Poesie di Alejandra PIZARNIK

(I testi di Alejandra Pizarnik e le traduzioni di Florinda Fusco sono tratti da Trame di letteratura comparata, diretta da Franco Buffoni, anno IV, 2004, numero 8/9, pag. 113-139.)

Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 29 aprile 1936 – Buenos Aires, 25 settembre 1972)

La noche

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.

Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.

Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.

Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima immensa delira
y grita que algo se fue para siempre.

Alguna vez volveremos a ser.

La notte

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo ad essere.

*

La danza inmóvil

Mensajeros en la noche anunciaron lo que no oímos.
Se buscó debajo del aullido de la luz.
Se quiso detener el avance de las manos enguantadas
que estrangulaban a la inocencia.

Y si se escondieron en la casa de mi sangre,
¿cómo no me arrastro hasta el amado
que muere detrás de mi ternura?
¿Por qué no huyo
y me persigo con cuchillos
y me deliro?

De muerte se ha tejido cada instante.
Yo devoro la furia como un ángel idiota
invalido de malezas
que le impiden recordar el color del cielo.

Pero ellos y yo sabemos
que el cielo tiene el color de la infancia muerta.

La danza immobile

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?

Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.

Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

*

La luz caída de la noche

vierte esfinge
tu llanto en mi delirio
crece con flores en mi espera
porque la salvación celebra
el manar de la nada

vierte esfinge
la paz de tus cabellos de piedra
en mi sangre rabiosa

yo no entiendo la música
del último abismo
yo no sé del sermón
del brazo de hiedra
pero quiero ser del pájaro enamorado
que arrastra a las muchachas
ebrias de mistero
quiero al pájaro sabio en amor
el único libre

La luce caduta della notte

spargi sfinge
il tuo pianto sul mio delirio
cresci cosparsa di fiori nella mia attesa
perché la salvezza celebra
l’abbondanza del nulla

spargi sfinge
la pace dei tuoi capelli di pietra
sul mio sangue rabbioso

io non capisco la musica
dell’ultimo abisso
io non so del sermone
del braccio di edera
ma voglio appartenere all’uccello innamorato
che trascina le ragazze
ebbre di mistero
amo l’uccello sapiente in amore
l’unico libero

*

Anillos de ceniza

(a Cristina Campo)

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.

Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando vien el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que non canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.

Anelli di cenere

(a Cristina Campo)

Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

*

Restos. Para nosotros quedan los huesos de los animales y de los
hombres. Donde una vez un muchacho y una chica hacían el amor,
hay cenizas y manchas de sangre y pedacitos de uñas y rizos púbicos
y una vela doblegada que usaron con fines oscuros y manchas de es-
perma sobre el lodo y cabezas de gallo y una casa derruida dibujada
en la arena y trozos de papeles perfumados que fueron cartas de
amor y la rota bola de vidrio de una vidente y lilas marchitas y ca-
bezas cortadas sobre almohadas como almas impotentes entre asfó-
delos y tablas resquebrajadas y zapados viejos y vestidos en el fango
y gatos enfermos y ojos incrustados en una mano que se desliza ha-
cia el silencio y manos con sortijas y espuma negra que salpica a un
espejo que nada refleja y una niña que durmiendo asfixia a su palo-
ma preferida y pepitas de oro negro resonantes como gitanos de
duelo tocando sus violines a orillas del mar Muerto y un corazón
que late para engañar y una rosa que se abre para traicionar y un
niño llorando frente a un cuervo que grazna, y la inspiradora se en-
mascara para ejecutar una melodía que nadie entiende bajo una llu-
via que calma mi mal. Nadie nos oye, por eso emitimos ruegos,
pero ¡mira! El gitano más joven está decapitando con sus ojos de se-
rrucho a la niña de la paloma.

Yo estaba predestinada a nombrar las cosas con nombres esenciales.
Yo ya no existo y lo sé; lo que no sé es qué vive en lugar mío. Pierdo
la razón si hablo, pierdo los años si callo. Un viento violento arrasó
con todo. Y no haber podido hablar por todos aquellos que olvida-
ron el canto.

