Disumanesimo (Scuola di poesia, 3: 1)

di Massimo Sannelli

[lettore, tutto è in tutto. e dire “non c’è niente che non sia poesia” è esagerato, *forse*; ma non c’è niente che non possa visto *anche* dal punto di vista della poesia, che istituisce le sue filologie fantastiche, o i suoi scandagli, o il suo delirio. il primo testo, che segue e uscì su una rivista da combattimento – che altro significa *militante*? – è quasi un allegato interiore ad un dubbio sugli «intellettuali», e indirettamente sulla scrittura, attraverso il paradosso – vero –dell’intellettuale-filologo-archivista che si sforza di negare l’evidenza dell’Olocausto. non è che la cultura salvi *di per sé*, allora. e il tema ambiguo della forza – dalla «disperata vitalità» alla «banalità del male» – è sempre implicito, anche nelle *humanae litterae*. qui trovi il primo allegato di una cosa che si chiama ancora «scuola di poesia», ed è bene che si chiami così: nel prossimo, o in uno dei prossimi, vedrai che la scorza si ingentilisce, e diventa fiori o «lezioni inevitabili» della natura, non *sulla* natura]

Chi annuncia *on line* il proprio suicidio, e poi si uccide [è una cosa vera, sembra che sia successo], sa di avere, presto o tardi, un pubblico di lettori? Lo sa e non lo sa: in ogni caso non sarà quel pubblico a convincerlo a vivere. Il lettore sensibile non può restare immune o tranquillo, anche come studioso o osservatore. La sua serenità, che è già precaria, ne viene aggredita.
Non so chi *è* l’intellettuale: da un punto di vista professionale è abbastanza inquadrabile, da quello etico è quasi indefinibile. Sono intellettuali, a tutti gli effetti: i firmatari del *Manifesto degli scienziati razzisti*; Richard J. Neuhaus che parla di un’«America, scelta dalla Provvidenza per un’epoca come la nostra»; Romana Machado che indica una *filosofia* attenta anche alla mia «sicurezza finanziaria». Vale a dire che l’intellettuale non è necessariamente incarnato in *tutta* la famiglia umana; *né nella bontà*. Se dico *carità, carità* ho quegli accenti da uomo-donna, da ragazzo che non vuole apparire (quando appare, soffre), che mi appartengono: cioè i quasi-sospiri e i modi accorati che un poeta ha chiamato «frivolo egocentrismo». Se dico la parola *agápe*, posso vedere due caratteristiche che la differenziano dall’uso teo-con («just war is an obligation of charity»): nella mia bocca e nella mia scrittura è meno visibile e ha un pubblico meno fitto; nella mia esperienza non diventa un elemento politico internazionale. Vale a dire che *è come se non parlassi*. Ma non uccido.
*Aut* Blanchot *aut* Sartre: aut intro- aut estroversione. Se l’intellettuale è anche artista saprà trasformare il fango in oro. Saprà, e dovrà farlo, individuare il suo pubblico. Quindi non è più questione di santità e di purezza (entrambe esistono nell’uomo interiore e lo rafforzano, ma non sono direttamente visibili; né sono caratteristiche dell’intellettuale in senso stretto, se ogni uomo è chiamato alla santità): deve riconoscere se stesso e i *suoi* simili. Ha il ruolo di una canzone non popolare (ma non *impopolare*) come *Donna me prega* di Cavalcanti: una struttura che legge i suoi lettori, provandoli e umiliandone la bestialità. Non c’è retorica senza spine. Dove le spine mancano, c’è l’in-forme (non l’informale): il pronto, *easy*, adatto ad una consumazione rapida. Ma dopo il consumo, nulla.
Anche Neuhaus e Machado parlano ai *loro* simili. E questo significa che nel nostro campo ogni cosa *contra* può ritornare *pro*: poiché siamo *tutti* intellettuali, articoliamo parole, diversissime, secondo gli stessi canoni (la differenza è, ancora una volta, la visibilità, sul piano pragmatico; l’eticità, sul piano delle intenzioni). Oggi Hitler, rivivendo, non avrebbe un sito, *come ce l’ho io*? Non scriverebbe su riviste, *come faccio io*? La comunicazione è uguale per tutti: cambiano solo la qualità delle informazioni e la vastità del relativo pubblico. Così si ritorna alla necessità (interiore, non dogmatica, non eterodiretta) dell’etica: anche la negazione può essere negata, e la negazione della negazione, ecc.; e ogni negazione – e ogni negazionismo – si basa sulla stessa filologia e sulla stessa intelligenza.
Anche la funzione del Lager può essere criticata usando gli stessi *strumenti intellettuali* con cui si fa critica, e nel mio/nostro caso letteratura. Infatti «molti negazionisti, soprattutto quelli appartenenti alla corrente che più desidera darsi una parvenza di autorevolezza, sono non solo usi a redigere numerose opere ma anche a navigare tra le carte con una certa abilità» (Claudio Vercelli, per negare il negazionismo; e – poiché tutto può essere negato – c’è anche la negazione della negazione del negazionismo). Questa abilità si chiama *filologia*, e fa parte del mio stesso curriculum. Vale a dire che ho dei colleghi, intellettualmente attivi, per i quali, ad esempio, l’idea che Auschwitz fosse un luogo di sterminio è una montatura.
Per quanto mi riguarda, la scrittura sostituisce l’ex bambino timido e la sua tendenza all’asocialità: ma non come l’automa che svolge il lavoro dell’uomo o come nel sogno di fare un *download* della mente verso una macchina non biologica. Piuttosto, come un corpo parallelo o un’armatura animata, e internamente vuota, ma perfetta. Essa non contiene alcuna forza: la forza si è manifestata solo nella sua forgiatura, o nella formazione, culturale, che prima l’ha allevata ed educata.

