Il gioco a somma zero

Si parla tanto di “emergenza sicurezza”. Un giorno si invocano leggi, espulsioni, ronde notturne, provvedimenti eccezionali; il giorno dopo gira il vento e si chiedono indulti, benefici, tolleranza. Un giorno ci si scaglia contro i rom, il giorno dopo si invoca la solidarietà. Forse mi sono perso qualcosa, ma mi rode il dubbio che questo dibattito non serva per capire qual è la cosa migliore da fare e che i clandestini, i rom, i cittadini impauriti/incazzati, siano tutti strumenti di un gioco politico.
Sbaglierò, ma sono convinto che, prima di invocare provvedimenti severi o di assolvere a priori, sarebbe il caso di ricuperare il senso di parole come “colpa” e “responsabilità”. Ripeto: sbaglierò. Ma secondo me abbiamo finito per attribuire a queste parole un significato distorto.
Se vi sembra che la prendo troppo alla lontana vi chiedo scusa, ma non saprei come fare diversamente. Partiamo da un caso pratico.
Quattro anni fa a Turate, a metà strada fra Milano e Como, successe un fatto di cronaca nera: madre e figlio convinsero un dipendente della piccola impresa familiare a uccidere il rispettivo marito e padre. Ricordo che, quando sentii la notizia in televisione, provai orrore per circa dieci secondi; poi, in modo automatico, arrivò il ripensamento e mi domandai: “Cosa aveva fatto quell’uomo per spingere moglie e figlio all’assassinio?”. Infine, in modo molto meno automatico, anzi, con un certo sforzo, mi costrinsi a pensare: “Ma che ne so io che la vittima fosse più detestabile degli assassini? Da dove viene il pregiudizio per cui, più un delitto è efferato, più sono portato a pensare che la vittima se la sia voluta?”
A furia di rifletterci sono arrivato alla conclusione che il pregiudizio nasce, in ultima analisi, dalla suggestione del “gioco a somma zero” e cioè dal meccanismo per cui, se il panettiere sotto casa si fa vedere in giro con la macchina nuova, sono portato a pensare: da dove vengono i suoi soldi? Dalle mie tasche! Quello si è arricchito perché ha messo le mani nel mio portafogli. E se lui guadagna vuol dire che io ci ho rimesso.
Questa è la semplificazione. È come lanciare una moneta: testa vince, croce perde. La somma è zero. Eppure basta esaminare dei casi concreti per constatare che non è affatto così. E allora perché ci lasciamo fuorviare da un ragionamento rozzo? Perché ci ostiniamo a guardare la realtà attraverso occhiali colorati? Togliamoci gli occhiali del “gioco a somma zero” e torniamo al fatto di Turate: come mai ho almanaccato sulle presunte colpe della vittima di un omicidio più o meno disumano? Perché volevo darmene conto non solo in termini di verità (chi è stato?), ma anche di giustizia (ha fatto male o ha fatto bene?). Questo mi ha portato a pensare nei termini di un gioco a somma zero. Se uno ha ragione, l’altro deve avere torto.
Gli omicidi in famiglia sono antichi come il mondo e sono stati puniti in modi diversi: tortura, morte, ergastolo. Però Dio non punì Caino; anzi, proibì agli uomini di fargli del male. Romolo uccise il fratello e non solo non fu punito, ma diventò re. Lasciando perdere la mitologia e tornando alla cronaca, ricordo il caso di un certo Carretta che sterminò la famiglia e si rese latitante. Anni dopo fu rintracciato, processato e giudicato infermo di mente (nei giudici non può non aver pesato la convinzione che per commettere un delitto così atroce bisogna essere fuori di testa). Una volta ricoverato in ospedale psichiatrico, in poco tempo (troppo poco!) fu ritenuto guarito. Oggi vive in semilibertà, ho letto che vuole sposarsi e un tribunale gli ha perfino assegnato l’eredità dei genitori che ha assassinato.
Ora sta a noi decidere come vogliamo comportarci. Può darsi che esistano gli imperativi categorici e le leggi di natura. Può darsi di no. Da un punto di vista laico, io mi accontenterei di definire i reati come atti che la società punisce nella misura in cui ritiene pericoloso non farlo.
