L’onda marchigiana: ipotesi per una linea poetica

fractal

di Renata Morresi

 

Sabato 24 maggio 2008

 

Massimo Gezzi, Renata Morresi, Adelelmo Ruggeri, Luigi Socci, Giampaolo Vincenzi: l’altro giorno ci siamo ritrovati al fatidico momento della “tavola rotonda”, nell’ultima giornata del Festival Licenze Poetiche. Per tema la sempiterna, attualissima, ancorché stagionata ipotesi sulla “linea poetica marchigiana”, anche detta, nel titolo del nostro incontro, “l’onda marchigiana”.

Massimo Gezzi, che di recente si è occupato dell’argomento insieme ad Adelelmo Ruggieri in Porta Marina: Viaggio a due nelle Marche dei poeti, in uscita per peQuod, ha aperto i lavori offrendoci le coordinate del dibattito, le misure della “marchigianità”. Che ci vengono prima da Carlo Antognini, nella sua elaborazione di “un’ideale consonanza di spirito”, e dai suoi interlocutori critici, secondo i quali la molteplicità identitaria e la stessa geografia frammentata delle Marche rendono invero impossibile una tale “categoria dello spirito”, e poi dall’ ulteriore problematizzazione, con riferimento all’esperienza di Residenza di Scataglini, una riappropriazione consapevole e positiva della marginalità, e alla definizione di “avanguadia a ritroso” di Guido Garufi e Remo Pagnanelli.

 

Gezzi è attento a sottolineare ciò che non siamo, ciò che non vogliamo: “questa non è una storia della letteratura nelle Marche, non è un’antologia della poesia marchigiana, e non è un intervento teorico sistematico che si prefigga di definire i caratteri e le invarianti di una qualsiasi ‘linea marchigiana’ o di distillare la quintessenza di un’astratta ‘marchigianità’”, scrive in Porta Marina (p.64). La questione è delicata, e non del tutto “provinciale”, anche se, certo, lo è, come lo sarebbe qualsiasi discussione della linea toscana, emiliana, ecc., una ossessiva ricerca d’essenza, un tentativo di rappresentazione, una sistematizzazione ideologica, (di certo non un pigro esercizio, se è vero che la periferia è funzionale al porsi “naturale” e normalizzante del centro), secondo cui si scelgono delle “marche” di identificazione piuttosto che altre: la linea marchigiana o la linea adriatica? la linea centro-italica? la linea, per citare un libro di Filippo Davoli, padano-picena? 

 

Gezzi rilancia la discussione proponendo come immagine alternativa alla linea la “rete”, come sistema di snodi in comunicazione (attanti, direbbe Latour). Rete, dunque, per identificare “quel non so che” che nessuno di noi accetta come identità antropologica o stilistica o, tantomeno, ontologica, ma che pur ci interpella. E infine aggiunge: per evitare il rischio di essenzializzare, val meglio procedere diagnosticamente, semplicemente leggendosi le poesie e rinvenendo in esse le tracce dell’ethos marchigiano. A mio avviso in quest’ultima affermazione Gezzi ridimensiona nel solo testo letterario una figurazione (la rete) che va ben oltre, poiché addita a un intersecarsi di posizioni intellettuali, stilistiche, politiche, generazionali, ecc. per nulla parallele o evidenti. Sappiamo bene che la “linea marchigiana” non riguarda il solo dato letterario, ma anche la “poetica del luogo”, nei termini di Glissant, ovvero anche altri fatti “culturali” e di più ibrida natura: la (ri)conoscibilità poetica, l’autorità intellettuale, l’istituzionalizzione di esperienze e movimenti, le politiche culturali, il cercarsi (e non trovarsi) in una realtà spesso frantumata in una costellazione di municipalità ossessionate dall’ “evento” e a volte sorde alla parola lunga, nuda e complessa della poesia, il trovarsi invece, facendo dello stare insieme un antidoto al silenzio.

 

A me personalmente l’espressione “poeta marchigiano” è sempre suonata un po’ derogativa. Sentite cosa dice Volponi infatti: “Io credo anche che esista una certa caratteristica unitaria nella poesia marchigiana fatta di un certo gusto del paesaggio, di un certo pudore, d’una riserva verso le cose nominate quasi con la paura di guastarle: c’è poi in quasi tutti i suoi poeti uno stile piuttosto aulico. Non si può certo parlare di marchigianità di Leopardi, ma varie caratteristiche sopra menzionate sono anche in lui.” Come a dire: nell’ambito dell’eccellenza uno è poeta e basta, i poeti mediocri invece possiamo pure chiamarli marchigiani. Sarà anche per questo che tutti noi, naturalmente, ci teniamo a dire che la famigerata “marchigianità” non esiste. Sarà sicuramente perché “l’innocua” descrizione di Volponi (il paesaggio, il pudore, lo stile aulico) oblitera in un sol colpo qualsiasi “variante” sperimentale, non lirica o, semplicemente, alternativa a quel pudore, a quell’aulico. Eppure…“[e]ppure in qualche modo noi sentiamo” che qualcosa c’è (saremmo qui altrimenti?)

 

Mi chiedo: cos’è marchigiano e cosa non lo è? Quando (dove) conviene essere “poeta marchigiano” e quando (dove) no? Com’è che si creano i cenacoli, i movimenti, le scuole, ecc.? Quanto pesa l’isolamento e quanto congela l’appartenenza? Quanto dell’antica questione del sentirsi isolati è meramente funzionale alla costruzione di una persona(lità) poetica statica, il maestrino col suo circoletto di adepti? E quanto l’idea del caso eccezionale, del talento nato nel deserto, è funzionale invece a svuotare, a disinnescare l’opera letteraria e intellettuale? E quanto, infine, manca in questa riflessione ormai quasi quarantennale sul “marchigiano”, che si è sempre confrontato con la lontananza dalle metropoli, dai centri culturali ed editoriali, e pochissimo, ad esempio, col confine ad est?

 

Il secondo a intervenire è stato Luigi Socci, sottolineando come l’esperienza del Poetry Slam, di cui egli è stato promotore e protagonista nelle Marche e altrove, abbia fatto convergere diverse (e spesso disparate) personalità poetiche nella condivisa ricerca di scambio e momenti di ascolto. Socci inoltre ha messo in evidenza il ruolo decisivo di Franco Scataglini nell’autorizzare una pratica (e) poetica a partire dalla modalità “provinciale”. La creazione di spazi aperti alla poesia e di disponibilità alla sua condivisione va avanti invero da anni, come chiaramente testimonia una serie di “giovani” realtà (il festival La Punta della Lingua di Ancona, Licenze Poetiche a Macerata, Venerdì Poesia a Sant’Elpidio a Mare, tanto per citare manifestazioni che coinvolgono i presenti). Che la famigerata “linea” non sia altro che il ritrovarsi, inevitabile, nell’intimo agio dell’orto marchigiano, come suggerisce Socci?

 

Giampaolo Vincenzi ha molto riflettuto sull’intreccio di luogo, poetica e soggettività, avendo curato L’opera continua, antologia di poeti maceratesi contemporanei, e rinviene come traccia condivisa non tanto il ricorrere di tematiche o topoi, consonanze espressive o influenze di vario tipo, quanto una posizione etica del soggetto poetico, che si delinea nel confronto con l’altro da sé. Mi è piaciuto in particolar modo come ha usato l’idea di “comunità che viene” di Agamben, rivendicando una comunità strategica di singolarità e non di identità. Mi piace anche perché ben risponde alla mia proposta, quella di “comunità inoperosa” (uso qui Nancy, con un pizzico di irriverenza nei confronti della leggendaria operosità dei marchigiani), ovvero una comunità senza essenza, senza miti fondativi, fatta di singolarità alla ricerca di relazioni, del loro stare con, non in.

 

Ho molta diffidenza nei confronti del concetto di linea, e lo faccio presente quando è il mio turno. La linea è l’unione successiva di più punti, mi fa pensare all’istituzione di una tradizione genealogica che, inevitabilmente, esclude i “non allineati”. Mi fa pensare alla grande guerra cosmologica di Harold Bloom in cui i figli vivono in eterna minorità e nell’ansia di superare i padri, un’ansia che non lascia lo spazio di immaginare una tavola, come questa, attorno alla quale diverse generazioni, diverse poetiche, diversi soggetti si confrontano, parlano, lavorano e – perché no? – si divertono, nutrendosi vicendevolmente, magari sfidandosi, ma sempre alimentando la forza e l’estensione della presenza creativa. Mi piace molto più la rete, sebbene essa sia solo apparentemente più “neutra”, più democratica, e celi le ben note asimmetrie, le inevitabili intersezioni tra “campo del potere” e “campo intellettuale”. Esistono scuole, cenacoli, salotti, ecc. che sono comunità chiuse, autoreferenziali e impermeabili, ma esistono altrettanti laboratori, festival, progetti che sono anche spazi di ricerca, di incontro e, soprattutto, di apertura alla possibilità che la poesia esista, e in modi molteplici (a volte ci si scorda degli adolescenti: quest’anno sono stata nelle scuole e ho scoperto che molti non sanno che la poesia esiste, che è ancora possibile). 