[da «Atelier», 42, 2006, in cui si intitolava *Diversi simili*]

16 pensieri su “Disumanesimo (Scuola di poesia, 3: 1)

  1. Prego che la poesia

    per Andrea Zanzotto

    Prego che la poesia
    forte e pietrificata
    in passato e futuro
    voglia sgorgare adesso liquida
    musica su da un pozzo inesauribile
    (fin che l’uomo abiti la terra)
    e questo scorrere sorgivo e antico
    passa dal filtro mio
    ma è poi di tutti,
    insieme ci mettiamo in ascolto.

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  2. Massimo
    che bella sorpresa anche se in realtà un po’ me l’aspettavo, mi chiedevo solo quando.

    non sono così brava e anche un po’ stanca, però una cosa è vera: tutto è relativo, dipende sempre dal punto di vista da cui guardi le cose. Se poi cerchi di immedesimarti nell’altro e ti confronti con colleghi e non, sicuramente hai molti più angoli da cui vedere le cose e giungere a verità sempre più grandi, è come un prisma che scompone la luce in tutti i suoi colori.

    oggi mi avete fatto felice tu con la scuola e Fabrizio postandoti.

    io riprendo la mia “opera”, e gli “studi” da brava “secchiona” quale sono sempre stata:-)

    I love you per entrambi e tutta la redazione LPELS
    buonanotte
    Stella

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  3. molto bella la definizione che dai della scrittura, Massimo, quell’armatura animata che riveste il corpo del bambino, forgiato dalla sua stessa innocenza…
    e quel:tutto è in tutto, forte della sua verità cosmica, entità nell’universo.
    solo una domanda,
    perchè quel 3:1 nel titolo…?
    Good night
    C.

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  4. ciao… 3:1 significa solo prima parte della terza parte. perché è vero che i due cicli sono finiti e riscritti ecc. – ma qualcosa mancava. mancava qualche allegato.

    tutto è nato di corsa, come sempre. ieri ho ritrovato una pagina scritta sulle Lezioni inevitabili di Rita Florit, e poi questa pagina. ho sentito un rapporto – tutto qui. la natura è inevitabile, il fiore fiorisce, il frutto deriva (è una speranza); mentre la cultura umana non è sempre vincolata al rispetto per l’uomo.

    il problema è che non basta aver studiato, se uno studioso cerca di negare Auschwitz dicendo: un milione di morti produce una quantità di cenere di cui non ci sono tracce (non scherzo: in internet si leggono anche queste cose). come se la testimonianza di Shlomo Venezia non servisse; come se la semplice *assenza* di tutti quei morti non significasse che *sono spariti*. e non basta questo e non basta quello per essere ‘questo’ e ‘quello’ – tanto meno a me. tutto questo si lega alla poesia, se tutto è in tutto…