Ma è proprio qui che la sensibilità collettiva presenta un problema: fino a ieri era diffusa la convinzione che basti qualche anno di galera per ricuperare alla vita civile anche gli assassini più spietati e quando i cittadini chiedevano di essere difesi dai violenti li si tacciava di intolleranza. Improvvisamente sembra che il vento sia girato, per reazione, per paura, per esasperazione.
Siamo ancora schiavi del gioco a somma zero. Nessuno si preoccupa di far notare che è proprio per tutelare i deboli dai violenti che è nato il diritto.
***
L’anno scorso una sentenza della Cassazione ha concesso le attenuanti generiche a un assassino in considerazione delle sue “disagiate condizioni sociali ed economiche”. Si trattava di un migrante clandestino e per qualche giorno la cosa ha fatto discutere. Poi, come al solito, altre notizie l’hanno obliterata. Eppure, qualche considerazione sarebbe necessaria.
Cinquant’anni fa una sentenza di questo genere sarebbe stata impensabile. D’accordo: è normale che col trascorrere del tempo le idee cambino e di conseguenza muti la percezione della gravità dei reati e delle pene. Ma questi mutamenti dovrebbero essere sanciti dal Parlamento e non dalla communis opinio. In ultima analisi, e prescindendo dal caso specifico che ha dato origine alla sentenza della Cassazione, perché lo Stato mette in galera i responsabili di un reato? Per dargli un brutto voto in condotta o per difendere la società?
Considerare attenuante per un omicida il fatto che si trovi in una condizione di disadattamento non significa introdurre un criterio soggettivo nella valutazione del reato? Se si decide di imboccare questa strada, bisognerebbe considerare che le cause di disadattamento non sono soltanto economiche. Disadattato è anche un trovatello, un orfano, un divorziato. E perché non un disoccupato, o chi per vivere deve adattarsi a fare un mestiere che non gli piace? E cosa mi dite di un poeta sconosciuto, un romanziere che non trova editori, un pittore che non vende quadri? E voi, e io, non abbiamo motivi per lamentarci del mondo crudele? Di questo passo, disadattato è chiunque. Ma se interpretiamo la legge in questo modo diventa possibile commettere i peggiori reati e cavarsela con poco. E allora come può sentirsi sicura la società?
Forse è il caso di ripartire da zero. Lo stato esiste per uno scopo preciso: difendere i cittadini dalle violenze interne ed esterne. Dalle violenze esterne con la diplomazia e l’esercito. Dalle violenze interne con la legge, la magistratura e la polizia. Lo stato (a differenza della Chiesa) non esiste per distribuire premi e punizioni, ma per dare protezione alle possibili vittime di chi usa violenza. Se Tizio commette un omicidio, lo stato non lo mette in galera perché è cattivo, ma per difendere la società dal rischio che ci riprovi e per dire ai malintenzionati: farete la stessa fine.
A furia di interpretare la legge con criteri soggettivi, si è finito per considerare la riabilitazione come qualcosa di scontato (perché tutti gli uomini sarebbero buoni) e non un obbiettivo difficile e spesso impossibile da conseguire (perché il male si può combattere ma non estirpare). È grazie a questi criteri sempre più soggettivi che Izzo, il massacratore del Circeo, è uscito di galera e ha ucciso ancora.
Si obbietta: statisticamente, fra tutti coloro che usufruiscono della semilibertà sono pochi quelli che ne approfittano per commettere altri reati. Può darsi. Ma chi glielo spiega alle vittime? E se lo stato affida alla statistica la vita dei cittadini, chi potrà impedire che i cittadini comincino a circolare con la rivoltella in tasca?
Riabilitare i delinquenti è utile e desiderabile, ma solo dopo che la società è stata messa in condizioni di sicurezza. Che senso ha promulgare leggi, mantenere polizia, magistratura e istituzioni carcerarie, se poi gli assassini tornano a uccidere?
***
Non si può cambiare la natura umana per legge. È più logico che la legge si adatti ai cambiamenti spontanei dell’opinione pubblica. Ma è pur vero che i cambiamenti possono essere sollecitati da un dibattito, a condizione di non volare nell’empireo dei massimi sistemi e di stare attenti ad andare dietro alla verità effettuale della cosa. In particolare, a mio parere, abbiamo bisogno di rivalutare il concetto di responsabilità.