Queste realtà sono ricche e articolate, nascono in consonanza a precedenti esperienze altrettanto complesse, sono il frutto di un agire creativo che a volte si scontra con l’apatia della politica e, più spesso, con l’ossessione merceologica, ma sono, soprattutto, la rete, stavolta “da pesca”, che raccoglie e tira a bordo “quel po’” di persone che può. Persone che leggono, persone che scrivono, persone che pensano, chi lo sa. Considerato l’alto tasso di estinzione a cui queste realtà sono esposte, per mancanza di interlocutori e degli “spazi di possibilità” di cui dico sopra, mi pare auspicabile una riflessione su come lo “stare in rete” possa funzionare senza congelare in identità preconfenzionate. Questo discorso è valido per qualsiasi realtà locale, certo, ma assume qui una valenza particolare, per via della consolidata (cronica?) rappresentazione di questi nostri come luoghi dell’assordante solitudine. 

Cosa c’entra questo con la poesia? C’entra, a meno che non si voglia credere all’ideologia dell’autore solo davanti alla pagina vuota (io, almeno, non ci credo). Di cosa stiamo parlando esattamente? Adelelmo Ruggieri suggerisce la risposta, candida e scabrosa insieme: stiamo parlando di come si costruisce lo spazio in cui la poesia possa accadere.

 

Offro questa imperfettissimo resoconto del dibattito, e mi scuso di aver perso parte della complessità degli interventi e, ahimé, tutta la verve creativa del contributo di Adelelmo, le cui peripezie immaginifiche tra le Fonti di Macerata, gli ossimori, i parcheggi, la fisica delle particelle e delle onde e quant’altro sfuggono qualsiasi riduzione narrativa io posso attentare.

 

Domenica 8 giugno al La Punta della Lingua di Ancona, alle 17, la tavola rotonda si rinnova, con Gezzi, Seri, Babino e nuovi relatori non presenti a Macerata, a moderare il dibattito Valerio Cuccaroni: sarà interessante vedere come verrà riaperta la discussione.

 

Testi citati

G. Agamben, La comunità che viene, Einaudi, Torino, 2001 (1990).

P. Bourdieu, Campo del potere e campo intellettuale, manifestolibri, Roma, 2002.

F. Davoli, Padano piceno, Ged, Civitanova Marche, 2003.

M. Gezzi, A. Ruggieri, Porta marina: Viaggio a due nelle Marche dei poeti, peQuod, Ancona, 2008.

E. Glissant, Poetica del diverso, Meltemi, Roma, 1998.

E. Glissant, Poetica della relazione, Quodlibet, Macerata, 2005.

H. Bloom, The Anxiety of Influence: A Theory of Poetry, Oxford University Press, 1973 (1997).

B. Latour, Reassembling the Social: An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford, 2005.

J.L. Nancy, La comunità inoperosa, Cronopio, 2005 (1983).

G. Vincenzi, L’opera continua: antologia di poeti maceratesi contemporanei, Perrone, Roma, 2005.

 

Riferimenti sitografici

http://www.licenzepoetiche.it/ (per il programma del Festival Licenze Poetiche)

http://alessandroseri.wordpress.com/ e http://lacuginaargia.wordpress.com/ (di Alessandro Seri e Cristina Bambino, per commenti a caldo su Licenze Poetiche)

http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/porta-marina/#comments (un ampio estratto da Porta Marina)

http://www.niewiem.org/ (per il programma del Festival La Punta della Lingua)

 

 

39 pensieri su “L’onda marchigiana: ipotesi per una linea poetica

  1. Preziosissima trascrizione, impreziosita dalla bibliografia. La leggerò con cura. Intanto grazie a Renata e a tutti gli amici di Licenze poetiche!

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  2. Grazie per la lettura, Valerio. Questo non è propriamente un pezzo “da blog”, considerata la lunghezza e i molti riferimenti, ma dopo la lunga e intensa discussione di sabato avevo bisogno di mettere ordine e fermare su pagina alcune idee.
    Spero di aver reso un po’ l’idea della passione e della complessità che è circolata quel giorno.
    Re

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  3. Questo tuo gesto Renata, di “trascrivere preziosamente” quel giorno – come ha detto Valerio – è un poco come quando si ritorna da un lungo viaggio, e un amico ti fa la domanda più necessaria: “Come è andata?”.
    Un saluto caro
    Adelelmo

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  4. Grazie molte a Renata Morresi e a questo suo utilissimo post, con tanto di bibliografia.

    La contraddizione che noti, Renata, c’è. Da un lato, infatti, io sono convinto, con Mangani, che il “carattere” del marchigiano sia un’invenzione, e che sull’ethos dei marchigiani, se non si fa un’analisi sociologica minuziosa, si possa dire di tutto di più. Senti Leopardi, Zibaldone [3891]: “I più furbi per abito e più ingegnosi p. natura di tutti gl’Italiani sono i marchegiani”, con una chiosa meravigliosa che rispolvera la teoria dei climi codificata nel XVi secolo da Jean Bodin ma risalente addirittura ad Ippocrate, Aristotele, Posidonio e Plinio Il Vecchio: “il che senza dubbio ha relazione colla sottigliezza ec. della loro aria”.
    Se poi leggi i celebri resoconti di viaggi marchigiani di Cardarelli e di Piovene nel dopoguerra ci trovi immagini e interpretazioni del “marchigiano” addirittura contrapposte.

    La tentazione di dire “noi” è sempre forte, e non è per forza di cose un male, intendiamoci (quando quel “noi” non sia, come purtroppo accade spesso, una barriera, una consolazione da piccola patria). Se però si vuole dire “noi” in relazione a una presunta “marchigianità”, io credo che occorra dimostrare quali sono i caratteri di questo “ethos”, ancorando la dimostrazione a una ricerca storica, economica e sociale, più che meramente letteraria. E’ un po’ quello che hanno fatto gli studiosi della cosiddetta Scuola di Ancona (da un punto di vista eminentemente economico). Insomma, bisognerebbe prendersi la briga di definirlo, questo ethos. Altrimenti può valere anche l’indiscutibile “linea spirituale” di cui parlò Antognini.

    L’immagine o metafora delle rete che evocavo funziona come descrizione della realtà empirica, più che altro. E non è detto che molte maglie della rete non siano rotte, né che alcuni buchi non siano stati cuciti con il fil di ferro. La rete, d’altronde, è una metafora che funziona bene anche per definire la caratteristica precipua del “modello marchigiano” di piccole imprese, legate l’una all’altra, e ora ormai in crisi o in profonda trasformazione, come ha dimostrato Carlo Carboni. Ecco, mi pare che il moltiplicarsi di Festival, di presenze, di letture reciproche, di dialoghi, di amicizie ed eventualmente di scontri possa essere ben definito dalla metafora della rete. Se poi questo fa parte dell’ethos (sì, dirai tu), d’accordo, abbiamo individuato una caratteristica etica comune. Ma – ecco la domanda che incenerisce qualsiasi tentativo troppo sbrigativo di costituirsi in un “noi” diverso da un “loro” -: siamo sicuri che questa caratteristica sia “marchigiana” e non anche lombarda, svizzera o caraibica? In questo senso ha perfettamente ragione Luzi quando suggerisce di legare le indagini sulla letteratura (si parlava di “linea poetica”) alla storia, alla società, all’economia. Ho provato, molto parzialmente, a farlo in Porta marina, che va considerato, ovvio, appena un passettino (e che NON E’ DAVVERO un tentativo di definire una “linea marchigiana”, se non a posteriori), in attesa di vostre reazioni, sviluppi, contestazioni.

    Da tutto quanto abbiamo detto ora, però, puoi vedere che è scomparsa una cosa: i testi. Parliamo di “linea poetica marchigiana” senza ricordare che, in poesia, qualsiasi ethos va misurato sui testi, perché i testi (e i paratesti), sono l’unica cosa che abbiamo (in poesia). Da qui il mio richiamo alle poesie, che tu trovi contraddittorio. Ma se ci sono delle costanti (unico elemento che, ai miei occhi, permetterebbe di ipotizzare l’esistenza di una “linea”), queste costanti vanno ricercate lì, nei testi. Dirò di più: in TUTTI i testi. E’ chiaro, infatti, che le somme tirate da Garufi (i marchigiani non sperimentali, argomentativi, classicisti ma non classicistici) funzionano meglio se non ci si ricorda di un certo Ercole Bellucci, o di Deoso di Ferretti, o dell’ultimo Volponi ecc. Magari quella individuata da Garufi (che io trovo sensatissima) è solo UNA delle linee che serpeggiano nelle Marche… D’altronde Garufi, Pagnanelli, Capodaglio, De Santi hanno scritto molto su questo (il saggio di Capodaglio contenuto nell’antologia Garufi, in particolare, per me resta esemplare, così come il saggio di Pagnanelli su Leopardi e la recente poesia marchigiana, del 1987).