    *

    qui io sono un ospite – e a chi mi ospita, davvero, GRAZIE

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  5. scrivo in fretta e male. ma volevo dire ancora questo: che la perdita di Paola Febbraro è il sottofondo di tutto. non un sottofondo doloroso per lei, ora [lei è – come si insegnava ai bambini e come io credo – un angelo]; ma doloroso per chi *rimane* (poi un giorno “lo spirito torna a Dio che l’ha dato”).

    in terra, Paola aveva una specie di *ingenuità severa*, che la guidava. aveva curato il libro postumo di un grande *fuori di tutto* come Victor Cavallo. era rigorosa e bella e colta; la sua poesia è un esempio di quell’*oltre-la-poesia* a cui credo.

    mi disse che amava Luce Irigaray, e che Luce è “il Dalai Lama *donna*”.

    Irigaray, a suo modo, è un poeta. come Cixous e Djebar, a loro modo poeti, e maieuti, e poeti in quanto maieuti delle vite degli altri – come altre dominae di quella generazione e di quel marchio…

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  6. Caro Massimo,

    la retorica e la cultura, è fin troppo semplice (anche se spesso ce ne dimentichiamo e non facciamo i conti bene), sono anche strumenti di morte, di negazione, di coercizione. Ogni retorica è anche insanguinata e anche chi la usa in maniera “buona” non è immune dal male, soprattutto è un male se la usa in maniera acritica, senza questa consapevolezza. Penso alla lingua di Fortini, al suo rovello verticale, alla sua consapevolezza. E penso alla lingua splendida e insanguinata di Geoffrey Hill (forse il più grande poeta vivente, soprattutto da questo punto di vista, e che finalmente uscirà tra poco in un’ampia traduzione italiana curata da Marco Fazzini: era ora!), e penso a Zanzotto. Inoltre, come non ricordare uno spettacolo come il Giulio Cesare della Raffaello Sanzio? Se non siamo consapevoli di questa stratificazione del male, quello che scriviamo è davvero il male.

    andrea ponso

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  7. “Se non siamo consapevoli di questa stratificazione del male, quello che scriviamo è davvero il male” – non poteva essere detto meglio – sono felice di veder nascere frammenti di verità, anche disperati. questo è un tesoro.

    Andrea, tu hai letto ciò che scrive Al-Hallaj su Iblis? Iblis non ha mai smesso di amare Dio; ha smesso di adorarLo e quindi di obbedirGli [e questa è la contraddizione: non puoi amare Dio e disobbedirGli, così come lo stesso diavolo-loico dice che non possiamo pentirci e peccare nello stesso istante], ed è diventato deforme; ma mantiene in sé quel ricordo di bene, quella filiazione divina che nemmeno il nemico di Dio può cancellare da sé (se la cancellasse del tutto, ma non può, scomparirebbe). Iblis non è più buono, ma “ha un’infinita nostalgia del bene” (questo lo dice Pasolini, nel frammento dell’Histoire du Soldat). aggiungo che ha un infinito *terrore del futuro*, che gli sfugge.

    ci esponiamo sempre affinché una nostra pagina sia *bella*. forse dovremmo anche cercare di renderla *buona*. quand’è che una pagina è *buona*?

    *

    e poi: vi è un’etica della poesia senza una mente che pulsa, e che tende verso un *pubblico*?

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  8. Massimo, hai parole spinose oggi che mi chiedono una sosta, la spina è necessaria perché è pungolo. C’è un livello di coscienza cui non ci si può sottrarre scrivendo ed è il riconoscimento, senza il quale non si arriva all’etica. per me accade “nella natura” il mio essere pensante mi chiede speculazione simbolica, filosofica, cosmogonica, prima ancora dell’idea stessa di rapportarmi alla comunità umana tramite la Parola. e bisogna attraversare lezioni inevitabili nella vita per incontrare, poi soprattutto se stessi. Auspico un “poeta pensante” prima ancora che intellettuale, spesso le due cose non coincidono.
    Solo operando coscientemente si porta alla Luce, dal fango si fa oro, pane buono…sì, c’è arte in questo.

