Alessandra Palmigiano, “La Seconda Natura”

6 poesie di Alessandra Palmigiano + Note di Luigi Metropoli

Non appartenere

I pensieri si piegano nella febbre
dietro angoli di cui non mi preoccupo
e tornarci così svagatamente, da turista
in mezzo a tutti quei divani coperti
dalla penombra di teli, di stanza
in stanza, sembra l’unica maniera
e quella dell’istinto migliore.
Ad ogni costo, in questi casi occorre
farsi d’aria, finire grati il giro
e non assumere lo sguardo del
proprietario terriero, che alla fine
dei giochi — appartiene.

*

L’indipendenza, ossia la dipendenza da sé

Mio padre era un padre di famiglia:
si è calato nel ruolo a quarant’anni
con naturalezza sconcertante
come io posso farmi insegnante
per via delle generazioni. D’altra parte
questo percorrere e tessere
incessante la tela dell’esistenza condivisa
del cieco riconoscere i simili
e gli ostili attraverso le loro vibrazioni
del promiscuo deporre le stesse uova
nelle prede inoculate insieme.
Tutto questo mi appartiene
come a una formica operaia
le ali che ha in serbo la specie.

*

Nostra Signora dei Rottweiler

Nostra Signora dei Rottweiler
queste cosce mature di quadricipiti
e rastremate al ginocchio
siano musi di cani da guardia
di razze artificiali e battano
rintocchi di potenza
senza cedere niente ai sodali
della necessità di essere soli
del silenzio che fa forti le fibre
e lento e duro il cuore.

*

Sleeper

Si tende ad essere poco per volta
nel minimo continuo fra tesa e sopracciglio
nell’inverno dell’estate. Lontano
dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo
del ritmo che non cambia il silenzio
Ritrovando il codice della guarigione
attendendo la parola d’ordine
che arrivi la natura, da un’altra parte.

*

Sniper:

Una vita nel massimo riparo
e nel costante pensiero della guerra
viene la morte a guardia della vita:
presidia le derive dei fotoni, i bagliori
della retina, della falce delle unghie:
For us there was no land beyond the Volga:
ed è l’istinto migliore a distogliere
da ciò che va crucialmente protetto
ad abbassare lo sguardo, e accettare
la discesa laddove la memoria
è il veleno del radon che si accumula
nelle cantine di un microcosmo
agito da forze secondarie
e di non immediata intuizione.

Ricalibrarsi sulla comprensione
dei piccoli moti e dei perni
le infinitesime turbolenze, i punti
d’equilibrio locale nelle lenti
d’aria: è la consegna che apre il baratro
e nel silenzio innesca
l’ordalia di un apprendistato
fondato sull’arte di dimenticare:
Accondiscendere al suo percolare
dentro gli alveoli della res extensa:
occorre arrenderla, e riconoscere nella resa
la propria unanime molecolare vocazione
a diventare ciò che si è
dinanzi al prossimo scatenarsi dell’alba.

Viene la morte a proteggere la vita
in ogni andito della privazione, l’arena
dove diventa atto la tensione
all’esemplarità. E si attesta sulla
minima dispersione: il metabolismo
del rettile è la sua entelechia
la primordiale economia dei movimenti
è la massima resa del proiettile.
La privazione illumina le soglie
e nel manifestarsi dei gradienti
realizza la fissione dei fondamentali:
il cosa alla pietà, alla compassione il come:
la traiettoria emana dalla pura volontà
la compassione misura il peso del proiettile.

E si declina nella precisione
rinnovando la fedeltà
alla filologia del nemico:
comprensione attraverso la distanza
dialogo e tessitura degli spostamenti
e cura interstiziale dello spazio.
Tenendo a freno la volontà
tra la seconda e la terza falange, in attesa
di percepire il varco, di acquisire
il senso che le api hanno del sole.
Nella simulazione giace la sostanza
nell’estensione del corteggiamento
il contatto fatale, il riconoscimento
il non sottrarsi alla hybris della somiglianza.

Ed alla fine, tutto avrà servito
l’esito. Ma potrà esporsi all’imminenza
dell’alba, alla cogenza del suo fronte
d’onda, soltanto ciò che si allinea e l’attraversa
con le ali serrate, o ciò che scocca
un’arringa apollinea, perché la morte arrivi
nel segno della neve come una persuasione:
la traiettoria mantenuta nel suo inverno, nel
silenzio del suo puro codice, nell’esistenza
e unicità della soluzione.
Torsioni che non devono gemmare
nel minimo varco tra seconda e terza vertebra
nel minimo oltre la barriera dei denti
affinché muoia prima di cadere.