Prendo ancora una volta un esempio dalla cronaca.
Due anni fa, a Gerenzano, un paesotto dell’alto milanese, una persona mentalmente disturbata uscì di casa con un martello, andò al bar e lo picchiò sulla testa di una ragazzina di tredici anni che stava prendendo il gelato insieme agli amici. Non so se la ragazzina se l’è cavata, perché, come al solito, i TG dimenticarono la notizia nel giro di due giorni. Ma nell’imminenza del fatto tutti i servizi mostrarono un cittadino che si domandava: non c’è nessuna autorità che si preoccupi di evitare che una persona che ha già dato segni di squilibrio faccia danno al prossimo? In sostanza, i TG diedero voce all’esasperazione popolare suggerendo che la colpa era dello stato (cioè di nessuno) ed evitando accuratamente il tema della responsabilità.
È pacifico che uno squilibrato non sia responsabile di ciò che commette, ma per chi lo lascia libero di uccidere o di rovinare la vita degli altri un problema di responsabilità esiste eccome, e va risolto alla svelta. Invece, la procedura corrente in questi casi è: il magistrato apre un’inchiesta, vengono interrogati l’assistente sociale, il direttore dell’ASL, il maresciallo dei carabinieri, il capo dei vigili urbani, il sindaco e l’assessore alla sanità. Vengono richieste perizie e controperizie. Lo squilibrato resta a spasso o ci ritorna nel giro di poche settimane. Dopo due anni il magistrato conclude che ognuno ha fatto il suo dovere a termini di legge. Non c’è stata colpa. Chi ha preso la martellata in testa se la tenga.
Il fatto è che la colpa è una cosa, la responsabilità è un’altra. Non basta timbrare il cartellino in entrata e in uscita per dire di aver fatto il proprio dovere: per guadagnarsi lo stipendio bisogna anche lavorare. Allo stesso modo, se qualcuno c’è andato di mezzo, non basta che nel nostro comportamento non ci sia stato dolo o colpa in senso giuridico. La colpa è qualcosa che sta innanzitutto nella coscienza di ciascuno, mentre la responsabilità è un fatto sociale e coinvolge tutti.
Non venitemi a dire che, se non c’è colpa, non c’è neanche responsabilità. Questo vale nel diritto penale, ma i comportamenti umani vanno giudicati anche da altri punti di vista. Chi ha una autorità e permette che succedano fatti come quello di Gerenzano deve trarre le conclusioni, cioè andarsene, e qualcuno al di sopra di lui deve prendere provvedimenti. Se i cittadini non sono tutelati e, per esempio, gli squilibrati e i personaggi socialmente pericolosi girano liberi per la strada, vuol dire che qualcuno non ha fatto il suo dovere.
La confusione fra colpa e responsabilità avvelena molti settori della nostra vita. Oltre a essere discutibile, l’idea che gli uomini nascano buoni e vengano rovinati dalla società non spinge a considerare la società responsabile verso chi è a rischio, ma ad assolvere i rei per addossare alle vittime un generico senso di colpa. Chi soggiace al fascino del gioco a somma zero non può staccarsi dalla “mentalità della colpa” e non vuol saperne di una “mentalità della responsabilità”. Eppure, indignarsi per le colpe e trascurare le responsabilità è un comportamento suicida: la società che non sa adottare punti di vista responsabili passa bruscamente da un estremo all’altro, in preda alle passioni eccitate dai professionisti delle opposte indignazioni. Le istituzioni che non si comportano in modo responsabile cercano di compiacere le passioni del momento. Oscillando fra giustizialismo e autoritarismo, fanno apparire lo stato di volta in volta vendicativo oppure oppressore, e il loro prestigio cade sottozero. Così l’opinione pubblica si abitua a considerare le leggi come grida manzoniane e ognuno cerca il modo di proteggersi da sé. Dall’ordine si passa al marasma e poi al far west.
Come ammoniva Platone, quando la libertà degenera in licenza apre la porta alla tirannide.