    Paola me la vedo qui sul divano rosso ma le parole mancano…

    un abbraccio a te e a Fabry
    rita

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  9. Rita, ciao… quella spina è anche mia – non dico che è “un pungolo nella carne” – ma turba. perché uno si affatica per anni sui libri, e la cultura che ottiene non basta (è piccola, in tutti i sensi); oppure usa la cultura per diventare il difensore dei mostri; e scrive bei testi – in fondo *è più facile scrivere bene o dignitosamente che male – e quei testi non sono carità (e più semplicemente: non hanno pubblico, e l’amore che abbiamo dedicato per farli nascere sembra senza effetto); e ti sforzi di fare il bene, ma conosci la miseria –

    Baudelaire poteva dire a Parigi: va bene, sei il caos, ma ti amo, non sai quanto ti amo, e ho fatto oro del tuo fango. anzi: non del *tuo* fango, ma di quel fango *che mi hai dato*. allora c’è una relazione, tra poeta e città, tra poeta e cose, qualcosa (qualcuno) dà qualcosa a qualcuno – e senza relazione, non c’è neanche la speranza che l’oro arrivi: non c’è mai stato niente da trasformare.

    così cerchiamo sempre “il paese innocente”. o solo la grazia – quella semplice – che ti pare di cogliere sul viso di Cristina Campo, nella foto sul libro della sua vita. e poi un lampo di cultura, o solo un professore urlante, ti fa capire che Campo ha lasciato il mondo uguale a com’era – *per quello che ti è dato capire*. e capisci che Simone Weil ha “gettato il corpo nella lotta”, anche esagerando, anche delirando, ma con grandezza, e il mondo amato ha ricambiato il suo amore. nell’una vedi occhi e grazia gentile; nell’altra vedi forse la santità – e non sai, davvero *non sai* dire quale delle due vite abbia servito il prossimo [che, secondo il Vangelo, non è solo un uomo]. oppure lo sai – ma la tua intuizione si blocca sùbito. ti chiedi: chi sono io per santificare Simone, per limitare Cristina ad un piccolo mondo moderno? il prof. P. urlava: Campo puzza di Rotary –

    queste sono spine gravi. qui si gioca la funzione di una scrittura, la fine e il fine del suo essere stata *estrema*, la dignità di una dedizione…

    [prenderemo il meglio di Campo, il meglio di Weil – andremo avanti]

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  10. disumanesimo, o solo disumanità.

    non sempre si parla in lingua poetica e solo della sola poesia. tutto è in tutto! mi viene detto all’alba: hanno picchiato un ballerino albanese. ma non sapevo il nome, e ho cercato in google le parole “ballerino picchiato” – così scopro una storia di bullismo, la solita, “picchiato dai compagni perché vuole fare il ballerino”. ma la storia di Kledi è anche peggiore.

    ieri la tv trasmetteva la storia di don Zeno.

    molti sono sempre più convinti, anche disperatamente, di dover fare il bene, almeno per tentativi; molti sono sempre più convinti che sia giusto fare ronde e aggredire i diversi (Kledi o i miei familiari, in una città settentrionale in cui non si riesce a muovere nulla, tranne le 25 banche che vi operano, per 30.000 abitanti). il mondo si spacca? in base a *che cosa*? e la poesia? tutto il minimalismo degli ultimi anni e tutto il diluvio di antologie – paralleli all’esplosione del reality, l’ho già detto – *non significavano qualcosa*? una riduzione.

    ***

    le poesie di Bondi sono completamente *prive di verbi* – dunque prive di azioni. stile nominale, come nelle litanie, basate su una sorta di “preghiera del nome” – cioè un antistile che potrebbe continuare all’infinito, come una glossolalia pazzesca o il linguaggio a disco-rotto di alcuni psicotici. ridurre prostituire dimezzare il linguaggio – non sarà anche questa, a suo modo, una bestemmia? (senza contare che in una di quelle poesie la madre di un uomo è stata chiamata “madre di Dio”).

