da “Davanzali di pietà”, 2008, di Marina Pizzi

1.

la lira nella toppa ma non sa aprire

che passeri dal becco senza cibo

o avvisaglie botaniche di cadute

giù dall’albero tutte piuttosto verdi

primule d’ansia una verità d’accetta.

eccetto il padre delle funi

qua si celebra l’ingorgo del declino

verso le barche con buchi a fontana.

poco ne resti il vanto della brama

mano migrante in tasca di vandalo.

2.

le ire delle fionde le altalene in pericolo

il foro nel coma del risucchio

nessun vedente.

alla primula sputerò l’ultimo dente

agli spini della pianta grassa

l’ultima gravissima grazia.

tue le spighe macchiate di sangue.

3.

ho imparato l’acredine del dado tratto

l’olio rancido della fiaccola

nelle tenebre che sono già state.

la pietà del breve è un long drink da piazza

senza stazione. il pedone dell’agorà

mi bacia perché penzoloni ruota

l’ultimo degl’impiccati. i credi acefali

del cardo sono violacei ma non sanno

morire. le maree dell’inguine inarcano

le fosse per la vita. cantica del faro

la faccenda in casa dell’appestato.

4.

le sazietà del palo

sanno uccidere

la stanza perduta nella creta.

tale e quale il noviziato del ciottolo

sa di regalo per il bambino vizzo

bacato dalla ronda della zona intorno.

torni da te la larva della gioia

questa persiana logora di sangue

in braccio alla cometa in naftalina.

5.

le foglie hanno accudito

le gimcane dei morti

le doglie in carne

del canile lager

le donne nude non per erotismo

ma per sisma finalmente un altro

mondo. dorma con te il sillabario

inutile dentro la bara

l’accademia della terra senza padrone

con l’androne carico cuspidi

del deserto amiche.

6.

i castelli nelle isole

sanno rendere giustizia

alla stivale infangato

al bivacco della valle

al varco di sterminio.

Joséphine Baker era una patriota

contro il nazismo. qui finisce

un ritmo di venia verso il sogno

che nulla sa far di cambio. io preciso

la ronda affastellata in ogni truppa

senza il paciere di mosaico di lettere.

7.

in giro sotto le stoppie ha avuto il merito

di non bruciare vivo.

le donne lo seducono con un ardore

tragico. la malia del vuoto lo sostiene

al guinzaglio. lupo navigato senza astio

sistema lo zaino in un cespuglio ardente

senza la brace. nonostante il fato

è rimasto un ragazzo di zattera

per gazze ladrone che spogliano ladroni.

8.

nel balbettio la chela del disperso

il passaggio a livello del tormento.

toc toc il sasso della specie

il cielo vile il berretto dell’arresto

il toccasana all’uncino macellante.

nel lato d’io il pane avvelenato

legato dalla tonaca del boia

per la caligine vessante dentro gli occhi.

9.

l’acrobazia del sonno quando ne gemi

stazione sotto scorta di gran massi

arenoso sospiro di non devoto

viso del culmine in un cielo basso

squarciato spesso da una daga

senza trovarvi nemmeno la decenza

di un bel complotto atto ad invenzione

almeno di un aquilone stortignaccolo.

10.

con un gerundio di sasso l’elemosina

cordicella del dito fa resistere

strenue rupi nude cerimonie

in palio l’aquilone che non lontana

né sé né le celle di bagliore.

l’appena nuda crisalide dell’occhio

un io comanda fuso nano il tempo

divieto vieto vita a tutto tondo.

11.

la stanza dei giorni lesi

tabella di marcia

marcia, almanacco di sbircio.

12.

con l’eroe alla foschia non ho timone

né moratoria al calice del torto

sotto il blindato di corsari

per le parsimonie del regno.

addì le statue possono correre

verso le stanze delle donne sole

arguite dal comignolo del vento.

13.

ho precisato che mi appoggio al giogo

della goliardia della fontana nera

alla tana della nenia del ripetente

temprato dalla zattera che ingorga

gare di zuffe con le onde. a piedi

sulla misura della cima male mi alleno

con la lente d’ingrandimento e la parrucca

contro le cose che non sono aperte

né dentro il cielo né sotto la somma

dell’angelo assunto nell’ingranaggio

dello zerbino ai piedi. qui m’impiego

nel ripostiglio nano, tizzone di nemico.

14.

il turno della ronda è il mio ritorno

al bando, al dolo nero di rompere

clessidra, da questa strada che domina

verdetti di mitra tra le bave delle lumache

chete, pietosissime di scie. il cielo vedovo

manca la manna e la sirena è piena

di lutto al boato, l’olio devoto del vulcano

in fiore.

15.

che faccia il verso al tuono

l’arsenale del sangue

questo stipendio astuto quanto cieco

miscuglio di carabattole con sorpresa,

non si sfianchi il colore della sorte

l’alba macchiata da chiodi di dispense

a corto di scialuppe di salvataggio.

ìmpari greto dover risalire

il sale che travasa da se stesso

paramenti di lucciole morenti.

16.

salute di comete poter la morte

luce del tempo finalmente libera

da spessori di mutamenti. il rombo

della lotta da corsie di fame.

tu ne arrendi un comignolo

di fuga, lo otturi con ghirlande

di spine, piaghe di cosce che

non saranno madri né rapidità

del cosmo, modo di cortesia

il limbo della botola.

