Come acqua che riposa – Francesco ACCATTOLI

p. gauguin

Da “Come acqua che riposa…

Nebbia

Voglio osservarti
sfumare
oltrepassando i miei
timori,
in un silenzio di nebbia,
di fumo e di perla,
nel nonspazio,
nel nonvuoto,
nel freddo surreale
della campagna,
quando tu t’inmii
per amore.

*

Buon riposo

Che baccano
al mio risveglio:

dindinnini e frappolette,
busterlacchi e golovendre,
ansimiotti e sbruffilanti,
un vestito col pennello
che urla frullo ed arrogante,
un colore inconcludente,
un sorriso omologante,
un secondo basta
al sonno,
fumo lento e bevo vino,
buon riposo.

*

Sulle sottane dell’oggi

Sulle sottane
dell’oggi
dipingo una fanciulla
di carta
sorridente
ed un violino saltella
sbarazzino
bisbigli dorati
come d’amore,
credo,
mentre siedo
dinanzi a pascoli di stelle
aspettando
che si calmi il vento.

*

Labbra desiderose ho

Labbra desiderose ho
e il vespro finisce di passare,
ancora,
nelle mie tasche.

Poi la polvere farà il suo viaggio,
di distacchi e di immersioni.

Vuoi mescere insieme a me ?

Sì,
arrivo nel vino rosso
e mi sento bene,
e mi sento
un grazioso eremita,
come il verme
sul fondo
della bottiglia.

*

Tu mi guardi
come abbandonata,
appena sopra il tramonto,
e sorridere ti fa bene.

( il calore sul fiume)

La luce rosa
scorre sulla tela della sedia;

l’assedio
dell’oggi
finisce di crollare.

*

La veste rossa
divaricando;
la traccia, è polvere;
si scioglie, e riappare,
sotto le lenzuola;
un cane urla;
il silenzio rischia.

Oh le porte bianche del mattino!

*

Le gocce caduche
del mistero
svaniscono nel vapore.

Un giorno tornerai,
aprirai le finestre
e il vapore se ne andrà.

Ed io con lui.

*

Condotto.

Acciaio e cromo,
scattante,
dal gesto
all’idea lungo tutto
il cervello
costringe addosso
e s’arresta
solo dinanzi al come.

Contorno.

Visivo dopo la luce,
non fugge,
non senza un punto,
sì,
ma,
il tono mi acceca;

e il temporale?

una nuvola-mano
stringe
un’altra nuvola-mano.

*

La casa di Gauguin

Ho abitato la casa del pane
e quella
del riso bianco;
saggio, senza finestre

– il capitano circumnaviga
il centro –

povero, nel dimenarsi
di mangrovie.

Ho abitato la casa del pane
e quella
del riso bianco;
nella ciotola,
a bruciare,
fogliefuoco di pandrani

– maestro, forse era solo sangue…-.

Dopotutto non nevica mai.

***

Da “Un tramonto sommario

Vicino al temporale

La luna ora
è un dito puntato, sfacciato,
su di noi,
costruiti come case popolari;

l’elettricità evade
le apparenti nubi,

al limitare
                di parole indovinate.

*

Barbaglio

Più non conosco chi amai
senza nesso o figura o misura,
chi fui per dare
adesso rimane,
sui vetri, sulle dita,
sul nome che diamo alle cose,
ed aria ad aria, e sedia a sedia,
ed esso incontra, per sé stesso, l’ozio,
ed è per questo che poi muore,
per vedere se muore
o se è barbaglio o se è verità.

Il nome,
sintomo febbrile,
perfezione comunione comunità,
e l’udire è geometria dritta,
come l’angustia reale
degli scacchi.

Sembrare, mal nascendo
dagli infimi sbadigli,
dai filtri dei miopi,
dai questo-non-esiste.

Tremerà la luce
sul per caso amare.

*

La povertà è una pioggia che ci umilia

La povertà è una pioggia che ci umilia,
è un freddo che viene da lontano,
tutti i dipinti non bastano
a raccontare,
saremo muli
storti e caricati di una vergogna appagata,

io mi dico, mentre chino le ginocchia;
eppure il nostro dolore è per noi tenero.

Il senso è la vertigine
che ci coglie nelle piccole ore
del mattino
quando il cuore è un arco lento senza ragione
e pregiudizio, quasi accettabile,

le unghie si sgretolano nel cuscino,
uno strappo delle gambe accende la lampadina
ed è già mondo ed auto e metropolitane,

però è tenero il nostro stare
come uomini uguali e nobili.

*

Siede un gatto

Siede un gatto su una lingua
di cemento, nero per un po’,
poi un raggio lo assottiglia,
lo fa fusare,
s’introttola nel vuoto, s’inarca,
si netta e si torce. S’indora bene.