*

Orizzonte degli eventi

Prego solo per questo rimanere
sulle cose che vengono bene
sulla grazia di questa pedalata
animalesca: non mi sfibreranno
i giochi le aperture le chiusure
né mi farò confondere dagli angoli
delle parole che consegnano troppe
cose, insieme troppe ma non vanno
a stanarle, non stanano le cose.

***

Note su La Seconda Natura
di Luigi Metropoli

Intitolare un libro di poesia La Seconda Natura (tutto maiuscolo, come accade per i titoli anglosassoni, ma forse in questo caso per un’assolutizzazione, consapevole o meno, di ciò che può essere la natura e il suo doppio) equivale ad elevare al quadrato l’ambiguità della poesia stessa: la si accoglie come forma mutagena per antonomasia, come equilibrio ineluttabilmente instabile, inafferrabile, come entità interstiziale che non è del tutto natura (non oggetto, né qualcosa di dato, ma che reca una traccia edenica) né rigorosamente convenzione (è lingua, sì, ma non veicolare: in grado, dunque, di far deragliare il convenzionale legame denotativo tra referente e segno). Alessandra Palmigiano con la sua raccolta abita esattamente il punto in cui la natura sfuma nell’arte (che – beninteso – è portatrice sana di artificio), senza che i confini siano distinti.

*

La stessa Alessandra ci offe una possibile esegesi del titolo: «Il tema della seconda natura si spiega attraverso la dualità tra ciò che è necessario e ciò che è convenzionale. È necessario ciò che non può essere altrimenti, ossia ciò che non dipende da dati di fatto accidentali. La natura di una cosa è quindi l’insieme di tutte le sue proprietà necessarie. La convenzione poggia per definizione sull’arbitrarietà, che è un atto di libertà: ad esempio sono arbitrari i nomi che associamo alle cose. L’unica condizione che regola la convenzione è la coerenza: una volta stipulato che quell’oggetto si chiama ’sedia’, non si può chiamarlo in alcun altro modo, se non si vuole rendere inservibile la convenzione. Detto altrimenti, la convenzione, vista dal suo interno, è indistinguibile dalla necessità e vista dall’esterno è il suo opposto. Ogni convenzione è seconda natura» (dal blog www.rebstein.wordpress.com). E ancora: «La seconda natura è sia […] l’armatura che ci tiene saldi a noi stessi, sia il fuoco che ci affina e ci cambia irreversibilmente, come prezzo da pagare per mantenere intatto ciò che conta davvero» (dal blog www.golfedombre.blogspot.com).

*

Il passaggio graduale da uno stato di necessità ad uno di arbitrarietà è di fatto un passaggio da un vincolo ad un altro, ai quali manca una effettiva libertà di fondo, quella terza via di cui Stefano Guglielmin, in un suo recente intervento sul volume, registrava la mancanza.
Il libro e la sua architettura lasciano emergere il radicale scientifico, la formazione di Alessandra (il tono ragionativo, la ricerca spasmodica di un centro, il tentativo di sistemazione ne sono testimoni, alla pari di alcuni intertitoli, piuttosto esplicativi: Lineamenti di un Apprendistato, Teoria e Tecnica). L’apprendistato s’inserisce pienamente in un processo formativo, culturale e dunque non naturale (si veda anche l’altro intertitolo Vestizione). È inoltre anche un percorso all’interno della lingua, della scrittura e della poesia, il riconoscerne pertanto la relazione con la seconda natura. Il controllo della materia lirica da parte dell’autrice percorre la strada di un impossibile fissaggio in un punto preciso, in un attimo, in una forma, almeno momentanea. Tuttavia al di là del metodo, della dedizione, si impone quell’ostinarsi della scrittura con sommovimenti sotterranei che la sottraggono di continuo. La scrittura è costretta a rincorrere il pensiero senza mai raggiungerlo, è una meditazione di secondo grado, senza tuttavia perdere in leggibilità e in armonia, poiché il pensiero si dà a grani, mai del tutto compiuto, e perciò lascia aperto lo spazio all’insinuarsi del quid poetico per riempirlo di senso ulteriore.

*

I versi sono grumi di pensiero che vengono espulsi nel loro compiersi. Il poeta li snocciola così come essi – frammenti di pensiero non del tutto sbozzolati – si vanno compiendo nella sua mente, prima ancora che nella sua bocca. Questa può essere una sotto-metafora, per così dire, “formale” della vestizione – seconda natura. Un compiersi di un fatto non ancora fattosi, la soglia (come ha osservato Marotta) tra l’informe e il formato, tra il caos e il già dato.
In qualche modo questo stare ancora “al di qua” è il senso della poesia, tutta. Salvare le svariate possibilità, la potenzialità prima ancora che diventi atto.