    Per concludere: a me della “marchigianità” (in generale) non interessa niente. Mi interessa vedere se e in che modo il luogo e le modalità in cui si vive si rifrangono nella poesia, al di là di colli, mari, lune, paesaggi eccetera (che pure ci sono!). E se non partiamo dalla poesia, dalle poesie (induzione), o se non torniamo a esse per verificare la bontà di un’ipotesi precedentemente formulata (deduzione), come altro fare?

    Spero di non aver complicato le cose. Un saluto,
    Massimo

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  5. Cara Renata e caro Massimo,

    mille grazie per avere portato il dibattito a dei livelli molto interessanti e per avere offerto motivo di riflessione e di confronto.
    Per quel che mi riguarda, nel mio piccolo, concordo con Massimo quando propone di ripartire dai testi, da TUTTI i testi, al fine di rintracciare questa caratteristica, questa base che, in progressione, arrivi a definire persino – uso un termine antropologico – una facies marchigiana (al di là di colli, mari, lune e paesaggi! per citare Massimo).
    Mi piace sottolineare anche il concetto espresso da Massimo circa l’idea di quella rete che, rivitalizzata da festival, tavole rotonde e letture pubbliche, non basti a definire un ethos marchigiano: aggiungo che non solo questo tipo di approccio può essere comune anche ad un lombardo, svizzero o caraibico, come evidenzia Massimo, ma che tale interpretazione di “rete” non può essere esaustiva per accumunare sotto lo stesso sentire “marchigiano” (che poi, di che cosa si tratta?)pesaresi, anconetani, maceratesi ed ascolani.
    Mi spiego meglio: è lodevole che in questi ultimi anni, complice il grande lavoro di talune associazioni culturali, le Marche abbiano potuto godere di varie iniziative poetiche (ho scritto appunto Marche, per sottolineare la trasversalità geografica di tali eventi), ma questo non credo che basti, o meglio permetta, di identificare il carattere primo della poesia scritta nelle Marche da marchigiani, giacchè, complice la storica divisione per valli, settori geografici, vernacoli, le varie comunità – che oggi identifichiamo con lo schema della “provincia” – si sono create una loro precipua cultura, un modus vivendi sentito come diverso (ed ahimè, anche migliore in molti casi) rispetto a quello del proprio confinante.
    Le nostre province hanno caratteri culturali ben marcati e ben precisi, dalla parlata alla cucina, in che maniera può la pratica dello scrivere poesia nella stessa regione limare queste differenze, se non addirittura eliminarle? In tal senso il trasferire i propri versi in pagine pubbliche – o pubblicate – è una “divisa” sufficientemente comoda da indossare perchè si possa essere accumunati in un qualche senso?
    Sono domande a cui personalmente faccio fatica a rispondere, vorrei che foste voi a darmi una mano in questo.
    Però, per tornare all’importanza dei testi, la validità intellettuale dei testi – ed è per questo che concordo con Massimo – prescinde dal proprio indirizzo e dal proprio comune (o provincia) di residenza, è universale, sia negli elogi che nelle stroncature.

    Piccola provocazione: e se in questo momento stessimo scrivendo seduti ad un tavolo di un bar di Porto S.Giorgio e scrivessimo di un nostro viaggio fuori dalle Marche, ripercorrendo magari le suggestioni di luoghi a noi sconosciuti, in che cosa la nostra regione sarà influente in quel sacrosanto momento ispirativo?

    perdonate la cerebralità di questa domanda teorica, un piccolo straniamento per dire che forse, e sottolineo forse, l’involucro geografico, non ha poi questa sua importanza, non influenza nei ritmi (il vernacolo pesarese è differente assai dal maceratese, il vernacolo è la lingua che più s’ascolta da piccoli), nei colori (la campagna ascolana non è quella jesina, Portonovo non è Porto d’Ascoli) e nelle suggestioni la nostra prosodia interiore, il nostro particolare approccio lessicale piuttosto che di creazioni di immagini.

    Un caro saluto a Renata, Massimo e Adelelmo
    Francesco

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  6. L’ho detto, lo ripeto. Io non ho una idea precisa sull’argomento tanto che voler fare una tavola rotonda come quella di sabato mattina (24 maggio) all’interno di Licenze Poetiche Festival è stata più che altro un’esigenza che sentivo in me ma anche da più parti. Ora, facciamo a capirci, io non sono uno storico di letteratura, non sono un docente di letteratura e non sono nemmeno laureato ma per fortuna vedo. Mi guardo intorno, da un punto di vista un po’ diverso che ho cercato persino di rappresentare in versi. Immaginatemi come una figura stramba, come un outsider, come uno che guarda ciò che accade seduto su un lampione e allora sarà più facile comprendere le mie ingenuità in merito al tema di cui stiamo discutendo da tempo. Non ho nessuna capacità per fare analisi da “scole arde”, però osservo. Ciò che ho osservato in questi anni, da quando mi sono messo in testa nell’autunno del ’98 di pubblicare un libruncolo di poesie adolescenziali, è uno strano fenomeno. Una specie di riunione “in progress” di coloro i quali da San Leo a San Benedetto (questo per chi non l’avesse capito è un rimando al post del caro e movimentante Francesco) vanno a spasso con la freccetta rossa pundata sulla desta. Insomma adesso fate, giustamente, voi che le sapete fare (Massimo, Luigi, Renata, Giampaolo e altri), tutte le disanime possibili, così come le hanno fatte coloro che vi hanno preceduto ma non perdete d’occhio i fatti, gli accadimenti umani. In fondo tutti noi ci siamo trovati per caso (a volte senza riconoscerci) in questa pirotecnica teoria di eventi poetici marchigiani che per il ceppo anagrafico del quale facciamo parte può essere in un certo qual modo inaugurata e simbolicamente rappresentata dal poetry slam anconetano del luglio 2003. Attenzione prima di esso tutti noi già esistevamo e ovviamente scrivevamo ma non avevamo scelto o non avevamo avuto la possibilità di incontrarci. In quell’occasione quanto mai estiva il sottoscritto, Luigi, Cristina, Natalia, Valerio, Renata e altri ci siamo conosciuti e riconosciuti e abbiamo capito che parlandoci (anche sporadicamente) si poteva sviluppare di più e meglio il nostro innocu(l)o hobby. Da lì in poi ci sono state decine di altre occasioni dove ci siamo riconosciuti dove abbiamo parlato, ci siamo invitati e autoinvitati, ci siamo persino stati simpatici e questo non è così scontato. E poi ammettiamolo ci da fastidio quando si fa una lettura o una rassegna qui nelle Marche e “noi” non siamo tra gli invitati. Se non avvessimo più o meno tutti questo micro fastidio nel non esserci allora potremmo dire che non esserci non ci tocca ma siccome sotto sotto a tutti “noi” un po’ ci scassa quando non ci siamo allora si può dire che non esserci ci tocca e se ci tocca non esserci è perchè vorremmo esserci e se vorremmo esserci significa che riteniamo importante esserci e quindi essere riconosciuti. Il mio ragionamento da contadì de Cammurà non tiene in considerazione i testi perchè mi appare evidente che geograficamente (badate bene non stilisticamente) questa regione la stiamo cantando (magari stonando) e descrivendo. Massimo e “il mare a destra”, Giampaolo e “Maceratabularasa”, Luigi e “Cozze col cuore a pezzi/
    tette a lutto./Il sole simultaneo/traduce sassi in terra/(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)” e tantissimi altri esempi che mi ci vorrebbe un libro a ritrovarli, compresi quelli di Cristina, Franca, Renata, Loris. Per paradosso me pare che, proprio se tiriamo in ballo i contenuti dei testi, ognuno di noi ha il suo marchigiano fuori dalla porta e nonostante il proverbio è sempre meglio de avecce un morto in casa. Mi scuso con coloro che ho citato ed eccitato, non era mia volontà dissentire. E’ mia volontà cercare di capire e a volte sorridere davanti all’evidenza.

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  7. Ciao tutti, grazie della lettura e delle repliche. Ci sono un paio di punti che mi preme chiarire, e lo faccio in fretta per evitare che la velocità del web inghiotta questo post nel grande abisso dei post.
    Massimo, non potrei essere più d’accordo con te: la “marchigianità” è davvero poco interessante, se non addirittura – come dicevo sopra citando Volponi citato da te – un po’ deprimente. ANCHE per tutta una serie di luoghi comuni e banalità, certo, ma che comunque, ci piaccia o no, vanno a nutrire l’immaginario di chi siamo. Ma quanti romanzi russi, poeti sudafricani, epiche cinesi devo ancora leggere? Come posso stare a perdere tempo con la “marchigianità”?!

