosa – qualunque Cosa sia – più il rischio è vicino. coraggio, davvero, e tutta la luce che si può
    massimo

    Mi piace

  43. @Massimo,
    non sono riuscita a vedere il video ma
    ho molto goduto di questo delirio scomposto di nuda poesia che – tu sai – offrire,
    richiama altra poesia, seduce
    come la femmina balba.

    🙂

    Mi piace

  44. @ Carla

    la femmina balba… quasi una Matelda al contrario (entrambe cantano, una per distruggere e l’altra “come donna innamorata”). le parole cantate sono poesie: dunque Matelda e Sirena sono voci della poesia. una rovina, l’altra no: attenzione alla falsa poesia!

    è una delle allegorie più impressionanti. lo è oggettivamente e lo è anche (per me) *personalmente*. io stesso ho problemi di parola, legàti – credo – alla stanchezza del corpo degli occhi della mente [e penso spesso che l’italiano non sia la mia lingua naturale, anche se è la mia lingua-madre], alla debolezza di un orecchio, ad una lieve dislessia, non lo so bene – *per questo* lavoro sulla parola e sulla voce, e *per questo* ho scritto una specie di teatro. per parlare, ho bisogno di appunti; per tentare ciò che posso chiamare performance devo controllare tutto…

    e ho immaginato *per questo* che la brutta Saffo non fosse brutta [nelle pitture antiche è molto bella, invece]. ho immaginato che avesse solo un problema di pronuncia, e ho immaginato una Saffo “blesa”. Rosaria Lo Russo l’ha interpretata a Macerata: *splendidamente*. e io accanto a lei tremavo ridevo non so – era bello…

    hai letto perfettamente i versi “esse e erre mancano all’infanzia,
    la bocca è balba, ricordiamo”. spero solo di non essere la sirena che puzza. ecco un delirio scomposto, ancora – in cui il delirante parla a nome *suo*, suo *di lei*; e chi seduce è lei, l’Esposta che non si impone più, che si espone sola [Celan: in modo immenso]

    Mi piace

  45. @ Carla

    il video era un collage di immagini su *Hotel Supramonte* : una poesia. è una canzone che amo, per quel ritornello *dov’è il tuo amore?*. *tuo* è riferito (nella mia interpretazione privata, nell’uomo interiore) sia a me – ci si può anche dare del tu da soli, come Pavese nel diario, e altrove – sia ad un tu di carne e ossa; anzi di sola memoria, perché quella carne e quelle ossa sono spariti. dov’è il tuo amore? ieri ero in un vicolo a vedere la mostra di due ventinquenni, bravissimi; e ho bevuto, offerto da uno di loro, un rum, secco, forte come whisky. ho ricordato che bevevo queste cose, non da solo, non con *molti*, ma con una sola persona. ora – conosci Genova? Genova, la città barbara, NON è fatta per camminare da soli. ho ricordato – non c’è giorno che non lo ricordi – un lampo azzurro-rosso, che arriva alla spalla del frate-asino, e il lampo è perso da anni, con la pronuncia che “metà gorgoglia metà è toscana”. “viene la propria salute e si posa, cioè aspra, ecc.”. scrivevo queste cose – dov’è il tuo amore, il mio?

    che cosa me ne faccio di una poesia che non dica tutto, che non riempia queste cose? che non sia altro che ardore, ma ardore *scritto*? io non ho mai voluto scrivere poesia fredda; forse non ho mai voluto scrivere poesia che fosse solo poesia. ho lavorato per queste cose, per anni. “grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile, grazie a te ho una barca da scrivere e un treno da perdere”.

    questa scuola ha avuto – mi sembra – interventi più femminili che maschili – non è un caso. e non a caso racconto a te queste cose, e tu hai avuto la pazienza di starle a sentire, qui e ora… grazie
    massimo

    Mi piace

  46. ciao Massimo,
    come stai?
    Nella mia lettura quotidiana di questo blog, silenziosa e senza commenti, spesso veloce, è con piacere che girando gli occhi verso la destra dello schermo, io vedo che si aggiungono commenti e quindi ancora “lezioni”.
    ahimè è un mio difetto, ma io per comprendere bene una cosa devo leggerla su carta stampata quindi salvo e poi stampo.
    così succede che spesso leggo in ritardo e se già commento poco per volontà, poi è tardi.
    ieri sera stavo affondando in un barattolo di nutella e ne assaporavo lentamente il piacere era come … lasciamo stare, ero sola, come spesso accade dopo che i bambini sono andati a dormire e così per staccarmi da quel barattolo che non si concilia con la mia dieta, ho deciso di andare a prendere un libro di poesia. così ho pensato alla tua scuola e ho finalmente finito di leggerla, commenti compresi, e chiudendo la cartellina guardavo l’ultimo foglio e mi son detta: 2finita? no non può essere!” ho guardato il numero delle pagine, circa 500. in genere alla fine di 500 pagine uno dovrebbe dire meno male! e invece ero un po’ … così.
    oggi invece nella mia “scorribanda” quotidinana del blog ho visto
    altri commenti che uniti a quelli di ieri faranno ancora un’altra pagina: “evviva” mi sono detta, leggo e poi ricomincio perchè di fatto alcune cose non mi sono chiare dopo una prima lettura e altre ho proprio voglia di rileggerle.
    continua allora… con altri commenti o con altre lezioni o con una scuola numero 3.
    ciao e a presto leggerti e rileggerti
    Stella

    Mi piace

  47. Massimo,
    respiro
    profondissimo prima di
    emettere parole, nel leggerti…
    ho ascoltato, sto ascoltando…
    parole che si legano alle immagini Chagall che ondeggia in sottofondo, l’onirico paesaggio che l’amore custodisce, ed è visione, così tremendamente febbrile…
    Gli occhi sanno farsi male, ma è così che vedono meglio…

    Genova, ho visto il porto, nulla più…è così grande!

    ho sempre pensato che scrivere è necessario solo quando è il sangue a impregnare l’inchiostro…come sosteneva Nietzsche…
    e tu me lo confermi.

    che altro dirti, se non che questo sentire, giunge ad irrorare spazi così reconditi e sensibili.
    e se l’occhio lacrima, il cuore si dilata…

    Ti mando un sorriso, ora che
    è più pulito dell’aria!:-)
    C.

    Mi piace

  48. @ Stella
    come sto? è una domanda gentile. risposta: sto in tanti modi… non lo so, alterno umore ed umore, vendo i libri alla bancarella, catalogo altri libri, parlo con il signore anziano che butta via i vestiti, e decide di regalarmeli, chiamo la mia famiglia, metto e tolgo gli occhiali (senza, non ci vedo; con, perdo l’orientamento: sono troppo abituato a *non* portarli, e ora la vista si abbassa) – quanta vita! *quanta vita* è *anche* una poesia di Luzi.

    e ho letto Beati i vivi di Maddalena di Spello. che dice: non sono un’intellettuale, non sono consacrata, non sono vergine, non sono niente, *eppure* Dio mi ha riempita di doni. nel libro, lei si paragona al Tonio Kröger di Mann. e proprio nel Kröger è scritto dei doni – quasi carismatici – che la letteratura offre a chi le dà le sue mani. la letteratura ha bisogno di noi, quanto noi di lei.

    ***

    è vero che un ciclo di questa “scuola” è finito – ma è anche vero che non finisce, che gira e procede e produce altre parole. una volta si sarebbe detto: “rizomaticamente”. ma è una cosa più semplice: come se fossimo vicini di casa che si chiamano da finestra a finestra a finestra e da balcone a balcone; e poi entriamo, ognuno nella sua casa; ma i muri sono sottili, e ci sentiamo a vicenda, ancora – per pudore facciamo finta di non sentire. così tu sai che la notte non dormo, che faccio sacchi e sacchi di libri da regalare – che cerco di leggere…

    @ Stella, ancora

    è molto bello questo tuo raccogliere. c’è un sonetto di Cavalcanti: “di me parlavi sì coralemente / che tutte le tue rime avìe ricolte”. dice: le avevo raccolte perché parlavi *con il cuore*. come dire: altrimenti, io, Guido, non le avrei raccolte, anche se siamo amici. grazie a te della tua raccolta – mi dà forza e fiducia.

    tutto è grazia. non sono né il primo né il solo a dirlo.

    @ Carla
    il cuore si dilata – sì. oggi c’è vento (fresco) e sole (caldo). la città-barbara dà il meglio di sé. quando è così, si può anche camminare da soli. la città è verticale e bella. di sera no: la luce manca, il grigio appare del suo vero colore, *qualcosa manca*, e lo strappo pesa di più… Più senti, più pesa – ma non vorrei essere diverso, preferisco sentire…

    Mi piace

  49. Le tue sentenze

    si stagliano sul bianco,

    feroce come amore

    la parola

    e l’aria si riempie

    – suono cupo e

    fragile luce sul viso –

    L’orecchio infiammato percosso

    non tace

    la bocca è lì

    – lei sa –

    dove può, la rosa

    l’inganno dell’occhio

    non teme non

    tace la pelle,

    sfama, sfamami

    le ossa.

    Mi piace

  50. abbiamo tutti nell’orecchio o nella mente il ricordo delle “ossa aride”, che aspettano vita.

    l’anno scorso ho raccolto quelle di mio padre, a vent’anni dalla morte.

    la pelle porta i nostri connotati: una tua faccia ha sì contorni umani, ha scritto Amelia Rosselli. i fotografi sanno [io non lo so, l’ho imparato da chi lo sa] che la luce può modificare i connotati di una persona. dunque: la pelle sei tu, la luce che ti colpisce è come uno scultore. niente senza luce, allora.

    oggi ho tre piccoli libri: Bitume d’intorno di Ariano, Raccolta di Mori, Per soglie d’increato di Marotta. il primo parla degli uomini di provincia (e non solo), molti; il secondo dei residui umani: la “raccolta” è quella della spazzatura, la “selezione” non è quella del poeta che compone il suo libro, ma quella dei raccoglitori [li conosco; mi conosco]; il terzo parla dell’uomo, cioè dell’umanità, esposta ad una ricerca di parole. nessuno dei tre libri è l’unica possibilità della poesia, né dell’uomo (parlano di tre umanità diverse); eppure: sono tre libri importanti. domani cercherò di parlarne – così il frate asino sta raccogliendo gli appunti. che una debolezza – anche esitante, e pure sordastra – possa parlare, mentre nella testa le parole si accumulano in forma di immagini e suoni [io le *vedo* e *sento* così; anche lo scritto mi arriva come un suono] – è una cosa che mi ha sempre stupito; allora eccomi. a Carla, davvero, grazie, grande –

    Mi piace

  51. Ivano Fossati – Il bacio sulla bocca

    Bella,
    che ci importa del mondo
    verremo perdonati te lo dico io
    da un bacio sulla bocca un giorno o l’altro.