*

Si ravvisano nel libro almeno tre possibili significati di ciò che è seconda natura. 1) L’evolversi irredimibile (nel bene e nel male) delle cose e dell’essere umano: il passare dunque da uno stato di innocenza-ingenuità ad uno di esperienza-artificio, altrimenti detto (al di qua di ogni giudizio morale) passaggio dalla natura alla cultura. Questo potrebbe essere assunto come livello esegetico “letterale” (sulla scorta anche delle note d’autore sopra riportate). 2) Su un piano sia sociologico che antropologico, potrebbe essere una fase di transizione (che investe l’intera umanità, il nostro stare al mondo, secondo un clima socio-politico e oltre: i conflitti che emergono ad ogni verso dell’opera potrebbero esserne una spia) e/o una mutazione del nostro genere, il confronto non pacifico tra biologia e tecnologia (come suggerisce il disegno in copertina), letto in chiave “cronenberghiana” (facendo ricorso ad una categoria cinematografica): in entrambi i casi si assiste alla perdita di una già non chiara naturalezza in favore di un’ibridazione che smarrisce l’umano e con esso una ipotetica libertà (con riferimento al discorso intorno ai vincoli e alla terza via di cui sopra). 3) Seconda natura è la scrittura, con la sua caratteristica ancipite e mutagena, sorta di realtà di secondo grado (da necessità a convenzione), che determina inevitabilmente uno spazio separatorio dalle cose (non sfugga il ruolo della traduzione nel libro, molto più di un testo a fronte, anzi parte irrinunciabile alla costruzione del senso: come ha spiegato Alessandra, a volte la traduzione inglese è una chiave d’interpretazione del testo italiano). L’esergo di Massimo Sannelli sintetizza mirabilmente ognuna di queste possibilità.
Diversi punti dell’opera ci vengono in soccorso. Il primo testo, Non appartenere, ci anticipa la sostanza del libro: la mancanza di fissità e determinabilità, il mutare, il collocarsi in area interstiziale. Ma è L’indipendenza, ossia la dipendenza da sé a centrare la materia: “Mio padre era un padre di famiglia:/ si è calato nel ruolo a quarant’anni/ con naturalezza sconcertante” (p. 22).
Nostra Signora dei Rottweiler (su un tono solo apparentemente deangelisiano) ci conduce nella camera oscura bio-tecnologia, della trasmutazione genetica, di “razze artificiali” elaborate a tavolino (p. 32). Testi come Sleeper e Sniper sono contraddistinti da un’atmosfera di tensione e di belligeranza. Il primo richiama alla mente la via, “la natura, da un’altra parte” (p. 40), introducendo il tema della libertà e di una possibile “guarigione” (da una vita vissuta all’insegna dei vincoli?) nonché di una “parola d’ordine” (è la scrittura a dover far chiarezza o, peggio, siamo in attesa della catastrofe? Della perdita definitiva di ogni libertà individuale nel nome di un astratto quanto cupo “ordine”?).
Più interessante per il discorso sul rapporto tra realtà e scrittura è il componimento Orizzonte degli eventi: “né mi farò confondere dagli angoli/ delle parole che consegnano troppe/ cose, insieme troppe ma non vanno/ a stanarle, non stanano le cose” (p. 42), che rievoca la meditazione beckettiana di Giuliano Mesa e il suo abitare il silenzio (e le cose?) con quei versi così suggestivi (“ti vorrei nome, nome/ ti vorrei cosa, cosa// vorrei sapere/ e non sapere// senza parole/ senza più parole”).

*

Il libro si genera (e a sua volta genera) per parti progressivi (in) una scrittura che riconoscendosi “seconda” si intreccia con un altro grado della scrittura stessa: la traduzione. Un prodotto della seconda natura che racconta di un’operazione in fieri che non può lasciare “intatto” niente e nessuno. La poesia di Alessandra potrebbe anche dire dell’impossibilità di una terza via e/o comunque della ricerca di essa. Ad ogni modo, il libro oscilla tra quella felicità (speranza? ricerca dell’autentico?) e la sua negazione. Alessandra ha tracciato un percorso ed è nel (il?) percorso. In qualche modo è in trincea e di vedetta. La distanza al momento non può essere ancora “medicata”, ma la si vive come attesa.
Infine, una domanda, forse una provocazione: se la seconda natura è della lingua stessa (quella veicolare) e quindi si oppone alle cose (che diremmo prima natura), la lingua della poesia quanto seconda natura è rispetto a quella veicolare?