*

Resti. Per noi rimangono le ossa degli animali e degli uomini. Dove
una volta un ragazzo e una ragazza facevano l’amore, ci sono ceneri
e macchie di sangue e pezzettini di unghie e ricci pubici e una vela
piegata che usarono con fini oscuri e macchie di sperma sopra il
fango e teste di gallo e una casa diroccata disegnata sulla sabbia, e
pezzetti di fogli profumati che furono lettere d’amore e la rotta sfe-
ra di vetro di una veggente e lillà appassiti e teste tagliate su guan-
ciali come anime impotenti tra asfodeli e tavole crepate e scarpe
vecchie e vestiti sul fango e gatti malati e occhi incrostati in una
mano che scivola verso il silenzio e mani con anelli e schiuma nera
che schizza su uno specchio che nulla riflette e una bambina che
dormendo asfissia la sua colomba preferita e monetine di oro nero
risuonanti come zingari di dolore che suonano i loro violini a con-
chiglie del mar Morto e un cuore che batte per ingannare e una rosa
che si apre per tradire e un bambino che piange di fronte a un cor-
vo che gracchia e l’ispiratrice si maschera per eseguire una melodia
che nessuno capisce sotto una pioggia che calma il mio male. Nes-
suno ci ascolta, per questo pronunciamo preghiere, ma guarda! Lo
zingaro più giovane sta decapitando con i suoi occhi di saracco la
bambina della colomba.

Io ero predestinata a nominare le cose con nomi essenziali. Io non
esisto più e lo so; quello che non so è che cosa vive al posto mio.
Perdo la ragione se parlo, perdo gli anni se sto in silenzio. Un vento
violento distrusse tutto. E non aver potuto parlare per tutti quelli
che dimenticarono il canto.

*

7 pensieri su “Poesie di Alejandra PIZARNIK

  1. Grazie, Francesco. Mi aveva parlato di questa poetessa qualche anno fa un suo traduttore italiano, Claudio Cinti, ma non ne avevo trovato tracce in rete. Quello che ne leggo ora non solo mantiene, ma supera le aspettative. Poesia straordinaria, che dice la ferita del vivere e al contempo ci nutre con la sua bellezza.

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  2. …C’è,nell’attesa,
    un rumore di lillà che si rompe…

    …una tribù di parole mutilate
    cercano asilo nella mia gola,…

    …E non aver potuto parlare per tutti quelli
    che dimenticarono il canto.

    Quando la poesia irrompe e dilaga,non si può che accogliere quella tribù di parole mutilate,non si può non cantare il dolore,non si può non avere un rimpianto per non aver potuto parlare per tutti quelli che dimenticarono il canto.
    Sono salita,con la poetessa,in cima alle sue parole e ne sono rimasta sgomenta.

    Grazie,Francesco,versi che non conoscevo e che ho molto apprezzato.
    un abbraccio di stima
    jolanda

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  3. Grazie a Giorgio e Jolanda.

    Ho conosciuto la poesia della Pizarnik attraverso la lettura di pochi testi pubblicati qualche anno fa dalla rivista “Il Verri”. Credo che in italiano, oltre all’antologia curata e tradotta dalla Fusco per “Trame”, ci sia ben poco (qualcosa anche sulla rivista “Poesia”). Ed è un vero peccato, in quanto trattasi di una poeta straordinaria, capace di miscelare e di restituire, in lampi di pura visionarietà, la dimensione del quotidiano e del corpo e quella del mito, fino a farne sentieri di attraversamento degli spazi umani tra silenzio e parola.

    La sua opera complessiva, almeno quella edita in vita, è tutta nel volume “Poesia completa (1955-1972)”, edito a Barcellona (Editorial Lumen) nel 2002. Personalmente ho letto la sua opera del 1968, “Extraccion de la pietra de locura”: un libro che si appiccica alla pelle e vi resta impresso per sempre.

    fm

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  4. Grazie della segnalazione, Giorgio.

    Se non ricordo male (ma non l’ho sotto mano in questo momento), il numero di “Poesia” a cui facevo riferimento (probabilmente del 2002 o 2003) conteneva proprio testi tratti dall’antologia curata da Claudio Cinti.

    Ciao.

    fm

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  5. Messaggio in bottiglia, per chi è DAVVERO interessato alla poesia di Alejandra Pizarnik: comprate il libro di Crocetti, leggete il commento del traduttore italiano, che lo accompagna. I testi formano una antologia oculata (con una superba introduzione di Enrique Molina e un breve scritto di Octavio Paz) di un’opera poetica della quale non si può buttare neanche una riga; il commento è il miglior “invito alla lettura” che desiderar si possa: una gioia per il critico, il filologo, ma anche per il semplice lettore.

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