Franco Fortini

da Foglio di via

E’ questo il sonno

E’ questo il sonno, edera nera, nostra
Corona: presto saremo beati
In una madre inesistente, schiuse
Nel buio le labbra sfinite, sepolti.

E quel che odi, poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento,

O è in te e dilaga e parla la sorgente
Cupa tua, l’onda vaga tua del niente.

Vice versis

Mai una primavera come questa
E’ venuta sul mondo. Certo è un giorno
Da molto tempo a me promesso questo
Dove tutto il mio sguardo si fa eguale
Ai miei confini, riposando; e quanta
Calma giustizia nel pensiero è in fiore
Quanta limpida luce orna il colore
Delle ombre del mondo. Ora conosco
Perché mai dagli inverni ove a fatica
si levò questo esistere mio vivo
M’è rimasto quel nome, che mi scrivo
Su quest’aria d’aprile, o sola antica
E perduta oltre il pianto sempre cara
Immagine d’amore mia compagna.

Lettera

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
Come vincerà me, che ti somiglio.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

Il tuo figliolo ancora trema del tuo tremore
Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura.

Pallido tra le urla buie del rabbino contorto
Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo dirlo io per te
Al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio; e ora insieme ai compagni
Cerca le strade bianche di Galilea.

Da Poesia e errore

Quella era la montagna

Quella era la montagna
che vedevo dalla finestra
e questo era il sentiero
dove tornavo la sera

Quella era la croce
e questa la fontana
di pietra che gelava
quando veniva la neve.

Era il tempo che si stava
insieme senza sapere.
Ora che conosciamo
non s’ha tempo di rimanere.

La strada va nella valle
la sera va nella notte.
Noi si deve camminare.
Quello era il mio paese.

E tu

E tu dammi la mano
la cara mano tua che mi consola.
Cammina ancora innanzi a me per l’ultimo
tremito, prima della benda. Cela
con la persona il segno,
l’apparecchio di legno e fiele, l’umida
scarpata, in un mattino d’altri. E veda
te che sai e sorridi.

Arte poetica

Tu occhi di carta tu labbra di creta
tu dalla prima saliva malfatto
anima di strazio e ridicolo
di allori finti e gesti

tu di allarmi e rossori
tu di debole cervello
ladro di parole cieche
uomo da dimenticare

dichiara che il canto vero
è oltre il tuo sonno fondo
e i vertici bianchi del mondo
per altre pupille avvenire.

Scrivi che i veri uomini amici
parlano oltre i tuoi giorni che presto
saranno disfatti. E già li attendi. E questo
solo ancora è il tuo onore.

E voi parole mio odio e ribrezzo,
se non vi so liberare
tra le mie mani ancora
non vi spezzate.

Une tache de sang intellectuel

Una macchia di sangue intellettuale
che il sole non asciuga mai. ” Oh, cosa vuoi fare!”
mi gridano i compagni coraggiosi
alti tra le bandiere e le sostanze reali
della festa di corpi naturali
di lotta e di amor vero.

“Voglio esistere e voi perdonatelo”
rispondo io, di quaggiù, dalla segreta
“anche come il viscere della bestia stracciata
anche come il sangue rappreso nella polvere.

Anche il cieco nato può in sé vedere il lampo
e parlarne con gesti imperfetti
e il suo discorso in catene
può atterrire e può dissuggellare.
E chi sempre ha negata l’avventura
può non lontano dalle nostre case
disvelare una terra di miracolo.”

” Oh, cosa aspetti, mi gridano i viventi
impetuosi ancora tra le vendemmie.
“Passa il tuo giorno” gridano bocche al sole.

“Nessun orgoglio” rispondo “amici miei cari!
E mi sarebbe dolce essere anch’io
dove voi siete. Ma a ognuno le sue armi.
A voi il fuoco felice e il vino fraterno
a me la speranza acuta dentro la notte”

da L’ospite ingrato

Forse il tempo del sangue

Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli essere guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

Da Una volta per sempre

Una frequenza

E al mezzo della pagina che leggi,
al mezzo della lettera che scrivi, il no per sempre
ed il mai più.

Quasi calda è la fronte ancora ma irradia
soltanto il suo segnale ormai. Così
lo sterno della bestia disgregata
nel carbonio e la scoria nel cemento
viva murata morderanno sempre.

1944/47

*
Scoprivi il mare di sera, era qua
e là verde, qua e là nero vino.
Un’alga lunga era quieta a mezz’acqua.
Così non visto muta un destino.