    Ti sembra tutto visto tutto già fatto
    tutto quell’avvenire già avvenuto
    scritto, corretto e interpretato
    da altri meglio che da te.

    Bella,
    non ho mica vent’anni
    ne ho molti di meno
    e questo vuol dire (capirai)
    responsabilità
    perciò…

    Volami addosso se questo è un valzer
    volami addosso qualunque cosa sia
    abbraccia la mia giacca sotto il glicine
    e fammi correre
    inciampa piuttosto che tacere
    e domanda piuttosto che aspettare.

    Stancami
    e parlami
    abbracciami
    guarda dietro le mie spalle
    poi racconta
    e spiegami
    tutto questo tempo nuovo
    che arriva con te.

    Mi vedi pulito pettinato
    ho proprio l’aria di un campo rifiorito
    e tu sei il genio scaltro della bellezza
    che il tempo non sfiora
    ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi
    sul ciglio del prato di cicale
    con l’orchestra che suona fili d’erba
    e fisarmoniche
    (ti dico).

    Bella,
    che ci importa del mondo.

    Stancami
    e parlami
    abbracciami
    fruga dentro le mie tasche
    poi perdonami
    sorridi
    guarda questo tempo
    che arriva con te
    guarda quanto tempo
    arriva con te.

    spero ti arrivi anche la musica!:-)
    C.

    Mi piace

  52. ecco la musica. e il bacio ha per me una data *precisa*: il 31 luglio 2000. il primo, il primo, il primo, nel punto in cui via Lomellini diventa via San Luca, e in quello slargo c’è ancora la piccola targa che ricorda: qui San Siro scacciò il Basilisco. Genova, nome barbaro, porta anche queste cose. ecco perché dico [mi dico] sempre: la città barbara non è fatta per camminare da soli. e poi – naturalmente – ne scrissi, non faccia a faccia (l’ho fatto dopo, l’ho fatto in prosa), ma con una mediazione: “di luglio, d’estate, / che *l’estate* trionfa”. l’ultima poesia del primo libro, Due sequenze. a volte Venere disarma il figlio – a volte. a volte no, lo lascia ferire – e ferì! “vorrei amarti meno”. “tu non devi amarmi meno”. dicevo così, e la risposta mi consolò; e peccai contro un matrimonio, ero giovane e ne soffrii – amavo l’amore, lo rappresentavo e lo vivevo. sono passati solo 8 anni. e tutto questo, con “il genio scaltro della bellezza” – ha *portato la poesia*; perché non era grazia, ma sembrava luce, e ne dava. dopo, ho cercato di capire meglio: non c’è grazia che non sia *anche* luce. non era grazia, ma era [devo citare Pier Paolo] “consolazione della miseria”, anche se non era “il sesso” [a cui Pier Paolo, lì, si riferisce].

    “vedi altro che amore?” – altra parola detta dopo. con la stessa intenzione. ad una cosa *giusta* – ripeto: GIUSTA – non ci si dedica poco, ma molto. NON vale solo per la sola poesia – ma la poesia non ne è fuori. “è la vita segreta” – sempre con le parole di Fossati –

    Mi piace

  53. e poi.

    *Per soglie d’increato* di Francesco Marotta è diviso in 4 sezioni: le prime 3 hanno 16 testi ciascuna, la quarta ne ha 10. Totale: 58. la quarta sezione è evidentemente *non finita*, per non chiudere il discorso in una simmetria troppo romanica o troppo geometrica: il discorso non è finito, la struttura lo dichiara. qualcosa, poche unità – ma abbastanza per non far quadrare i conti -, MANCA.

    quasi tutte le poesie delle *Soglie* sono divise in due parti, tranne le poesie delle pagine 20, 59, 63, tripartite, e la poesia di p. 62, indivisa. dunque ci sono divisioni che creano zone. la zona finale di ogni poesia – l’ultima strofa – non è mai chiusa dal punto: il discorso non è mai finito. la zona iniziale – la prima strofa – è sempre chiusa da tre segni: due punti, spazio [voglio considerare questo bianco come un segno, non come un caso tipografico], trattino. i due punti aprono ad una possibile spiegazione, il bianco è indeterminato, e il trattino può essere molte cose (introduzione dell’altro o all’altro; inizio del discorso diretto, novità: novità – ripeto – perché è il segno tipico di due Nuovi, come Dickinson e Nietzsche). il trattino non chiude mai l’ultima strofa-zona, ma le strofe [le zone] non conclusive. e poi: due punti e trattino sono *anche* l’inizio di un emoticon

    : –

    al quale manca la parentesi del sorriso o della smorfia. anche in questo senso – il più libero di tutti – Francesco cerca di non determinare e di non ‘atteggiare’ forme e parole. e sul piano della struttura Francesco *non ha voluto* la simmetria perfetta del 16×4: si è limitato ad un 16×3 + 10. cioè ha cercato la difformità – perché nessuna parola è l’ultima e nessuna struttura [che è *comunque* cosa umana] è Dio [è Lui l’ultima parola – e la prima: in principio era il Verbo, ecc.]

    ora: è chiaro che saper creare queste simmetrie, perfette o imperfette, e saperle vedere NON cambia la natura umana. saperle fare e saperle vedere NON allunga di un minuto la mia vita e quella di Francesco, NON impedisce alla mia bocca di infiammarsi, ecc.

    MA: ci sono due cose fondamentali. la PRIMA: queste strutture, simboliche e/o numerologiche [come in Ronda dei Conversi di De Signoribus; come in molte poesie di Chiara Daino, basate su lipogrammi che evitano determinati suoni], non sono private e invisibili come un diario col lucchetto: sono pubbliche e visibili. Morale: non servono a chi le ordisce ma a chi le decifra, leggendo e *contemplando* [contemplare è il verbo giusto, e giustamente irritante]. torniamo al livello di Florenskij Fortini De Angelis: la forma, che in questo caso è un simbolo, agirà FORSE negli altri, per gli altri, presso gli altri. la SECONDA COSA da notare: queste occasioni contemplative non sono pratiche [o forse sì – ma chi può saperlo?], né biologiche; sono SUBLIMI: nel senso che sono oltre il limite.
    come tutte le cose letterarie, possono essere intese anche come pazzie; e possono anche essere simulate a tavolino. l’autenticità si misura all’esterno, compresa la vita dell’autore-geometra-mago: di per sé, la forma non ti dice se il suo autore mistifica o prega. ma io conosco Francesco: Francesco prega.

    allora tu non hai più in mano una poesia, ma un simbolo. non un libro, ma un mandala. e così ti è chiesta un’opera di *decodificazione* – usiamo una parola seria – che è anche, in primo luogo, *contemplazione*. e questo non accade in un Medioevo tolkieniano, ma qui, ora, dalla mente di donne e uomini che possiamo incontrare, che hanno un viso e un carattere dolce o irritato-e-irritante, che hanno persino un blog…

    *

    e poi. nelle mie poesie non ci sono queste strutture. se ci sono, non ne sono consapevole. ma volevo dire un’altra cosa: che la mia poesia è stata interpretata come gelo, e a suo modo urlava – ma non si vedeva. parlava della lingua mossa e della lingua tagliata e blesa; e parlava, molto, di baci; dunque conteneva anche allusioni medievistiche e mistiche; ma anche lì, *per amore*, non per estro combinatorio : per amore di quei testi, di quella Margherita, di quell’Eckhart, di quei monaci…

    esempio: una grossa cerchia poetica/critica non ama (a dir poco) Cucchi. è quasi di cattivo gusto nominare Cucchi, così come un poeta romano mi diceva: “io devo molto a Luzi, che è innominabile”. e perché? tu nominalo, intanto. quanto a me, non conosco Cucchi e non posso dirne nulla. ma Cucchi è l’autore di un piccolissimo libro edito da Crocetti: La luce del distacco. prende molto – e Cucchi lo dice – dai mistici; e quel libro è eccezionale. solo quello, forse – ma uno dei nostri luoghi comuni è che “basta anche una sola poesia”.

    oggi mi sono ricordato di una cosa detta da Marzio Pieri: come poeta, tu sei responsabile degli EFFETTI della tua poesia, oltre che della tua poesia; cioè sei responsabile della critica che si scrive su di te (e Pieri parlava di Zanzotto deformato da Agosti, e di Bertolucci piegato da altri, ecc.). ho scritto e sono stato letto, anche da Grandi – ma alcune di quelle letture erano – *nello stesso tempo* – doni [che non meritavo, perché nessun dono si merita] e ferite. scrivendo poesie, non volevo dimostrare nulla – cercavo solo compagni e consolazione. essendo già filologo, e da anni, che cosa avrei potuto dimostrare *con la poesia*? per avere il blasone di “poeta”? no, non era questo il problema.

    cercavo di riappropriarmi di una lingua che è mia, certo, ma anche di chi non voglio ricordare, perché ha fatto il male. per fortuna si dice madre-lingua e lingua-madre, non padre-lingua.

    così scrivevo in italiano, pensando in francese o in latino, oppure solo con immagini [è ancora la cosa più dolce, la più libera e la più facile]. e parlavo di gioie, della casa-sul-mare, della città-barbara, di vicoli, di puttane e di sesso: anche in prosa, e in prosa era tutto più limpido. “meditazione sull’oggettività”, appunto: niente di più oggettivo dell’odore dei vicoli e del pied-à-terre in cui una ragazza lavora, sotto gli occhi della Madonna al muro, che lei prega. di queste cose – ho scritto. e poi delle scale fatte di corsa, del batticuore di fronte al campanello; e poi: ho scritto di ciò che è GRANDE, e che ci supera; Dio – qualunque cosa sia, nella sua potenza così presente e così sfumata – è troppo grande per non parlarne.

    molte delle mie poesie, viste ora, sembrano esercizi per piacere a Giuliano (Mesa) o ai compagni [perdonatemi, ma devo dirlo]. a poco a poco, le riscriverò – ma non sono molte, perché a un certo punto ho lasciato la prosa, a costo di dispiacere – e così è stato, per alcuni.

    aver scritto queste cose, improvvisando al webpoint – battitura veloce – è una liberazione improvvisa: perciò è dolce. ma serve anche a te, che leggi. per dirti: non cercare a tutti i costi interpreti-critici. ti aiutano onestamente, ma ti mettono in una teca. oppure parlano di te, e in privato deridono il tuo “petrarchismo” o il tuo “surrealismo mestruale”; se sei donna, parleranno di cose ancora più squallide. certo: hai bisogno di loro. così sembra. in realtà – sono loro ad avere bisogno di te. e tu vivrai meglio senza critici, piuttosto che nella celletta – che tolleri – in cui la tua vitalità diventa “gelo”, la tua fede diventa “petrarchismo” e la tua invenzione diventa “surrealismo mestruale”.

