Ennio Abate, “Salernitudine”

Renato Guttuso, Ragazzo alla finestra

Presentazione
di Michele Ranchetti

Tra le due quinte in prosa – due testi bellissimi – si apre il paesaggio meridionale della poesia di Abate. Chi legge, assiste ad una storia di paese e di infanzia, ne vede i particolari, le figure: il padre, ritratto da vecchio, impettito e quasi oleografico, soprattutto la madre, sempre presente in una memoria senza tempo né storia, i compagni di giochi, le tentazioni, che richiamano saghe, proverbi e storie di briganti ma non hanno nulla di incantato. Sono, anzi, oscure e ataviche, sgraziate e senza innocenza. Come senza innocenza è la poesia di Abate, che insegue e interroga le figure della sua origine per riconoscere la natura difficile e paurosa di se stesso bambino, senza alcuna pietà.

Questo carattere spietato esclude dal ricordo narrativo ogni idillio e ogni nostalgia; il paese può mutarsi nella memoria e nella storia che lo viene investendo, ma non diviene un luogo immaginario in cui si è fissata la prima giovinezza e da cui si è fuggiti per divenire adulti e consapevoli: è rimasto un paese reale e vivo, ed è la sua natura tragica a non piegarsi alla rievocazione. Nelle poesie di Abate, in particolare in quelle in salernitano, i personaggi non si mutano in caratteri: restano fissi in sé, come se il presepe del sordo della prima prosa li avesse accolti nella sua cartapesta. Il poeta li visita senza entrare nel loro tempo e neppure nella loro possibile rappresentazione; non li compone in un uno scenario diverso, uno scenario adulto. Il ragazzo che li ha incontrati non è cresciuto contro di loro, e per questo non li giudica, si limita a guardarli e non presta loro la paura che invece invade se stesso, anche al confronto con essi.

È possibile che il poeta si chieda, ora che vive altrove, e non è più un ragazzo ed ha scelto di non piegarsi a un mondo ostile, tutto il mondo, piuttosto di isolarsi, come chi si ritrae per attaccare meglio il nemico, tutti i nemici, da dove abbia origine la sua paura e quel rigore morale che a volte riconosce in se stesso. Ed ha provato a rivolgersi alla poesia, che è una forma più consapevole della prosa e certo della letteratura e della critica. Le poesie che ne sono nate sono dunque un’interrogazione sulla propria origine e sul senso di una educazione religiosa che, pur avendo duramente condizionato la sua esistenza, non sembra trovare alcun riscontro nella vita degli uomini.

Il percorso a ritroso non ha riconosciuto alcuna coerenza: i pezzi dell’esperienza non si sono ricomposti in una figura, anzi si sono frantumati in immagini senz’ombra, dure e incomprensibili, staccate dal resto che non ha forma né confini, fisse nell’istante del loro apparire poetico. Chi aveva voluto diventare testimone, anche di se stesso, è diventato un estraneo che non capisce la propria lingua (le due lingue del testo ne sono un segno). Eppure qualcosa si è dato, se chi legge diviene partecipe, se condivide con chi ha scritto queste poesie la sua necessità di prendere atto di sé e talvolta si incanta, come lui, per la bellezza di un verso o di un albero.

*

Salernitudine
di Ennio Abate

La città presepe

O’ surde abitava uno scantinato a piano terra senza servizi igienici. Prima dell’alba lo si sentiva sollevare con un gancio il tombino di ghisa della fogna appena costruita e versarvi dentro il suo bidone di liquami. La porta dello scantinato dava direttamente sulla strada ed era quasi sempre aperta. Chi passava lanciava un’occhiata all’interno.

Lui era sempre lì. Passava quasi tutta la sua giornata nel locale poco illuminato e maleodorante. Era un bravo elettrotecnico. Riparava le radio, allora ancora a valvole di vetro, piccole cupole che racchiudevano architetture di filamenti metallici. Ma aveva un’abilità ancora più attraente per i bambini: sotto Natale in quel suo scantinato costruiva un presepe così grande che nessuna stanza d’appartamento avrebbe potuto contenerlo.

