Camillo Sbarbaro

a cura di Antonio Sparzani

Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888, centoventi anni fa. La sua poesia è quella dei grandi del Novecento. Qui trovate notizie su di lui; fu tra l’altro uno straordinario collezionista di licheni – le sue raccolte sono ora ospitate da importanti musei. Il volume L’opera in versi e in prosa – Poesie – Trucioli – Fuochi fatui – Cartoline in franchigia – Versioni, è stato pubblicato a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller da Garzanti, Milano 1985, II ediz. 1995. Il volume non comprende le poesie di Resine per espressa volontà dell’autore che non le considerava più veramente sue. Esse tuttavia sono state pubblicate: Resine, edizione critica a cura di Giampiero Costa, Libri Scheiwiller, Milano 1988. Per conoscere la sua anima, o comunque quello che ne traluce dai suoi versi, buona cosa sarebbe leggersi almeno tutta la raccolta Pianissimo, qui vi offro qualche brandello.

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.
lo torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’ acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.

lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.

inverno 1912
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Taci, anima mia. Son questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’ attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove
come debole vento un’acqua morta.

lo son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei…

E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Piccolo quando un canto d’ubriachi
giungevami all’ orecchio nella notte
d’impeto su dai libri mi levavo.
Dimentico di lor, la chiusa stanza
all’ aria della notte spalancavo
e mi sporgevo fuor della finestra
a bere il canto come un vino forte.
Con che occhi voltandomi guardavo
la chiusa stanza e dopo lei la casa
dove già tutti i lumi erano spenti!
Più d’una volta sulla fredda ardesia
al vento che passava nei capelli
alla pioggia che m’inzuppava il viso
io piansi delle lacrime insensate.

Adesso quell’inganno anche è caduto.
Ora so quanto amara sia la bocca
che canta spalancata verso il cielo.
Pur se ancora mi desta dal mio sonno
quel canto d’ubriachi per la via
ad ascoltar mi levo con sospeso
dall’improvvisa commozione il fiato,
e vado ancora a mettere la faccia
nel vento che i capelli mi scompigli.
Rinnovare vorrei l’amara ebrezza
e quel sottile brivido pel corpo,
e il ben perduto cui non credo più
piangere come allora…
Ma non m’escono
che scarse sciocche lacrime dagli occhi.

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Nel mio povero sangue qualche volta
fermentano gli oscuri desideri.
Vado per la città solo la notte,
e l’odore dei fondaci al ricordo
vince l’ odor dell’erba sotto il sole.

Rasento le miriadi degli esseri
sigillati in se stessi come tombe.
E batto a porte sconosciute. Salgo
scale consunte da generazioni.
La femmina che aspetta sulla porta
l’ubriaco che rece contro il muro
guardo con occhi di fraternità.
E certe volte subito trasalgono,
nell’andito malcerto in capo a cui
occhi di sangue paiono i fanali,
le mie nari che fiutano il Delitto.

Mi cresce dentro l’ansia di morire
senza avere il godibile goduto
senza avere il soffribile sofferto.
La volontà mi prende di gettare
come un ingombro inutile il mio nome.
Con per compagna la Perdizione
a cuor leggero andarmene pel mondo.

^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.

Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.

Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

5 pensieri su “Camillo Sbarbaro

  1. una vera meraviglia.
    solo a quest’ora ho avuto un po’ di tempo per godere dei versi di Sbarbaro, e mi hanno riportato alla mente emozioni fortissime e necessarie alla (mia) vita.
    mi associo a francesca: grazie.

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  2. Per Sbarbaro ho una particolare predilezione, è uno di quei poeti che non esibiscono la loro grandezza, eppure la sua linfa continua a scorrere in tanta poesia a lui successiva; uno di quei poeti che si amano e si sentono vicini, ma non incutono soggezione, forse perché ci si offre candidamente anche nelle sue debolezze; davvero azzeccata la definizione di Montale: “Sbarbaro estroso fanciullo”.

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  3. Lo si sente molto battere, il cuore, nella poesia di Sbarbaro (una delle ragioni credo, che affascina). Parola che ricorre, infatti, ben quatro volte nei testi qui proposti.

    Grazie, Antonio

    Giovanni

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