***

Alessandra Palmigiano (Catania, 1973). Dal 1996 la sua vita compie oscillazioni di lustri tra Amsterdam e Barcelona. Ha conseguito un dottorato in logica a Barcelona, dove gran parte delle poesie di questa raccolta sono state scritte. Questa raccolta, sua opera prima, è l’evoluzione della silloge omonima apparsa nel 2005 su Atelier 40.

21 pensieri su “Alessandra Palmigiano, “La Seconda Natura”

  1. Ringrazio Giorgio per l’ospitalità e Luigi per la grande attenzione che ha dedicato e continua a dedicare a questa raccolta. Come riferiva Luigi nella sua bella presentazione, selezioni di poesie tratte dalla “Seconda Natura” sono apparse
    anche in altri blog, ed ogni volta aspettavo con grande curiosità di vedere quali testi sarebbero stati scelti, ed in quale ordine sarebbero apparsi. Ovviamente ogni selezione è un percorso privilegiato, che racconta una storia diversa rispetto alla raccolta nel suo insieme, e questo non finisce di affascinarmi.
    Qui mi ha colpito moltissimo l’accostamento delle prime due poesie di questa selezione (che corrispondono rispettivamente alla prima e all’ultima della prima sezione del libro). Questo accostamento mette in evidenza il loro tema comune (che è anche una parola-chiave) dell’appartenenza (o della sua negazione). Il tema dell’appartenenza è anche un primo esempio che può illustrare il discorso sulla mutazione, che Luigi introduce già al quarto rigo del suo saggio. La mia formazione si è tutta svolta sotto il segno dell’appartenenza (ad un tessuto sociale e familiare, ad una comunità scientifica…), da cui ha tratto il suo senso; ma alla fine, la coerenza con questa formazione ha significato rinunciare a vivere questa appartenenza. E questo è il meccanismo della mutazione a cui Luigi accennava, a causa del quale le premesse vengono distorte nella loro negazione, paradossalmente per proteggerle, per preservarle.

    Alessandra

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  2. Grazie a te, Alessandra, per le tue poesie, e a Luigi per le sue dense note; sono lieto di proporre le une e le altre ai lettori de lapoesiaelospirito.

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  3. Anch’io, Alessandra, sono stato colpito dai diversi percorsi dentro il tuo testo e dalle diverse considerazioni che hanno originato.

    Una cosa che mi farebbe piacere, quando potrai, è conoscere cosa pensi rispetto al tema posto dalla domanda di Luigi:

    “se la seconda natura è della lingua stessa (quella veicolare) e quindi si oppone alle cose (che diremmo prima natura), la lingua della poesia quanto seconda natura è rispetto a quella veicolare?”

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  4. “…questo percorrere e tessere
    incessante la tela dell’esistenza condivisa
    del cieco riconoscere i simili
    e gli ostili attraverso le loro vibrazioni
    del promiscuo deporre le stesse uova
    nelle prede inoculate insieme.
    Tutto questo mi appartiene
    come a una formica operaia
    le ali che ha in serbo la specie.”

    Complimenti ad Alessandra Palmigiano.
    Grazie a Luigi Metropoli, per la lettura, e a Giorgio per la proposta.

    Giovanni

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  5. Molte grazie, Giovanni, per l’apprezzamento!

    “se la seconda natura è della lingua stessa (quella veicolare) e quindi si oppone alle cose (che diremmo prima natura), la lingua della poesia quanto seconda natura è rispetto a quella veicolare?”

    per rispondere a questa domanda mi riallaccerei al discorso che facevo prima sulla mutazione: la seconda natura (per come la vedo io) non vive necessariamente in opposizione alla prima, ma ne è una specializzazione; quindi ne sviluppa, portandone spesso alle estreme conseguenze, solo alcuni aspetti. Così la lingua della poesia, che è quella di cui tentiamo di dotarci scrivendo, un testo dopo l’altro, si specializza ad esempio (parlo per me) sulla densità semantica e sulla sintesi, sull’economia del dettato, e perde (o dimentica) altri aspetti, che investono o richiederebbero “ciò di cui *non* si può parlare”. Ciò che diventa seconda natura in qualunque pratica creativa è la frequentazione, la disciplina e il mestiere, che non garantiscono niente; i risultati, se e quando arrivano, sono sempre un miracolo.