Cominciava i preparativi agli inizi di dicembre. Accostava alla lunga parete di fondo ampi e robusti tavoli e vi faceva crescere sopra giorno dopo giorno una intelaiatura di pezzetti di legno, segati nelle giuste misure. Li inchiodava con brevi colpi di martello e l’impalcatura con archi e travature ben calibrati risultava alla fine solidissima. Poi segnava in anticipo con gessetti colorati i punti da illuminare: la grotta, i palazzi, le casette. Infilava piccole matasse di fili elettrici e ricopriva tutto con carta da pacchi marrone scuro spiegazzata e arricciata. Spruzzi di tempera di vario colore fingevano picchi nevosi, radure e vegetazione. Muschio e pungitopo, sabbia e sassolini ordinavano gli spazi orizzontali.

Alla fine il presepe somigliava alla città in cui si abitava. Era come vederne una sezione da lontano, da un peschereccio in mezzo al golfo o da un aereo. Palazzi e casette dalle architetture semplificate s’aggrappavano ai pendii verdeggianti come quei pochi che allora si vedevano nei dintorni.

Quando anche le statuine dei pastori erano ai loro posti, nel buio stanzone le luci colorate si accedevano e spegnevano e i ragazzi invitati allo spettacolo s’incantavano dietro le figure di pastori, macellai, pescivendoli, acquaioli, falegnami: un’immobile società in miniatura dispersa fra balzi, valloni, sentieri e anfratti.

Anno dopo anno o’presepie ro Surde presentò minime variazioni: la grotta prima più buia, poi illuminata da lampadine di vario colore ben celate; le montagne dalle superfici poco mosse a catene di plastici spuntoni; i pastori di gesso più tardi infrangibili e distribuiti in spazi meglio ripensati, più narrativi. E così la città attorno. Solo d’inverno pareva più minacciosa. Per tutta l’infanzia restò semplice da osservare ed esplorare: quasi un presepe sovradimensionato. Facili le corrispondenze fra i muschi di quell’artefatto immobile e la fitta vegetazione delle colline circostanti o fra i volti e gli abbigliamenti dei pastori e quelli della gente del vicinato o che girava per i vicoli.

Poi con violenta e non databile lacerazione, città e presepe si svilirono a mondo di cartapesta. La minaccia, prima invernale o incombente solo negli sguardi troppo ansiosi e nel dialetto più arrochito e tagliente, mostrò precisi luoghi di provenienza. Frenetici cantieri stavano sventrando la macchia verdastra: stroncarono querce e ulivi, sconvolsero coltivi e sentieri. Poi sempre più fitte quinte di muri – in tufo, in mattoni forati – velarono il golfo che si vedeva luccicare dalla finestra, ora compatto ora mutevole, da est fino ad ovest.

Il mutamento fu precipitoso e inafferrabile. Penetrò anche dentro con un più insidioso accumulo di paure, nozioni, catechismi e scolastici sezionamenti. Gli affetti, che prima si sedimentavano quotidiani e dolcemente durante le visite a parenti e conoscenti, divennero anch’essi contorti. Cominciò la fuga.

Il ragazzo osservava dalla finestra per ore il golfo. La debolezza lasciatagli dalla malattia rendeva fisso e lento il suo sguardo, che non si perdeva più nella lontana massa azzurra o in quelle verdastre delle due colline che la delimitavano, ma cercava più vicino, nei dintorni della casa gialla.

Qui altre volte aveva osservato il vento che aveva fatto cadere un cesto di vimini da un balcone, le traiettorie di due passanti che si erano quasi incrociate – all’insaputa di entrambi – in un punto del marciapiedi proprio all’angolo di un palazzo, un bambino che si era sporto troppo da un balcone. Allora tutto il paesaggio era sembrato mettersi in moto, iniziare un racconto, svelare catene di eventi sotto la sua superficie, chiedergli di farsi avanti. E lui, allarmato e ansioso, si era interrogato sul possibile seguito, inventando sorpresa e paure su quei volti così lontani e indistinguibili.

Ora, invece, registrò con freddezza l’avanzare guardingo di un gatto sulle tegole di un tetto là vicino, un volo d’uccello, il passaggio di un uomo nella strada, gli effetti smorzati di una raffica di vento sul fogliame.
E chiuse gli occhi. Seppe che aveva vissuto in un ritaglio di mondo e fra cose, animali e persone rimasti distanti e che sempre meno avrebbero badato a lui dietro quella finestra. Anche dopo la sua
morte sarebbe andata così. Quelle apparizioni non chiedevano più interventi e neppure la sua osservazione così ansiosa. Dove sprofondavano? Cominciò a scrivere.