Non dava segno di vita la “monaca” violetta.
Poi si staccò, calò al fondo su ali eque.
Fu paura o che? Da allora tacque
la verità ma aspetta.

da Questo muro

Un’altra allegoria

Un piccolo luccichio nella mattina
e un piccolo raggio di vetro dove si flette,
il ramo ebete già primaverile.
E’ questo l’addio, verità?

Ah, ma sul punto ormai di consolarti
nega e ragiona la più giusta lacrima.
Devi saperlo, è un vivace saluto l’addio.
Il ramo, che morì, lo sa.

Per tre momenti

1
Queste foglie d’aceri e questa luce
mi rammentano che una volta sono stato
visitatore d’un santuario, viaggiando la Cina.
Era il mese di settembre, c’era una luce così.
Così le foglie nella valletta ventilata.

Indulgo ai cortili perfetti, indulgo alle carpe
che nelle vasche, se applaudi, salgono. Penso
che anime offese o vinte sempre così cercarono
di persuadersi. Perché in segreto le accusa

l’erba che fino a sera annuisce al vento?

2
Ma l’erba che fino a sera annuisce al vento
e devota sembra a morte consentire
ah non sa nulla delle anime ferite,
di quel loro cauto bramare quiete. E’ senza
mente, una pianta che pazienta, poco
diversa dall’insetto o dal rettile. Sono io
che la mia forma effondo
in quella definita forma e ingenuo credo
realtà la metafora.

Nega l’eterna lirica pietà,
mi dico, la fantastica separazione
del senso del vero dal vero
delle domande sul mondo dal mondo. Disperdi
la deliziosa nuvola del pianto
e fuor del primo errore procedi almeno.
Anche se non è tempo ancora di riposo,
se non è luogo ancora per la saggezza
e tu starai alla fine con un sorriso deluso
che gli altri bene vedranno tremando per sé.

3
Questo conosco nei chiostri chiari, nei santuari,
nelle perfette cavità lasciate dagli anni giovani.
Questo nel suo simbolo mi comanda
l’erba che il vento realmente consuma

In memoria I

Una volta mi chiedevi che cosa avevo
e non ti rispondevo.
Ma è divenuto molto difficile
parlare delle ultime cose, madre mia.

Nelle ultime ore
eri con gli occhi sbarrati.
Eri atterrita di non potere
parlare più
nemmeno dentro di te
della sola cosa.
Ora il rumore è così violento
così furioso lo scotimento di tutta la realtà
che perfino laggiù deve venirne il tremito
come nelle cantine della guerra.
Non farò a tempo a fare i conti, non c’è
più il tempo ormai.
Questo dunque è
quello che ancora non sapevo.
Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre stiamo per rinascere.

A Vittorio Sereni

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l’altro.
Uno giustifica l’altro.
Ma chi sarà a condannare
o a giustificare
noi due?

(Franco Fortini, Poesie scelte 1938-1973, V. Mengaldo cur., Oscar Mondadori)

Biobibliografia

Selezione a cura di Elena F. Ricciardi

7 pensieri su “Franco Fortini

  1. In me il tuo ricordo è un fruscio
    solo di velocipedi che vanno
    quietamente là dove l’altezza
    del meriggio discende
    al più fiammante vespero
    tra cancelli e case
    e sospirosi declivi
    di finestre riaperte sull’estate.
    Solo, di me, distante
    dura un lamento di terni,
    d’anime che se ne vanno.

    E là leggiera te ne vai sul vento,
    ti perdi nella sera.

    Vittorio Sereni, da Frontiera.

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  2. “…dichiara che il canto vero
    è oltre il tuo sonno fondo
    e i vertici bianchi del mondo
    per altre pupille avvenire.

    Scrivi che i veri uomini amici
    parlano oltre i tuoi giorni che presto
    saranno disfatti. E già li attendi. E questo
    solo ancora è il tuo onore…”

    Grazie a Fabrizio, per Franco Fortini, e ad Elena per la scelta dei testi.

    Giovanni

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  3. Franco Fortini, più passa il tempo più ritorniamo alla sua voce.
    Un maestro, per insegnamenti critici e poetici.
    Continua presenza.

    Antonio

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  4. grazie a voi. Fortini l’ho amato sin dalla prima lettura.
    Antonello, Sereni arriverà presto.
    fabry

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