    Mi piace

  54. Buongiorno!

    ieri sera leggevo un libro…
    questo frammento mi è rimasto sulla pelle:

    Nello ‘Stabat Mater’ di Antonín Dvořák – bello quasi come quello di Pergolesi – a un certo punto il basso canta: Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam (perchè gli piaccia).

    Permetti che il mio cuore si infiammi nell’amore per Cristo Dio, perchè gli piaccia.

    Nell’esperienza di un grande amore- ha scritto Romano Guardini – tutto diventa un avvenimento nel suo ambito.

    Mi piace

  55. e a Lui piaccia. e a te buon giorno! torno da Milano, con il cuore confuso, e mi affaccio al solito webpoint. sarebbe bello capire se [rileggevo stamattina Florenskij] le nostre parole abbiano *veramente* peso e impatto nel mondo mondano – forse sì. nessuno lo *sa* – per ora. non sapendolo, ma esistendo la possibilità – perché non provare? tentiamo.

    in Duomo, stamattina, per la messa, entrato e uscito, se no chi arriva a Pero in tempo? – quel Vangelo che è una poesia, anche per il suo andamento a due a due [mi sembra]: “Ancora un poco E il mondo non mi vedrà più ; voi INVECE mi vedrete, PERCHE’ io vivo e voi vivrete” – dove “voi” e “il mondo” si separano – e non hanno più la stessa lingua.

    “tutto diventa un avvenimento” – se intorno c’è una storia d’amore che sia *la storia dell’amore* [noi ne siamo i personaggi, i performer e i corpi]: non basta avere la donna o l’uomo in casa, né una casa, anche se è essenziale. occorre che le gambe si muovano, che tutto sia all’unisono – compresi i momenti di separazione [ho letto Maddalena di Spello in *Beati i vivi*: il suo amore per Alessandro e le figlie comprende anche assenze, e dolorose – che aumentano l’amore, in quanto STORIA DELL’AMORE]. poesia in forma di parole, prima di tutto, perché è di arte scritta che si tratta – con una mente che organizza le parole. non solo le organizza, ma *le crede*. non solo le crede, ma le spinge ad un eccesso che per ognuno è diverso – non una perfezione in vitro o accademica, ma il calore più forte che ognuno stimola –

    così torno a casa, e le cose che dico sono le stesse che dico a me, non da oggi. non ho detto una cosa, ieri: vi è un argomento enorme, che appare e scompare, in quello che scrivo: i figli, il padre, la loro necessità, la mia assenza da questo ruolo – per ora. e il risarcimento della madre, che *non ha potuto parlare* per anni – [il pudore, infine]

    Mi piace

  56. Grazie Massimo per aver citato e parlato del mio libro in questo spazio e grazie per l’incontro di stamattina.
    Ma sei già tornato a casa? Teno superveloce, pensavo ci mettessi più tempo… 😉
    Dai, è stato bello stamattina a Pero: non credi?
    Peccato per l’assenza di Francesco.
    Buone cose e grazie di tutto!

    Un caro saluto

    Mi piace

  57. ci sarebbe da parlare tanto, con te che sai la grazia delle cose, l’amore nelle cose…
    e tutto questo è solo ricchezza, per un cuore che ha bisogno
    parleremo anche dei figli, del padre…
    delle cose non dette.

    Mi piace

  58. Le persone sono come le vetrate. Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.
    [Elizabeth Kubler-Ros]

    Sia sempre scintilla, alla parola, alla persona, alla pupilla!
    In fiamma

    Chiara

    Mi piace

  59. se vi è luce – è derivata: nessuno *è* luce, qui: o la porta o la riflette. non l’ha accesa, l’ha ricevuta. e le tre P di Parola Persona Pupilla compongono un piccolo enigma – ma non forte, non difficile: le iniziali di un uomo che ha fatto molto e ha dato tutto [e sul quale – forse – non scriverò più lunghe pagine, né libri; finché non potrò dire quello che ora sfugge, a me e a tutti] –

    sui figli : stamattina ho riaperto di corsa Ginsberg. e in punto Ginsberg dice che loda Dio “anche se non è sposato”. l’ebreo Ginsberg non aveva figli di fronte all’Eterno – io sono certo che il Santo Benedetto, come Lo chiama l’ebreo Moni Ovadia, ha molto caro Ginsberg. PPP – che si considerò un ebreo destinato ad amare “carne araba” – non ha ancora smesso di correre e meditare a 150 km l’ora – e il Dio che dice un Io Sono che è anche un Io Sarò apprezza la corsa, sorride…

    non è un caso – ripeto – che questa puntata 12 del secondo ciclo [chiusura e apertura] sia toccata quasi solo da donne. la custodia, l’attenzione, il sorriso, la vera virilità, la testimonianza – appartengono a loro.

    Mi piace

  60. prima, davanti a Mario – un mancamento, niente di grave, la pressione scende e Mario si preoccupa e continua a parlare – *nonostante tutto* – per non mettermi in difficoltà – “Mario, devo sedermi, ora – scusami…”. adesso va meglio.

    oggi si discute sulla “vietata povertà”. *eppure* il Vangelo è chiaro, chiarissimo. tanto chiaro da essere inquietante, a volte: perché Gesù dice “vendi quello che hai”, “chi non mi ama più di suo padre non è degno di me”, “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?”, “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”, “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”, ecc.

    Gesù è intransigente. anche i discepoli – gli uomini, noi – lo sono (lo siamo); ma la nostra intransigenza rischia di diventare politica o spettacolare o esagerata o mostruosa. ad esempio: “i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si voltò e li rimproverò”. l’intransigenza di Gesù è sui princìpi, l’augurio della distruzione è solo mancanza di pietà.

    la religione *con Cristo* diventa di più: è vita e azioni, non solo culto. scendiamo sul piano della poesia: a suo modo è intransigente. a suo modo, vuole la dedizione: non la rinuncia alla vita [e al Regno, per chi crede], ma una tensione continua. ecco, direi una tensione – uno slancio. così Zanzotto:

    Mondo, sii, e buono;
    esisti buonamente,
    fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
    ed ecco che io ribaltavo eludevo
    e ogni inclusione era fattiva
    non meno che ogni esclusione;
    su bravo, esisti,

    non accartocciarti in te stesso in me stesso.
    Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
    e oltre tutte le proposizioni note e ignote,
    abbi qualche chance,
    fa’ buonamente un po’;
    il congegno abbia gioco.
    Su bello, su.

    ***

    a me questi versi ricordano una poesia di Luzi:

    però non separarti
    da me, non arrivare,
    ti prego, a quel celestiale appuntamento
    da sola, senza il caldo di me
    o almeno il mio ricordo, sii
    luce, non disabitata trasparenza.

    la cosa pregata da Luzi è la PAROLA. l’enjambement SII / LUCE istituisce un doppio significato: quello puro (“sii luce”: illumina) e quello del “sii” seguìto dal bianco: sii, sii qualcosa. e poi luce. dunque: prima di tutto SII. e poi: SII LUCE. certo, Luzi è “innominabile”, almeno in certi ambienti, come diceva il giovane poeta romano, che ammetteva di dovergli molto (e anch’io gli devo molto): so bene che molte poesie di Luzi non tengono il passo, sono anche retoriche con la loro “sconcia stiva” e il “lussurioso appuntamento” – ma moltissime poesie di Luzi sono sublimi. dunque: perché no?

    Per soglie d’increato ha appunto un’epigrafe di Luzi. che più o meno parla di un’arte che va oltre l’arte. una cosa simile era anche la fede dell’ultimo Testori, malatissimo, quando diceva: saremo nella carità, un giorno, e sparirà tutto, il Partenone, tutto. – non ci saranno né mediazioni né rappresentazioni, “vedremo Dio faccia a faccia” – dunque l’arte si radicherà nell’essere, ne sarà una parte. non scomparirà in senso distruttivo, scomparirà nell’interno. non so se ci credo anch’io – ma è una delle cose più sacre a cui possiamo credere, *facendo arte*.

    ***

    c’è una persona – non un/a partner, non un’amante, niente di simile – che al mondo io ho chiamato LUCE. e la luce si adora, non si tocca. a volte ci si litiga, e con forza, così come per disperazione può scappare una bestemmia, contro un Dio molto amato [anche un Dio molto innamorato di noi disse “mi pento di averli creati”]. per ora, da questa luce sto lontano – la luce chiede forza, oltre a darne – come accade da anni. ecco un altro *perché no?* – la luce è *diffusiva di sé* e arriva. anche qui si è mostrata – è arrivata. sono *anche* queste presenze e assenze della luce e/o dalla luce a permettere la scrittura. e ora chiude l’internet point!

    Mi piace

  61. grazie anche per la tua teologia essenziale, Massimo: bisogna rileggere il Vangelo, e soprattutto riviverlo.

    Mi piace

  62. “c’è una persona – non un/a partner, non un’amante, niente di simile – che al mondo io ho chiamato LUCE. e la luce si adora, non si tocca. a volte ci si litiga, e con forza, così come per disperazione può scappare una bestemmia, contro un Dio molto amato [anche un Dio molto innamorato di noi disse “mi pento di averli creati”]. per ora, da questa luce sto lontano – la luce chiede forza, oltre a darne – come accade da anni. ecco un altro *perché no?* – la luce è *diffusiva di sé* e arriva. anche qui si è mostrata – è arrivata. sono *anche* queste presenze e assenze della luce e/o dalla luce a permettere la scrittura.”

    c’è una Voce che parla, sempre, si può non ascoltarla, si può non essere preparati a capirla, si può non essere d’accordo ma parla. possiamo essere sordi, possiamo mentire e non ascoltare ma non possimao mentire a noi stessi ne a quella Voce. è Luce, è Energia, è Amore assoluto. puoi seppellirti nella tomba più profonda coperta dal masso più pesante ma la Luce arriva spacca la pietra e senti quella Voce gridare “và, alzati e cammina”

    sì “tutto è grazia” senza non c’è vita e pur rimando vivi si vive da morti.

    forse non te ne accorgi ma non sei lontano, è già in te e la emani qui, ora, nel modo che conosci e che ti viene più facile, in una scuola di poesia.
    abbi cura di te
    Stella

    Mi piace

  63. oggi è santa Caterina. è un nome e un punto fermo che amo, da molto tempo. l’esortazione al papa, in volgare, “siatemi virile!” è quasi un secondo “alzati e cammina”.

    mi sono chiesto spesso che cosa sia la virilità . un racconto di Mancassola parla di un giovane che “si libera della sua virilità”, come da un peso. la luce è una cosa migliore – è uguale su tutti.