*

O vviente


O vviente scummugliave
o cule ae gallinelle
e a nennelle da ceramiche
se ne veneva
ca vucchella rossa
e na voce lessa
addurosa e mandarine.

Il vento
Il vento scopriva | il culo alle gallinelle | e la ragazza della ceramica | se ne veniva | con la boccuccia rossa | e una vocina fievole | odorosa di mandarino.

*

Gallinelle

E chiovere è firnite.
O sicchie è chine r’acque.

Tornene fore e gallinelle
cull’arie e puttanelle
ca s’anna ra da fà
pe se ffà cucculà.

Gallinelle
Ha smesso di piovere. | Il secchio è pieno d’acqua. / Tornano fuori le gallinelle | con l’aria di puttanelle | che si devono dar da fare | per farsi coccolare.

*

Quacchose

Asciugave a mammema:
ro mercate arrivave
cu a bborse ra spesa
tutta surate
e nu poche nzine a spiave
pe capì.

Tutte e femmene
s’accuvavene quacchose.

Nunn’ere a stessa
ca cercave dint’e stalle
guardanne e vaccarelle
o e gallinelle accusciate sott’o sole
e manche chella cchiù misteriose
ca se grattavane – penzave –
e cicale luntane.

Nu stave nzine
ni sott’e mantesine
miezze e cosce
o e belle gonnelle;
forsse nu cummengiave
manche là.

(Mitigà! Mitigà! –
dicevene e zie pe ce sturnà.)

Ma cchiù ccà
dint’a a fantasie
ca ro munne
nge ffa nnammurà.

Qualcosa
Asciugavo mia madre: | arrivava dal mercato | con la borsa della spesa | tutta sudata | e un po’ in petto la spiavo | per capire. / Tutte le donne | nascondevano qualcosa. / Non era la stessa cosa | che cercavo nella stalla | guardando le mucche | o le gallinelle accovacciate sotto il sole | e neppure quella cosa più segreta | che si strofinavano – immaginavo – | le cicale irraggiungibili. / [Questa cosa] non stava nel petto | né sotto i grembiuli | in mezzo alle cosce | o alle belle gonne, | forse non cominciava | neppure da lì. / (Osserva! Osserva! – | dicevano le zie per distrarci.) / Ma più qua | dentro la fantasia | che del mondo | ci fa innamorare.

*

È passate

È passate
ccu l’uocchie e quanne
va a ppiglià nu trene d’ammore
e je nge corr’appriesse
ccu l’uocchie e chi nunn’à
manc’o
bigliette pe pagà.

È passata
È passata | con gli occhi di quando | va a prendere un treno d’amore | ed io la inseguo | con gli occhi di chi non ha | neppure [i soldi di] un biglietto da pagare.

*

Ccose grosse e piccirelle

Chella se metteve na mane dinta camicetta
e mme gguardave penzierose.

Ssì, ssì – diceve – je rire
sulamente ppe ccose piccirelle:
nu sciore, nu cilluzze, na stelle.

E tu, nzalanute, sempe a penzà
a morte, a miserie, ae malatie.

Nunn’ o ssaje cche fatiche s’addà ffà
e ccose piccirelle pe ffà campà?

E je, nziste: Voglie rire sule doppe
quanno o sciore sponte
mmiezze a nu campe chine e granurinio
a stelle luce ncoppa na città aggiustate
e volene l’aucielle senza piglià schiuppettate.

Ma o munne è malamente!
Chi vò troppe, chi vò tante
corre dritt’ ao campusante!

Co munne malandrine fammece pazzia.
Nge voglie pruvà.
Forsse primme do campusante
nu poche puchurille o putimm’accuncià.