    Alessandra

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  6. Vorrei ringraziare Luigi anche per l’accostamento di “Orizzonte degli eventi” ai versi di Giuliano Mesa, che non conoscevo.
    Il mio testo, come molti altri della raccolta, cerca di lavorare su più piani, ed in particolare i versi finali, se interpretati nel contesto specifico della prola poetica, possono essere letti come una riedizione del verso lapidario di Auden: “poetry makes nothing happen”, ma più in generale fanno riferimento alle parole ed ai discorsi allusivi della vita quotidiana, carichi di attese spesso non ripagate.

    Alessandra

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  7. Cara Alessandra, io non sono un poeta, ma amo la poesia, vi cerco le qualità che tu le attribuisci, l’intensità della parola e la sintesi, che ho trovato nei tuoi testi, nella modalità di una lingua che sfida in precisione la scienza.

    E’ suggestivo, il termine “seconda natura”, e coinvolge grandi temi: la scrittura, la natura umana, l’esperienza, ecc., temi in cui io mi smarrisco. Mi pare però che la definizione rischi di sembrare rigida.

    Questo potrebbe invece far pensare alla scrittura come a qualcosa di sempre aperto:

    «La seconda natura è sia […] l’armatura che ci tiene saldi a noi stessi, sia il fuoco che ci affina e ci cambia irreversibilmente, come prezzo da pagare per mantenere intatto ciò che conta davvero»

    Potrebbe far pensare che non è possibile un ritorno all’origine, certo, ma comunque la portiamo in noi. Così come, nei tuoi testi, nella condizione definita in termini “scientifici” s’insinua l'”attesa/di percepire il varco”.

    Anche quando dici che “i risultati, se e quando arrivano, sono sempre un miracolo” mi fai pensare alla stessa cosa. Insomma, nella convenzione mi pare che s’insinui nuovamente la natura, l’imprevisto. Mi sembra.

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  8. Grazie davvero, Giorgio, per l’apprezzamento! Sì, come dici tu,
    il tema della seconda natura, come emerge dall’insieme dei discorsi con cui ho cercato di delinearlo, è certamente un tema specifico, ma è anche astratto, e quindi ha il vantaggio di potersi calare in situazioni e contesti diversi. Uno degli sforzi nello strutturare la raccolta è stato proprio quello di delineare esempi e contesti significativi in cui fosse riconoscibile lo stesso meccanismo all’opera: l’esempio più concreto riguarda le abilità acquisite come schemi di coordinazione attraverso l’esposizione ripetuta (imparare a camminare, correre, nuotare, pattinare etc. ma anche a parlare, scrivere, disegnare, suonare uno strumento), fino a farle diventare istinto; l’affinamento progressivo di un gesto; tutto ciò che non richiede solo “conoscenza”, intesa come accesso (mnemonico, ad esempio) ad un insieme strutturato di informazioni, ma anche una modifica irreversibile del corpo geneticamente programmato ad acquisire quella data abilità, e che nell’acquisirla muta se stesso, si forgia e si specializza
    accettando di fissare irreversibilmente un numero di variazioni casuali, nel complesso irripetibili come i fiocchi di neve, che alla fine daranno luogo alla maniera unica con la quale ciascuno avrà acquisito quella determinata abilità.
    Ma altri contesti nei quali questi stessi meccanismi, a diversi livelli, si vedono all’opera sono ad esempio l’adesione ad una cultura; ad un’etica; ad una visione dell’esistenza: tutto ciò di cui sentiamo di essere imbevuti ma di cui non possiamo fare a meno di riconoscere il carattere convenzionale (parliamo, anche in sogno, l’italiano, ma avremmo potuto fare lo stesso con l’inglese; la cultura occidentale ci definisce e ci informa, ma se fossimo nati in Cina…).
    L’irreversibilità di questo cambiamento è il prezzo da pagare per l’acquisizione della seconda natura, in qualunque contesto si applichi. Acquisizione come istinto ed irreversibilità sono i due aspetti della seconda natura, inscindibili come poli magnetici.

    Questa vorrebe essere una spiegazione un po’ più estesa di quello che provavo a dire nella frase un po’ sibillina che citavi: il tema è per sua natura(!) molto intrecciato e a volte si fa fatica ad isolarne un percorso…

    Alessandra

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  9. Grazie, Alessandra, della risposta, che mi ha ulteriormente chiarito. Anche nella tua raccolta ho notato una grande compattezza stilistica e concettuale.