    ***

    all’alba, un pensiero. la nostra letteratura – anche quella più monumentale – si basa sull’assenza degli archetipi. dei poeti siciliani non leggiamo tutto, e quello che leggiamo è tradotto in toscano [i frammenti *ancora* in siciliano sono pochi, e confrontati con la veste toscana degli altri sono impressionanti. è come leggere Calvino e Camilleri]: autografi, zero. della Commedia di Dante – e di tutto Dante – non resta una parola autografa, né una firma dello stesso Dante. dei grandi poeti toscani, nulla [le loro poesie dovevano circolare su fogli sciolti o in piccoli fascicoli: impensabile il *libro* delle poesie di *un solo* poeta, prima della Vita Nova di Dante: di cui non esiste l’autografo]. del Cantico di Francesco d’Assisi non esiste autografo – se è mai esistito. il nostro Inizio è grande – ma non ha, per ora, documenti. e quello che rimane sembra *nascere tramandato*: così *sono state necessarie le mani di altri* – anche mani non benevole, anche mani traduttrici-traditrici. comunque: MANI DI ALTRI.

    e forse il blog ha questa funzione, di nuovo. scrivere qui, esercitando le dita alla velocità *prima che il collega si riprenda il computer* significa lasciare una traccia leggera, più simile a parole di bocca che a parole di mano. e poi arriva chi le ospita, come lpels tutta; chi le raccoglie, come Stella, e chi le commenta; e chi le integra; e chi le stampa (io non lo faccio: non stampo niente di quello che scrivo). forse l’autografo della Commedia di Dante esiste ancora. ma non appare da 700 anni; e forse – piccola profezia orale – riapparirà, o sarà riconosciuto, quando i giochi saranno vicini alla chiusura – quando questa lingua sarà vicina all’esaurimento delle forme possibili e *quando non ci saranno più mani intermedie e passaggi*… ora ci sono.

    Mi piace

  64. ora quelle mani ci sono, e continuano a rappresentare la *presenza*. chi ama lo sa: sa che dell’amato o dell’amata cerca *anche* le mani. e non è una cosa iperletteraria – è la vita di tutti. è anche nella “stretta forte della mia mano” di Paolo Conte: il poco che si può offrire, come una “doccia ai bagni diurni”, e che rappresenta tutto. Turoldo, il padre David, sentiva la mancanza di mani che gli accarezzassero il viso. e le parole sono trasportate di mano di mano [metaforicamente e non solo], finché sono parole umane… ANIME – diceva scriveva Paola Zallio – contiene MANI [la mirabile enigmistica di chi è *nato sotto il segno dei pesci*: Zallio Daino Marotta Giovenale]

    [e Giovenale scrive e ora pubblica LA CASA ESPOSTA: in “esposta” si nasconde “poeta”]

    Mi piace

  65. “Nel segno dei Pesci Ulisse ritrova Penelope, la moglie più Pesci che possa esistere”.

    – e sia iperativo/imperioso l’essere VIRILE! E Vir non è Homo [almeno fino a quando – il protofrancese non confonde].

    Mehr Licht! Mehr Licht!

    Mi piace

  66. a proposito di mani e luce. sono preoccupato per la scomparsa dei blog di Asmar e Norah Moosavinia. Asmar è poeta in italiano, e non hai mai visto l’Italia. che non sia vero quello che intuisco; e spero di sbagliarmi. non in tutti i Paesi è possibile parlare; non in tutti i Paesi è possibile fotografare.

    ***

    ieri – di nuovo – l’India, precipitata in cuore come una lama: con un “io – voglio” o “io – devo” più forte che mai. e scritte poesie e inviate, e tradotte, per l’India, in una delle lingue che l’India parla.

    ***

    ciò che è intoccabile e invisibile – la pelle più segreta – diventa anche *icona* nelle foto (bellissime) di Pietro Millefiore, in http://www.chiaradaino.it – non cambia l’idea che ne ho: non si tocca la luce. se ne sta lontani, quando abbaglia troppo, o quando la luce ha bisogno di fluire. dunque: ho visto e allontanato quelle foto. quando dicevo: ogni “brava” che ripeto è paternalistico, e forse è meglio un po’ di silenzio, e che i piedi camminino senza il mio “brava” – o la luce che forse li spinge. io ho un altro ruolo, rispetto alle persone che ho chiamato, enfaticamente ma con sincerità, *i miei allievi*. Chiara è libera più che libera liberissima: può permettersi quasi tutto, e sa farlo. ma io già ho reciso [in me] l’arto che era già un arto-fantasma, una mancanza che bruciava. “non è bene che l’uomo sia solo” – e “guai a chi è solo” – e “l’uomo non osi separare ciò che Dio unisce”; ma l’uomo non può riunire ciò che di necessità [forse sovrumana] si divide.

    ***

    quasi tutte le cose nuove ci sono state. quando citai Giovenale [polemico: “la maggior parte della poesia contemporanea è contemporanea al 1940”], Lorenzo Carlucci rispose: “e la poesia di Marco è contemporanea al 1970”. io potrei dire che molte poesie di Lorenzo non sono poesie – che invece lo sono, e lo sono *assolutamente* – le sue PROSE, bellissime. ma che cosa importa, *adesso*? le forme sono più o meno esaurite. ci sono solo interstizi da tentare, fra tradizione ed extra-tradizione. ma – per esempio – Jahier è molto più contemporaneo di De Carlo. sono giochi dualistici che non funzionano più. e allora una volta ho scritto che “il nuovo fu”.

    *ora* è tempo di aggiornamenti reciproci e di proposte. le “bellissime menti” sono troppe: non arriveranno alla fama, ma costringerle al silenzio è un abominio. bisogna che parlino.

    ***

    questa scuola accompagna molta inquietudine del frate-asino. anche molta solitudine, della peggior specie, perché *io non sono veramente solo*: non lo sono né realmente né praticamente. ma vi è ancora – lo disse Marco Simonelli, dolcemente: io gli credo – un “fanciullino” che piange [il piccolo dislessico, il piccolo bulimico, il piccolo inetto]. ed è difficile consolarlo. gli piace la natura e ama il silenzio. in India si è sentito visto e non visto insieme: felice. lì tutto è Dio, dalla foglia al ragno all’uomo: ognuno può essere santo *in principio*. e lì – dove si torna – un inizio di pace. il Dio che vende banane in una baracca onora e rispetta il Dio che compra le banane; il Dio che vende le sigarette accosciato per terra è regale quando prende i soldi del Dio che le acquista.

    la casa sul porto, la casa tutta bianca – non è un impedimento. c’è chi l’ha detto o creduto. mai stato. quella casa non è mia: come le querce centenarie dell’amico di Turgenev non sopportano nessuna frase come “sono tutte mie!” – così una casa antica appartiene solo a sé. non è un vincolo, ma una porta, spalancata su un’altra porta.

    è esattamente quello che io mi aspetto da una forma artistica : che sia una porta, aperta, che introduce ad altre aperture. aspetto i performers, non noiosi, che lo facciano – e ne ho speranza.

    Mi piace

  67. Il vero problema con la luce non è quanto la si guardi [toccarla, per definizione, non si può], ma con quali lenti o distorsioni ci si avvicini ad essa: senza i dovuti accorgimenti, si rischiano danni permanenti alle pupille, e poi non si godrà più della bellezza della luce stessa. Criticare una foto fatta alla luce è come lamentarsi di un raggio di sole nel bel mezzo di una giornata estiva, quando tutto intorno si è irradiati da mille altri raggi della medesima luce di cui neanche ci accorgiamo, concentrati come siamo su quello che a noi non garba. Assurdo. La luce raggiunge comunque ogni luogo, e non quasi tutti. Basta spostare lo sguardo, per accorgersene. O togliersi gli occhiali da sole, per seguir virtù e conoscenza.

    Mi piace

  68. @Pazuzu

    e le foto *solarizzate* (nomen omen) di Man Ray sono *meravigliose*: non sono più corpi nudi, sono foto della luce appoggiata ai corpi [secondo me]. poi la luce è una metafora di altro, lo sai – e mi chiedo sempre se ne sono degno. nessuna falsa modestia e nessuna falsa umiltà: davvero mi chiedo se ne sono degno. – di metafora in metafora, “al giogo della metafora”, come scrisse Luzi, il rischio [anche mio] è la dimenticanza, del presente [che non finisce a Trieste, a Nord-est, e a Pantelleria, a Sud] e del futuro. credo sempre in un popolo futuro: che forse non siamo noi, ma quelli che vengono dopo di noi.

    ***

    [appunti, anno – forse – 2005]
    *Allora le informazioni canteranno*. L’esperienza è un’accumulazione progressiva, prima di tutto; poi il materiale per organizzare una resistenza, anche simbolica, alla forza e alla morte. Più semmplicemente, l’esperienza salda i due tempi percepiti dall’uomo (passato e presente) e li conserva per il futuro. Non tutto è cultura-informazione. Il percorso dell’uomo interiore non lo è. Nello stesso tempo, la vita conquista un’occasione in forma di parole…” –

    ***

    senza metafora [il mondo culturale vive ancora di allusioni sottilissime: io stesso ne facevo, magari con anafore che si rivolgevano ad uno o ad una]. due libri non in chiave, ma umanissimi, per capire il mondo sono stati scritti da Guido Morselli: *Roma senza papa* e *Il comunista*. e soprattutto il secondo va letto: nel momento in cui racconta la reazione dell’establishment contro il Comunista Ferranini. Ferranini non ha peccato: la sua sola colpa è aver detto che la fatica non è eliminabile. il mondo non è duttile [il lavoro deve esistere]. torniamo così allo “strenuo lavoro sulle forme” [le nostre; cioè NOI]: l’espressione è di Fabrizio, e non si può dire meglio.

    Mi piace

  69. Vocativo, Massimo. Sento parlare di futuro, quando il problema che leggo nelle tue preoccupazioni mi pare sia il passato. Il popolo futuro è figlio del popolo di oggi, e non il contrario. Così come il popolo di oggi discende da ieri. Preoccuparsi di come il domani possa influenzare le nostre azioni odierne sarebbe come sovvertire il flusso naturale del tempo, che perderebbe consistenza e potrebbe quindi essere paragonato ad un semplice gusto sopra di una coppa gelato. Freddo. Piacevole nell’immediato. Ma destinato a sciogliersi e a diventare una semplice esperienza per i nostri succhi gastrici perennemente assetati. E inoltre aggiungo. Vivere l’oggi con la perenne costipazione di un malessere futuro è ancora peggio, perchè impedisce l’esperienza. Gli errori e le soddisfazioni. I sorrisi e l’ira. Gli orrori. La luce ed il buio. L’infinito vivere oltre una siepe d’invidia.
    Il tempo non sa di pistacchio.

