Giuliano Gramigna

da Quello che resta

In seduta

“Perché non mi chiede mai
se sono stato felice?
Eppure è qualcosa che conta
anche qui in analisi.
Non le importa della mia vita.
Nemmeno a me importava
in quei giorni ventosi sull’argine del Reno
nel ronzio dorato di biciclette
o sulla cime del Pont Neuf
super flumen Parisiorum.
Adesso importa al morticulus o moribondus
in postascolto di voci sperperate; e il resto.”
– Mio caro, tutto questo l’ha plagiato
dal dottor Lucian Gras.

*

Chi invoca che onoma
farfugliando non nella bocca
nella mente preclusa il-
logicienne du désastre
con colloqui perpetui dementi
inseguendo l’altro che è nascosto
dietro lo specchio o il fumo
dell’autobus
trema vibrando per tutta
l’argomentazione del suo corpo
Il tremito insiste arruffa
gli alfabeti Consegnare
un’unghia un pollice un piede
di sé esistente al dialogo furioso
alla malta ecolalica
dove lui parla e non parla l’Altro.

*

Non ha senso non ha consenso
ciò che disparla
fuori della civile conversazione
nuvola pozione
onirica distillata da svegli.
Incalzando qualcuno
che non risponde
legandosi al rogo di Bruno
nolano che nessuno accende.

*

“Parla. Non parlare.”
Rifiuta il potere della lingua
voltato verso l’angolo vuoto
della sua mente. “Eppure tanto intelligente
come mi sembrava essere.”
Spazzato bene bene il granaio
della mente – quieto demente
sulla pura soglia senza briciolo
di grano di loglio: due tre volte ritorto
come panno di bucato
con tutte le metafore storte.
– Lei caro Signore si crede morto
ma non è morto chi vuole.

I seminari e altro

Leggendo i seminari

come due interlocutori testardi
a sopraffarsi a non lasciarsi sopraffare
io decrepitando degrignolando verso l’anno
della tua morte come per raggiungerti
finalmente- ma tu folgori intangibile di genio
nella pagina ti burli dell’età
vegliardi doppi litigiosi macché
se la scintilla del leggere del capire del non capire
beatitudine estrema di ciò che prendi e non sai
intercambia la giovinezza Con i capelli ritti
gli occhiali spiritati il gesto promulgatorio
lui asceso alle strade del St Anne
propaga corpuscoli vertiginosi
polline dorato letturioso
via per i cunicoli dei nostri lobi
e sprizza un elettrico per ogni dove
Proclàmati e subito ritìrati Gran
Variago come un dio antico della nube
Buon secolo dottor Lacan

Visitatore di poesie


Sono disceso io morto fra tante poesie
come un visitatore fra le ombre dell’ade
ma a chi può interessare ciò che ho visto
sfogliando il libro di fogli come foglie
che portano scritte la sentenza di Sibilla;
supponendo un senso che sopravviva
a ogni sgorbio di penna o battito di computer.
Che senso puoi dare G. o chiunque tu sia?
Ogni pagina foglio si spoglia di essere soggetto,
sibila dolcemente scivolando nel sottomondo.
MA: tants que mes amis ne mourront pas, je ne
parlerai pas de la mort.

*

Si accenda nel fosforide
gloriosa qualità della mente
che promuove monstra et poèmas
– te lo scrivo nella lingua meticcia
in cui spiccicare finalmente
“quel che ho da dire”
(cara immagine fraterna
di un tal scrivente
nomato Antonio Porta) –
ma che che si accenda?

Piccolo poema per i tram
(e i bus) di Milano

*

In un abbaglio di meteora,
come il carro di Elia,
si sferra un tram dal niente –
fulgido (mai ci saliremo).
Una mano gentile e dura torce
dentro: ” Ma non volevi
vivere su questa terra?”