Cose importanti e cose trascurabili
Quella si infilava una mano nella camicetta | e mi scrutava pensierosa. / Sì, sì – esclamava – io rido | soltanto per cose trascurabili: | un fiore, un uccello, una stella. / E tu, scimunito, sempre a pensare | alla morte, alla miseria, alle malattie. / Non sai che fatica ci vuole | per far vivere le piccole cose? / Ed io, testardo: Voglio ridere soltanto dopo | quando il fiore spunterà | in mezzo ad un campo pieno di granoturco | la stella luccicherà sopra una città ben rifatta | e gli uccelli voleranno senza rischiare schioppettate. / Ma il mondo è malvagio! | Chi vuole troppo, chi vuole molto | corre dritto al cimitero! / Lascia che io giochi col mondo malandrino. | Ci voglio provare. | Forse prima di finire al cimitero | possiamo aggiustarlo un poco.

*

Pulecenielle

Metà cavalle, metà cucchiere
qu
nn’ereme nfucate
pazze curreveme
e sfunnaveme rirenne
a gente, ca mbambalute e vetrine
regneve cumm’a caramelle culurate
nu vicule stritte: na cazetta e beffane.

E vrazze secche
e scutuliaveme
cumm’a pulecenielle:
Tiè, tiè, tiè!
Chist’ a regine
e chistu pu rre!

Pulcinelli
Metà cavalli, metà cocchieri | quando eravamo pieni di ardore | correvamo sfrenati | e sfondavamo ridendo | la folla, che imbambolata dalle vetrine | riempiva come caramelle colorate | un vicolo stretto: una calza di befana. / Le braccia esili | le agitavamo | come dei pulcinelli: | Tieni, tieni, tieni! | Questo alla regina | e questo per il re!

*

Tenebreia

Ah, cumm’è triste sta notte.
O ciele è tinte e morte.
Manchen’e stelle.
A lune s’è accuvate.
Nisciune mett’a cape fore da porte.

Mo vene na tempeste.
O mare s’è agitate.
O vviente sfrie pe ddint’e foglie.
E da muntagne cigulanne
sule nu carre scenne.

Ncoppe all’albere, la!
No, ncoppe e tufe
mamme sent’a disgrazie ro gufe:
a morte ca vene, a morte ca va.
Mitigà, mitigà!

Bbasce a spiaggie, chi ò ssà
n’ombre strisce, s’accosta, maronne!
Miezz’a vie a chest’ora chi passe?
Nu lampe fosse? Forse.

Si fa scuro
Ah, che triste questa notte. | Il cielo s’è tinto di morte. | Non ci sono le stelle. | La luna s’è nascosta.. Nessuno s’affaccia fuori dalla porta. / Arriva un temporale. | Il mare è agitato. | Il vento sfrigola nei mucchi di foglie. | E dalla montagna cigolando | scende solitario un carro. / Su quell’albero, là! | |No, sopra i tufi | mamma sente il malaugurio del gufo: | la morte che viene, la morte che va. | Guarda, guarda! / Giù alla spiaggia, chi lo sa | un’ombra striscia, s’avvicina, madonna! | Per strada a quest’ora chi passa? | Che sia un lampo? Forse.

*

Pateme

Miezza a terra, a ‘Ntessane
cu nu frustine e nucelle mmane.

A parlà cue viecchie cuntadine
re garofane, ro tiempe, re mandarine.

A stregne nu rinucchie nsanguinate
cumme si je fosse già nu surdate.

Na quaglje a vierne me purtaje na vote
mezza morte, ca cape accartucciate.

Pateme ere n’omme antiche.
Camminave mmiezze all’animale
e sapeve cummannà

cu na vvoce e stivale militare.

Pateme ere servatiche.
Verette na serpe divina
nge facett’ammore e l’accirette
l’accuvaje ncopp’o fiche

e nu lampe tutt’abbruciò
e isse scumparette dint’a notta nere.

Cheste ccose riche e pateme.
Sempe l’aggia fatte cchiù crure
pecché je, ra giovane, vulev’esse crure.

O ddoce e pateme e l’ammare songhe n’ata cosa:
stanne rint’a storia e na brutta guerre
ca facette luntane e mai me raccuntaje.