    Mi piace

  70. disperata vitalità. oppure: disperata vanità [vanità ha due sensi: vantarsi, accademicamente o in un Gotha, e diventare polvere; entrambi tendono a niente: variazioni su nulla]. oppure: disperata – la donna, ancora; non in un mondo parallelo, ma qui, per eccesso di padri o di compagni – i maschi. devi tacere – le dicono; sei strana malata diversa “basta che sai fare la firma”, ecc.

    e la parola tenta; oppure si gonfia; oppure si annulla; oppure non esce né dalla bocca né dalle mani. tutti i nostri esperimenti rientrano in poche categorie, da millenni.

    *

    l’epigrafe del Cimetière marin di Valéry è in greco. la traduzione di Oreste Macrì è questa: “Anima mia, non aspirare a vita immortale, ma esaurisci un còmpito fattibile”. ma il testo di Valéry è tutto tranne che un segmento minimal – in nessun senso.

    l’ultima strofa ha il famoso “il faut tenter de vivre!”. bisogna tentare di vivere. *vivre* sporge, in rima baciata con *livre*. vita-libro, legàti insieme. e Valéry augura alle pagine : prendete il volo! niente è senza libro e senza testo, in un certo tipo di poesia che è ancora il più praticato – ma che il LIVRE prenda il volo, oppure la sincronia con il VIVRE non accade. è un còmpito fattibile? commento di Macrì: “Il poema resta *alle spalle*, semplicemente, relazione di una testimonianza di vita”.

    non “testimonianza”, ma “relazione di una testimonianza”, mediazione di una mediazione. forse è così sempre, forse solo a volte. ci sono *arti* – discipline dello spirito e pezzi del corpo: arti – che non hanno mediazioni: detto, fatto, visto, preso. non vi è più un solo modo di fare *la* poesia. la “grazia fulminante” è ricca – ma chiede molto. ho scritto queste cose improvvisando, per la ferita di due cose che ho letto prima, in fretta: la pagina di una donna che urla e la pagina su un uomo che sperimentava mangiava beveva [e l’Accademia lo disprezzava, ed Emilio disprezzava l’Accademia – e ora l’Accademia e gli Studiosi e i Giornali lo studiano; e io mi chiedo che cosa sia accaduto. Emilio è morto, e nella terra-di-nessuno è diventato l’Emilio di tutti]

    Mi piace

  71. sì – Rita. l’India – che appare nei momenti più strani, come nella pubblicazione che ho appena raccolto dal bidone della spazzatura: la stessa rivista che mia madre mi ha tenuto da parte, giorni fa – e che ho trovato ora.

    ero in Kerala – lo stato più ricco (secondo i criteri indiani) dell’India. non ho mai visto tanto caos tanta polvere tanta povertà (secondo i criteri del West, del nostro Occidente) – e non ho mai visto – lo giuro con tutto il cuore – un LUOGO PIU’ BELLO PIU’ NECESSARIO E PIU’ SANTO.

    quello è il “popolo futuro” [a parte le mie care metafore: basta leggere il libro di Rampini, recentissimo] – insieme a quel 5% di non-italiani che è nel Nord Italia [leggevo stamattina], e che spaventa tanto gli italiani. la carità, Pazu, riguarda anche loro: “i poveri li avrete sempre con voi”; riguarda ciò che viene *dopo di noi* [Quinzio, negli anni 60, parlava di questa Italia come di una specie di Vecchia Idolatra, troppo piena per svuotarsi e scuotersi] – quasi tutto verrà dopo di noi.

    ***

    sui maghi-performer *oltre la poesia*. non ho mai parlato del LIVRE di Mallarmé. il vecchio libro di Scherer contiene 200 pp. di appunti di Mallarmé sul solo Livre – che io sappia, non è stato tradotto [posso sbagliarmi] – se lo fosse stato, l’Italia avrebbe avuto una *pietra dello scandalo* su cui misurare e far sbattere il semplice desiderio di dire o di pubblicare.

    il Livre non era un libro: non avrebbe avuto neanche una forma definita –

    il Livre doveva essere un incrocio tra editoria performance e atto sacro e pubblico. non è mai esistito. e Stéphane non era un poeta: nel senso che *NON lo era più* – che tendeva con tutto il cuore ad *altro*. pensarlo è bastato, in quell’epoca.

    oggi il Livre sarebbe ancora più necessario, nella veste reale, all’esterno della mente. ora i progetti non bastano più.

    ***

    Rita, corro. grazie. sii serena, quanto si può esserlo – la fretta non dice tutto quello che dovrei dire… coraggio e luce, tu sai
    massimo

    Mi piace

  72. Massimo,

    tu sai – io non credo al *popolo futuro*, ma solo al *popolo presente* [che si dona ora. Di ora in ora]. E’una questione TECNICA:la luce. Ogni arte sceglie la sua. Per questo – capisco Daniele e chi conosce il palco [Pazu fu: tastierista]. Noi non possiamo e non vogliamo accettare l’idea del postumo. Siamo figli di Kurt: here we are NOW.

    E capisco te. La Bellezza opera per ragioni/ragioni diverse.

    Un abbraccio
    Chiara

    Mi piace

  73. P.s. in nota: al recente SantoRock la Poesia di giovani insieme. In cerchio. Senza competizioni – a denuciare, dire, dare tutto. Credendo.
    E si ringrazia: grotte dove resiste la comunione.

    Mi piace

  74. Chiara… io ero [fui]: organista. ma non conta – non ero nulla, lasciai il campo a chi sa [fare]. su una tastiera complessa i difetti vengono sùbito all’orecchio. avevo cuore, ma non una grande tecnica – e chi non ha tecnica, ha solo cuore. va bene per suonare a piccoli matrimoni e funerali – non per armonizzare canti gregoriani.

    una cosa è certa – e [ci] unisce : i “presenti” devono *poter* parlare. tu stessa non sei stata ancora *sentita* come meriti. esempio: quando rispondi alla mia intervista e parli della Classe che ti cerca come *Callipigia* – io mi aspetterei qualcosa di più del silenzio. mi aspetterei levate di scudi, richieste di perdòno, frasi come “non siamo tutti così”, “mi vergogno di essere un uomo” [non occorre essere dei Giganti della Cultura per dire “mi vergogno, ecc.” – lo disse Celentano dopo il monologo di Franca Rame, “muoviti puttana fammi godere”]. invece nulla: non pubblicamente, almeno [ma le reazioni private alle cose pubbliche non sono storia]

    c’è chi NON ha vergogna di insultare e minacciare un innocente [non si tratta di me], anche se il suo handicap è leggero e quasi invisibile. è una cosa privata, te ne ho parlato. Albenga – tutto questo accade lì – non se ne è vergognata: benché lo studio legale che si occupa del caso sia quello del sindaco, che è avvocato. i carabinieri chiesero sùbito: erano stranieri? e mia madre specificò, con forza: *no, erano *italiani**.

    parafrasando una frase di Marzio Pieri : non sempre un mondo che finisce è un grande mondo. perciò “io rimo per un altro secolo” –

    Mi piace

  75. Massimo,

    siamo noi: scudo. Proprio per loro – per gli indifesi. Non c’è nazione per chi è nocivo. *Il male viene fatto senza sforzo*. Da sempre. Nessuna scusa – ma la speranza. Ieri: una giovane poeta [lei è Poesia] – e sono state ore rubate al *tutto deve finire*. Ieri: anche lei. Parole come lame e la merca che lega. E siamo meno soli. Due sorrisi – al rum. Ed è questa la mia/nostra specie.

    Mi piace

  76. scudi siano, e siamo. i singoli rimangono sempre, e rimano, se sono poeti [e non si è poeti se non si è *personalmente* la poesia]. nei singoli, se sono poveri [in tutti i sensi], si vede Cristo. ma anche i Paesi invecchiano e finiscono, come ogni fenomeno umano. e questo non è un gioco di parole cacciariano, occidente occiduo occidit, ecc – è solo statistica. bisogna che i singoli si salvino, mentre il contesto si sfalda. bisogna che il testimone sia passato a chi viene dopo: a quelli che Tondelli vedeva solo vent’anni fa come una massa di sfondamento: “useranno i loro corpi e il loro numero come arma di sfondamento pacifica” – in Camere separate. cito a memoria.

    non so a quale specie appartenga. a quella – forse – di chi si pone in un territorio [contraddizione, certo] che in parte è AGIRE in parte LASCIAR ACCADERE.

    devi avere un palco – assolutamente. il palco è lo scudo [per te]. e io ora non ti dico più “ma sta’ bòna!” – ora non devi più stare buona – devi parlare. io non voglio essere né bandiera né ombra. infatti, di citazione in citazione, “me ne vado, ti lascio nella sera”.

    ***

    bisogna essere uomini [e alcuni uomini devono diventare *come* donne: imparare]. esempio: io non ho un amore innato per chi ha scelto il terrorismo – con l’eccezione di Puig Antich, a cui è stato fatto *troppo* per un essere umano; con l’eccezione di Ulrike Meinhof, che non ha avuto giustizia; e con le molte eccezioni possibili – perché chi ha conosciuto quel mondo mi ha parlato di torture in carcere. non so se sia vero, ma posso crederci. dunque: non ho una simpatia istintiva per i terroristi *in quanto terroristi*, ma leggo la lettera di GIORGIO VANZINI, e la prima cosa che gli dico è: tu sei un UOMO, io ti ammiro.