    Non solo: a guardarla con più attenzione si realizza che tale “marchigianità” neanche esiste, di certo non in quanto essenza comune: non si può davvero pretendere di trovare un filo rosso che accomuni il lavoro poetico di Lussu, Prato, Malfaiera, Guidacci, Bedini, Stramucci, Caracciolo, Mancinelli (c’è qualcosa di strano in questa lista, vero?) e se lo si trovasse solo nel domicilio sarebbe un filo assai pretestuoso.
    Perciò, Francesco, se tu chiedi a me “in che maniera può la pratica dello scrivere poesia nella stessa regione limare queste differenze, se non addirittura eliminarle?” e come “si possa essere accumunati in un qualche senso?” io dico che proprio non si può – e nel remoto caso in cui si potesse, ci si deve ben guardare dal farlo.

    Se l’identità è costruita nei termini di aderenza ad un modello (ma quale? disegnato da chi? e perché dovrebbe essere ancora valido oggi? “who are the judges?” – chiedeva la cara Virginia), essa non è né auspicabile (perché taglierebbe fuori troppe persone), né realistica (perché le identità in scatola non esistono).

    TUTTAVIA, nel momento esatto in cui mi libero della “marchigianità” e la butto nello sgabuzzino, mi viene in mente che un buon motivo per tornare a riguardarmela meglio è proprio questo: il fatto di aver fatto di tutto per sbarazzarmene. Non sto tentando nessun recupero della “linea comune”, dell’ “essenza”, del “filo rosso” di cui sopra, non fraintendete. Sto dicendo che, ad esempio, quest’ansia di liberarsi della provincia fa parte della tipica dialettica centro\periferia, che, a ben guardare, ci racconta di come si costruiscono le egemonie culturali. E questo vale per qualsiasi provincia, ovvio.

    MA QUI siamo nella regione di uno dei monumenti del canone letterario italiano, IL POETA per eccellenza della modernità “italiana”, letto da chiunque abbia frequentato una qualsiasi aula scolastica, anche elementare. Non possiamo non accorgerci che la diffusa rappresentazione culturale di costui, quella data dai sussidiari per intenderci, sia stata costruita (certo con la sua attiva collaborazione) IN CONTRASTO ad uno sfondo di grettezza, filisteismo e furberia popolana che continua a risuonare persino oggi (e infatti Massimo ne fa una citazione esemplare qui sopra).
    Ora, la sottoscritta è nata a Recanati: vi rendete conto cosa significa per chi vuole scrivere nascere a Recanati? E nascere addirittura donna?! (Per chi vuole scrivere si tratta di caratteristiche inopportune, se non moleste, diciamocelo.)
    “La santità dei santi padri era un prodotto sì/ cangiante ch’io decisi di allontanare ogni dubbio/ dalla mia testa purtroppo troppo chiara e prendere/ il salto per un addio più difficile”.
    Insomma (pensatemi giovincella): valeva proprio meglio andarsene, fare un salto verso l’altrove.

    Per questo tengo a precisare il concetto di “comunità inoperosa” come di uno stare non in un posto, in UNA identità, ma nella relazione (momentanea, strategica, in fieri) di soggettività in divenire, che si parlano e si interrogano nella loro singolarità, non per riscrivere lo stesso modello di poesia, ma per re-inscrivere un comune palinsesto.
    Con ciò intendo dire che non mi interessano più di tanto neanche i testi “marchigiani”, la “marchigianità” nei testi, vedere se ci sono le palme o i sibillini. Mi rendo però conto che è il soggetto poetico a essere (ripeto, che lo voglia o no) imbricato in discorsi, tradizioni, poetiche, rappresentazioni, ecc., che non ha fatto lui\lei, che eredita e con cui si deve confrontare. ANCHE andandosene, intendiamoci. E\o anche costruendo con “gli altri” una rete del fare poesia, come dice Alessandro.

    Un saluto caro a tutti voi,
    Renata

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  8. Ciao a tutti…
    scusate la fretta in cui mi relega al momento la mancanza di una connessione internet stabile….
    Sono particolarmente d’accordo con quanto scrive Renata al n. 10 (e la ringrazio molto per il brillante resoconto)..
    Per me dice bene Socci nel titolo della tavola rotonda prossima ventura ad Ancona: “fedeli alla linea (anche quando non c’è)”. L’atteggiamento migliore verso la questione per me è questo. Senza cercare identità tra poetiche che probabilmente non ci sono, o tantomeno linee teoriche di dubbia consistenza. C’è un dato di fatto, però, ed è una contigenza: un’innegabile concentrazione di voci poetiche (più o meno giovani, ma il dato anagrafico non è così rilevante e può diluirsi parecchio, guardandoci indietro) che nel tempo hanno fatto un loro percorso e hanno raggiunto una certa riconoscibilità, a volte anche per competenze critiche affiancate al valore poetico. E c’è di bello che queste “monadi” poetanti si sono nel tempo riconosciute e hanno cominciato un confronto e una collaborazione che non può che essere positivo nell’evoluzione di questa realtà. Se c’è qualcosa a cui appartenere, nell’essere marchigiani e nel tentare di scrivere versi, secondo me è questo. Perlomeno, io la cosa la sento così. Ed è un’appartenenza che, paradossalmente, sento ora che ho lasciato l’Italia più che mai. Per un percorso individuale, senza dubbio, ma per quel che mi riguarda – riprendendo ciò che dice Alessandro – anche grazie a rapporti umani importanti che in questi anni si sono consolidati, e che credo siano la vera ricchezza da salvaguardare.
    Un abbraccio a tutti,
    Cristina

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  9. Mi scrive un amico dicendo cose belle e una frase con cui mi permetto di dissentire: “Leopardi non era un poeta marchigiano”. E’ per via della questione del valore, tirata in ballo anche da Francesco al n.7: la poesia “bella” è universale, non fa mica provincia. Sì, è universale, ma non nasce nel vuoto cosmico, nell’universo della mente astrale, nasce in un posto, in una stanzetta, ad un tavolino. Che non sono “solo oggetti”, o “neutri” spazi, loro fuori distribuiti casualmente e io dentro me ad apprendere il mondo e a proiettare visioni: essi sono l’arredamento e la geografia che assicura l’avvenire (intendo l’avvenimento) della poesia. Senza Dublino non ci sarebbe Dubliners. E quindi: Leopardi è ANCHE un poeta marchigiano.

    Da chi sono garantiti quegli oggetti, quegli spazi? Ci deve essere qualcuno o qualcosa che permette questi posti, questa stanza, questa scrivania, poiché se fossi meno “fortunata” (se non lavorassi, se abitassi qualche chilometro più in là) potrei abitare in luoghi di immondizia o di guerriglia, non permettermi la solitudine per scrivere o stare a cucire scarpe su questo tavolo invece che spargerci libri e appunti. Sento molto la questione del soggetto poetico, anche in quanto donna che scrive e lavora con la letteratura, poiché la mia posizione di “donna che scrive” non è del tutto garantita, e lo conferma il fatto che la lista di sole voci femminili (alcune tra le tante) che dò sopra suona davvero “strana”, storta rispetto alla presunta “linea”.
    Va detto che Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri sono stati straordinari nel raccogliere voci di donne e uomini, accademici e appassionati, anziani e giovanissimi, e con la loro stessa collaborazione intergenerazionale hanno dimostrato che proprio nei dialoghi trasversali prendono forma le *cose* più belle.

    Cristina sottolinea un dato biografico che mentre scrivevo continuava a rimbalzarmi avanti come lampante, ma che non sapevo bene come ammaestrare all’interno del discorso. Lo dico ora. A quella tavola rotonda e in sala una settimana fa c’era chi: vive in Francia o in Svizzera, studia in Spagna, lavora in Inghilterra, scrive dei Balcani, si occupa di letterature anglo-americane, ha studiato a Roma, Bologna, Parma, traduce e collabora con autori italiani e stranieri, è mezzo argentino o mezzo croato e un sacco di altre cose che non so. Una mobilità professionale e intellettuale che è certo figlia delle “nuove tecnologie” (oltre che di qualche vecchia migrazione), ma che non possiamo ignorare, che ci riguarda intimamente, insieme al fatto che questa nostra bella conversazione, quella nostra bella tavolata, nel giro di pochi giorni svanirà di nuovo dalla “rete”, stavolta web, e “noi” saremo chiamati a rinnovarla.

    Grazie!
    Renata

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  10. a Rmorresi(punto14:

    Ben detto,mia cara Rm!Leopardi non marchigiano?
    e dove altro avrebbe potuto attingere per scrivere di un colle”ermo”? dove altro avrebbe sofferto-si può soffrire in ogni luogo,forse anche di più,ma non allo stesso modo per,gli stessi luoghi,per le stesse cose-allo stesso modo- tanto da dover sublimare con la sua poesia!..e una donna che scrive da Riad può
    regalarci uguali sensazioni-uguali!-della signora borghese di Milano stesa -frustrata,ma per il tedio- nel salotto di una amica annoiata come lei?
    giro la domanda..son stanca,non ho un discorso lungo da fare…

    Così parrebbe ma, se non pare ,voi dite e motivate(io ascolto).

