Fernando Bandini

da Appena uscito

Zampette d’uccello

E tremo sempre perché sei piccola
e la neve qui intorno così vasta,
tu fuscello di brina
che a toccarlo si spezza.

E la neve non sembra nemmeno
sentire il tuo peso.

Ma a me
ti aggrappi forte, inventi sconosciute
tenerezze carnali
con una voce d’orca che vorrebbe
spaventare anche i grandi,
ardore smisurato con zampette d’uccello.

da Futuribili

Quattro passi

Forse perché c’è qualche
parentela tra cicuta e mandorlo
(e lo conferma in ambedue l’amaro)
mi scheggia l’osso la pallottola
diretta ad altri. Forse
perché c’è qualche oscura
connivenza tra la neve e il fuoco,
nel refolo che passa
sento frusciare i piedi dei vampiri
lungo gli asfalti della città lontana.

Futuribili

Non ci sono serrature alle porte
dopo le bombe.
Si può entrare e uscire a piacimento
c’è un viavai di guerrieri.

Gettano biglie d’acciaio
contro i vetri superstiti,
saccheggiano,
fanno all’amore sul pavimento
delle cucine vuote.

Io vorrei ritrovare la regina Ginevra
ma sono troppo stanco.
Sulla strada per Gorre è stata violentata
da un birmano e da un greco.

da Il filo del discorso

Il filo del discorso

Da quadro a quadro il filo del discorso seguire
senza che troppa tensione lo spezzi
o becco ostile lo intacchi

da sinopia a sinopia
nel pomeriggio di pioggia che fa
alto lo scroscio

finché il cielo rispunta dalle nuvole
e ci prende per mano
verso un viola-melanzana-yaèl

con passeri sulle torri che rimproverano
gli indugi (vocine squillanti di collera)

di chi non vuol muoversi
di chi resta attaccato al soffitto
come un moscone grasso.

E dal viola al nero
il filo del discorso ostinati seguire
verso i fischi di un’alba melone-amira finché

oh, Har hatzofim!
ali ha ciascuno al cuore ed ali al piede.

Règia Parnassi

Fastidio certo un paesaggio dal nulla
col Règia Parnassi evocare
e non possedere il divino
istinto che dice con nuove parole
la luce di settembre.

Evocare dal nulla
il merlo poliglotta, inghiottire sospiri
per una moto che romba nel chiaro
e per l’uva, per l’uva
che non ha più il privilegio
di apollinei palati.

Ma disamo la morte malgrado
le sinistre sirene di film e poemi
la disamo e distacco
da un soffio la bolla più pura,
la più precaria e inutile libero
dalle parole.

E rataplan trovare da splendere
su tutto con bolle precarie
e vedendole alzarsi nel vento
non soprassedere
sapendo che a esse è negato
di durare oltre l’attimo, cingersi
di alone immortale.

Nessuna parola

Così abbagliante ormai
la distesa di neve che la retina non ce la fa.
Tutto è silenzio dopo la schianto dei rami,
nessuna parola aveva colto nel segno.

da Lapidi per gli uccelli

I
Il disegno del tempo non aveva previsto
i nuovi aspetti della voluttà
quando la primavera scintilla sui vetri
o in pioggia si scioglie dentro fogne e cortili.
Nel lampo di cristalli e allumini
il colore della terra si svela
per indizi malcerti, sebbene qualcosa
d’insolito urge il sangue. Ora le ombre
si fanno più distinte nel chiaro,
i rumori delle stanze si confondono
ai cori dei clacson
e i quartieri tremano al vento favonio, segnale
della dea che rinasce divum hominumque voluptas.
Torna il suo soffio vitale e s’impenna
su gasometri e torri
dentro l’azzurro così vasto e quieto.
Allora spiegami tu cosa scrivere
se saccheggiato è il mondo e il poeta una logora
istituzione fra tante. Bambini,
fuochi-fatui-bambini,
accesi un momento su una terra di fosfori
e sepolture gridano.

IX

E tutta questa gente che mi supera
senza voltarsi indietro, non badando agli ehilà
che grido alle sua spalle
(spalle piegate in avanti nello
sforzo di andare più in fretta più in fretta).

Non li ho veduti in viso e non mi hanno guardato.
Erano indifferenti agli incontri sporadici
ai saluti e agli allarmi
E vanno (me lo mormora la mia bile crepata)
al posto che anch’io so, che vorrei anch’io.
Con nuche altere e certezze nel passo
caracollante e superbo quali
nella mia vita non ho mai osato.

Ma io non vado verso, io mi sono fermato,
per questo qualcosa riesco a vedere.

XIV

Lui non credeva che
fossero morti tutti gli uccelli e i fiori
malgrado le notizie dei giornali
e il colore del cielo ormai caduto
in mille pezzi.

Lui per i monti invasi
dalle vespe in collera del nevischio
vagava e non aveva per quel mondo
tante volte pestato con trepida
felicità, non aveva da opporgli
che la noia del sangue.