    Mi rimane però l’idea che quello che tu intendi con “seconda natura” possa ben innestarsi nella “prima natura”, che siamo continuamente in gioco, insomma… Chissà…

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  10. Sì, la seconda natura si innesta nella prima, come ben dici tu, Giorgio, ed a questo proposito vorrei spendere qualche parola di spiegazione sulla mia scelta dei testi in esergo alla raccolta: il primo testo, di Massimo Sannelli, parla della scrittura (in un modo che si applica anche, come diceva benissimo Luigi, alla seconda natura) come corpo parallelo, come armatura vuota e perfetta che non contiene alcuna forza, perché la forza si è manifestata (e quindi è stata già spesa) nella sua forgiatura. Questo testo descrive gli effetti, il punto d’arrivo, la sostituzione compiuta e definitiva di un corpo animato con un altro, ed è vuota, perché il potenziale (dell’ex bambino timido) si è già espresso. Il secondo testo, di Neil Gaiman, parla di una comunità di animali-persone, la cui doppia natura non è né strana né contraddittoria: la fusione del loro essere umani ed essere animali, come le strisce su una zebra, crea qualcos’*altro*. Possiamo leggere questa parte come una descrizione dell’aspetto dinamico, del processo di acquisizione della seconda natura secondo il familiare schema hegeliano di tesi, antitesi e sintesi. Ma il testo a questo punto continua con una frase che non ha nessuna conseguenza nel resto del libro di Gaiman, ma che ha viaggiato a lungo dentro di me: c’è un individuo di questa comunità che rappresenta l’eccezione all’armonia della presenza simultanea e compenetrata delle due nature che si riscontrava negli altri membri della comunità: la doppia natura di questo individuo si realizza nella compresenza stridente del suo essere umano e quasi-umano (Then he got it. `Monkey,’ he said. `You are Monkey.’). Ciò che stride ed impedisce l’armonia non è la differenza o l’alterità, che anzi, agendo come una differenza di potenziale, genera energia, ma piuttosto la *somiglianza*.

    Alessandra

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  11. Scusate il ritardo (à la Troisi), ma sono stato fuori e non avevo avuto modo di sapere dell’inserimento di Giorgio dei testi di Alessandra e delle note.

    Mi attarderei su quella frase di Alessandra, circa la pratica poetica che è “mestiere”: “i risultati quando arrivano sono sempre un miracolo”.
    Ecco, questa è la via terza, di cui anche Stefano diceva, quell’essere sospesi (o forse stare sotto, non saprei) che s’insinua tra la prima e la seconda natura. L’imprevisto, l’anello che non tiene, per dirla con Montale. La poesia (e forse con essa l’essere umano in senso filogenetico ed ontogenetico) si crea in una fortuita congiunzione di contesto, situazione e un pizzico di individualità che ci è dato in origine come tratto distintivo. In effetti è un cortocircuito che non garantisce per forza un risultato, ma capita quasi come una congiunzione astrale (mi sono un po’ ispirato a delle affermazione di Kubler circa il presunto “genio”, con buona pace di Bloom & C.).

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  12. Grazie ad Alessandra per la risposta e a Luigi per l’intervento – in ritardo (scusami per non averti avvisato dell’avvenuta uscita del post) ma gradito e chiaro come sempre.

    Sono contento, Luigi, di quello che dici, e in particolare anch’io sono stato colpito dalla stessa frase di Alessandra: “i risultati, se e quando arrivano, sono sempre un miracolo”.

    Certo, c’è un disporsi all’ascolto, l’educazione di un certo modo di guardare alle cose, un habitus dell’artista che va coltivato, ma alla fin fine pare anche a me che decisivo sia l’imprevisto, per l’arte e per rimescolare la nostra “natura”.

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  13. Sempre a proposito della selezione di testi proposta da Giorgio,
    volevo dire qualcosa sulla sequenza degli ultimi quattro testi, che io non posso fare a meno di leggere ‘concentricamente’, ossia vedo “Sleeper” e “sniper” come circoscritti da “Nostra Signora dei Rottweiler” e “Orizzonte degli eventi”. In tutta questa sequenza domina il tema dell’attesa – direi quasi la tecnica dell’attesa – Ma Rottweiler e Orizzonte sono anche accomunate dal panorama mentale e da considerazioni scaturite dalla mia “cultura dello spinning” (che col tempo è diventato una parte rilevante del mio personale apprendistato). A questo proposito ho pensato di riportare qui sotto un testo del 16 Dicembre scorso, che appare sempre qui su poesiaespirito a commento di un post di Massimo Sannelli: spero sia utile.