    in Esodo 3.14 l'”io sono” di Dio è solenne ma sfumato, e aperto ad interpretazioni che l’Eterno lascia all’uomo-filologo-grammatico (“io sono chi sono”, “io sono quello che sarà”). l'”io sono” dell’uomo è un muro: “te lo faccio vedere io CHI SONO, albanese di merda”. ecco come parla chi crede che il linguaggio sia solo espressivo e pratico, e non *rituale*, e non *totale* –

    (per inciso: bisognerebbe stare molto attenti ad implicare nei propri discorsi la frase minima IO SONO)

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  11. Bellissimo post, Massimo, mi interessa soprattutto la questione del negazionismo, delle informazioni, ecc. Permettimi di riportare qualche passo (parafrasato) da Ricoeur, La memoria, la storia e l’oblio:

    L’enigma del passato è legato alla presenza dell’assente. Dicono i greci: la memoria è una impronta del passato impressa su un sigillo di cera. In quanto lasciata è presente: ma come si fa a sapere che è stata lasciata, e da chi? Questo è l’enigma della presenza dell’assente: qualcosa è semplice presenza E qualcosa è rinvio all’assente, sia esso un irreale o un reale passato. Un ricordo allora è una immagine somigliante del fatto passato? O è una cosa a sé, una ricostruzione, che rischia di diventare finzione? L’enigma è reso tollerabile se ammettiamo un elemento nuovo: la testimonianza. La testimonianza introduce una dimensione di linguaggio assente nella metafora dell’impronta, e cioé la parola del testimone che riferisce ciò che ha visto e chiede di essere creduto: l’impronta lasciata dal fatto è, in questo modo, il vedere vicariato dal dire e dal credere. Al primo enigma si sotituisce un altro enigma, più dolce, quello della relazione fiduciaria, costitutiva della credibilità della testimonianza, la cui presunta buona fede può essere sottoposta al confronto con altre testimonianze. La testimonianza sposta la problematica dell’impronta: è necessario pensare l’impronta a partire dalla testimonianza e non il contrario. Bisogna smettere di chiedersi se un racconto assomigli a un fatto, ci si deve domandare se l’insieme delle testimonianze, confrontate tra loro, sia affidabile.

    (E questo mi fa pensare che c’è un momento in cui le circonvoluzioni del pensiero si devono fermare, il momento in cui la dialettica e la retorica e la filosofia si devono fermare, per ammettere la presenza dell’umano. C’è un passo da Tre Ghinee di Woolf a cui penso sempre, arriva dopo un bel po’ di lambiccamenti e riflessioni: le foto dei morti che le arrivano dalla guerra di Spagna. Ecco, questo è il corpo di un uomo. Questo è orrendamente mutilato e non si capisce, potrebbe essere un uomo, una donna, un maiale. Ecco, questo è sicuramente un bambino. – QUI, dice lei, devo fermare le speculazioni, che non sanno o fanno proprio niente, e riprendere a parlare con UN’ALTRA parola, che SA almeno quei morti. Grande.)

    Un abbraccio,
    re

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  12. Caro Massimo,

    no, non conoscevo il testo che citavi, ma mi pare che l’immagine sia perfetta, proprio nella sua contraddizione viva. Ieri sera sono stato ad ascoltare Moresco che parlava del suo ultimo libro con Giovannetti “Zingari di merda”: Moresco, molto giustamente, descriveva la sua operazione, nata da un viaggio in romania e dalla frequentazione continuata di un gruppo rom che viveva negli ex stabilimenti della Viscosa a Pavia… il problema, diceva, è non ridurre l’uomo, l’umano, al feteccio di se stesso, nel male e nelle accuse, certamente, ma anche nel bene. Ecco che allora si sprigionava, anche da un libro lontano dalla narrativa in senso stretto e dalla creazione estetica, una delle caratteristiche di tutta l’opera di Moresco: rendere di nuovo evidente la contraddizione vivente dell’umano, della creatura, in tutta la sua forza deflagrante, senza visioni parziali, ripeto, nel bene e nel male, e da entrabi i lati (Moresco parlava anche di una delle persone che andavano a fare le ronde e a importunare, anche con grande violenza, i rom, e che poi si è rivelato, proprio nel momento del dialogo con lui e Giovannetti, prigioniero del suo feticcio di “razzista”, e proprio attraverso questo dialogo, ora quell’uomo ha capito, è cambiato e lavora in una cooperativa di aiuto e condivisione per i rom che prima detestava…). Liberare le forze contraddittorie e anche tragiche, tenerle in una forma e in una ritualità anche, che non è blocco ma luogo di una pratica vivente che non semplifica, che è anche tragica. L’intreccio di bene e male che c’è in ogni uomo, l’intreccio di bene e male che c’è in ogni letteratura od opera cosciente…

