L’OGGETTO DELL’ARTE? MA L’UOMO, NO?

di: Guido Tedoldi

Appunti su una mostra di Nasan Tur, alla Riccardo Galleria Crespi di Milano di via Mellerio 1, fino al 31/5/2008 (dal lunedì al sabato h. 11÷13 e 15÷19:30)

L’inaugurazione di questa mostra è stata il 16 aprile scorso, preceduta da una presentazione avvenuta una settimana prima, il 9 aprile. Ne parlo adesso perché… ok, lo ammetto: non l’ho mica capita bene. Forse, se fossi andato alla presentazione, avrei capito di più, invece ho soltanto assistito alla vernice. Nei giorni successivi ho fatto qualche ricerca, senza venire a capo di granché.

Per quel che si vede, la mostra comincia con l’esposizione di alcuni oggetti dorati. Non si capisce cosa siano, e la gigantografia a settori appesa a una parete non aiuta. Si tratta di oggetti che l’artista ha trovato nella spazzatura e che ha placcato con uno strato d’oro.
Alcune copie di quelle opere le ha lasciate in giro per Milano, all’aperto, sotto l’occhio spione di alcune telecamere. La gente che passava poteva prenderle e portarsele via, oppure ignorarle, oppure fare tutte le cose intermedie tra questi due estremi. Come le pareva, dato che l’artista non aveva spiegato a nessuno cosa dovesse fare, o se ci fosse una «cosa giusta» da fare. Scopo delle telecamere era riprendere i comportamenti delle persone, anche dopo che da un certo posto gli oggetti erano stati portati via (per non essere, probabilmente, mai più ritrovati dall’artista). Quei filmati sono proiettati nel corso della mostra sulle pareti intorno agli oggetti dorati.

In un’altra stanza ci sono dei proiettori di diapositive. Le diapositive sono mille, e riprendono soggetti umani colti in strade di tutto il mondo.

In una terza stanza c’è un’installazione formata da un grosso cilindro lungo un paio di metri appeso al soffitto che gira sul proprio asse. Nel cilindro sono conficcati dei frammenti di specchi di diverse dimensioni, da pochi centimetri a quasi un metro quadro.
Sulle pareti di questa stanza c’è l’opera «Milano says», ovvero una serie di scritte trovate in giro per la città e infedelmente riportate – infedelmente nel senso che mentre le fonti sono scritte a pennarello e a spray, lasciate nel retro delle porte di qualche bagno pubblico oppure graffitate, l’artista le ha riportate qui usando lo stesso set di trasferelli grigi.

Dopo 5 minuti pensavo che l’artista mi stesse prendendo in giro. Non solo a me, che neanche mi conosceva, ma tutti quanti i visitatori.
Possibile?
Secondo il materiale informativo fornito dalla galleria e dalla curatrice Gabi Scardi, l’artista Nasan Tur è un turco nato in Germania nel 1974. Vive tra Berlino e Londra conducendo «una vita internazionale come molti artisti d’oggi», e in carriera ha esposto a Taiwan, in Nuova Zelanda e in Austria oltre che in varie città tedesche. In Italia arriva per la prima volta, ma per la galleria Crespi è quasi un classico essere la prima del nostro Paese a ospitare artisti stranieri in ascesa.
Sempre secondo il materiale informativo, il titolo della mostra è «Public Privacy» e ricerca «un itinerario tra pubblico e privato alla scoperta di quel “luogo” in cui sensibilità individuale e collettiva si intersecano».

Intanto, il giorno della vernice, facevo un altro giro. Poi un altro. Quando i significati mi sfuggono divento un mastino. Magari me li invento, ma qualcosa devo trovare.
L’artista era presente, ovviamente. E stava lavorando. Con macchina fotografica, telecamera e treppiede, si metteva in posizioni strategiche e riprendeva il pubblico. «Sto diventando anche io oggetto di un’opera d’arte», ho pensato. Il mio ego ipertrofico gongolava, per niente infastidito da qualsivoglia violazione della privacy Nasan Tur stesse tentando.
Sbang. «A me interesso io», ho pensato, «a Tur interessano gli esseri umani in genere, le loro interazioni, la loro vita colta mentre si sta svolgendo». A volte mi stupisco di me quando mi vengono in mente, senza che mi accorga di come si sono formati, concetti così compiuti. Anche se non sono proprio del tutto sicuro di averli capiti io stesso e quindi sto lì qualche minuto, o qualche quarto d’ora (o qualche giorno, come è successo per questo) a palleggiarmeli nel cervello per vedere cosa succede a guardarli da direzioni diverse.

Però, in effetti… Gli oggetti dorati, che sono pretesto per vedere l’effetto che fanno alla gente che se li trova davanti mentre cammina per la strada. Le diapositive di persone colte inconsapevoli sulle strade di tutto il mondo. L’installazione fatta di specchi, dove le persone si vedono a spizzichi e smozzichi cangianti, e inseguono con lo sguardo se stessi e le altre persone che le circondano. Perché tanto le scritte in trasferelli grigi sono appiccicate al muro e non disturbano, perché bisogna andarci ben vicini per leggerle come si deve, e comunque altro non sono che espressioni della creatività delle persone colte in momenti di estrema tensione e poi di relax come succede nei bagni pubblici (per esempio).
Nasan Tur osserva l’uomo, e costruisce opere tramite le quali fa osservare l’uomo al pubblico delle sue mostre.
D’altra parte, chi osserva mai gli altri uomini mentre cammina in giro per le strade del mondo? In strada gli altri esseri umani sono ostacoli da evitare alla stregua dei paletti di uno slalom. La strada è un posto, secondo il senso comune, che serve soltanto per andare di qua e di là; le cose e gli esseri umani li osservi quando sei in altri posti, semmai. Posti tipo le gallerie d’arte moderna.

Ehm.
Perché l’oggetto dell’arte, alla fine, è l’uomo… no? Cioè, ho capito bene… no?
Mmh.

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