    Bellissimo(si dice così?)post,Rmorresi,complimenti,e un saluto

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  11. Per Renata al n°14:

    Io sono più “ferrato” sulla musica contemporanea e vorrei citare questo esempio: mi raccontava un mio caro e vecchio amico, leader di una band che negli anni 90 ha scosso lo scenario musicale italiano, gli Scisma, che veniva “accusato” (tra virgolette) da un suo collega di scrivere cose trasognate e surreali e fantasiose, invece di concentrarsi sulla realtà vera. Questo mio amico gli rispose che non poteva, in quel periodo viveva in una villetta che s’affacciava sul Lago di Garda, in mezzo agli agrumi, ai profumi ed ai colori (il suo interlocutore invece viveva nella grigia Milano).

    Ecco, un piccolo aneddoto che conferma quello che anche tu hai sottolineato. Però io sono andato oltre a questo dato: a proposito dell’unità “marchigiana”, mi sono posto nella condizione di dire che tu che stai in una zona delle Marche, io in un’altra, Massimo in un’altra ancora, proprio per quel principio di cui sopra, non possiamo essere accumunati da un’unica “marchigianità”.
    Perchè proprio la base, e cioè il vernacolo, i colori, le case, le strade, l’urbanistica sono diversi.
    Qualche settimana fa ho passato un sabato sera a Pesaro e mi è sembrato di essere già in Romagna. Capisci allora quanto sia pleonastica la ricerca e la domanda sulla marchigianità SE partiamo dal dato geografico?
    Ed è per questo che la validità dei testi – dato già più largamente riconoscibile e condivisibile – serve a togliere le barriere socio-geografico-culturali che noi abbiamo nella nostra regione e a instradare il dibattito su livelli solo ed esclusivamente letterari. Qualora poi, una volta rilevata la presenza di pochi o tanti poeti riconosciuti a livello nazionale in maniera il più possibile unanime, e riscontrata la loro residenza in quel delle Marche, allora sì che potremmo incominciare a ragionare sugli apporti, sui contributi che la regione, con tutte le sue varietà culturali, ha saputo donare alla poesia.

    Ciò non toglie il valore assolutamente positivo della voglia, tutta interna alla regione, di incontrarci, riconoscerci, confrontarci.

    Credo però che siano 2 piani di discussione differenti, uno interno e l’altro esterno alla regione, giacchè per parlare di elemento marchigiano si dovrebbe stare fuori regione, avere uno sguardo dal di fuori.

    Concordo con alessandro: w i cuntadì!

    Cari saluti

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  12. Francesco, ma è proprio quello che vorrei evitare: trovare una unità poetica! Anche perché (come dimostra simpaticamente Alessandro Ghignoli qui sopra) mi pare una eventualità da cui si vuole per lo più sfuggire, e giustamente (nessun poeta, grande o minore, vuole starsene chiuso in una scatolina).

    Io parlo per lo più di altre due questioni (che, certo, stanno anche e soprattutto nel testo letterario): del soggetto poetico (di come questo si posiziona rispetto alla materia poetica, di come incorpora, rifrange, ironizza, rifiuta, ecc. non “il territorio”, ma la sua tradizione, la sua rappresentazione ricevuta – e ricevuta dal canone letterario nazionale peraltro) e delle soggettività in relazione, in rete appunto, che (se ne hanno voglia o bisogno naturalmente) si parlano e si chiedono come sia possibile una pratica poetica a partire da qui, come si entra nel dibattito, come si partecipa del discorso culturale.

    Un abbraccio e grazie tantissimo della lettura,
    Renata

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  13. Sonia, grazie della lettura e della pazienza e della domanda senza risposta e della risposta nella domanda e, soprattutto, della donna di Riad.

    Un abbraccio!

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  14. Marche è nome plurale, più marca.
    Pesaro (anche nel suo dialetto, dopo fossasejore si arriva a Fano è già un pochino cambia, ma sotto il fiume Metauro è già vicinissimo all’anconetano)fa parte della Romagna in senso geografico. da Imola al Metauro.
    eh sì, Ascoli, Macerata, Jesi, Ancona, Urbino… un’unica regione!!

    un abbraccio

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  15. A questo proposito nel corso degli anni ho accumulato una serie di ‘testimonianze’ che sommate offrono un dato significativo: gli amici del sud della marca si compiacciono scherzosamente di essere ‘piceni’, quelli del nord si ritengono, per geografia e parlata, più naturalmente vicini alla Romagna, un bravissimo poeta anconetano mi diceva una volta di come Ancona fosse in realtà ben poco marghigiana, più una sorta di arto slogato, un “gomito gettato nell’Adriatico”… insomma, nelle “Marche” non ci vuole star proprio nessuno, eh!?

    D’altronde il Marchese del Grillo faceva le condoglianze al cognato costretto a trasferirsi a Macerata… questo disprezzo nei confronti della provincia papalina (che noi provinciali abbiamo in gran parte introiettato) è ovviamente funzionale all’auto-definirsi del potere centrale (vedi Lotman). E, io sospetto, anche utile a delegittimare od occultare qualsiasi ‘vena’ non autorizzata o potenzialmente destabilizzante (quella anarchica, per es., fortissima in questa regione). Non posso entrare in realtà storiche che conosco assai marginalmente, mi interessa però il congegno.

    Alessandro, Francesco, a proposito de “li contadì”: l’altro giorno sono stata alla fiera degli allevatori marchigiani e ho visitato con grande scrupolo l’esposizione delle mucche marchigiane e ho scoperto con grande sorpresa la spettacolare creatività degli allevatori nel trovare NOMI ai miti bovini (Tempo, figlio di Muffa e Damasco; Treno, figlio di Tamburo e Taverna; Tundra, figlia di Picasso e Quiete…ah, che forza, “fuoco, entusiasmo, vita”!) Così.

    R

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  16. Renata,

    quando ho insegnato a barcellona, appena dicevo d’essere marchigiano i miei colleghi italici subito se ne uscivano con il “è meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta”, io non sapevo che dire.
    Lì per lì mi sentivo parte d’una razzaccia becera, poi però pensavo ai vincisgrassi, ai mòscioli, al vì roscio, al saltarello. Eccheccavolo, proprio malvagio non siamo. Io poi la terra e le mucche le conosco bene. Però l’esempio che fai del Marchese del Grillo è azzeccato, mi rincresce quando ancora ci vedono come la propaggine dello Stato della Chiesa (certo che quando si passa per la statale sotto la Santa Casa, un po’ di dubbi sull’unità d’Italia vengono…).
    Oppure non ci vedono proprio, sono certo che esistono persone che credono che Perugia abbia delle spiaggie bellissime…..

    Perdonate il tono, ho avuto un rigurgito campanilistico!

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  17. oggi pensavo: niente è innocuo, figuriamoci un posto (o volevo dire “un testo”?)
    grazie a tutti,
    e a presto,
    re

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  18. Dopo aver letto e aver pensato un pò…mi viene in mente solo una vecchia frase di un ‘vecchio’ e saggio professore: ‘La linea è il fossile di un’azione…’ non so perchè, ma ho in mente solo quesa frase…

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  19. il fatto di aver letto casualmente, ed anche dopo molto tempo, quanto è stato scritto a proposito della poesia marchigiana, lo trovo interessante. Dico del tempo che è passato da quando sono state pubblicate queste note.Vedo che il dibattito ancora c’è ed anche piuttosto articolato, ognuno esprime la sua valutazione con i propri strumenti umani e critici.Ma poi c’è anche l’esigenza, mi pare di capire, di voler tentare un consuntivo. Si, probabilmente la “rete” è una metafora inclusiva e dinamica, capace di fotografare tante diversità in movimento, anche la questione relativa alla scelta dell’etica come discrimine o bussola mi sembra necessaria, il fatto poi di poter e dover necessariamente partire dai testi, non solo è doveroso ma è un protocollo inevitabile. Ma a ben vedere già si incontrano tre modi,tre strumenti o lentiper una possibile lettura. Omogenea? Non lo so. Ma neppure so se debba essere “omogenea” la stesura di un rendiconto, chiamiamolo antologia, che volesse fare il punto, o i tre puntini sullo stato attuale dei lavori in corso. Io ho un modello di riferimento, dico a livello nazionale, che è il taglio che ha dato Mengaldo alla sua importante antologia. Molte volte ho riflettuto sul tema del Grande Stile a quale lui fa diretto riferimento (debbo dire non solo in questo caso, ma nell’approccio critico ai testi, in generale). La questione mi sembra abbastanza aperta, per quanto mi riguarda sono convinto che le Marche, pur nella pluralità e nella diversità linguistica, vernacolo incluso, ovviamente, producano una sorta di “ambientalità psicologica”. Il che implica che un consuntivo di ordine carattere regionale debba accogliere alcuni punti o spunti comuni dentro l’area di cui sto parlando. L’analisi di un modello economico, ad esempio, mi pare sia stato fatto un cenno alla scuola di Foà, ad Ancona, non può che interessare anche l’attività letteraria. L’operosità, la laboriosità, e persino la teoria dei climi-concordo pienamente con l’amico Mangani-è una sovrapposizione, ma anche se è una sovrapposizione a me sembra diventata una struttura. La presenza, inoltre, di una “ambientalità ecclesiastica”, va valutata, la presenza di una sorta di archetipo come Leopardi va valutata, insomma vanno valutate le sedimentazioni culturali e psicologiche, quelle che fanno dire a Sanguineti-critico che non esiste solo un inconscio soggettivo e la sua lingua, ma persino un “socioletto”, vale a dire l’incursione dell’ambiente dentro la mente di chi scrive. Sono questioni interessanti, penso, e mi fa piacere vedere che siano state qui riprese.

