Camillo Sbarbaro, da “Fuochi fatui”

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Se quel che leggi di tuo ti appaga, segno che sei vuoto; spera se ti delude.

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Ho letto anch’io dei romanzi gialli e in trincea Fantomas mi fu di grande soccorso. Ma appena il mistero accenna a chiarirsi, chiudo il libro: a fine pranzo non vado a mettere il naso in cucina.

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Chi abbraccia tutti, crede ma non abbraccia nessuno. La vita è in bianco e in nero; senza il nero, neppure il bianco.

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Una spia di quanto l’età ci muta, della provvisorietà delle nostre sensazioni (e opinioni): non è molti anni, l’odore della ruta mi offendeva come quello della cimice dei campi; oggi ne stropiccio le foglie tra le dita.

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Anche della mia lingua ho una conoscenza approssimativa. Tante parole le evito, malsicuro del loro significato; e se non le cerco nei dizionari, non è solo che dei dizionari diffido, ma che una parola non assimilata in tanti anni, non divenuta carne e sangue, mi saprebbe sempre di accatto.

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Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto mille volte, lo tiene su un un libro, sia pure la Commedia.

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Matematica: un mondo che l’uomo s’è fabbricato per respirare almeno lì certezza: la sua terraferma, non importa se anch’essa illusoria.

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Rimandare, di poco che sia, è giocare d’azzardo.

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6 maggio ’44. Oggi alle ore 2,41 la Germania ha capitolato. Tutto il pomeriggio gran scampanare. Corteo preceduto da bandiera rossa, uomini che salutano col pugno chiuso. In piazza, giovinotti con piglio di giustizieri tosano le ragazze che hanno amoreggiato coi tedeschi; una che ride sfacciata par dire: il sesso è internazionale.

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Per dire far l’amore i greci dicevano esser giovani insieme. Che modo di sentire pulito: l’amore come ruzzare di cuccioli.

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Da: L’opera in versi e in prosa, Garzanti, 2. ed, 1995

5 pensieri su “Camillo Sbarbaro, da “Fuochi fatui”

  1. Grande Sbarbaro. Questo mi ha fatto compagnia tante volte:

    “Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto mille volte, lo tiene su un un libro, sia pure la Commedia”.

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  2. ricordo che ne scoprii (al liceo Sbarbaro era uno sconosiuto, ci si limitava alla triade Ungaretti MOntale Quasimodo – Saba era già un iregolare) la poesia solo dopo l’uscita de “Il mestiere di poeta” di Camon e la biografia-saggio della Lagorio: mi parve una sorta di Walser nostrano, con una (apparente) minore dimensione tragica ed uno spessore umano e poetico indiscutibile – questo suo essere in disparte a catalogar muschi e licheni quanta irriducibilità esprimeva…
    Grazie Marina
    p.s. mi appassionai anche a ricercar licheni e muschi, ma in Sicilia (area Messina-Taormina) potevo trovare più agavi, fichidindia, rovi da more, erbe profumate e vellutate come la nepitella, che i vegetali di Sbarbaro…

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