Milo De Angelis

da Tema dell’addio

a Giovanna

Vedremo domenica

*

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.

*

C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.
Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo,
con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po,
il corpo vinto, il seno intravisto. E’ stato lì.
Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso
delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue
che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi
cercavano, nella materia inquieta, un’incisione.
Nel viso invecchiato di una donna, il mondo
intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte
e croce. Via degli smarriti. Compito scritto.

*

Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos
di lingue e colori, traumi e nuovi amori,
entra alla Bovisasca, spazza via il novecento
della solitudine maestra, del nostro verso
sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano
tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria
di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa,
guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario
dodici agosto, inizio a convocare le ombre.

Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza
di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo.
E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria
a tre secondi dalla fine. E Roberta
che ha dedicato la sua vita. E Giovanna,
in un silenzio di ospedali, quando il tempo
rivela i suoi grandi paradigmi.

“Torneranno vivi gli amori tenebrosi
che in mezzo agli anni lasciarono
una spina, torneranno, torneranno luminosi.”

Scena Muta

*

L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.

*

Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.

*

Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.

*

Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

Trovare la vena

Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio
nervoso
un raschiare di suoni e occhi
fissi all’ingiù, quel niente
che tiene freddo il pensiero, quel tremito
di lampadine e aghi, qualcosa
che s’incarcera dove grida. Il viso
toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere
pallido dei fenomeni
oh dormi, dissi, dormi
eppure io ero con te
e tu non eri con me.

*
I battiti carnali si stringono a una doccia,
chiedono una tregua, una posizione
per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi
entrano in te che cerchi
di stare con le cose.
Ci dev’essere un’alba
terrena, dicevi, un seme intatto,
una fiammella, un preludio che esce
dagli ospedali, suonato da una piccola mano,
una corona di spighe regalata al guaritore.

*

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

*

Quel lontano di noi

Ci viene restituita una corsa a Villa Sheibler,
il legno della porta, un verde esteso
per nomi e anni fino a qui, fino all’ora
più discorde, fino al lungo terminale. E tu
sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi
le lancette del polso a quelle celesti, episodio
episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel
lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra.

*

Nella stanza, nel modo esatto
di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa
e tutto si preparava all’istante
dell’ingresso, ai piedi scalzi
che varcano il confine, ogni confine,
tutto si illuminava di te, lieta pronuncia
di tavoli e pareti, brivido preciso,
battito estivo che porta il disordine alla sua
pura linea, al sorriso, all’annuncio,
calda voce dell’al di là.

*

Sulla fronte restava un segno
della notte, l’amore che sfugge all’udito,
forse, una sazietà di ore. Vagando
nella stessa ruga, sfiorando la linea
in cui non si entra, mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

*

Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa
affranta che appare nell’unione,
sull’orbita segreta, siamo noi.
Siamo noi il luogo della cronaca
e il luogo del fiore senza età.

Hotel Artaud

Ti alzi e ti tuffi, vuoi inghiottire la vita
e invochi il fiore della luna, il grande
osanna oscuro che dà tutto il piacere
agli amanti. Invochi l’unisono dei corpi
e la scintilla risorta, il sangue in tumulto,
le spalle nell’assoluto. Fuori, macchie di gasolio,
cavi sospesi, pezzi di requiem. Ne senti la minaccia
fino allo stridere delle lenzuola. Mi chiedi
se giungeranno qui, se noi potremo ancora salvarci.

*

Quando su un volto desiderato si scorge il segno
di troppe stagioni e una vena troppo scura
si prolunga nella stanza, quando le incisioni
della vita giungono in folla e il sangue rallenta
dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba,
allora non è solo lì che la grande corrente
si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto
che abbiamo amato.

Visite serali

A te, amore, una semplice
poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni
sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.

*

Nella tua estrema voce
la vita fu simultanea. Un semplice
attimo e un sempre insanguinato
confondevano le sillabe
nella tua estrema gola
bambina che cerca un viso
qualsiasi, lo bacia, lo fa suo,
gli crede, gli cede.

*

Camminavi con la coscienza del sangue
e l’attimo strappato al suo giorno,
mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio.

*

Sotto la camicetta verde c’era un vuoto
di secoli, un atto di bestemmia
e perdono che andavano intrecciati nei viali
di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini
verso un punto che ti chiama,
che ti ama senza una parola, con la sola
certezza del tuo piangere.

*

Ora si è spezzato l’ordine, ora
ti avvicini alla stanza e resti
nuda per tutta l’estate, con la mano
che gira all’infinito la maniglia.