    andrea ponso

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  13. @ Re
    “Bisogna smettere di chiedersi se un racconto assomigli a un fatto, ci si deve domandare se l’insieme delle testimonianze, confrontate tra loro, sia affidabile”. e in fondo AMARE (dico la parola grossa) queste testimonianze; e sapersi FERMARE. se hai un libro (impressionante, e impressionante proprio perché è un semplice elenco preciso) come *Il libro della memoria*; e Shlomo Venezia, che non morirà senza aver parlato; e Primo Levi; e il grandissimo Elie Wiesel della *Notte* – perché si deve ancora dubitare? per lo stesso motivo per cui Mosé “permise” il divorzio: per la durezza dei cuori.

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  14. Caro Massimo,
    Tu sai,la mia fatica qui…e altrove
    Non ho invece difficoltà a dichiararmi
    così indifesa nei confronti di ogni tua
    opera(opera ,questa,in continuo divenire,e quindi sempre più -grande!-).
    Mi appassiona quel breve istante dove tu
    lanci un segnale di pericolo,dove per pericolo io intendo quella -glossalalia-,
    di cui la poetica di Bondi può dirsi affetta.Ma non è il solo:sempre più spesso
    nell’odierna poesia mi ritrovo a leggere
    una miriade di testi senza verbo.
    A parer mio,questa poesia ,che qualcuno(non ricordo chi,era qualche tavolo troppo notturno-ma anche il più vicino all’umano,in-accessibile altrove)
    definì macchiaiola,se nel suo tentativo di evocare -immagini-non storie-frammenti
    di sensazioni,richiede una capacità di sintesi della passione-tensione quasi oltreumana.Se non si riesce nell’intento,
    il rischio è di dar l’impressione al lettore-ascoltatore di uno scrittore al quale sfugge la materia di cui tratta, sia essa social-civile,o intimistica.
    Un pò come l’affacciarsi a una finestra e il contemplar beati il crollo delle due torri.Con un telefono che squilla all’infinito..
    Ma qui si dovrebbe allora ridiscutere la sostanza e i compiti della scrittura…
    I testi,quelli del Bondi e simil,sono un pacchetto regalo che il poeta fa a sé stesso.Ma egli non ha coraggio di scartarlo,per paura di una dis-illusione.
    Ecco che allora chiama a raccolta una moltitudine di lettori perché l’idea possa essere agìta,senza assunzione di responsabilità.Al massimo vi sarà una”chiamata in correo”.
    Un testo che si dona in pasto ad un pubblico(e di cui questo ha urgenza di cibarsi),qualunque esso sia o voglia essere in quel momento,ha urgenza di non subire in prematura epoca un disconoscimento di paternità..
    Del suicidio ideato o agìto Albert Camus
    in “Un ragionamento assurdo”(“Il mito di Sisifo”)dice: -ciò che si chiama ragione di vivere è allo stesso tempo un’eccellente ragione di morire-
    Ancora:-Si può porre come principio che le azioni di un uomo che non bari determini che esse siano regolate da quel che egli crede vero. Ogni credenza nell’assurdità dell’esistenza deve ,quindi,prescrivere la sua condotta.Tutto ciò rende quindi legittimo chiedersi se una conclusione simile esiga che sia abbandonata al più presto una condizione divenuta incomprensibile[..]Ma esistono anche coloro che, senza trovare mai soluzione,si interrogano sempre..strano è però
    notare come coloro che rispondono per il no,poi agiscono come se pensassero di sì.[..].La tenacità e la perspicacia sono spettatori di privilegio in un giuoco inumano dove assurdo speranza e morte si scambiano le repliche[..].Nell’attaccamento di un uomo alla vita v’è qualcosa più forte di tutte le miserie del mondo.Il giudizio del corpo ha lo stesso valore di quello dello spirito,e sempre il corpo indietreggia di fronte all’annientamento.Si prende l’abitudine di vivere ancor prima di quella di pensare.-
    Sulla negazione mi viene in mente Carlo Levi nel suo “Compagni”,scritta molto tempo dopo l’esperienza del confino da parte del fascismo in Lucania(credo anni ’70):

