La poesia e lo spirito

Verne

Rileggere Jules Verne può essere un’esperienza dolorosa come incontrare la compagna di banco che ci faceva battere il cuore e trovarla ingrassata, disfatta, con dipinta sul volto una fisionomia da inconsapevole megera, e immaginare la vita d’inferno che avrà fatto passare a marito e figli negli ultimi quarant’anni. Eppure anche così, anche davanti all’evidenza del disinganno, capita di cogliere in un gesto, in un’occhiata, l’eco di sensazioni che credevamo perdute, di desideri che in gioventù ci sembravano nuovi e sconvolgenti e mai provati da nessuno, e che anche oggi non vogliamo riconoscere per quel che sono: vecchie esche di una vecchia trappola.
Non sono molti gli uomini che, varcato il confine dell’andropausa, si voltano indietro e possono considerarsi soddisfatti della vita che hanno vissuto. Quasi tutti cercano il senso del proprio passato, non nei castelli di sabbia che hanno edificato e visto crollare, ma nei sogni che li avevano spinti a progettarli. Il guaio è che i sogni, si sa, muoiono all’alba e non è facile ritrovarne il filo tra suggestioni, evocazioni, nostalgie, malinconie e rimpianti. Se uno ci prova, fissa lo sguardo nel vuoto, resta lì con il cervello che gira in folle, e mentre sta in questa situazione confusa e indistinta può succedere che si ritrovi in mano L’isola misteriosa o Michele Strogoff.
Legge. E la prima impressione è catastrofica.
Innanzitutto lo stile. Quando un personaggio di Verne si versa un bicchiere, non si versa un bicchiere e basta: se lo versa perché ha sete. Dopo una giornata di viaggio, dopo aver percorso Dio sa quante verste, miglia, leghe o vattelapesca, come mai Michele Strogoff o Phileas Fogg si verseranno un bicchiere? Gli approssimativi scrittori contemporanei lascerebbero il lettore sospeso in questa angosciosa domanda. Verne no. Lui te lo spiega: il protagonista si versa un bicchiere perché ha sete.
Può sembrare ingeneroso mettersi a fare dell’ironia sull’abitudine verniana di “chiudere il cerchio”, di non lasciare assolutamente nulla all’immaginazione del lettore, come se volesse proibirgli di irrompere nel suo mondo fantastico, pensato esclusivamente per essere contemplato dal di fuori. Ma dopo quattrocento pagine di spiegazioni che anticipano le domande, il palato del lettore è ridotto come se avesse mangiato un chilo di carciofi crudi.
Poi i “mezzucci”: l’esotismo dozzinale, l’erudizione libresca, il profluvio di “piccolo padre”, verste, knut, villaggi siberiani ricordati uno per uno senza strapparli dalla loro insignificanza, notizie da enciclopedia sui costumi calmucchi e turchestani. Tutto coscienziosamente elencato con la chiara intenzione di épater le bourgeois.
Insomma, è difficile dire se lo stile narrativo di Verne è più rozzo o più ingenuo.
Quanto ai personaggi, meglio non parlarne: nascono, vivono e muoiono imbalsamati nelle loro caratteristiche. Cyrus Smith era ingegnere fin da quando andava a balia. Michele Strogoff seguiterà a considerare la sua vita a disposizione dello zar anche dopo le fucilazioni di Ekaterinburg. I “cattivi” di Verne sono bestie feroci destinate a essere uccise, mentre i protagonisti sono idee platoniche presentate come modelli di vita, sulla scia di un trionfante socialismo positivista fin de siècle.
Ma davanti agli scempii ambientali messi in atto dai cinque naufraghi sull’isola misteriosa cosa direbbe Pecoraro Scanio? E Diliberto non si schierebbe piuttosto dalla parte dei tartari insorti contro lo zar? Ahimé, come sono effimere le ideologie!
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E allora perché rileggere Verne?
Perché nessuna disillusione potrà mai far tacere il fascino della giovinezza. Perché in mezzo a tutte le ingenuità nei suoi romanzi c’è un’idea centrale che fa sempre presa, oggi come cent’anni fa, ed è l’epopea del viaggio, dell’avventura nell’ignoto, dell’ottimismo della volontà. È questo il segno distintivo della narrativa vera, che apre gli orizzonti ai sogni e ai progetti: dai viaggi di Ulisse a quelli di Sindbad, all’esodo degli ebrei dall’Egitto, l’epica dipinge la vita come una lotta in cui periranno i deboli e i malvagi, mentre saranno selezionati gli eroi (che in premio avranno Itaca, Baghdad, la Terra Promessa, oppure una morte eroica e la sopravvivenza nel mito).
Verne è un Omero in sedicesimo: anche lui canta l’orgoglio dell’uomo, spinge ad andare avanti, promette che d’ora in avanti a ogni esame di coscienza saremo contenti di noi stessi. È un cacciaballe? Può darsi. Però quando ci voltiamo indietro e ci sentiamo assalire dal terrore di aver gettato al vento l’unica vita che avevamo a disposizione, è importante che qualcuno ci dica: “Non hai sbagliato. La tua idea era giusta e hai fatto bene a seguirla.” Non è vero, e in fondo lo sappiamo anche noi. Ma abbiamo un gran bisogno di sentircelo dire.
Dopo tutto, la verità che ci costa fatica riconoscere è che se abbiamo continuato ad arrabattarci nella vita è perché quella compagna di banco, rimasta eternamente sedicenne nella nostra memoria, ci ha dato una spinta che ha cominciato a esaurirsi soltanto ieri, quando l’abbiamo incontrata e sul suo volto disfatto abbiamo visto le tracce delle stesse inconcludenti disavventure che sono capitate a noi, poveri Ulisse e Penelope senza gloria.