    *

    altrimenti scrivere non serve a nulla. non si sente la mancanza di nuovi poeti – ma di un popolo, quello che chiamo [parole di De Signoribus quando vide Genova barbara] “popolo futuro”. i singoli sono ciò che salva una comunità e ciò che la comunità schiaccia. bisognerebbe che il “resto d’Israele” diventasse tutta una nazione, e che uscisse dall’Egitto, il cui vero nome è Confusione…

    Mi piace

  77. [e appunti scritti off-line, e poi silenzio per oggi] –

    una poesia di Franca Mancinelli, da *Mala kruna*. è l’unica poesia con titolo in tutta la raccolta: *Certezza*.

    lui ancora veglia ogni vena sul viso
    cauto che il pianto di smorfia o di febbre
    tacesse custodito
    nell’abbraccio che è il vestito
    macchiato di ogni giorno.

    qui i suoni il disegno la metrica parlano come in un mandala [ritorno sempre sulla Pantera cercata: un oltre-la-poesia – che va contemplato, e può illuminare: a partire da forme visibili e leggibili, perché non possiamo ancora fare arte senza segni – forse nel Regno l’arte sarà così: brillante e senza ombre senza critica e senza forma]. Franca tende a scrivere in metrica. ma qui la metrica è molto ballerina: dodecasillabo [nel primo verso sarebbe bastato sopprimere *lui* e ci sarebbe stato un endecasillabo perfetto: ma la sillaba iniziale crea una tensione dissonante che ha bisogno di creare una cesura – una pausa di silenzio tra *veglia* e *ogni*: con questa pausa il verso diventa senario+settenario, e il lettore ha già trasformato un dodecasillabo in un verso composto]; endecasillabo nel secondo verso; terzo verso: settenario; quarto verso: ottonario [come nelle filastrocche infantili e in alcune cose di De Signoribus], in rima baciata con il settenario precedente; settenario finale.

    suoni: il primo verso ti fa sentire tre bisillabi che iniziano con la V; *vEgliA* e *vEnA* sono in assonanza, perciò ancora più legàti. nel quinto verso, *vestito* ha lo stesso marchio iniziale, e infatti è in assonanza con *viso*, oltre che in rima con *custodito*. e il lettore può immaginare la V come il segno visivo e sonoro di qualcosa che è Indicibile e solo accennato, non di più, per pudore: un suono, quello che non chiede di aprire le labbra per essere pronunciato. così la traccia appare anche in altre poesie: “la foglia che si Volta non si salVa”, “un angelo ha Visto la Verità”, “doVe s’aprono Valli / di Viti e uliVi”, “tra le spalle no troVo / un daVanzale doVe respirare”.

    la poesia ha 10 parole di due sillabe, 4 di 3, una sola parola lunga, posta al centro: *custodito*, 4 sillabe. la parola più lunga è anche quella che si lega al prima con un’assonanza (vIsO : custodItO) e al dopo con una rima (custodito : vestito). così non ho guardato altro che la pelle di un discorso : ho visto che è maculata tatuata ferita; e ritmicamente oscillante. “Per la muta / avevo lettere tatuate / come un anfibio stavo sulla sponda”, a p. 50. la prima sezione di *Mala kruna* sembra il kaddish su una mancanza [“c’è ancora lui che dorme in fondo, / e non lo puoi svegliare”] – nulla meglio dei suoni per martellare la presenza e l’assenza.

    *

    lettore, io ho una grande ansia – una delle ultime, a parte quella della sopravvivenza stretta. la mia ansia è che le mie parole e i miei appunti diventino *figure della contrapposizione*. non lo sono. non lo so. ogni parola spesa per un autore diventa una parola contro altri, direttamente o indirettamente. ma io, se dico che sento lontane da me le quartine [bellissime, ma fredde] di Broggi *non sto dicendo* che i rapporti privati e minimal, leggibilissimi, di Del Sarto o di Di Spigno siano migliori [ammiro Ariano, perché la sua chiarezza non è asservita ad un sentimento, ma ad una piccola comunità: poesia civile nel senso più utile e più normale]. ho il terrore che le parole diventino trasversali – lame contro i non nominati, allori sui nominati, ambiguità e seduzioni e stili [o: stiletti].

    non è che ci sia *un bisogno sfrenato* di nuovi poeti; e la ricerca espressiva si sta esaurendo [quindi crea battimani e battiti di piedi sul pavimento: chi urla: 1940! un altro: no, 1970! e altri infiniti no, no, no!; un estraneo, leggendo queste polemiche, direbbe solo *che noia* oppure le parole di Saveria – cioè pietre vere: *io non vi capisco*]. l’arte non è infinita: può esserlo solo a condizione di rinunciare alle parole. può diventare asemantica e affine alla musica come certi testi di Kervinen [grande], moltiplicabili all’infinito come le poesie dada fatte dai ritagli del giornale. è necessario che vi siano molte ripetizioni, pena il silenzio o il caos. ma se vuoi continuare a dire *fatti*, agendo nella storia – le possibilità non sono infinite. o sarai Boulez o sarai Pärt – forse Boulez è più grande, forse Pärt può raccontare e farsi capire.

    *

    [la violenza è non leggere i particolari i minuti i secondi che ti separano dall’appuntamento, al quale di solito ci presentiamo a mani vuote, come se tutto ci fosse dovuto. non raccogliamo neanche una valeriana dal ciglio della strada [anche a Genova barbara], ora che è la stagione e fioriscono a centinaia, per donarla al Fair Friend: come se tutto ci fosse dovuto – e a volte sembriamo fidanzati nevrotici e gelosi, che vogliono solo *quello* – e forse neanche *quello*, se sono vere le cose che intuisco e quelle che mi vengono dette – e vogliono amare *idoli* mentali, non testi, non persone… [come fanno queste cose a non avere effetti sulla poesia? ne hanno] – *l’amore normale non lo fa più nessuno*, mi viene detto da fonti degne-di-fede: donne gentili e donne sul marciapiedi; e quindi: mani vuote, cuori freddi, simulazioni racconti bugie e molti, molti video]

    Mi piace

  78. Caro Massimo,
    grazie per l’orecchio appoggiato sui miei testi, per lo stetoscopio paziente che ascolta e chiede di tossire.
    Sì, “Certezza” è l’unica poesia del libro ad avere un titolo; conclude la prima sezione, quella sull’infanzia. Poi ci sono frane e crolli, forse dovuti proprio a quell’assurda certezza, a quella fede tanto tenace quanto silenziosa, implicita, mai detta se non in un sussurro interiore (il suono velare, come noti). L’unica altra poesia che aveva un titolo (poi cassato) era la penultima della seconda sezione: “con la marea che scopre le coperte” s’intitolava “Partenze”. Per quel viaggio non sono mai partita, se non con l’immaginazione, molte volte (come nella poesia che conclude il libro, verso il vano buio dell’ascensore). Obbediamo anche noi alla legge di gravità, per una sorta di istinto rovesciato. Ci sporgiamo sul vuoto per poggiare i piedi sulla terra, per sopportare meglio il nostro peso.

    Oggi, leggendo i tuoi appunti, mi è venuto in mente il personaggio di “Shine” (ho rivisto il film di recente a scuola). Lo dico con tutta la vicinanza e la commozione con cui l’ho ascoltato dalla prima scena, da quando dice “ero un gatto triste” (…) “ho baciato sempre i gatti”.

    Ti saluto e torno su alcune improbabili traduzioni dal latino e altri balbettii.

    Mi piace

  79. @ Franca
    grazie, a te. grazie di aver parlato così – di dimostrare che un suono non è solo un suono. è “suono dei sospiri”, come scrisse Francesco Petrarca: all’inizio del suo libro. azione e reazione, sempre – in forma di parole che sono state respiro e labbra [vita], prima di essere segni. grazie, davvero

    @ Chiara
    c’è una cosa che non ho detto, ed è importante. non sono sempre d’accordo con te, e spesso il contrasto è duro – ma non ha più nessuna importanza. io credo che tu sia una creatura VERA – che merita ogni bene e ogni ascolto. per me il futuro è oggetto di amore e di carità – è vero (per me); ma questo non trasforma il presente nel nulla [e detesto il concetto di rifiuto: non c’è spazzatura – non è una metafora – in cui non abbia messo le mani, per salvare o piante o libri o abiti: perché no? non sono né il primo né l’unico né il solo]. e spero che il tuo *carisma* [è la parola vera, da dire] sia luce. in realtà non credo più all’arte in quanto tale: credo e spero che diventi *altro*. è per questo che il mondo continua, a scatti e salti: perché le possibilità non sono state ancora esaurite – il Livre rimane da scrivere.

    tra l’altro – non ho mai detto che il popolo futuro non abbia già segni evidenti, oggi. è ovunque. *i poveri li avremo sempre con noi* –

    Mi piace

  80. Non dire che sei d’accordo con me. Quando la gente è d’accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto [Wilde]

    Massimo, se fossimo una mente sola [e non solo tu/io] – non sarebbe confronto/crescita/cambio possibile. E l’unica via possibile è il *vestito vero*. Essere fedeli. A se stessi. E stasera: Chi mi dice [e si ride]: “tu sei fatale perché sei vera”. E ancora: una mail di mio padre. L’oggetto? La Poesia più pura. Una dedica alla figlia che non ha mai *condiviso* – ma ora ha. Capito.
    E si rimanda a tutti. Bios teso. Per un momento di LUCE. Piena.

    A te che sei l’unica al mondo
    L’unica ragione per arrivare fino in fondo
    Ad ogni mio respiro
    Quando ti guardo
    Dopo un giorno pieno di parole
    Senza che tu mi dica niente
    Tutto si fa chiaro

    A te che mi hai trovato
    All’angolo coi pugni chiusi
    Con le mie spalle contro il muro
    Pronto a difendermi
    Con gli occhi bassi
    Stavo in fila
    Con i disillusi
    Tu mi hai raccolto come un gatto
    E mi hai portato con te

    A te io canto una canzone
    Perché non ho altro
    Niente di meglio da offrirti
    Di tutto quello che ho
    Prendi il mio tempo
    E la magia
    Che con un solo salto
    Ci fa volare dentro all’aria
    Come bollicine

    A te che sei
    Semplicemente sei
    Sostanza dei giorni miei
    Sostanza dei giorni miei

    A te che sei il mio grande amore
    Ed il mio amore grande
    A te che hai preso la mia vita
    E ne hai fatto molto di più

    A te che hai dato senso al tempo
    Senza misurarlo
    A te che sei il mio amore grande
    Ed il mio grande amore

    A te che io
    Ti ho visto piangere nella mia mano
    FRAGILE CHE POTEVO UCCIDERTI
    STRINGENDOTI UN PO’
    E POI TI HO VISTO
    CON LA FORZA DI UN AEROPLANO
    PRENDERE IN MANO LA TUA VITA
    E TRASCINARLA IN SALVO

    A te che mi hai insegnato i sogni
    E l’arte dell’avventura
    A te che credi nel coraggio
    E anche nella paura

    A te che sei la miglior cosa
    Che mi sia successa
    A te che cambi tutti i giorni
    E resti sempre la stessa

    A te che sei
    Semplicemente sei
    Sostanza dei giorni miei
    Sostanza dei sogni miei

    A te che sei
    Essenzialmente sei
    Sostanza dei sogni miei
    Sostanza dei giorni miei

    A te che non ti piaci mai
    E sei una meraviglia
    Le forze della natura si concentrano in te
    Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
    Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano

    A te che sei l’unica amica
    Che io posso avere
    L’unico amore che vorrei
    Se io non ti avessi con me

    A te che hai reso la mia vita bella da morire,
    che riesci a render la fatica un immenso piacere,
    a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
    a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
    a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
    a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
    a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei…
    e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei…sostanza dei sogni…
    [Lorenzo Cherubini]

    E Daino commuove Daino. Vera azione poetica.