Di sbieco un uomo basso
a tratti appare, invidia e rientra,
detesta l’ardire di posizioni squilibrate,
lui, piantato a terra e meschino,
l’altro, splendido artista del cemento.

*

Noi passeremo le colline di sale

Noi passeremo le colline di sale
poste a levante,

e a levante andremo,

seguendo il solco cartesiano
del sole,

in una zona che non è più uomo
o femmina o strumento manuale.

Viviamo per punti.

*

Ad un ricco poeta e comunista

Uomo di sinistra
nobile e puttana
muffa dei salotti borracho e pederasta
figlio dei cuscini
padre dell’aria che attraversa
il tuo palazzo
che toglie colori agli arazzi
agli affreschi agli stucchi
degli antenati
poeta benvoluto
vipera ingorda e bella
arrogante per parole
moccioso sporco di strada
quando non c’è luce in cui specchiarsi
quando il corpo strozza la ragione
e si fa bava e alito greve.

Uomo che infanghi
i miei versi
e ti richiami ai patriarchi
marxisti e partigiani
non conosci il dolore del lavoro
delle ossa di terra
delle mani rigate
dell’amore aperto solo nei giorni festivi;

apri e chiudi le cortine
dici e ti serri
dici ed è già scritto.

Mi umilia il tuo pensare
che è anche il mio pensare
di figlio semplice e familiare

di essere basso e lavoratore e poeta
e tu di pancia larga
e oratore.

Vivi.
E questo sentire mi descolora.

***

Tre poesie inedite

La rincorsa

Come si può vivere
ossessionati dalla sostanza
lasciando ai cani l’abbaiare
ad un plenilunio dozzinale,
ad un’ombra, ad un altro cane?

Mi rincresce non sapere
come essere d’intralcio, ma semmai
contraddire sempre esatto, o tacere,
deglutire, digrignare.

Aspettano. C’è un mercato
d’intenzioni lungo i fianchi
delle panchine; odio i fiori
regalati, i colori divorziati
dalla terra.

Ma se il mio punto
d’equilibrio
s’adattasse per un soffio
allo sguardo, alla vita
della giovane cassiera,
ogni algebra direbbe
la circonferenza pura
d’ogni forma sul pianeta.

Così, a mio vedere,
avrà pace ed avrà modo,
la rincorsa, di cessare.

*

Leggendo Rilke

Ancora un’altra eco giunge
dalle macchine operaie e dagli aghi
del pino, stordito da vento
mischiato a pioggia.
Il freddo che mastica
i miei calcagni, nella rigidezza
della lettura, è l’unica emozione
che mi concedo,
prima di scrivere ad un compagno
poeta che siamo santi
nell’ispirazione, e nudi
e malandati e bastonati
dagli amori che frequentano
questi mesi di appena primavera.

E sta come un merlo
dal becco giallo,
il mio cuore, sopra il legno
di un baobab.

*

Come spilli sudati stanno
i miei gomiti e non passa
questo pomeriggio fosco. Si direbbero
note quegli accenti di fiato
scheggiati sui vetri quando è certo ormai
che a nulla vale il lavoro d’addome.
Se il tabacco fosse erisimo
se l’oggetto fosse simbolo davvero
– seppure timido e laconico –
tu daresti al mio diario
ritentare un senso pregiato,
un etimo accettato, universale,
che serva a spiegare perché io
perché tu siamo merce da scordare
all’uscita.

***

Nota

Francesco Accattoli nasce ad Ancona nel 1977. Nel 2003 si laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Macerata e nel 2005 ottiene l’abilitazione per l’insegnamento delle materie letterarie e del latino nei licei presso la SSIS di Macerata. Nello stesso anno si trasferisce in Spagna dove insegna per più di un anno presso il Liceo Scientifico Italiano di Barcellona. Attualmente vive e lavora nella provincia di Ancona.
Nel 2002 esce il suo primo libro di poesie “Come acqua che riposa…” (Stamperia dell’Arancio, Grottammare) con il quale otterrà riconoscimenti al Premio Nazionale di Poesia “Minturnae” ed al “Sandro Penna”. Nel 2007 è uno degli autori presenti nel volume antologico del Premio “Pubblica con noi 2007” curato da Fara Editore. Sempre nello stesso anno partecipa, classificandosi al secondo posto, al Premio Nazionale “Poesia di Strada” di Macerata. Sue poesie sono apparse in La Poesia e Lo Spirito e Nazione Indiana. E’ uno dei poeti marchigiani presenti nella pubblicazione “Porta Marina – viaggio a due nelle Marche dei Poeti” [Pequod, Ancona, 2008] curata da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri. Gestisce il blog www.sequestocosmo.wordpress.com, collabora come giornalista per l’associazione culturale Coneriana Cult e con la rivista letteraria “Nel Verso”.