    Alessandra
    ——————————-

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/12/12/conosci-te-stesso-scuola-di-poesia-2/

    Massimo Sannelli mi ha invitato ad intervenire sul rapporto corpo-lingua: mi riesce più facile iniziare ricollegando questo tema aquello del “conosci te stesso”, ed in particolare ad una osservazione riportata nella descrizione del Modulo IV degli appunti del corso di
    scrittura: “l’arte è solo fino ad un certo punto invenzione e finzione; l’arte è *anche* uno specchio di ciò che siamo, non siamo, vogliamo, non vogliamo, possiamo, non possiamo.” Sia il corpo sia la lingua sono limiti e strumenti per comunicare il nostro essere, volere, potere.
    In quanto limiti, sono entrambi l’oggetto di strategie; in quanto strumenti, richiedono entrambi l’acquisizione di una tecnica.

    Parlo del corpo perché è più facile, ma sarà altrettanto facile applicare queste considerazioni alla lingua. Più precisamente vorrei raccontare qualcosa sulla mia esperienza del “conosci te stesso” attraverso il corpo.
    Il mio è il corpo di uno spinner, ossia di chi pratica ciclismo indoor.

    La prima volta che vidi una sessione di spinning provai sconcerto: gente che, per gestire le tossine, l’eccesso di calorie e la dipendenza da ciò che non dovrebbe mangiare in ogni caso, induce ed immette altre tossine, altro stress ed altra dipendenza, sopportando ritmi infernali e musica ad altissimo volume, sudando a rivoli e costringendosi in pochissimo spazio personale. È difficile per me trovare una resa più icastica della decadenza: c’è la componente dell’astrazione e della simulazione di un’attività data e preesistente (si simula il ciclismo da strada o da montagna), il suo conseguente raffinamento (nel senso della benzina, dello zucchero o della cocaina) la focalizzazione esasperata su un unico aspetto (quello dell’accelerazione aggressiva del metabolismo). C’è la
    proiezione al massimo rendimento e c’è l’investimento economico (relativamente) alto (bicicletta, cardiofrequenzimetro). Lo spinning induce cambiamenti metabolici, ormonali, biochimici profondi: resistenza all’insulina, livelli di colesterolo, serotonina, endorfine, battito cardiaco e pressione sanguigna a riposo: tutto cambia, talvolta non in meglio.
    Il corpo diventa una fornace che brucia insieme zuccheri, tessuto adiposo e muscolare e dà fondo ai suoi preziosi antiossidanti. Se ne potrebbe concludere che tutto questo
    sia male, ma in realtà dà solo l’idea delle possibilità e della potenza dello strumento. Dallo sconcerto iniziale, dal tradimento apparente dell’istinto, lo spinning è diventato una forma di studium, e dopo un anno mi ha dato da lavorare e da vivere. Insegnare la maniera corretta di fare spinning è stata una delle esperienze più felici e compiute della mia vita, e per chi come me lavora nella ricerca di base, vedere come il proprio lavoro abbia piccole ricadute concrete sulla vita degli altri non è per niente banale.

    Fino all’università non tenevo per nulla in conto il corpo, e di fatto lo subivo. Quando ho dovuto trasferirmi a Barcellona avevo tempo per le mani e libertà da gestire, e sconfitta e una forma di lutto da assimilare. Non volevo amici per via delle ferite, dovevo prendermi cura della mia salute per poter lavorare. “Volersi bene” è una cosa
    oscena: si ama ciò che è altro da sé, se si è integri non “ci si vuole bene”: si sta dalla propria parte e si segue la propria natura, e ciò basta. Quando si sta male l’istinto non funziona più. Ma la memoria dell’istinto mi diceva che nuotare sarebbe stato un bene. Passavo ore in piscina, nuotando e facendo esercizi, tacendo e ascoltando, riflettendo ed osservando.

    Il corpo insegna che la leggerezza deriva da forza, coordinazione e controllo. Che non ha senso giudicarsi forti o deboli, elastici o rigidi, resistenti o fragili,
    coordinati o scoordinati in assoluto, che queste qualità sono in realtà parametri che cambiano momento per momento. Che, per superare la prova che si affronta, deve bastare ciò che si è o che si ha qui ed ora, ed affinché basti, si
    deve far funzionare al meglio ciò che si è o si ha qui ed ora.

    Ed anche la bellezza è così: quando alle attrici viene chiesto il tipico consiglio di bellezza, tipicamente e
    (pensavo) retoricamente rispondono: essere se stessi. Ma non è una risposta retorica, ed è anzi l’unica
    possibile se viene inquadrata in un contesto proattivo (parola orribile ma non ne ho di più esatte) in cui, di volta in volta e senza esprimere giudizi assoluti, si valuta la situazione e si agisce per tirare fuori il meglio di ciò che si è in quel momento. E certo, ci vuole quel minimo coraggio di guardare la situazione senza raccontarsi menzogne. Ma la ricompensa è che non ci sarà più differenza tra essere ed apparire.

