da Summulae
Forse ciascuno
toglie un velo
al mistero del mondo
o lo aggiunge
*
E un accordo, quasi primitivo,
con l’immodesto passante
che attrae su di sé l’attenzione e
noncurante scompare
senza concedersi.
*
Il solito carico di anime di anni
di agguerriti de profundis,
un solo dizionario cui rivolgersi
con passione, la stessa un giorno
dell’amore. Nessuno si accorse,
preso com’era dalla scena,
che vicino uno
ci ritraeva sul quadro
(una volta saremmo accorsi a vedere
dalla curiosità di sapere
se era fedele il ritratto)
da L’ostrabismo cara
lo strale stanato e per scommessa,
l’ombretto bagnato nella fucina ho
trovato piega e piagata col liquido
tuo giovereccio
questa indemoniata o indemoniato
non so che perché è stato più
un balzo che altro, ecco perché
assortivano molto le catenelle
perché le bacche filtravano rosso
e spingi e malta
ti vedevano i lutti
per questo col limite un opossum
non più belava esitata fusione
il gelato il pelato ospite anziano
distallato dal mosto,
quello tentato stasa per dire
a quel punto ho visto quale era
*
pilone estremo quale boriosità di sorprendere
lo stacco del dolore nella branda del semen
al socchiuso bugnato è sfuggita la lettera sub
come se fosse tarantellato all’indice
e a essere ti catturasse senza spacci
solo col dentifricio dell’abitacolo
da Piumana
lo spaccato rincara verso il grembiule autonomo
tanto per impastare questa voce
intorbàti gli strappi per la trancia avvizzita al terminale
rimpatriando troneggia
come un dì i papalini sul divieto
*
rifatto al dolo chi di Mercatale perdibimbo perbene
arrovesciato, il carico sbavato come sdoppia.
Tante scolte s’alzavano scoperte al passare
del lombo, balordendo l’anello ricalcato:
così la schiena in testa avvolta nell’alzata
del pedale, avvitando lo scialle,
l’unico distintivo si rincorre
tra scopa e lobo in ultima sembianza
prima che con le botte si diffonda
la ditata del giorno di permesso
*
inventorio dilato di strabicchio, dicea
l’oca disdetta, madonnino scapato,
roba dell’incidente da degenza
s’ora Cola ripicca sul getto agli abbaini
l’embargo di santini mentre due statue dentro il pignolato
il casotto abbottona al tiro bianco
com’è defenestrato
l’ottico degli sforza
da Cori non io
una terra così non la dettavo
con le lodi ai caselli e con le fide
disabili che passano alle sfide.
Fasciare il caos facevo la cartella
salire fa la ridda per le rade incallite
e lei che sfianca,
vai ci saranno gli inni vili e cari…
finché si attiva in un pascolo il suo
fasto e impaginazione, già la critica
della dura magione. E io le dico:
“questo è il costo di un rigo”
da Merisi
la scena del mendicante che s’avvicina
t’accarezza e ti preme, degnamente,
sorride e ti colpisce, la preghiera
si muta nella presa dei polsi invoca
l’offesa e la pena dura
della catena
*
Ti dico che con l’età mi sei venuta
a prendere all’ingresso del giardino
a fare nel viale con l’astuta
ombra d’avere un altro pensierino –
mi dice le parole dell’onore
e fruscia piano il vento al vestitino
già l’ora di rientrare
*
A fare te l’amico dei miei sogni
portato con il cuore a visitare
il mare e ai confini di terre
straniere finché ha resistito
memoria del nome; e dire
che penso ancora all’arena
ai giochi d’estate
ai fuochi…
o forse a colpire la terra che s’innamori
la luna, la passante, la riva
conosca me mi chiami. E quello
spettatore invisibile che al punto
del pensiero ritorna e vede.
O a nessuno stretto, e solo
la mia passione
da Preghiera del nome
L’intarsiatore pensa:
ogni giorno arrivando in questa via ignota
da una delle tante case a fare il mondo –
qui faccio il mondo –
e la gloria
piove la gloria dalle vie che attraverso, dalle finestre
delle vecchie case della mia città, dallo stesso cielo.
*
Finito io è finito tutto – dice Vittorio- sì
tutti lo possono dire ma nel mio caso è diverso.
E’ vero, Vittorio, ma era per questo che lottavi,
perché tutto si appiattisse, gioire morire,
e la luce diventasse un rosa pastello, falsa,
e tutti burattini uguali
a sgambettare, domanda e risposta, e smancerie,
anche la matrice, prima era in fabbrica, è scomparsa
non si capisce più chi li fa questi omini di legno.
Preghiera
Quel profilo di pietra – i parenti non capiranno mai –
vorrei provarlo, mio Dio, come la luce lo sfiora
e le linee non mutano, non c’è niente che possa muoverle,
e Tu mi dici: “Toccherà anche a te, non correre,
ti fermerai in una medaglia, in uno stile,
o in una rupe, nella vena di una roccia,
e sarai là per sempre insieme agli altri giusti profili,
agli animali, alle piante,
vedi quest’albero scolpito
e questa lince che sembra viva
proprio perché tutti possiamo dire che pare”.
*
Dimmi, Maria, tu che sai per intercessione,
perché temo tanto che questo vaso si spezzi?
“Esso abbellisce”, rispondevi.
E perché temo tanto
che un bambino possa danneggiare, distruggere?
“Sai quanto male facciamo! Rovine , disastri,
le peggiori azioni. Mentre sei a casa tranquillo
e riposi e lavori, la tua vera natura è altrove.
Così non è lui, quello colto in flagrante, l’assassino.
E quell’altra morte, inspiegabile, non fu una disgrazia”
da Una comunità degli animi
Mai fu bagnata la pianura col pianto.
E il massimo dolore cos’è più
nell’aria appena fuori del corpo affranto?
*
Non s’interrompe la rappresentazione,
il cammino.
Esempio di un’avanzata protesa
fino all’ultimo passo: non c’è sosta,
risparmio, rinuncia o ritirata,
eroico il movimento degli uomini.
*
Non è un interlocutore, o persona
che si delinea, è sangue,
è liquore che scorre
forgiato dai raggi dei cieli,
sospinto dal tempo delle orazioni,
e non c’è orante, non c’è divinità,
è svelato il corposo colore
che ha accolto vento e sabbia,
silenziosi bruciori, membrane
e fugacissime espressioni.
*
Non volano gli anni, è l’uomo
che si affanna a misurare con il tempo
i cambiamenti della carne, del cuore.
Infinito dolore lo lega
al paradiso perduto senza rimedio.
Attimi di gioia, idea dell’eterno,
invenzioni, appelli continui
per contrastar la discesa. O abbandonarsi
e rendere dolce la resa.
da Passanti
“Sono ancora qui, ma vi prego, credetemi,
è stata l’argilla,
a rendermi così dolente e fragile,
nient’altro che la terra dove sono nato”
Chi crede di avere una stanza,
una sicura dimora, una stabile residenza,
non vede su quale carro di nomadi e carovana,
in che scia di presenze , in quale flusso,
in quale leggero e rapido transito
scorre
*
a Bernard Simeone
Niente va altrove
di questa vita finita, e non c’è la fine –
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
o trattenere qualcosa
o superarla –
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono
ma se lasciate a sé
niente muore
( Cesare Viviani, Poesie 1967- 2002 , Oscar Mondadori, Milano 2003 )
Selezione testi di Elena F. Ricciardi