*

13 pensieri su “Come acqua che riposa – Francesco ACCATTOLI

  1. Una volta,molto tempo fa,quando frequentavo le scuole primarie e secondarie,il poeta ci veniva propinato come un essere anziano,malaticcio e molto,molto fragile. I programmi ministeriali non prevedevano i contemporanei.
    Per questo sono contenta di leggere un poeta,non solo giovane,ma anche bravo.
    complimenti
    jolanda

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  2. Dopo la conferma di quanto siano infinite le parole, c’è il rovescio della medaglia, la consapevolezza che sono limitanti quando devono descrivere una sensazione.
    I miei occhi hanno letto.
    La mia mente era dove tu volevi portarla.
    Lucy

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  3. Le mie preferite invece sono Buon riposo e La casa di Gaugin. Bello anche “una nuvola-mano stringe un’altra nuvola-mano”.
    Ciao Francesco, spero a presto!

    renata

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  4. Grazie Paolo!
    Renata, avrei voluto davvero essere dei vostri al festival in quel di Macerata, ma impegni fissati (e saltati all’ultimissimo momento, dannazzzz!) m’hanno tenuto lontano da voi.
    Spero veramente che questa estate ci sia la possibilità di un incontro.
    Grazie per il tuo commento!!!!!!!

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  5. A lettori passati già di qua e a quelli che verranno, vorrei innanzitutto dire grazie e poi fare soltanto una lieve precisazione.
    Quando Francesco Marotta, che ringrazio di tutto cuore, mi ha chiesto di selezionare alcuni testi in modo da formare una miniantologia, ho pensato fosse l’occasione buona per in un certo senso riscattarmi dall’etichetta di poeta di dolci paesaggi e di cartoline che cominciavo a sentire un poco stretta. Non che non ami la narrazione che parta da un dato geografico e occasionale, ma mi piace anche ingarbugliarmi da solo, sperimentare quanto più il mio carattere e il mio modo di scrivere mi permettano, essere affascinato dalla parola e dalla riflessione su di essa. Così ho colto al volo l’occasione datami per sottoporre ai lettori di LPELS testi che erano sempre passati inosservati ma che io amo tantissimo.
    Perdonate la lunghezza di questo commento ma sentivo nel cuore la voglia di scrivere due righe a proposito.
    Un caro saluto
    Francesco

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  6. Pingback: Miniantologia in ”La Poesia e Lo Spirito” | British Columbia Welcome U

  7. Carissimo Francesco,

    mi fa piacere leggere questi testi, davvero interessanti.
    Mi ha particolarmente colpito l’immagine della “merce da scordare all’uscita” e ho trovato orginali e spiazzanti anche altri accostamenti (i gomiti appuntati come spilli, il cuore appollaiato come un merlo sul baobab,…). Mi sembra una poesia forte, ruvida per forme e contenuti, che non nasconde i denti, le unghie, gli spigoli anche quando si veste di riferimenti più liquidi.
    Leggo con piacere una poesia urgente seppure lavorata con intelligenza e passione. E’, forse, una scelta coraggiosa che mira alla verità nuda e cruda? Forse per non perdere quell’urgenza di dire le cose, per come sono? O per come sembrano?

    A risentirci presto e grazie,
    Giovanni

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  8. Sono poesie molto belle, alcune fluiscono in squisite immagini , ci sono dei versi davvero belli. E’ brutto vedere che attualmente la poesia non è molto riconosciuta ma sono anche compiaciuta del fatto che rimangono poeti come lei che fanno reimmergere la loro poeticità e bellezza.
    Complimenti !!!

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  9. Un bravo poeta. Purtroppo sappiamo che la poesia non ha mercato, almeno da noi.
    Questo non vuol dire che non ci siano poeti e appassionati lettori, anzi.
    Ho parlato di mercato nel senso di far conoscere ad un pubblico più
    vasto le varie poesie che vengono via via scritte e pubblicate.

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  10. ringrazio giovanni, laura e umberto per le loro parole. continuiamo così, con questa urgenza di scrivere e leggere poesia, senza trasformarci in iene da mercato (quante ne vediamo ai premi di poesia….)

    @Giovanni: hai letto bene. mi piace raccontare per comunicare, fortunatamente ho oltrepassato la fase “autistica” – passatemi il termine – in fondo la poesia non è altro che una forma di comunicazione, privilegiata e sui generis, però sempre mezzo di espressione verso il fuori. se scrivessimo solo per autoesaltare la nostra cultura, il nostro studio, saremmo sempre un “io” e non un “noi”.

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