E la neve dove le scarpe
d’amianto stampavano orme copriva
formicolanti città dalle mille
zampine…

E lei lontana così lontana
in quelle sue tenebre,
uscita ormai dagli alberi e dal vento,
si toccava la faccia
per ritrovarsi e volentieri avrebbe
piantato i denti candidi e minuti
in qualche gola vivente pur di
riavere ancora nelle vene il fiotto
del suo bel sangue
e i bioccoli di lana sulle siepi
e i sassi e i tordi…

e ora lui nella sua tuta
d’argento per strapparla
agl’inferi doveva rinunciare
ai mille piani immaginati,
guardare avanti e non curare il rombo
di sotterranee macchine.
Fendeva il fioco barlume che un vento
intermittente soffia dal profondo,
e l’ombra dell’amata lo superava
esile e lunga; finché
promemoria di un corpo, fantasma
di un fantasma svaniva
in una nuova densa oscurità.

Alle spalle sentiva il ronzio
del robot: lento
esecutore dei patti e custode
di quella morte che gliela faceva
remota, ancora la relegava
nell’indefinitezza.

Così pesantemente avanza
senza voltarsi namque hanc dederat legem
inferna dea,
risalendo da tonfi e da odore
di fissile polvere, rigido il collo
che al muscolo fiaccato
dal casco di cristallo era un acuto
dolore. E quando

si fu girato (ma perché?), al colmo
di un cieco impulso si era girato (per
vedere cosa?) – solo allora seppe.
Lei gli gridava: “Mi riportano sotto.
Addio. Ricordami. Non condannarmi se
tendendo a te le mani non più tua…”.

E allora seppe quanto
fosse quella galassia desolata.
E lei
che il sottosuolo chiuderebbe nel suo
impenetrabile grembo sottratta
alla luce, negata per sempre
al potere della parola

si allontanava in fretta
verso il rumore della città di Dite.

da Dedicata ai satelliti dei principi

VI

E sventolanti immagino, o città
bandiere sui tuoi tetti, in sogno ascolto
suoni di corno in via Catena e il murmure
della burrasca che dilava
le statue e i passanti in fuga.

Oppure ti contemplo mentre cade
dal cielo basso un’invernale manna
rendendo calma e candida e compatta
l’aerea inafferrabile realtà
del tuo essere, del tuo provocarci.

Allora esco dalla nebulosa
delle mie mentali creazioni
ricevi l’orma della mia scarpa. Il pugno
come una palla di neve ti comprime.

da La mantide e la città

Amnesia

Giorno per giorno qualche nome si eclissa
dalla mia lingua e dalla mia memoria,
usuali parole come sedia bottiglia
Oh, trafelate corse per riprenderne
possesso! Annaspo naufrago
in un mondo che sempre più smarrisce
i suoi eoni, balbetto
come Mosè presso il roveto ardente.

E con nervoso tremito pronuncio
casa farfalla mela
per esorcizzare la buia notte
che si avanza a grandi passi;
ma poi casa precipita, farfalla
si polverizza in porpora,
mela mi è tolta divorata dal verme
che abita il mio cervello.

Come mi muoverò, poeta senza
gli amati nomi succo delle cose,
tra i buchi d’un saccheggiato universo?

Plazer

In questo azzurro di settembre che si dilata
oltre il confine dei miei occhi verso
regioni dove non arriverò mai
ci sono chicchi d’uva che altre bocche
schiacceranno tra i denti ignorando
questo mio torrido angolo di sete.

In quell’altrove fiori d’ombra sbadigliano
alla sera di un’isola abitata
dai corpi adolescenti di Nausicae.
Non le vedrò dal mio raro trifoglio:
creste in fiore riarse dalla polvere
grucce al riposo di magre locuste.

Oltre il confine dei miei occhi il mondo
per qualche nuova sua intenzione scalpita
che io non so né mi restano giorni
per saperne di più. La notte penso
di là dalle mie tenebre una Circe
che si cala nel balsamo del mare.

(Fernando Bandini, La mantide e la città, Lo specchio, A.Mondadori)

Biografia

Fernando Bandini (Vicenza 1931)
poeta e critico letterario, ha insegnato stilistica e metrica italiana all’istituto di filologia neolatina dell’Univesità di Padova e letteratura italiana moderna all’Università di Ginevra. Esordì con la raccolta In modo lampante (Neri Pozza, Venezia 1962), seguita da Per partito preso (ibid. 1965). Entrò nella collana mondadoriana Lo Specchio” nel ’69 con Memoria del futuro; nella stessa collana pubblicò La mantide e la città (1979). E’ autore anche di poesia latina, apprezzata in sede internazionale. Ha dedicato studi critici alla lirica italiana del novecento; curato edizioni di G. Leopardi, Canti, (Garzanti, Milano, 1975); G. Giudici, Poesie scelte, (Mondadori, Milano 1975). Tra le sue raccolte poetiche Il ritorno della cometaSanti di Dicembre (Ed. A.I., Padova, 1985); (Garzanti, Milano, 1994); Meridiano di Greenwich (ibid.,1998)

(Da: Il dizionario degli autori, in Letteratura Italiana, Asor Rosa dir.)