Non ce n’è più di vita

Incrociando via Paolo Sarpi

Stamattina una striscia
di Paolo Sarpi brilla nel sole.
Dalle devanture di un’ombra
danzerina fa sponda
a qualche pensiero epocale
da appuntare sul quaderno.
Ho sempre saputo che Milano
conteneva fette di felicità
per ciascuno. Ma invano, si capisce.
Forse l’incrociammo a caso
i mostacci barbouillés d’confiture
troppi bambini per l’appuntamento.
E’ rimasta lì
cibo infando beato intatto.

Questa poesia fu composta a mente
la sera del 4 gennaio ’99
camminando con piè un po’ incerto
(ma dignitoso) verso la morte.

La fulgurante I

in fondo trafugata
in granai-smemorie disgregatisi
per liquefazione de cerèbro
(così squisito dicono e poetico!);
già un crebro pulsare
di microidee affluendo vive
correnti di colpi vitali – frantumi o ciarpame
trovarobato; in che ambulacro
i lapilli del cervello “che fu sì vivo”
(un pulsare emetteva
radiazioni messaggi millenari);
dove si sarà depositata quell’ombra nulla
mobilia scranna bibelot di famiglia
mentale: ciò che non fui e non scrissi;
epperò eredità dell’Altro
motto siderante enunciato olim
e per sempre
la fulgurante console

La fulgurante II

la fulgida console che naturalmente
non gli appartiene
(non mai imitabile Stéphane)
ripescarla dalla cisterna
di forsevita Ricominciare una poesia
(quella!) da capo anzi dal rovescio
con minime catastrofiche varianti
come se non fosse più lui ma l’assente
a correggere reinterpretare far nuovo
C’è del nuovo? Un fantasma pantofola
nel corridoio e anche questo fu già scritto
chissà meglio con onore
not so sweet now as it was before

*

rompete schiume schiene ai ponti
acqua dove non ci si bagna mai due volte
meravigliosa limpida ardente
io accompagnavo le Senne
non una le tante
venute giù dalle pagine dai sogni dalle camminate
lungo i parapetti
acquasenna macché di memoria d’acqua
perturbante di sperma schizzato
che allarga lo spacco del discorso
ormai balbettio d’infacundus
nel blocco cerebrale

e camminò intatto
nella pienità del dire

Del libro futuro

Si tratta del libro futuro

Che fosse un punto più in là una pagina
più avanti un livre futur
che attraverso sgorbi abbagli
la griglia delle cancellature
spuntasse non il mai-detto
ma l’ombra di un errore nuovo
arrabbattandosi come insettino
nella merda scrittoria fifiltrando noia stupefatta
ebefatta delle mirabil cose
mai venute – così ricacciato in fondo
al ventre di troia che non l’isbrottò

L’innominabile

oft o’er my brain non chiamarla mente
cioè aperta improbabile sovrana
nella mente c’è un pacco
di cerebro condensato
come nei modelli di anatomia –

niente vela o volo o voluntas ch’articoli parola

eppure oft o’er my brain
does that strange fancy roll

ma rompere a ogni costo il passo
della metrica
se altro non c’è da rompere
nella dura cervice – pietrificata.
Fatti beffe di Keats
dei suoi prati venti sogni
della sua buffa oh buffa! traumdeutung
– e passava quieto di là nello spazio
limpido dello scrivere.
qui un cuofano che inzeppa
la discarica di ciò che fu la MENTE
opacità sasso uretrale mal della pietra
“nelle meningi mie son fatti i sassi”.
Non può sortire illesa
quella cosa innominabile p…[parusia]

Sulla porta di casa

*

Cupole d’azzurro saccheggiate
da strie di nuvole candide
o “un biplano fra sfatta nuvolaglia”-
lui lo scrisse una volta
e noi lo saccheggiammo.
Che altro ci resta da saccheggiare?
Non la sua nitidezza cinese
tanto meno il vuoto che rilega
tre cento mille cieli
dal Mlunzèl alla Funivia.
Sono morti, o stanno, quelli
che sapevano decrittare i nomi.
Bella langue pacificante
lingua di felicità.