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  20. arrivo fuori tempo massimo e molto casualmente a leggere questo post… è solo l’apparizione a destra del mio schermo del nome di Guido Garufi, che mi porta a scoprire questo articolo ormai datato. Guido che saluto e che non vedo da almeno 13 anni!… comunque, l’attualità di un premio a Lara Lucaccioni, ripropone la questione. Aveva ragione Dario Bellezza quando affermava che’non possiamo non dirci leopardiani’. O comunque, averlo come riferimento e referente, pietra di paragone o siepe. Marche indubbiamente al plurale, con alcune costanti comunque: eticità civile e sorvegliatezza formale, anche nei sonetti ‘rivisitati’ della giovane Lucaccioni, ad esempio, che alla cantabilità della rima sostituisce una ritmica e una periodicità.Credo anch’io che i tempi siano maturi per affrontare la cosa in sede critica, e magari per proporre una antologia, sono molti e significativi i nomi emersi in questi ultimi anni, dalla Mancinelli alla Babino, passando per Socci

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  21. ciao Guido, ciao Manuel, ben trovati e grazie dei contributi, poco importa se lontani nel tempo dall’inizio di questo specifico dibattito (che, vi assicuro, continua a tutt’oggi tra le persone che hanno scritto in questo post e numerose altre).

    Manuel, so che segui sempre con interesse le “cose marchigiane” e sulla questione dell’antologia ti segnalo Porta Marina di Gezzi e Ruggieri, uscita per i tipi di PeQuod nel 2008 e di cui qui sopra un poco si è detto.
    Porta Marina è appunto una antologia “nuova”, non solo in termini cronologici, ma anche di concezione, poiché affronta la questione del canone nella contemporaneità (ovvero dopo la morte, ci piaccia o no, dei grand récits, delle gerarchie metafisiche e della poesia come entità puramente formale) e, al tempo stesso rinnova i modi del genere “antologia”, cercando di ricostruire (e quindi creare) una cartografia della sensibilità poetica.
    Gezzi è quindi molto abile nel leggere i testi evitando di radunarli in categorie biografiche o stilistiche, ma riportandoci alla loro genesi nel magmatico rapporto tra civiltà vivente, memoria culturale, ecologia (nel senso etimologico di studio dell’oikos, il posto che si abita) e individualità creativa di chi scrive.
    Nella prima parte il diario di viaggio di Ruggieri attraverso le Marche si presenta in forma di inseguimento delle tracce poetiche, ma nei suoi multiformi percorsi si configura sempre più potentemente come viaggio semiotico: il colle, certo, e poi i nomi della strade, la forma delle terrazze, quel certo albero, quel certo tratto di spiaggia, i ciclisti, le parole ‘comuni’ in cui rinveniamo inaspettate epifanie, fino ad arrivare ai singoli momenti. In altre occasioni ho definito il metodo di Ruggieri “medianico”, per i modi in cui riesce ad evocare simultaneamente i molti passati e un comune presente, il posto piccolo in cui ognuno vive il quotidiano e il globale che sappiamo là fuori.

    Condivido molto questa posizione: la consapevolezza che la mappa della poesia non possa stare inscritta solo nel “letterario”, che la matrice della lingua poetica non stia solo nella mente individuale e nella “tradizione” ma pure nella relazione imprevedibile con l’extra-letterario, con la lingua ‘media’ comune, con le forme di un paesaggio fatto anche di automobili, surfisti e così via.

    Ringrazio quindi Guido per ciò che scrive (non avrei creduto di trovarmi così d’accordo con te;) – hai ragione, sono tutte questioni molto interessanti e da cui non si può prescindere. Non solo condivido quanto dici sulla “incursione dell’ambiente dentro la mente di chi scrive”, ma penso che il rapporto mente/ambiente vada totalmente ripensato (a partire dall’eliminazione di quella barra lì!)

    Grazie,
    renata

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  22. Cara Renata, ti ringrazio molto per l’approfondimento. In Realtà prima dell’estate mi hanno mostrato quella antologia alcuni amici in Belgio (dove lavoro) ed ho trovato la proposta molto intrigante. Tornato a Roma (dove abitualmente vivo) ho totalmente rimosso il fatto che desideravo procurarmi l’antologia (o semplicemente, non mi pare di averla mai vista nelle librerie della capitale).Chissà se c’è ancora in giro. Comunque,il viaggio di Ruggieri mi sembra affascinante davvero…per quanto attiene la nozione di socioletto, mi pare che sì, si possa applicare pure a due autori come Scataglini e Piersanti (U.),ben lontani dalle posizioni di Sanguineti…certamente con differenti modalità e risultati, è innegabile che la dimensione della ‘residenza’ abbia agito sulla loro scrittura e sul loro immaginario…ma questo poi, vale un po’ per tutti: penso al paesaggio urbano e adriatico di D’Elia, o a quello di De Signoribus, alla dimensione del paesaggio di Volponi e Bellucci, ma pure in altri. L’ipotesi,anzi, il tema è molto intrigante. Se vuoi puoi contattarmi al mio indirizzo e-mail che non farai fatica a reperire in redazione.Un caro saluto, spero che avremo occasione per stringerci le mani. 🙂

