Vittorio Sereni

da Frontiera

Nebbia

Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.

E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.
S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.

Strada di Zenna

Ci desteremo sul lago a un’infinita
navigazione. Ma ora
nell’estate impaziente
s’allontana la morte.
E pure con labile passo
c’incamminiamo su cinerei prati
per strade che rasentano l’Eliso.

Si muta
l’innumerevole riso;
è un broncio teso tra l’acqua
e le rive nel lagno
del vento tra stuoie tintinnanti.
Questa misura ha il silenzio
stupito a una nube di fumo
rimasta qua dall’impeto
che poco fa spezzava la frontiera.

Vedi sulla spiaggia abbandonata
turbinante la rena,
ci travolge la cenere dei giorni.
E attorno è l’esteso strazio
delle sirene salutanti nei porti
per chi resta nei sogni
di pallidi volti feroci,
nel rombo dell’acquazzone
che flagella le case.
Ma torneremo taciti a ogni approdo.
Non saremo che un suono
di volubili ore noi due
o forse brevi tonfi di remi
di malinconiche barche.

Voi morti non ci date mai quiete
e forse è vostro
il gemito che va tra le foglie
nell’ora che s’annuvola il Signore.

Settembre

Già l’òlea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia,
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
d’una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Strada di Creva

II

Questo trepido vivere nei morti.

Ma dove ci conduce questo cielo
che azzurro sempre più azzurro si spalanca
ove, a guardarli, ai lontani
paesi decade ogni colore.
Tu sai che la strada se discende
ci protende altri prati, altri paesi,
altre vele sui laghi:
il vento ancora
turba i golfi, li oscura.
Si rientra d’un passo nell’inverno.
e nei tetri abituri si rientra,
a un convito d’ospiti leggiadri
si riattizzano fuochi moribondi.

E nei bicchieri muoiono altri giorni.

Salvaci allora dai notturni orrori
dei lumi nelle case silenziose.

da Diario d’Algeria

2

Un improvviso vuoto del cuore
tra i giacigli di Saint-Barbe.
Sfumano i volti diletti, io resto solo
con un gorgo di voci faticose.

E la voce più chiara non è più
che un trapestio di pioggia sulle tende,
un’ultima fronda sonora
su queste paludi del sonno
corse a volte

(Sainte-Barbe du Thélat, inverno 1944)

4

Non so più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregare per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.

Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –

(Campo Ospedale 127, giugno 1944)

8

E ancora in sogno d’una tenda s’agita
il lembo.
Campo d’un anno fa
cui ritorno tentoni
ma qui nessuno più
a ginocchi soffre
solo la terra soffre
che nessuno più
soffra d’essere qui
e tutto è già pronto per l’eternità
il breve lago diventato palude
la mala erba cresciuta alle soglie
né fisarmonica geme
di perdute domeniche
tra cortesi comitive
di disperati meno disperati
più disperati. Io dico:
– Dov’è il lume
che il giovane Walter vigilava
fiammante nell’ora tarda
all’insonne compagnia…

(Sidi-Chami, ottobre 1944)

10

Troppo il tempo ha tardato
per te d’essere detta
pena degli anni giovani.

Illividiva la città nel vento
o un’iride cadeva nella danza
dei riflessi beati:
eri nel ticchettio meditabondo
d’una sfera al mio polso
tra le pagine sfogliate
una marea di sole,
un’indolenza di sobborghi chiari
presto assunta in un volto
così a fondo scrutato,
ma un occhio lustro ma un tatto febbrile.

Venivano ombre leggere: – che porti
tu, che offri?… – Sorridevo
agli amici, svanivano
essi, svaniva
in tristezza la curva d’un viale.
dietro ruote fuggite
smorzava i papaveri sui prati
una cinerea estate.

Ma se tu manchi
e anche il cielo è vinto
sono barlume stento,
una voce superflua nel coro.

(Sidi-Chami, novembre 1944)

11

Se la febbre di te più non mi porta

come ogni gesto si muta in carezza
ove indugia un addio
foglia che di prima estate
si spicca.

Fatto il mio sguardo più tenero e lento
d’essere altrove e qui non è più teso.

Strade fontane piazze
un giorno corse a volo
nel lume del tuo corpo
in ognuna m’attardo in un groviglio
di volti amati
nel poco verde tra gli anditi bui
nel vecchio cielo diventato mite.

(Sidi-Chami, dicembre 1944)

12

Nel bicchiere di frodo
tocca presto il suo fondo
quest’allegria che vela la tristezza
in cresta di tizzi sopiti
sbalzati a noi dal più lontano fuoco.
E sii tu oggi il Dio che si fa carne
lontananza per noi nell’ora oscura.

(Sidi-Chami, Natale 1944)

Da Gli strumenti umani

Il tempo provvisorio

Qui il tarlo nei legni
una sete che oscena si rinnova
e dove fu amore la lebbra
delle mura smozzicate
delle case dissestate:
un dirotto orizzonte di città.
Perché non vengono i saldatori
perché ritardano gli aggiustatori?
Ma non è disservizio cittadino
è morto tempo da spalare al più presto.
E tu, quanti anni per capirlo:
troppi per esserne certo.

Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dell’abbuiato portico brusio
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

Il grande amico

Un grande amico che sorga alto su me
e tutto porti me nella sua luce,
che largo rida ove io sorrida appena
e forte ami ove io accenni ad invaghirmi…

Ma volano gli anni, e solo calmo è l’occhio che antivede
perdente al suo riapparire
lo scafo che passava primo al ponte.
Conosce i messaggeri della sorte,
può chiamarli per nome. E’ il soldato presago.
Non pareva il mattino nato ad altro?
E’ l’ala dei tigli
e l’erta che improvvisa in verde ombìa si smarriva
non portavano ad altro?
Ma in terra di colpo nemica al punto atteso
si arroventa la quota.
Come lo scolaro attardato
– né più dalla minaccia della porta
sbarrata fiori e ali lo divagano –
io lo seguo, sono nella sua ombra.

Un disincantato soldato.
Uno spaurito scolaro.

Quei bambini che giocano

un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno passaggio di acque e foglie
che squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore.”
E questi no, non li perdoneranno.

Biobibliografia

Selezione di Elena F.Ricciardi

11 pensieri su “Vittorio Sereni

  1. E poi conosco bene la strada di Zenna… è nel mio cuore, insieme a una buona parte della mia famiglia. Queste poesie toccano corde profondissime in me.

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  2. Complimenti ad Elena per la scelta. Ma tanto tra la poesia di Sereni poche cose possono essere definite minori! Anche a causa della esigente selezione che Sereni stesso operava sui suoi scritti. Sempre a favore di un’intensità e una condensazione di emozioni che descrive il paesaggio che delimita e quindi individua il poeta stesso:

    Strade fontane piazze
    un giorno corse a volo
    nel lume del tuo corpo
    in ognuna m’attardo in un groviglio
    di volti amati
    nel poco verde tra gli anditi bui
    nel vecchio cielo diventato mite.

    Il godimento di una vita continuamente concepita come fragile, tremula come il pelo d’onda del lago, faticosa e polverosa come una strada sterrata, ma sempre da affrontare umilmente e coraggiosamente.
    (S’è capito che è uno tra i miei cinque poeti preferiti?!? eh!eh!)

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  3. Nella 2 da Diario d’Algeria, l’ultimo verso è incompleto:
    su queste paludi del sonno
    corse a volte da un sogno

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