*

La porta di casa fa resistenza
a rinciudersi alle mie spalle
quasi non volesse
mettermi fuori.
Ma io confondo continuamente
il dentro e il fuori. Non riesco
più a decifrare
le letterine dell’inconscio.

La visita a Ezra

Non the Old Maestro
enobarba enorme egoista e sublime
intorno a cui si affollavano a rispettosa distanza
gli stupidi ragazzini intimiditi
– che fu amato da Olga-
ojos claros in un arruffo di pel rosso
e scrivo come in un testamento
temendo che non passerò la notte

Ho inciampato due volte per le strade di Milano
e una voce mi dice
Nun me fa’ la terza
Ezra appuntò i nostri nomi
rispettosamente su cartoncini colorati
che ci innalzavano (non lo sapevamo)
al suo paradiso
e non osavamo articolare
il nostro inglese di scolari
Lui venuto in pigiama e pantofole heroico
a passi sbiechi per il corridoio
a farci fare il sogno
d’incontrare la poesia. Come camusi! come sciocchi!
ignari di ciò che saremmo stati anzi non saremmo
mai stati quantités négligeables
che mancavano al conto

(ora so che quel pomeriggio
è un cardine della mia vita)

*

Sono felice mi manda a dire
(o almeno io leggo così in quel suo verso).
Ma non mi rallegro
lo invidio lo detesto
perché non è ottenebrato
come me.
Mi vergogno di queste righe
non perché siano belle o brutte
ma perché cade anche l’acre
resistenza alla emozione.
non è una storia tragica e asciutta
ma l’insopportabile guaito
della bestia domestica.

(Giuliano Gramigna, Quello che resta, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003)

Biobibliografia

Giuliano Gramigna (Bologna 1920-Milano 2006)
Giornalista, poeta e romanziere. Nel 1948 si laureò in giurisprudenza all’Università di Milano. Collaborò a periodici (“Il Verri“, “Paragone“, “Aut-Aut“, “Botteghe oscure“, “Settimo giorno“, “La Fiera letteraria“) e a quotidiani (fra cui il “Corriere della Sera” e il “Corriere d’Informazione“). Al romanzo Un destino inutile (Ceschina, Milano 1958), sono seguiti L’eterna moglie (Rizzoli, Milano 1963); Marcel ritrovato (ibid.,1969; premio Selezione Campiello); L’empio Enea (ibid., 1972); Il gran trucco (ibid., 1978), che segnano l’itinerario di una sperimentazione formale sempre più audace; La festa del Centenario (Garzanti, Milano 1989). Numerose anche le sue raccolte di poesie: Taccuino (La Felsina, Bologna 1948); La pazienza (Rebellato, Padova 1959); Robinson in Lombardia (ibid., 1967); Esercizi di decomposizione (Editrice Magenta, Varese 1971); Il terzo incluso (Ipl, Milano 1980); Es-o-Es (Società di poesia, Milano 1980). Ha pubblicato due volumi di critica, La menzogna del romanzo (Garzanti, Milano 1980) e Le forme del desiderio (ibid., 1989).

(da Letteratura italiana. Dizionario degli autori, Asor Rosa dir., Giulio Einaudi Editore,2008 )

Selezione testi di Elena F. Ricciardi

8 pensieri su “Giuliano Gramigna

  1. grazie a te, Paolo (e a Elena).
    Giuliano, a mio parere, è stato un grande.
    ha saputo mediare tra livelli diversi di comunicazione, non rinunciando mai a una qualità altissima e raffinata.

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  2. Di poesia ci capisco poco o nulla, l’avevo già scritto e mi sono piaciute un sacco le lezioni di Sannelli, epperò penso di non dire una castroneria, questa volta, scrivendo che Gramigna mi piace. Riesce a scrivere poesie bellissime anche per uno scombussolato letterario come me.

    Ovviamente non lo conoscevo.

    Blackjack.

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