17.

la teca è spoglia sotto le resine

delle dimenticanze, il tic come tale

di resistere. nel corridoio del nodo

scorsoio so il desco di scomodare

gli spettri paffuti, le muffe senza

limiti di età. la pianta grassa non

chiede proprio nulla eppure è strafelice

in una feritoia di terra di riporto.

così il rito scarnissimo del sonno

modo al dorso di piegarsi al dondolo.

18.

stati disadorni dolo l’attimo

con l’arrotino che grida per coltelli

senza banchetti né cialde di bambini

intenti e seri. Roma da ieri

è alla stiva dell’ultima valenza.

in tutto un orto di licenze e fosse

l’attrito del sangue di coagulo.

19.

il sillabario sulla sedia

il laboratorio elabori agli albori

quando la fune fuggì ladrocinio

in cima al cipresso sposo di cimasa,

dove il musico d’osso del far sì

ingannò la capsula del boia.

20.

le vitali stravaganze della nuca

quando lo sguardo va oltre la calce

verso gl’ingegni delle vestali

che premono dominio di sorriso.

tu che ti giovi di una cisterna secca

per premere a stecchetto l’orizzonte,

sappi che lo scheletro del mare

sa l’inchiostro che incontra le maree.

21.

vado a piangere la foggia delle foglie

le giungle al pugno che non sfondano

il muro. la malinconia del dado

in un incendio di dio atto a non

darsi. lo stipo della pagina si serra

rapidità della pallottola, lotta

prismatica madre di resistenza.

22.

nelle scartoffie a nudo

lo stormo a giostra delle rondini

il tempo scotto di spostare il verbo

verso le erranze delle celle.

23.

le rondini offuscate dalle rocce

la fatuità del fuoco

nella nullità che scarta

sé nella pienezza del vero.

lontani dal coro delle gioie

i manufatti del sale

le fratture che cedono per orfane.

fannullone l’acrobata vincente

sa far regalo di una zona in anima

di faro di festa di gran girotondo.

24.

nelle ortiche del vespro

le faccende delle truppe

il fantoccio che fa da petto

alla nullità del ciclo.

un po’ alla volta il calamaio del sangue

gira di trottola, torna a far di volta

questa gimcana credula del gelo

la venia della stoffa che si lacera.

la retrovia della nuca dà dolore

alla rarità del ritmo levante.

25.

e non sari che l’aria della sfinge

l’arca in cappio di perdere innocenza.

26.

allegrezze del sale il canto dell’angolo,

istinto di autunno il nome del mattino.

27.

cane avvinto, avvinto

allo spavento del cappio

l’io di guardia senza la, giù, salvezza

malvezzo di colui che fu soltanto

tradito dalle svendite, svestito

dal capestro delle dita

dalla fandonia inacidita

al dolo di una ventola di morgue.

28.

ti dà fiato d’alluvione

traguardo panico

questo dovere di dado già tratto

questa fandonia che duole più del dopo

scarto con le lancette magari all’orizzonte.

il letargo del guado è stato inciso

comunque, gorgo ferito dal rito

della cecità. domani è spranga

per la galera che guarda

elemosine e morie.

29.

portami un distacco che sia un coma

una rotula da far girar il mondo

selvatico encomio di se stesso

voltaggio di airone per un somarello

alla cava addetto, snello dirupo.

voltami la nuca verso un occiduo

duello d’ilarità in far d’amore,

rema con me questo cipresso

appresso appresso re della sua resina,

sistemami un apolide nell’occhio

china avvezza a smisurar le zattere.

30.

l’urlo sovrasta la mezzanotte

pendolo straccione

perno scalcinato

museo chiuso senza restauro.

in una busta le conchiglie che raccogli

stanno alla china della stasi

la cattiveria dell’odore non più di mare.

la gola rantolante della rotta

appena sotto squarcio ha un colloquio lampo

con le tombali borchie di ogni borgo.

31.

sale la botola all’apice del grano

diverbio in tasca scantinato e basta.

32.

ho visto una rondine storta

sopravvivere al vetro

citrullo trasparente

falso d’aria,

con i jeans storti ad afa

di paura giovanissima

clandestina in rima di puledro

o somarello candido

gli occhi nel dito di sangue.

33.

alludo ad un sapere solitario

un taxi senza licenza

un abbaìno nano

soprasotto il crollo.

uno spunzone da pianta grassa

disarmante bonomia di un attacco.

34.

e non sarai che l’aria della sfinge

l’arca in cappio di perdere innocenza.

35.

alla giuria chiederei la vanga

per seppellirmi.

sfinge di occaso un soldo sulla lingua

per braccare le origini devote.

alla genìa del baro che mi osserva

la valvola del gas per far cagnara.

per te che sei il letterato standard

presto la veronica per baciarti i piedi.

36.

dolore di soppiatto

newton della mela marcia

stampella di acredine alla volta

dell’impero del tormento

torre del sonno. la giusta luce

dal panno del sudario

dal nome che stona sullo stretto.

un esule in trionfo verrà a leggere

le giare del sangue

il seno in nodo della bàlia.

37.

3 pensieri su “da “Davanzali di pietà”, 2008, di Marina Pizzi

  1. uh, che fuga di metafore! una lettura complessa, con tanta visionarietà che metamorfizza il mondo

    alla primula sputerò l’ultimo dente

    agli spini della pianta grassa

    l’ultima gravissima grazia.

    chi legge non ha vita facile, ma oserò dire che forse le cose più interessanti accadono quando la frase sfiora l’asintattismo (per es. alla sezione 27).
    un lavorone che deve averti fatto tremare i polsi…
    renata

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