    COMPAGNI
    “Le cose ingiuste,tu dici,
    mi fanno incerto del mondo
    e degli uomini fatti numeri
    nella volgarità senza fondo
    con questa offesa mi hanno mostrato
    che non c’è nessun bene certo
    e se ho lottato e sperato
    per voi non ho che un deserto
    in voi,ho trovato un deserto.
    Cosi piango su un passato
    di fiducia e sacrifici
    solidali,di allegria
    di compagni,in questo crescendo
    trionfo nell’ipocrisia
    nella viltà del concerto
    dell’anonimo apparato.”

    (Carlo Levi)

    Grazie Massimo,la bellezza straziante con cui strappi i vessilli mi costringe alla fatica…
    Ogni bene

    Sonia da Macerata

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  15. ciao Sonia, una sera serena…

    e il pacchetto che il poeta dona a se stesso – proprio perché lo dona *a se stesso* non interessa a nessuno, se non per piaggeria o per riderne…

    ma se uno legge le lettere che Rilke e Zweig si scambiano – sembra di leggere un quinto evangelio. perché? eppure non erano lontani dalla “fornace dei tempi” – quello che si potrebbe rimproverare a Cristina Campo – eppure non erano privi di conoscenza – eppure hanno sofferto – non erano certo dèi, e Mann [il padre, il Mago] era anche un uomo negativo; e Ungaretti fu fascista [non fu il solo, nel nostro campo]; eppure: la bocca non rimane asciutta, di loro non si ride…

    [probabilmente erano *parte di una comunità*, e *non di una nazione*, e non di una lingua sola: Rilke non aveva neanche patria – quindi erano “liberati in vita”. e non puzzavano di salotto e di biblioteca, anche se erano colti, anche se erano borghesissimi – e della loro grandezza, in mezzo a cose discutibili e vere, io non so parlare meglio, ora, se non con questa “accozzaglia di idee” – il lettore sa, il lettore lo sa dire molto meglio di me]

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  16. allora diventa facile dire che cosa *è* l’umanesimo: è il contrario del negazionismo, il contrario di chi dice che l’aquila-sul-dollaro protegge la Donna dell’Apocalisse.

    in fondo è quello che dice Paolo in ICor: se anche *sapessi le lingue degli uomini e degli angeli*, ma non avessi l’agápe, ecc.

    l’umanesimo non è un valore *in quanto tale*. per avere valore, deve avere una DIREZIONE. e poi chiede coraggio. e poi chiede profezia. e poi chiede un prezzo, perché la profezia costa qualcosa.

    *

    a Gramsci interessava, e non poco, il tema della profezia, fin dal 1918, dai tempi di “Sotto la Mole”. ma il problema del problema non è profezia sì o no, o se Pio fosse veramente stimmatizzato o no – il problema è che le cose sono visibili, soprattutto dal Novecento in poi. e che alcune cose si vedono, oggettivamente – per cui non basta dire “è questione di fede”. tu hai dei documenti. hai dei testimoni. ci sono delle immagini incredibili della cremazione ad Auschwitz; e i filmati delle riesumazioni di Bergen Belsen. e documenti di molte altre cose, ecc. – ci sono molte cose per aiutare una fede (non solo religiosa). le prove non mancano, volendo, e sono molte: dunque è più facile manipolarle che occultarle.

    e la poesia? a volte la poesia si estende al campo della profezia. e questo implica un valore della profezia, e una “compensazione ineluttabile”, come la chiama Gramsci. Gramsci non poteva non vedere queste cose: non poteva ignorarle, in nome di un materialismo che sarebbe stato solo mancanza di orecchio. le studiò, in due situazioni di emergenza, nel 1918 e nel 1931.

    la seconda lettera della scuola 3 parlerà di questo. parlo sempre in fretta, rubo i minuti – in attesa di mani gentili, che integrano traducono commentano…

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