Selezione a cura di Elena F. Ricciardi

11 pensieri su “Fernando Bandini

  1. La primissima impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di molto bello e valido. Però (è una mia personalissima opinione), l’offerta (come spesso accade, molto ricca) sarebbe più assaporabile a fondo, in piccole dosi.

    "Mi piace"

  2. È il caso di segnalare di Bandini la recente uscita della raccolta di poesie «Dietro i cancelli e altrove» (2007) per i tipi Garzanti. Bandini, avis tricapite rarissima, sa esprimersi ai massimi livelli lirici in tre lingue: dialetto veneto, latino e italiano.

    "Mi piace"

  3. per me BANDINI è un padre.
    qui sotto copio una sua poesia in dialetto che mi ha sempre guidato, perché anche mia nonna evelina veniva dalle sue parti.
    ciao

    STA LINGUA

    Sta lingua la xe quela
    che doparava me nona stanote
    vardandome da dentro la sòasa.
    La boca stava sarà, le parole
    mi le sentiva ciare.

    Me nona
    la ga imparà sta lingua da le anguane
    che vien zo da le grote
    co sona mezanote
    caminando rasente le masiere:
    e da le róse
    dove le lava fódare e nissói
    se sente ciof e ciof sora le piere
    e te riva un ferume de parole
    supià dal vento
    che zola par le altane.

    Me nona
    se ga lèva na note co le anguane
    par vegnere in sità.
    Per paura dei spiriti che va
    de sbindolon tel scuro
    la diseva pai troisi la corona.
    La xe rivà de matina bonora:
    subito dopo un brolo de pomari
    ghe ieri case e case da ogni banda.

    La domandavan el nome de na strada,
    scoltando na sirena
    la xe rivà in filanda.
    “Senti sta tosa come che la parla”,
    i pensava vardandola tei oci
    i botegari e i coci,
    “le pare uno stealarin che vien dai orti”…

    Sta lingua mi
    la so ma no la parlo,
    la xe lingua de morti.

    Fernando Bandini, Santi di Dicembre, Garzanti, 1994

    "Mi piace"

  4. Bandini è anche un bel presuntuoso e scostante professor-poeta che si arroga il diritto di trattare male studenti e persone. Uno snob insomma. Scriverà pure bene, ma di persone così che ce ne facciamo? Bà….

    "Mi piace"

  5. Francesca,grazie del musicalissimo testo in dialetto, è molto bello, e grazie, Roberto, della segnalazione bibliografica.

    per quello che riguarda le piccole dosi: la lettura è a discrezione del lettore che, se crede, può anche procedere di un solo verso al giorno. i post restano in Home page per almeno due o tre giorni, in seguito sono reperibili nelle pagine precedenti, in archivio, tramite ricerca per autore, per categoria, per mese di pubblicazione, per autore del post. detto questo: buona lettura alle dosi che si preferiscono!

    "Mi piace"

  6. grazie di aver pubblicato Bandini, mio conterraneo (vicentino doc!), attuale presidente dell’Accademia Olimpica, che ho potuto conoscere un paio di anni fa, appunto in accademia. Persona di grande finezza umana e letteraria. E questi testi sono molto notevoli.

    "Mi piace"

  7. grazie a voi.
    bella la poesia, Francesca.
    un grazie speciale a Elena per la collaborazione.
    Bandini non lo conosco di persona, ma mi fido di Antonello:-)
    fabry

    "Mi piace"

  8. “In quell’altrove fiori d’ombra sbadigliano
    alla sera di un’isola abitata
    dai corpi adolescenti di Nausicae.
    Non le vedrò dal mio raro trifoglio:
    creste in fiore riarse dalla polvere
    grucce al riposo di magre locuste.”

    Ottima poesia e ottima scelta

    Grazie a Fabrizio e ad Elena

    Giovanni

    "Mi piace"

  9. AMNESIA è straordinaria…è il dramma di un uomo che sente scorrere il tempo dentro ciò che più ama…dentro i suoi ricordi, dentro le parole attraverso cui li ha costruiti…un tempo che gratta la vita trascorsa e un po’ la trascina via con sè…come se a un pittore sottrassero le sfumature, poi pian piano anche i colori…vedere l’ emozione e frugare disperati dentro di sè alla ricerca di quella combinazione perfetta di parole atta ad esprimerla…parole come spirito raggrumato che ferma i ricordi e dona loro il soffio vitale dell’ origine insieme all’ intensità malinconica della riflessione che li ha visti crescere…parole, l’ unica vita che riesce a darci l’ impressione credibile di non andare, ma restare. Anna

    "Mi piace"

  10. Voglio salutare il grande professor Bandini che ricordo con tanto affetto anche se non ho avuto l’onore di fare esami con Lui. Vorrei tanto riuscire a contattarlo.
    Non sono su Facebook

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.