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  23. caro Manuel, si potrebbe dire, del fu mattia pascal.è vero, sono passati molti anni, davvero molti ad esempio da quella bella rivista nella quale tu scrivevi, Profili,ricordi? È proprio questo scatto di memoria mi fa rientrare nel cuore delle questioni qui evocate, anche da Renata. Condivido la tesi, anzi più che la tesi l’idea o meglio l’emozione-idea di fare un consuntivo, vogliamo chiamarlo antologia,mappa, resoconto, crestomazia, insomma qualcosa che abbia a che fare con un “consuntivo dinamico” e dunque aperto. Si potrebbe fare, forse si dovrebbe fare anzi, si dovrebbe fare per un motivo che ora spiego. Appare ovvio che qualsiasi pubblicazione regionale corra il rischio della “regionalità”. La territorialità una antologia implica lo sforzo, spesso ossessivo, di trovare categorie inclusive per quella che posso chiamare genericamente “storicizzazione del fatto letterario”. Una storicizzazione naturalmente per sua natura ” perimetrata”, con tutte le illogicità o meglio le approssimazioni di un perimetro. Ma lanciò una provocazione. Fingiamo, per un attimo, e tutte le regioni d’Italia, dico tutte, avessero prodotto una propria antologia con i caratteri avversi ai quali ho fatto riferimento. Intanto avremo una rete, come vorrebbe l’amico Massimo, certamente più estesa. Penso a quanti autori si potrebbero includere, a torto o a ragione mi perimetri regionali. Detto questo, e qui proseguono con la mia provocazione, l’apparire del vero, vero come esistenza reale di una molteplicità di antologie regionali, l’apparire del vero, dicevo, indubbiamente o verosimilmente sarebbe in grado di “muovere” le antologie nazionali. Potrei fare una quarantina di nomi, perso la memoria, rari, persi, dispersi, non presenti sia nel dibattito nazionale, sia in antologie nazionali, per il semplice fatto di non essere stati “prima” perimetrati.l’assenza di antologie regionali ha costituito un pretesto fortissimo per un certo tipo di piramide nazionale, coadiuvata da un efficiente assemblaggio di critici, ai fini di produrre “proprie” antologie. Anche la questione dei testi, della qualità dei testi sulla quale giustamente insiste l’amico Gezzi, e sulla quale io concordo pienamente, mostra un punto debole, ovviamente non di carattere critico, ma per così dire, anzi lo voglio dire, sociologico e dunque, poi, critico. Infatti se io dovessi partire dai testi, come in genere faccio, mi sentirei fortemente disorientato nel prelievo e nella scelta di alcuni testi, non perché manchi a me la possibilità di trovare una linea che li accomuni,ma nella percezione di non avere sottomano una pluralità amplissima di testi. Di testi dimenticati, rari, mai antologizzati. È qui spuntano due linee. La prima è quella che mi viene in soccorso leggendo, ad esempio, molte antologie apparentemente non regionali ma “tematiche”, qualche anno fa ne ho repertorio risate 28. C’è da ridere da piangere, contemporaneamente. Perché, giustamente, anziché la tanto contestata regionalità, viene posto un altro bel perimetro: antologia delle stagioni, antologia lirica, antologia del paesaggio e tante altre amene “tematiche” che sono veri e propri pretesti per quelli che non appaiono vecchi “perimetri”. In quelle antologie vengono invocate categorie universali, come l’anima, il tempo, le stagioni, dove bene ci si sguazza. La seconda linea è per così dire una linea di difesa. Cosa fa l’autore in mancanza di una antologia regionale, giustamente. Deve far riferimento, necessariamente, o alle antologie pretesto che poi non sono altro che pre\testo o avan\testo per l’accesso alla Grande Antologia.Oppure deve far riferimento, ho detto deve,ad alcune riviste, quelle in particolare che dedicano circa l’80% a un collage di autori. Ebbene sia le antologie pretesto sia le riviste pre\antologiche, costituiscono le uniche armi per “entrare”. Ero piccolo anch’io, non riesco a datare l’anno, ma mi ricordo che c’era in tv una sorta di rubrica di alfabetizzazione e si intitolava Programmi per l’accesso. Esiste poi una non-linea, quella mio avviso più raffinata, usata da alcune monadi. Questo terzo tipo di autore è un po’ come un pescatore a cui sia stato detto dove andare a pescare. Lui sta sempre lì, batte su tre punti del fiume, e con qualche telefonata e magari prendendo l’auto qualche volta si dirige al lago. Lui sì che è bravo, anzi bravissimo. Il suo vestito è in genere quello del soggetto umile e piuttosto sensibile,ha un grosso intuito, a lui piacciono solo le cose belle, lui legge molto e non si vende. In verità lui seguita a telefonare, bussa alle redazioni, chiede informazioni in giro, frequenta alcuni giri editoriali che io ben conosco. All’interno di questi giri-fiumi-laghi, ecco qua che ci scappa fuori un bel libro. Si, perché quel libro è davvero bello, perché nasce da una solitudine che si sa è molto poetica, è soprattutto perché lui non si fa vedere in giro. Direi, usando Vittorio Sereni, , lui ” ha il piacere sottile della defezione”. Questa a me pare l’attuale attività letteraria. Dico attività letteraria. Perché se parliamo di poesia e di una eventuale antologia, meglio sarebbe che la antologie sta coltivasse il prezioso vizio che aveva il grande catalogatore Isidoro di Siviglia. Dico uno sterminato repertorio. Ma lo sterminato repertorio che partisse dai perimetri regionali non sarebbe ritenuto “democratico”. Non riesco a capire perché. Troppi in giro? Forse. Si, ci si può difendere con è stato già detto negli interventi precedenti. Faccio riferimento ad una poesia che includa “movimenti”,una poesia itinerante. Addirittura una poesia di più facile accesso grazie anche ad Internet. Ma rimane di fondo la questione che ho mosso.Non ci si illuda, questa vicinanza virtuale, questa vicinanza, è utile ma non produttiva. Dunque non c’è tanto o solo da dibattere, anche se necessario farlo, sarebbe invece anche interessante la realizzazione di una nuova antologia regionale. Con tutti i difetti di una antologia e con tutti i difetti di un perimetro regionale. Ma con tutte le virtù, almeno quelle che ho tentato di chiarire,che avrebbe questo nuovo consuntivo. Al tempo dei romani, i cartografi, penetrando nell’Africa, trovarono verso sud solo il deserto, nelle loro carte scrissero, non potendo andare oltre, hic sunt leones.Qui ci sono i leoni. Come a dire, arriviamo fino a qui.La stazione di Roma, Termini, non è una stazione casuale. Il termine è si una sorta di unità di misura, ma è anche una divinità. Per ultimo, registro da oltre 20 anni, leggendo le riviste di poesia, la quasi totale assenza di dibattito teorico. Non dico critico, dico estetico. Mi pare che sia un segnale allarmante. Un segnale che non lascia modo a chi legge di riflettere su linee o vettori eventualmente da utilizzare, o sui quali pensare. Apro Internet poche volte. Chi volesse raggiungermi, potrebbe farlo alla mia mail guido.garufi@alice.it, arrivederci,un caro saluto, Guido

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  24. Caro, carissimo Guido! Premetto-prometto che ti contatterò privatamente, mentre ora ti rispondo qui, sperando di contribuire al lancio del sasso nell’acqua (non stagno né sanguinetiana palus,per carità): ricordo benissimo l’esperienza di Profili letterari, la rivista fatta in Urbino negli anni universitari(1990-95) assieme a studenti del Ticino e di varie regioni d’Italia. L’intento era proprio quello di registrare quanto accadeva nel territorio, con un occhio attento a quanto accadeva fuori, cercare un confronto e un ponte…oltre la siepe. Le tue argomentazioni trovano il mio consenso: occorrerebbe registrare quanto nella rete dalle grandi antologizzazioni resta escuso: penso a un poeta raffinato come Neuro Bonifazi, a quanto si perde nel non leggere i suoi versi, a quanto il paesaggio di Urbino, la nebbia ai torricini delle mura ducali, quella dimensione metafisica così eccentrica in una koiné marchigiana, e così irregistrata… e forse il destino della poesia di Neuro sta proprio in quella sua ‘religio’, così invisa a molti… Delle antologie a tema, poi, sappiamo bene i limiti e la ‘strumentalità’…Certo è,che occorrerebbe davvero pensare a una antologia che riparta ad esempio dalle tue esperienze: sono cresciuto leggendo quella che tu curasti con Pagnanelli, ma nella seconda, più ‘inclusiva’, sicuramente ragioni sociali, storiche, geopolitiche, (l’attenzione al lavoro delle riviste, le riverberazioni sull’arte e sul paesaggio)venivano a interagire con la realtà degli autori antologizzati…Ora, credo che il compito di una antologia ‘regionale’, concedimi l’aggettivo, ha senso per vari motivi, ne enucleo,per ora, almeno cinque.:
    1) fare il punto della situazione, sarebbe fondamentale registrare le nuove presenze davvero significative:Babino,Socci,Mancinelli,Morresi,Gezzi,Ruggieri,ed altri, più di quanto si possa immaginare…negli anni ‘Novanta i giovani erano due, il sottoscritto e Garbuglia, Socci infatti è emerso più tardi mentre noi scomparivamo…è accaduto di tutto, un anello di continuità è stato ripreso.
    2) ricollocare alcuni autori non marginali ma emarginati dal dibattito(?) nazionale (quella lunga sequela di do ut des a cui accenni tu qui sopra): Bellucci, Bonifazi, Di Ruscio,i fanesi.
    3) agitare le acque delle antologizzazioni ‘nazionali’,troppo soggette a mode e canoni imposti dall’editoria di establishment. E, a tal riguardo, un fervore nuovo e non campanilistico sembra animare alcune esperienze recentissime: mentre ti scrivo ho tra le mani una antologia di poeti lucani redatta da Rocco Brindisi(proprio lui, un poeta abbandonato a sé stesso da una critica deficitaria,assente, ‘ufficiale’), una medesima operazione è stata appena fatta da un critico quale Alfonso Malinconico, che ha raccolto alcune tra le migliori esperienze della poesia neodialettale campana (tra queste: Achille Serrao, poeta di valore altrimenti sparito da una enclave italiota); analoga operazione mi giunge da Giuseppe Goffredo (altra promessa della poesia italiana abbandonata a sé stessa) che ha curato una antologia di poeti pugliesi, e so che molto si muove, specie in ambito neodialettale, per tentare di sovvertire certi ‘canoni’, o per lo meno, di dare una prospettiva altra, una informaziome meno paludata.
    4) le dinamiche e le linee sono molteplici: il rapporto col territorio circostante, ma pure le interrelazioni con una dimensione che sconfina dall’ambito regionalistico: innegabile che ogni autore viva la propria ‘residenza’, ma è parimenti innegabile che ognuno di noi porta nella scrittura gli stigmi di una deterritorializzazione culturale, quando non di uno spaesamento…
    5) rileggere- rivedere alcune nozioni-categorie, alla luce dell’attualità: leopardianità, leopardismo, marchigianità, residenza, diaspora, tradizione-continuità, rottura-sperimentazione.
    Ecco, per oggi mi fermerei qui: si può ripensare a un progetto pure partendo da Porta Marina, e sapendo che oggi( ma anche ieri) fortunatamente in questa regione non mancano poeti né critici che postrebbero impegnarsi anche in un lavoro collettivo, anzi, corale.