Mio padre
In mezzo ai campi, ad Antessano | con un frustino di nocciolo in mano. / A parlare con vecchi contadini | di garofani, del clima, di piante di mandarino. / A stringere un ginocchio insanguinato | come se io fossi già un soldato. / Una volta d’inverno mi portò una quaglia | già moribonda, col capo ripiegato. / Mio padre era un uomo all’antica. | Si muoveva [senza timori] fra gli animali | e sapeva comandare | con una voce da stivali militari. / Mio padre era selvatico. | Vide una serpe divina | ci fece assieme l’amore e l’uccise | la nascose su un fico | e un fulmine bruciò tutto | e lui scomparve in una notte nera. / Queste sono le cose che racconto di mio padre. | L’ho sempre dipinto più crudo | perché io, da giovane, così volevo essere. / Il dolce e l’amaro di mio padre sono altra cosa: | stanno nella storia di una crudele guerra | che lui fece lontano e mai mi raccontò.

*

Dicimme a morte

Cumme chiove
ncoppe e purtualle fracete!

Ca steve malate
ngio dicettere a bascia vocie:
o zie nuoste s’è troppe stancate
o zie è diventate viecchie.

Nun sente e serpiente.
Nun se cure cchiù
si e lucciole s’appiccene e stutene
nzieme e stelle.
E o fumme da pippa soje
nun ngia ffà cchiù

a sagliere nciele.

O zie vere na chiesa sott’acque
e sente ca e piscie accise se lamentene.

Dicimme a morte
ca turnasse n’ata vota.
O zie tene e piere troppe fridde
e nun pò ascì cu tutte st’acque e viente.

Diciamo alla morte
Come piove | sopra le arance [del Portogallo] fradice! / Che fosse malato | ce lo dissero a voce bassa: | nostro zio s’è stancato troppo | lo zio è diventato vecchio. / Non s’accorge dei serpenti. | Non si cura più | se le lucciole s’illuminano e spengono | in sintonia con le stelle. | E il fumo che usciva dalla sua pipa | non riesce più | a salire in alto. / Lo zio vede una chiesa sott’acqua | e sente i pesci uccisi lamentarsi. / Diciamo alla morte | di tornare in un altro momento | Lo zio ha i piedi gelidi | e non può uscire adesso che c’è il temporale.

*

Salernitudine

Febbraio.
Nerissime ombre di adalgise
s’adagiano nella purificatrice pomice della mia riflessione.

Vicoleggio.
Sbiadiscono intanto le nenie dagli usci
e in notturne, scalpiccianti analisi
un passante
spia l’esilio dei significati.

Portoni finestre
altri tempi o passanti
sottintesi di albe terse
tenerezze appannate
di un domani acutissimo.

L’anima mia si travasa nella notte.
Parto prima dell’evangelica sentinella della luce
mio non verificato paese.

*

Il presepe del mondo

Innamorarsi allora non era fatica.
Tremava il cuore
ma tutto unito si teneva
al corpo fragile.
L’albero bagnato di pioggia
era senza fogliame
però saldo nel tronco
e le radici immerse nella putredine
non sbagliavano profondità.

Magra l’adolescenza.
Intatto il presepe del mondo.

I pescatori tiravano le reti.
I pastori si appisolavano.
I pomi di fichidindia
davano sull’arancione violetto.
Nel vicolo c’era persino un ciabattino.

Poi la disobbedienza.
E ammutoliti i carillon
il burattino sventato
ha marciato sull’orlo della notte.

Ti poggio sul nero cuscino
animella mia sporca, carcassa di disamori.
Raccoglierò i detriti, i cieli che t’amputarono
gli abortiti messaggi di un delirio.
Rimedierai tu un colore a tanta morte nera.

*

Braciere di ricordi

Non più colpa né vanto l’abbandono.
Meno sacra l’antica fedeltà.
Accanto a cattiverie inzuccherate
metto, non peggiore, la mia:
intende altre ragioni
e scova alla base degli idoli la muffa.

Si smorza l’eco di un comune lamento.
Il viscido è asciutto, tutto.

Mondo dei domenicali panni
immagine rovescia
della mia feroce incolpevolezza
ti ripongo calmo in spazi e tempi
dove, no, amarci non fu concesso.

Braciere ti contengo ed ardo lento.