    Mi piace

  81. anche a me piace quella canzone – Lorenzo non manca di coraggio. e credo che *sia* come *appare* : grazia rara.

    gli Angeli, quando non sono impegnati dal loro “essere sempre pronti ad entrare alla presenza della Maestà del Signore” [quando Raphael si svela a Tobia, in Tb 12.15 – dico: quando si svela… quando leggo quelle righe mi commuovo sempre], cantano anche Guantanamera, non solo grandi Lodi. [quel versetto mi fa pensare ad archi tesi ali piegate/spiegate gambe flesse – un andare e venire, non una stasi, ma un movimento: siamo sempre pronti a]. e la poesia è un’azione – altrimenti non è poesia non è parola non è vita non è morte non è nulla. il dottor D. è molto fortunato – digli che penso a lui, e non solo a lui. io non ho figli – almeno non nel senso normale. Y antes de morirme quiero echar mis versos del alma!

    Mi piace

  82. Ho nostalgia della mia nostalgia. Perché il dolore mi ha lasciata? Forse perché ora il mio corpo è sano. Non ho bisogno di me, ora che sono guarita. Ora che non ho bisogno e non desideri. Essere felice ad ogni costo non mi piaga e non mi morde la mancanza di qualcosa. Ho creduto di non resistere – sembrava un limite; e invece nel vuoto in cui anche il tuo peso si stacca da te – il peso ti riabbraccia e ti stringe forte senza recriminazioni. Ora ho nostalgia di quell’onda che muoveva la massa giovane. Del mio essere stata giovane e non savia.

    (a M.)

    Mi piace

  83. domani è il compleanno di Marina Pizzi: di un poeta. ecco alcuni appunti su Marina, i primi che riesco a scrivere – di tentativo in tentativo [per *L’acciuga della sera i fuochi della tara*, Pensa, Cavallino 2006, in particolare]

    1- la donna che si chiama Marina Pizzi è nata il 5 maggio 1955. il poeta che si chiama Marina Pizzi scrive questa data con una serie di numeri: 5-5-55. per il poeta nasce un Simbolo usuale, che toglie i segni diversi (il numero 5 formato da una sola cifra, il mese di *maggio* in sei lettere, il numero 1955 in quattro cifre) e impone una simmetria molto visibile e molto nuda. ora il “calendario da sopportare” (36) è corretto da un controllo scritto: perciò “la trama a grandi passi del sudario / smentisca le cesoie del datario / faccia rivoluzionario l’ultimo lucore” (22).

    2- il figlio *non* influisce sulla data di nascita, di cui *non* è responsabile. nato, vuole addomesticare la data con una serie di numeri uguali: eliminando ciò che sfugge alla simmetria dei quattro 5. la simmetria incorpora la separazione e la sottrazione (il valore del trattino, uguale al segno meno della matematica, è questo), così come le incorpora la vita stessa. d’ora in poi, il trauma della nascita sarà sotto una disciplina: si rinasce al pensiero della *regola d’arte*.

    3- la sottrazione è un motivo continuo: “sottraenti addendi” (1); “nei mostri dell’infanzia il tuo bel viso / scaturiva le rendite del perdere” (5); “Ha un sudario che sembra un coriandolo” (13); “vena da zero / spaccata da zero” (17); “le furie di artista siano rese / al grembiule del macellaio cortese” (29); “Così grande l’aratro di non mangiare / il giro con lo zero del censimento” (62); “La rondine è ridotta a trainar la biga” (64); “Così ne fui gennaio col natale / letargico da sempre in culla al meno / io senza più d’altri” (85); “spoliazione del regno di stradette” (97).

    4- la tradizione elettiva diventa genitoriale e accogliente: enigma devinalh indovinello paragramma calembour magia, e una Dickinson che contiene tutti i giochi, fatti disperando e contestando. dall’altra parte, ci sono i gesti della famiglia naturale “il tatto di tua madre senza amore / il fiuto di tuo padre senza amore” (62); “I figli hanno sempre i calli di tutti / congeniti / nidi d’ape da rifuggirsi in fuga / o da piagarsi in tana” (84).

    5- ogni poeta della poesia non ha, ma *è*, un vocabolario. quello di Marina Pizzi è ripetitivo, perché *solo* la geminazione e la ripetizione creano la storia [una cosa *assolutamente* unica, senza parentele e somiglianze, e irripetibile, non può essere detta]. ecco i primi termini: l’angelo (3, 4, 55), l’angolo (3, 4, 20, 55), l’acciuga (1, 2, 36), la rondine (33, 45, 47, 48, 62, 64, 79), il cipresso (12, 23, 43, 49, 71, 79), la neve (15, 18, 44), l’eremo (1, 82), le muse (56, 64). i termini sono oggetto di variazioni continue, senza noia. La noia spegnerebbe il gioco, che coincide con la vita. la produzione di Marina è enorme e incessante: vive dispera contesta.

    *

    è pazzo chi gioca per disperazione? è pazzo chi *non* gioca [ma non è pazzo chi spera]: a chi non gioca sfugge sempre il valore *filosofale* delle parole; e gli sfugge – è la cosa peggiore – il legame tra un’*infanzia stregata* e una tradizione letteraria. intanto “i pittori e i poeti della domenica / arrotondano convinti” (54) e l’Accademia – che dà o toglie o nega il lavoro – rigetta le cose le esperienze i poeti disintegrati, finché sono cose esperienze poeti *vivi*. le poesie 30 e 80 parlano di questa vergogna, molto nota.

    Mi piace

  84. così, semplicemente, gli appunti che si scrivono prima di correre, in un intervallo – la scuola continuerà, continua anche ora, nella forma di questi appunti, che cercano e cercano.

    non cerco poche cose. per esempio : cerco punti di riferimento che significhino qualcosa. così potrò dire anch’io: “per la mia commozione c’era un ragazzo al finestrino… gli occhi verdi che sembrano di vetro… corri e ferma quel treno, fallo tornare indietro!”. a volte [molte volte, moltissime volte] ho preferito i poeti che cantano ai poeti che scrivono.

    nei cantanti ho visto – per esempio – una gestione meno ingenua della visibilità. nei cantanti ho visto *anche* l’immediato – “ama davvero, senza nessuna incertezza”. e ho cercato la stessa cosa – di amare davvero, senza nessuna incertezza.

    in queste settimane Isabella Santacroce scrive pagine di diario su una Emily che anch’io amo – e Isabella trova riposo, trovando una creatura simile a sé. non tutti, ma molti scrivono [e vivono] per questo: per trovare il vicino il prossimo il fratello la sorella il simile. e se “Jenny è stanca” e “vuole dormire” – e Vasco ne ha parlato meglio di chiunque – qualcuno deve curare Jenny. così qualcuno deve rispondere all’ordine di Rimbaud: “trouvez Hortense” [tutto è in tutto, Vasco e Rimbaud] – altrimenti la pupilla [ripeto Rimbaud] è sempre e ancora ed eternamente “troppo irritata”. si può anche essere diversi da così – meno arcigni, meno questo e meno quello – meno frustrati [e frustranti]

    ecco una cosa bella – per esempio. che inizia con uno strano tocco acido sul pianoforte – e la voce quasi ineducata e ruvida

    Mi piace

  85. 🙂

    ho appena ascoltato la canzone di Gianna, i suoi versi intrepretati con ardore, con sentimento pieno di gioia, amore, pelle…e tutto sul suo viso era visibile, lo attraversava ogni emozione di quelle parole…
    un altro cantante poeta che amo è Francesco Guccini, la sua tristezza (così tipica sua) lascia nell’aria una traccia che s’insinua nella pelle liberando ogni difesa, sulle note di un sassofono che scioglie anche le lacrime, in Autunno….

    Mi piace

  86. intanto ho visto l’insieme raccolto, da mani che non sono mie – tutto è regalato e tutto è ricevuto, in questo campo più che in altri [io ringrazio quelle mani, quei Nomi: a ben guardare, i nomi contengono la funzione, stranamente: uno implica la luce, un altro l’essere “miglior fabbro”, un altro la “franchezza”, un altro ancora la “nobiltà” o la “paternità”]. ricomporre e riscrivere è una fortuna: significa poter mettere, per qualche giorno, la scrittura al passo della vita; farle contemporanee (parlo di me). poi si sa – la vita andrà ancora e sempre da un’altra parte. per questo ho distrutto e ricostruito interi libri – altri no, invece; alcuni erano più avanti della mia stessa vita. ci sono libri che sono il passato; altri sembrano il futuro; e tutti – tutti – potrebbero essere anche morti. nessuno lo sa veramente – nessuno può dire conoscere sapere il futuro di una sua pagina.

    incollo qui – per chiudere e iniziare – un testo già scritto e pubblicato. mancano, al solito, i corsivi, tranne qualche *asterisco*. è quello che so e penso e spero sul *vuoto che accende*:

    CON SENSI NUOVI
    1.
    Gesù è *effettivamente* risorto, alzandosi da una tomba che, dopo, sarà vuota («non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto»: Mc., 16.6), così come, circa cento anni prima, Pompeo aveva trovato, violando il Tempio, una sede vacua, senza immagini di un dio (Tacito, hist., V 9.1). In questo vuoto è Dio: né idoli da adorare in una cella né un corpo distrutto, che, tra un giorno, manderebbe già «cattivo odore» (Gv., 11.39), come quello di Lazzaro. Non c’è niente da *vedere* o da *annusare*.

    2.
    Questo vuoto non è la pura metafora della vittoria sulla morte. La morte è stata effettivamente sconfitta, e il corpo «non è qui»: dunque ha seguìto il suo Signore, perché le donne «non trovarono il corpo del Signore Gesù» (Lc., 24.3). La tomba è evidentemente vuota. E con il corpo – sia pure un corpo assurdo e inimmaginabile, che attraversa porte chiuse – Gesù si è mostrato. Ma non è facile riconoscere nel Risorto il Signore di prima: «Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano» (Mt., 28.17), «i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (Lc., 24.16), «vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù» (Gv., 20.14), «Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù» (Gv., 21.4). Il Risorto è come l’ideogramma vivente di una lingua che i parlanti non conoscono, e che deve essere imparata attraverso le azioni (spezzare il pane, indicare il punto della pesca): è il Segno del Significante che, dalla prima Pasqua del nuovo tempo in poi, si chiamerà Resurrezione. Ma tra il Risorto irriconoscibile e le azioni che lo presentano si pone la fede: con il Risorto – un corpo – devono risorgere le menti – non i corpi, per ora – di un gruppo di testimoni, senza i quali i fatti non sono autenticabili.