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  25. p.s. è ovvio che a un progetto di antologia, mi piacerebbe apportare un qualche contributo, un saluto caro, manuel

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  26. 3) tra le recenti antologie. Mi giunge pure quella edita da Fara, a cura di Alessandro Ramberti(pref. di Chiara De Luca e Massimo Sannelli),”Dall’Adige all’Isonzo, Poeti a Nord-Est”: qui all’ambito regionalistico viene sostituita un’area di appartenenza(linguistica, socio-culturale, economica, in unaa prospettiva interessante)

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  27. Nel 1928 l’autrice americana Laura Riding e il suo compagno Robert Graves pubblicarono un saggio molto divertente dal titolo “Contro le antologie”, in cui sostenevano che le antologie poetiche non hanno ragion d’essere al di fuori di motivi commerciali (l’antologia delle poesie d’amore, l’antologie delle poesie contro la guerra, ecc.) o di politiche editoriali (in cui a chiarirsi è più la posizione di chi antologizza, piuttosto che il campo antologizzato, oppure – come ricorda Guido – per rendersi “visibili” alla critica nazionale, la “Grande Antologia”). Non c’è ragione – dicevano – per tirare fuori le poesie dai loro posti appropriati (“proper places”, ovvero i libri di poesia) e radunarle sotto altre, pretestuose etichette: sarebbe come se la British Library si mettesse a classificare i libri a seconda del colore della copertina. E alla fine suggerivano che se proprio si vuole raccogliere le poesie per testimoniare quello che è accaduto e sta accadendo allora più che una antologia occorrerebbe un corpus, in cui vengono catalogati “tutti”.

    La soluzione escogitata dai due (fare una antologia che antologizzi tutti) mi sembra uno sforzo inutile e assurdo. Sarebbe come creare la cartina ‘perfetta’, talmente esatta che coincide con il territorio stesso, e finisce, quindi, per essere inservibile.
    Riding e Graves parlavano come due altezzosi modernisti, che riuscivano a vedere i testi solo nella loro esistenza ‘ontologica’, troppo puristi per rendersi conto che la poesia non vive nei libri ma in chi li legge, che fare un’antologia può non essere solo “fare l’appello”, e che ci possono essere almeno due altre buoni ragioni per antologizzare: 1) preservare la memoria culturale, 2) mantenere vivo il dibattito – ovvero: pensare e ridiscutere quello che ci tiene insieme e/o ci divide, rinnovare le coordinate epistemologiche (interessantissimo quanto dice Manuel qui sopra nei suoi “cinque punti”).

    Ovviamente queste due azioni (da non ridurre a linee: vedi Irene al 27), possono essere esercitate non solo tramite l’antologizzare. Il cuore di questo lungo post e dei commenti che seguono, io credo, discute soprattutto questo: il senso e i modi possibili di una *comunità* poetica che non vuole farsi spazzare via dalla macchina idiota della civiltà mediatica e FA (nelle riviste, nei festival, nelle scuole, nei libri, nelle presentazioni dei libri, negli incontri pubblici con l’autore, negli incontri – perché no? – personali tra autori, ecc.), ognuno nella verità delle proprie forme, certo, ma anche nella verità di una formazione e/o di una residenza che accade in un certo posto, non tanto geografico, ma geo-culturale.

    Manuel, Guido, posso solo ringraziarvi per i vostri contributi così significativi.

    Un saluto caro,
    renata

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  28. Vedo che la discussione va avanti.Mi sembra determinante il materiale che offre l’amico Manuel a proposito dei perimetri regionali. Appare anche ovvio, come ricorda Renata,che avere sottomano una pletora di scrittori renderebbe “titanica” la possibilità di una antologia che non si confondesse, a sua volta, con una enciclopedia. Tutto questo è vero, ma sarebbe il caso, anche, di soffermarsi sull’assenza da me menzionata (quando parlo di riviste) di un parallelo dibattito critico o meglio ancora, come dicevo, estetico. Non è un’assenza piccola, questa. È anzi il sintomo di una deliberata (non inconsapevole) volontà di non mettere a fuoco “linee”. Questa mancanza è sintomo, a mio modesto avviso, di tutto il resto. Quanto ad una nuova antologia penso con Machiavelli “meglio fare et pentirsi di non fare et pentirsi”. Del resto anche l’antologia è un lavoro in fieri, mai conclusiva, dove vecchio nuovo si allineano. Io trovo convincente questa che può sembrare un’ovvietà. Dico convincente per me. Se è vero, come è vero, che il luogo dove “si fa” la poesia non può essere escluso, per una serie interminabile di motivazioni critiche, allora è anche vero che il luogo può o deve essere il luogo di partenza di un’antologia. Con tutte le inclusioni e le esclusioni possibili, ma anche con la registrazione di quella “rete” alla quale si riferiva l’amico Gezzi. Il punto fermo, parlo sempre a livello personale, rimane quello del taglio critico. Per questo invocavo, non a caso,Mengaldo. Mi pare, cioè, che si stiano disperdendo forze nuove e persino ulteriori ipotesi di lettura (non solo dunque di inclusione) che il perimetro regionale meriterebbe. Poi va da sé, ovviamente, il discorso sulla soggettività del singolo autore. Un caro saluto a tutti,Guido

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  29. Alias,Hortus,Lengua,Marka,Verso, tra gli anni ’80 e ’90, veicolarono il dibattito sulla poesia nelle Marche, tenendo ben presenti i processi di sistole e diastole, le acquisizioni intra e extra moenia, registrando e accompagnando la crescita degli autori, e dialogando costantemente con quanto accadeva fuori regione.I traguardi dei poeti marchigiani (ma analogo discorso lo si potrebbe tentare per i narratori, gli artisti incisori,pittori, scultori)forono probabilmente favoriti da un fervore critico, se non proprio da un costante, costruttivo fiancheggiamento, che vedeva impegnati nel processo di acquisizoni identitarie fini filologi e critici (accademici e militanti): penso così all’opera di Massimo Raffaeli, Gualtiero De Santi,Alfredo Luzi, Franco Mancinelli,Pino Paioni…penso sia anche a questo lavoro delle riviste che si riferisca Guido Garufi. Alla necessità e alla importanza dell’opera della critica, del relativo dibattito, tesi a apportare un surplus di consapevolezza in chi poi scriveva versi. Grado di consapevolezza critica che ha contribuito al processo di specificazione formale delle singole esperienze. Successivamente, come in una fase intermedia, sono nate Pelagos, Profili letterari, e Istmi: tranne che per Profili, il cui intento, anche per la giovane età dei suoi redattori, era ancora quello di registrare e capire quanto si andava ‘muovendo’, per le altre due, possiamo tranquillamente dire che contribuivano a specificare le particolari aree di appartenenza dei direttori-poeti che le redigevano e redigono (Piersanti e De Signoribus),ergo: si era ormai usciti da quella fase di ‘confronto costruttivo’ per rientrare in un hortus molto personalizzato.
    Ora, e da qui rinnovo l’idea della necessità di ‘fare il punto’, occorrerebbe vedere come le riviste operanti oggi nelle Marche si rapportino con gli autori marchigiani e con i più svariati contesti. Occorrerebbe discernere se si tratta, ad esempio, di riviste che veicolano un qualche dibattito critico all’interno di una generazione specifica,o tra più generazioni…(accettate questo modo di dire quale dato ‘per convenzione’…so bene che sarebbe difficile portare avanti discorsi generazionali…e probabilmente non sono neppure più questi i termini della questione),in sostanza: occorrerebbe indagare sul ruolo che assumono oggi le riviste operanti su territorio. Potrebbe pure essere che si tratta di semplice vetrina, ma ciò andrebbe indagato.

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  30. caro Manuel ti ringrazio per la sollecitazione. C’è un piccolo equivoco, tuttavia, che dipende solo da me quando scrivo a proposito del dibattito, della mancanza di dibattito, presente nelle riviste. Tu parli di quelle regionali che bene conosco, e queste entrano nella riflessione su questa mancanza. Ma io facevo riferimento alla totale assenza di riviste nazionali all’interno delle quali, una volta, si avvistavano linee e tendenze, venivano proposte griglie critiche, veniva approfondito il territorio “estetico”. Tale mancanza, oggi, si fa davvero sentire. A quelle riviste si sono sostituite, come scrivevo, riviste che dedicano quasi l’80% delle pagine ad una miscellanea di versi o di racconti. La cosa più raccapricciante, inoltre, è tutto l’apparato fotografico, abbondante e pletorico, che si sostituisce alla scrittura critica. Mi ricordo, inoltre, che se qualcuno veniva recensito, la recensione era piuttosto lunga,1 sorta di piccolo saggio. Ne trovi ancora di queste tipologie in giro? Addirittura una rivista aveva intitolato un settore ” schermaglie”. Il titolo non è molto bello ma è molto importante.Vedi più in giro una rivista come ” Il Verri”? E molte altre ancora, come ” Misure critiche”, ” Lettere Italiane”,”Sigma”,” Nuovi argomenti”? Potrei continuare a lungo sulla calma piatta di oggi. Mi fa piacere intuire da quanto scrivi l’idea che, dopotutto una antologia abbia ancora il suo scopo. Un carissimo saluto, Guido

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