7 pensieri su “Il gioco a somma zero

  1. Riccardo, mi pare ci sia un’imprecisione relativa al nome del Carretta. Se non ricordo male Carretta era (è?) il serial killer genovese delle prostitute, quello a cui ti riferisci deve essere Casella, quello che ha ammazzato i genitori.

    Blackjack.

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  2. Riccardo: sono d’accordo al 100%. Le uniche considerazioni che mi vengono sono relative alla ‘strana’ struttura che ha la giustizia in Italia; iniziando da quel guazzabuglio infame che vede Magistratura Inquirente e Magistratura Giudicante, mescolarsi all’interno dello stesso pentolone.

    Chi controlla il controllore?

    Blackjack.

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  3. Riccardo, hai ragione: facevo confusione io e la memoria non è più quella di una volta. Ah, l’età che brutta malattia 😉

    Blackjack.

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  4. L’articolo è lungo è merita attenzione. Mi sembra però che vengano riproposti alcuni contenuti: colpa e responsabilità, efficacia della detenzione, troppa libertà (o licenza).
    Qualsiasi tipo di detenzione non dovrebbe mai perdere di vista la possibilità di cura e recupero per chi ha commesso un crimine, pur aberrante che sia. La tutela verso i cittadini, non si persegue restringendo le libertà civili e i diritti, ma con la certezza della pena e della sua efficacia (cosa che oggi non si ha, vista la normativa che prevede sconti e i tempi lunghi, per cui molti reati vanno in prescrizione).
    Dire che le carceri italiane(con poche eccezioni) non sono adeguate al recupero di nessuno è dire ancora poco.
    Una società che non lascia chi è più disperato in balia di se stesso e che riduce al minimo i disagi, sicuramente attuerebbe la prevenzione del crimine. Ma su questo c’è chi non vuol sentire ragioni. Il concetto di responsabilità si restringe (organi e istituzioni)e si estende un po’ a tutti.

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  5. Non è un discorso da poco…
    penso che la soggettività del giudizio possa essere applicata quando c’è un tipo di delitto che non viene reiterato, se uno per esasperazione uccide un familiare, non è detto che sia un assassino pericoloso per tutta la società, cioè il suo era un delitto mirato, e diciamo, esaurito lì. Chiaramente, il delitto non è che sia giustificato.
    Mentre uno squilibrato che dà martellate è un pericolo per tutti. Ma è vero che ognuno ha fatto il suo dovere, lo squilibrato non è previsto rimanga rinchiuso, se non erro.
    E’ un discorso di responsabilità lasciare libero un Izzo…
    E la colpa è colpa… anche se in stato di bisogno, un furto è un furto. Certo che l’immunità parlamentare e punire chi ruba una mela…
    Boh, mica è un discorsino così….

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  6. Certo che non è mica un discorsino così… Però se siamo arrivati a non capirci più niente è proprio perché abbiamo smesso di pensarci. Abbiamo creduto che “gli uomini sono buoni” (e chi ci va di mezzo deve essersela cercata) e restiamo di sasso quando scopriamo che a Roma non c’è stato un raid di neonazisti, ma la spedizione punitiva di un derubato a cui erano saltati i nervi perché aveva visto succedere i furti ogni santo giorno, la polizia era come se non ci fosse, e finalmente uno di quei furti l’aveva toccato da vicino. Questo è il risultato del guardare la realtà non come è, ma come ci piacerebbe che fosse. Un risultato che si chiama Far West.

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