(da Salernitudine, Edizioni Ripostes 2003)

*

Ennio Abate è nato a Baronissi (Salerno) nel 1941. Si è trasferito a Milano nel ‘61, dove ha completato gli studi artistici e letterari e fino al 1998 ha insegnato italiano e storia nelle scuole superiori. Dagli anni Novanta ha cominciato a collaborare a varie riviste e associazioni culturali. È stato finalista al Premio di poesia Laura Nobile dell’Università di Siena nel 1992. Sue poesie, disegni, saggi e interventi critici sono apparsi su Allegoria, Hortus Musicus, Il gabellino, Il Monte Analogo, La ginestra, Inoltre, L’ospite ingrato, Qui. Appunti dal presente, Samizdat Cologno, Symbolon, Utopia concreta. Nel 2003 ha pubblicato Salernitudine (Edizioni Ripostes, Salerno), la prima sezione di un suo vasto Narratorio tuttora inedito. È redattore di Poliscritture.

5 pensieri su “Ennio Abate, “Salernitudine”

  1. Proprio vero, Giorgio, trovo degli accenti familiari.

    Trovo molto più interessanti le liriche in salernitano che si pongono in un mondo al di qua del bene e del male. Sembra che il poeta sia più a suo agio in una lingua che riporta immediatamente ad un mondo, a quel mondo (che conserva un senso comunitario e di condivisione), cosa che invece non succede pienamente nei versi in lingua, dove l’io trasborda, e il rapporto con la lingua e il soggetto si attarda in cifre novecentesche.

    Quelle in vernacolo sono davvero godibili nella loro “naturalezza” (virgoletto per motivi che è superfluo spiegare).

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  2. Anche a me, Luigi, sembra di avvertire un’aria di casa in questa infanzia, e sento vicini tanto l’incanto della bellezza di certi particolari di vita meridionale quanto l’asprezza della povertà e della violenza avvertita nella natura e nei rapporti; è qualcosa che mi riguarda anche la memoria precisissima nella collocazione storico-geografica e un paese e un’età senza idillio e senza innocenza. E il ragazzo che comincia a scrivere quando si rende conto di aver “vissuto in un ritaglio di mondo”.

    Forte quel presepe a far da cornice nella prima prosa, come pietra di paragone del prima e del dopo, l’infanzia contadina e la devastazione della nuova civiltà. E dentro la cornice, resa quasi in presa diretta nelle poesie in dialetto, l’infanzia apparentemente atemporale, inevitabilmente, come quando qualcosa si è fissata nel ricordo e rimane per sempre immodificabile, e nei suoi confronti è esplicita e dichiarata la rottura e impossibile un ritorno.

    Rispetto alle poesie in italiano, mi sembra in qualche modo nella necessità delle cose che lo sguardo dell’adulto in esse espresso risenta della storia e della cultura novecentesca, come tu dici. Mi sembra comunque salda la struttura dell’opera e grande l’unità di tono tra la cornice in prosa e le poesia. Più in generale, mi piace una scrittura asciutta, essenziale, anche aspra, e il tessuto fortemente ellittico, che lascia spazio all’immaginazione e all’intelligenza del lettore.

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  3. Caro Giorgio,
    mi capiti sempre a “fagiolo”.
    Io in quel di Salerno, in dettaglio Paestum, Velia,Agropoli,Vietri, Amalfi ci sono stato il 25 – 26 -27 aaprile scorso con Andrea per riorientare mia bussola ripescando tra avi naviganti e gli eleatici(te lo posso citare Parmenide?) pensanti all’essere.
    Scuasami l’autostima ma io ho pensiero veloce.
    Tu, caro Giorgio, neanche immagini che uso destro, mai maldestro,ho fatto di poesia “Gallinelle”:NON TE LO DIRO’ MAI! Giorgio, mi ispiri sempre.
    Un caro abbraccio.
    Marco

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  4. Caro Marco, sono lieto dell’apprezzamento e della sincronia, e sai anche che, al sentire nominare quei luoghi, io dico sempre, col Vate, “Ah perché non son io co’ miei pastori?”, soprattutto quando s’avvicina il “tempo di migrare”. Un abbraccio, a presto!

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  5. … Anzi, Marco, ispirato da questo scambio, e in attesa di chiarire di persona l’affare “gallinelle”, ti annuncio per domenica (intorno alle 12) un nuovo omaggio al sud, sempre su questi schermi.

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