*

All’appello totale, all’appello
che conduce al sorriso, che conduce
e fa nostro ogni globulo,
manchi soltanto tu, arciera,
bambina, tu puntaspilli, tu che parli
al sangue, tu furtiva
e assetata
tu filo di voce,
canta il bel raggio
sepolto nelle parole, la scapola,
la pungitura, la fitta, gli antichi
numeri di telefono,
oh tu fra coloro che attendono,
che sono lì lì,
che bevono l’acqua passata, il canto
del cigno, la chiara
sorte di questa domenica.

Biobibliografia

Milo De Angelis vive a Milano, dove è nato nel 1951. Ha pubblicato: Somiglianze (1976), La corsa dei mantelli (1979), Poesia e destino (1982), Millimetri (1983), Terra del viso (1985 ), Distante un padre (1989 ), Biografia sommaria (1999), Dove eravamo (2001).

(Milo De Angelis, Tema dell’addio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005 )

Selezione testi di Elena F. Ricciardi

12 pensieri su “Milo De Angelis

  1. Vi prego,mi potete aiutare adentrare incontatto con Milo,che abbiamo bisogno della sua vis poetica per inaugurare La Scuola Popolare di Poesia a Is Mirrionis?
    Is Mirrionis è un quartiere di Cagliari che si potrebbe paragonare,con le dovute proporzioni, a Scampia di Napoli o a Brancaccio di Palermo.
    Io sono Gianni Mascia,un innamorato della poesia che la usa come mezzo d’intervento negli strati della società più inclini alle devianze ed al conseguente rischio di emarginazione, come faro atto a illuminare notti interiori e quale viaggio introspettivo alternativo ai”paradisi artificiali”.
    Inaugureremo la scuola con una rassegna di poesia che vedrà presenti le maggiori voci della poesia sarda contemporanea e qualche altro esponente del verso italiano dei giorni nostri.
    Vorremmo fortemente Milo,non solo perchè a nostro avviso è la voce più bella della nostra poesia attuale,ma anche per il suo lavorare in carcere.
    Sperando in una risposta vi salutiamo calorosamente.

    Gianni Mascia Responsabile culturale del Circolo Arci LaCarovanaSardaDellaPace
    Via Baronia 13 – 09121 Cagliari – gmgmascia@gmail.com – 3408853138 – 070255048

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  2. Paragonare Is mmrrionis a Scampia non mi sembra una bella cosa, per entrambi i quartieri. Ti auguro comunque di trovare De Angelis.

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  3. Non capisco perchè tu,Gena,dica che non è una bella cosa.Sono entrambi,fatte le dovute proporzioni,quartieri dove l’amministrazione latita e,specialmente in certe vie,addiritura non esiste,con tutte le immaginabili conseguenze.Io non credo che qualcuno possa aversene a male,perchè le similitudini sono tante e,per quanto riguarda Is Mirrionis,ne parlo con cognizione di causa in quanto ci sono nato e cresciuto e dopo vari anni vissuti in giro per il mondo ci sono tornato a vivere e ci lavoro.

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  4. Perchè spesso Scampia è preso come esempio di luogo degradato, a volte frutto di luoghi comuni! Magari conosco anch’io Is Mirrionis, e non ho visto questo degrado esasperato, forse c’è solo un problema di vivere quotidiano.

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  5. Si,effettivamente,Gena,il degrado a parte qualche eccezione,non è come a Scampia.
    E’un problema di viver quotidiano(ma non mi sembra poco)che in qualche via raggiunge l’esasperazione,in quanto vige la legge del più forte ed è quasi zona off limits e questo ha contribuito fortemente a dargli una cattiva nomea,nonostante la maggior parte degli abitanti siano gente che lavora onestamente.In quelle poche vie di cui dicevo impera, purtroppo,una centrale regionale di spaccio di qualsiasi tipo di droga e non esiste pace,a nessuna ora del giorno,con auto e e moto che scorrazzano a tutte le ore,specialmente di notte,e gente di tutte le risme che strepita e spadroneggia,che non permette a chi deve lavorare di riposarsi e lo costringe a subire tacendo per paura di ritorsioni.Io vivo in una strada vicinissima all’ipermercato delle bustine e sento ogni notte lo sfrecciare in pericolose gimkane di gente stravolta che mette a repentaglio la propria vita e quella di chi vorrebbe vivere quietamente,magari riuscendo a dormire serenamente senza la paura di essere svegliato di soprassalto dal botto di qualche auto che va in fiamme o dalla detonazione di qualche colpo d’arma da fuoco…

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  6. E’ sicuramente importante dedicare del tempo alla poesia, in un ambiente povero culturalmente.Anche se non mi risulta che il quartiere sia spesso teatro di sparatorie.

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  7. Adesso,per fortuna,non è più così frequente,non è cosa quotidiana come un brutto periodo di un po’ d’anni fa,ma comunque è capitato anche l’altra notte e resta poi quello che accade quotidianamente ad un passo da casa mia,in quella via famigerata…

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