    3.
    Nella gloria della Trasfigurazione i presenti hanno identificato il Signore, benché trasformato anche fisicamente: «il suo volto brillò come il sole» (Mt., 17.2) e «cambiò d’aspetto» (Lc., 9.29). In questo i testimoni possono seguire tutte le fasi fino alla Trasfigurazione, finché la vita del vivo non si trasfigura in altra vita; mentre la Resurrezione rimane senza testimoni di ogni particolare, e la morte enfatizza la difficoltà: come se gli stessi discepoli non avessero perdonato la Croce al loro Signore, anche se Cristo ha annunciato la propria resurrezione (cfr. Mt., 16.21; 20.19; ma Giovanni testimonia, anche contro se stesso, che gli amici «non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, cioè che egli dovesse resuscitare dai morti»: Gv., 20.9). La frase «Dio è morto» nasce nel seno della primissima Chiesa, come primissima tentazione disperante e unanime («Dapprima l’unanimità si forma contro Gesù e persino i discepoli vi prendono parte. Si direbbe che Satana abbia vinto la partita. E poi, due giorni più tardi, avviene la rivelazione. Che essa avvenga a cose già fatte permette ai discepoli di capire il processo. L’unanimità persecutoria si rompe. Lo Spirito Santo dona ai discepoli il potere di separarsi dalla folla e di contraddirla. Bisogna perciò considerare la Resurrezione come una rivelazione», secondo René Girard: La pietra dello scandalo, a c. di Giuseppe Fornari, Adelphi, Milano 2004, p. 95). Il passaggio regale e sacerdotale dalla vita alla Vita è indubitato e indubitabile; mentre quello dalla morte del vivo alla Vita di chi era morto è duro: sia perché l’Eterno non muore sia perché il senso comune non vede la resurrezione dei morti. Perciò è necessaria una rivoluzione nelle menti, che il lessico di Girard sottolinea con il verbo capire.

    4.
    Il concetto di aldilà è sempre esposto al rischio di diventare una bandiera idolatrica: sia per screditare questo mondo, dialettizzandolo con un ‘altro’, sia per imporre un altro dualismo nel cuore stesso della fede. Ma sarebbe bene collegare il concetto di aldilà a quello di morte annullata e resurrezione avvenuta: senza il quale la realtà diventa una specie di inferno leopardiano («a chi piace o a chi giova questa vita infelicissima dell’universo…?», secondo la domanda estrema dell’Islandese alla Natura) e l’invisibile si identifica con l’impossibile, la metafora e il mito. In cambio, bisogna identificare il «forestiero» sulla strada per Emmaus – abbastanza affascinante da far «ardere» il cuore nel petto di chi ascolta ma abbastanza anonimo da essere irriconoscibile – con il Risorto: cioè *portare noi stessi aldilà* e *imparare la lingua nuova*, collegata alla *vita nuova* che ci viene mostrata. Nemmeno Cristo riceve tutto l’onore che gli compete, finché i sensi umani non sono abbastanza acuiti da percepire Dio sia in uno sfarzo abbagliante sia in una Parola che cammina verso «un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme». Bisogna essere risorti in vita per riconoscere uno che è risorto dalla morte (e bisogna avere il modus vivendi di «alcune donne, delle nostre» – secondo la formula dei due di Emmaus in Lc., 24.22 –: seguire e amare). In effetti la Resurrezione non è «la mistificazione suprema, come ormai pensano quasi tutti» – e come fu pensato anche in medias res, diffondendo una «diceria» apposita: Mt., 28.11-15 – ma «la fonte di qualunque demistificazione» (Girard, cit., p. 96).

    Mi piace

  87. [dall’introduzione alla scuola come libro] :

    La fionda del testo colpisce nel tempo, anche dopo la morte di chi la tenne in mano. Quindi è un fatto di efficacia che dura. C’è sempre il problema collaterale della felicità: e gli altri si baciavano SOLO sulla bocca ma io Ti mangiavo ogni mattina e allora perché perché ero così triste? Lo dice David Maria Turoldo, in poesia, non io [e tutto è citato, perché tutto è maggiore]. Quante cose sappiamo facciamo diciamo, rispetto a chi si bacia SOLO sulla bocca: eppure qualcosa manca. Che cosa c’entra con la letteratura? Tutto. Le forme influiscono sulla felicità di qualcuno?

    3
    Questa scuola di poesia non insegna a scrivere poesie. Nessuno può veramente insegnarlo. Ma insegna a riconoscere i paradossi della scrittura, o le ipocrisie e idolatrie che la uccidono; insegna l’inizio e la fine, non la parte mediana – la scrittura –di cui tu sei responsabile.
    Nelle puntate originali si troveranno le conversazioni i complimenti le polemiche le domande le risposte; non qui. Non per censurare una parte – che qui è riassunta, e niente è nascosto; ma per trasformare un flusso disordinato in una collezione per il futuro. I nuovi lettori hanno il diritto di trovare pagine semplificate, non un delirio che conserva una parola una sillaba un vocativo come reliquie – basteranno le parti nude, quelle rimaste.

    4
    Da Wittgenstein abbiamo imparato che il mondo del felice non è il mondo dell’infelice (Tractatus logico-philosophicus, 6.43). Dunque: neanche i loro stili saranno simili. Saranno solo paragonabili, e ogni uomo avrà sempre la sua misura.
    «l’ordinata selezione sul tema cortese» si è trasformata in una bocca aperta, in una grande grandissima FAME. La fame – si sa – non mette barriere: mangia tutto, Sexton e De Andrè, Kylie Minogue e Dante (e questo non ha a che fare con un delirio di postmodernismo; non c’entra nulla).

    5
    Qui il tema della consolazione, possibile o impossibile, è continuo. Quando viene, questa consolazione è come l’uso magico delle parole in Florenskij: è un miracolo, o un’adesione tra cosa e cosa. Allora il cuore rosso dice: ecco il mio posto.
    Infine: questo libro è dedicato ad un tu infinitamente vario, che qui si congiunge in una specie di opera collettiva. Che non esisterebbe, senza l’apporto di Fabrizio Centofanti e della redazione di Lpels; senza il primo editing di Stella Cofano; senza i lettori che ne hanno indirizzato le parole, d’accordo e in disaccordo con me.

    6
    Scrivere qui, esercitando le dita alla velocità significa lasciare una traccia leggera, più simile a parole di bocca che a parole di mano. E poi arriva chi le ospita; chi le raccoglie, e chi le commenta; e chi le integra; e chi le stampa. Ora quelle mani ci sono, e continuano a rappresentare la presenza. Chi ama lo sa: sa che dell’amato o dell’amata cerca anche le mani. Non è una cosa iperletteraria, ma la vita di tutti.

    7
    La maggioranza dei lettori è stata una maggioranza di lettrici. Non è un caso. Quando siamo stati solo maschi o uomini a parlare, qui – ho tremato: segno che si stava discutendo su una cosa impoetica e politica (in un certo senso: di potere). E che cosa è l’Arcadia, e come ci si entra, e perché, ecc. Che cosa te ne importa, ancora? Per la prima volta, davvero per la prima volta mi sono posto il problema della felicità. Tutto è esposto e riguarda la poesia.
    Dove io vedo instabilità, qualcuno vede un corpo. Dove io cado, qualcuno costruisce. Tutta l’esitazione – mia – di questa scuola si è tradotta in modi energici – in altri, in te che leggi. Questo è il vero risultato. Ripeto: dove io vedo, o sono, l’instabilità, che balbetta, qualcuno ha visto un inizio e ha fatto cose buone.

    8
    Il discorso sui Nomi – nel secondo ciclo – era duro; e anche questo è stato accolto da mani senza peli. Esistono molte «donne gentili».
    Infatti non vi è pelle – compresa quella di Cristo – che non sia uscita dal centro dalla fatica dal sangue di una donna. Il parto e la tessitura appartengono alle donne: dal parto e dalla tessitura deriva un lessico che la nostra arte non abbandona ancora (trama ordito viscerale intreccio creare nascere). Non vi è pelle che non sia soggetta, prima o poi, a qualche «trafittura»: ma questo è un altro discorso, che il tempo renderà più esplicito.

    (maggio 2008)

    Mi piace

  88. [altro frammento, con un altro frammento]

    Il primo documento non c’è più.
    Ho toccato l’oggetto fluido, che è ancora incluso nella Rete. L’oggetto morbido non è diventato una pietra; l’ho solo delimitato, in un contenitore che parla ancora in volgare [e d’ora in poi, sempre]. E il libro evoca la prima forma, ma non la trasmette allo stesso modo.
    Non si può simulare la spontaneità a distanza. Rifarla, parola per parola, è meglio. Volevo questo. Così alcune lezioni sono irriconoscibili, qui: la Rete ne trattiene ancora un abbozzo, ma il libro permette una forma vera: lettere, che non sono lezioni, e note, simili ai normali frammenti. Il dialogo con i lettori è sempre implicito, e non cancellato. Volevo, era bello così –

    ***

    La nostra specie vive di contrapposizioni e unioni, perché si fonda sulla dualità [questo o quello, questo e quello, matrimonio, guerra tra me e te, pace tra me e te], sulla contraddizione [«La poesia rivela questo mondo; ne crea un altro. Pane degli eletti; alimento maledetto. Isola; unisce; Invito al viaggio; ritorno alla terra natale»1; «luce della luce dei corpi senza luce / luce dell’essere dei corpi senza essere»2], sulla ripetizione [che riempie il tempo e crea la storia: la sua figura è l’anafora], sull’ossimoro [«la prepotenza del sacerdote è la sua debolezza»3], sull’analogia profana o sacra [«chi vede me vede il Padre»], sulla similitudine, sulla discordanza irrazionale e simmetrica [«ed io come te non ho come padre il padre / né come madre la madre»4]. Una cosa invocata è tutte le cose invocate. Una cosa che manca è la somma di tutte le assenze. Il miracolo – lo è veramente – è la riduzione delle fasi vitali a poche righe, buone.

    Mi piace

  89. ieri sera è mancata PAOLA F. FEBBRARO – che tutto le sia lieve, di rivoluzione in rivoluzione. e che abbia pietà di noi, guardandoci
    m

    *

    io devo custodire un cuore misterioso
    io devo custodire un’ombra

    io non ci devo parlare io devo
    io devo lasciarlo andare

    io devo lasciare che viva che mi attraversi
    io mi devo abbandonare al fresco della sua ombra

    io non devo avere paura che muoia io non ci devo parlare
    se ci parlo io non comunico più io sono sola

    [Paola F. Febbraro]

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.