    Il corpo è sempre stato al confine, oppure oltre il confine di ciò di cui almeno fino ad ora ho potuto parlare in poesia. A me interessa il salto, non il corpo che salta: nel salto ben eseguito, il corpo scompare.

    Alessandra

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  14. Cara Alessandra, ho un’altra domanda, suggeritami dalle cose fin qui dette. L’idea dell’imprevisto e del “varco” mi fa venire in mente questo: poiché la poesia libera la parola dal chiacchiericcio e la immerge nel vivo delle vicende umane, anche in ciò che è prima della parola, non potrebbe essere un modo per andare al di là della “seconda natura”?

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  15. Non vorrei sbagliare, ma credo che la selezione che Giorgio personalmente ha effettuato delle 6 poesie risponda alle esigenze delle mie note. Sono le 6 poesie citate, forse non a caso e forse seguendo un filo…

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  16. È vero, Luigi: la selezione certamente risponde alle esigenze di leggibilità delle tue note, ma è una selezione minimale (ossia compaiono *solo* i testi citati nelle note, come per concentrare l’attenzione su quelli) e non riproduce l’ordine in cui le poesie compaiono nella raccolta (per riprodurre il quale, Orizzonte degli eventi dovrebbe trovarsi fra Sleeper e Sniper).
    Quindi bisognerebbe chiedere a Giorgio quale sia il filo che lo ha guidato…

    A presto,
    Alessandra

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  17. E’ come dice Luigi, Alessandra, ho preferito dare modo ai lettori di verificare sui testi quello che Luigi diceva nelle sue “Note” – e non aggiungere altre poesie per non appesantire un post già ricco.

    Nel frattempo, nella domanda che facevo prima, se la poesia “non potrebbe essere un modo per andare al di là della “seconda natura”?”, si potrebbe sostituire “al di là” con “al di qua”, sempre intendendo la poesia come un “varco”…

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  18. Scorgere volti umani all’interno di configurazioni casuali (come le nuvole) è una caratteristica della nostra specie: allo stesso modo il nostro stare al mondo non può fare a meno di attribuire senso, anche dove il senso non può esistere. E così la produzione di poesia, come caratteristica della specie, può essere vista come il prolungamento di questo esercizio di attribuzione di senso, un tentativo incessante di trovare il varco che ci connetta alle cose. La seconda natura, in ultima analisi, è cio che siamo diventati, la somma vettoriale di spinte in parte casuali e in parte derivanti dalle nostre necessarie premesse; è ciò che non possiamo più fare a meno di essere, e che quindi non può essere superato: il superamento consiste, dall’interno di ciò che si è, nel tentativo di scorgere insieme un volto o un senso (che non sarà lo stesso volto né lo stesso senso) e provare a condividerlo.

    Grazie ancora,
    Alessandra

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  19. Grazie a te, Alessandra, di questi approfondimenti, e ancora un grazie a Luigi per le sue note.

    A entrambi, e a tutti i lettori, un caro saluto.

    PS: quando vorrai, Alessandra, sarà per me un piacere leggere e proporre altri tuoi testi, anche lavori in corso.

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  20. Io credo alla casualità più che alla causalità, proprio perché quell'”esercizio di attribuzione di senso” nasce (quasi) sempre a posteriori. O meglio, talvolta è l’istinto che porta a certi percorsi e scelte. Mi riferisco alla selezione offerta qui da Giorgio.
    SI può allacciare ciò a quel che dici circa la seconda natura?
    Mi sa di sì, ma è ancora un altro discorso…

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  21. Caro Luigi, credo che la scelta di Giorgio di riservare l’ultimo posto (d’onore) ad Orizzonte degli eventi – casuale o piuttosto guidata dall’istinto/ispirazione – sia stata una scelta felice, perché è il testo dove si fanno i riferimenti più espliciti alla parola (poetica e non), che comunque è sempre stata al centro dei tuoi interessi e del tuo taglio critico sulla raccolta.
    Sarei felice di sapere quale sia quell’altro discorso, se vorrai accennarlo: a me, leggere Orizzonte dopo sniper dà l’idea di un colpo di coda verso l’alto, quello con cui i delfini escono dall’acqua e il fotografo li fissa nel volo, e la ricaduta diventa irrilevante.

    Alessandra

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