Ciclo di Giuda – di Lorenzo CARLUCCI


(Untitled, 2002, immagine fotografica di Marco Mazzi)

[Lorenzo Carlucci, Ciclo di Giuda e altre poesie, postfazione di Matteo Veronesi, Forlì, Editrice L’Arcolaio, “Il Laboratorio”, 2008.
Dall’opera è stato tratto un video d’arte curato e prodotto da Marco Mazzi.]

IL MISTERO DEL TRADIMENTO. NOTE PER IL GIUDA DI CARLUCCI

     Il Vangelo di Giuda, di cui le sabbie di Nag Hammadi hanno da poco restituito una versione copta, era già indirettamente noto attraverso gli eresiologi della prima età cristiana. Ne parlava, in particolare, Ireneo di Lione nell’Adversus haereses, accennando ai Cainiti, che, in chiave gnostica, consideravano Giuda un illuminato, profondamente compartecipe dei misteri del divino, detentore di una sapienza assoluta ed arcana, e coinvolto, in modo essenziale e necessario quanto paradossale, nel disegno della salvezza e della redenzione, e celebravano il mysterium proditionis, l’arcano e tragico mistero (forse nel duplice senso di segreto e di rito, di enigma e di festa mistica, di viluppo inesplicabile e di via d’accesso al regno del sacro) del tradimento decisivo e fatale, senza il quale, del resto, il disegno della salvezza sarebbe rimasto incompiuto.
     Tacito, assorto e tormentato inno al “mistero del tradimento” è anche questo Ciclo di Giuda di Lorenzo Carlucci, nella cui poesia la ricerca letteraria si fonda su una assidua riflessione intorno al linguaggio, e si sposa ad una insistita ricerca culturale, e ad una inesausta interrogazione logica ed ontologica.
[…]

     Questa inesauribilità del senso si palesa (e nello stesso tempo si occulta) soprattutto nel caso di un enigma irresolubile come quello del destino e della missione di Giuda (un Giuda che forse, suggeriva Origene, si uccise proprio nella disperata speranza di raggiungere Cristo nell’oltretomba e ottenere all’estremo – anzi oltre ogni umano estremo, oltre ogni logica, al di là del bene e del male – il perdono, la salvezza e la grazia).
     Mai come in questo caso la Parola, il testo, il discorso del sacro mostrano la loro essenziale natura (anche espressiva e semantica) di semeion antilegomenon, di “signum cui contradicetur” – di traccia, di gramma che possono essere in qualche caso alterati, sollecitati, o anche sovvertiti, capovolti, sventrati (in una logica che contempla la complexio oppositorum, il ripensamento, se non la reciproca inversione, della giustizia e dell’errore, della certezza e del dubbio): non per svellerli o per azzerarli, ma per farne risaltare le penombre, le pieghe occulte, i lati nascosti.

     In questo senso, nel Carlucci poeta opera lo stesso vacillatory learning indagato dal logico e dal matematico, lo stesso pensiero capace, programmaticamente, di annoverare l’errore, o la possibilità dell’errore, come elemento fondante, e necessario termine di confronto, dell’esattezza, della norma, della conoscenza corretta. In fondo, come diceva Mallarmé, “ogni pensiero trae un colpo di dadi”.
     E si può dire riviva, nei testi di Carlucci, quella tensione relazionale, dialogica e dialettica, fra mysterion e mathesis, fra il chiuso velame del segreto iniziatico e il lavorio intellettuale di un’indagine e di una conoscenza toccate dalla luce di una grazia oscura ed inquietante, che doveva percorrere l’Evangelium Judae, e che ancora si lascia intuire, a tratti, attraverso la superficie opaca e frammentaria del travestimento copto.
     Nella visione di Carlucci (un po’ come in quella dell’ultimo Schelling, e poi degli esistenzialisti), il fondamento si traduce in assenza di fondamento, in Abgrund, in abisso, in vuoto. Come l’essere può, al limite, convertirsi in nulla, coincidere con il nulla, nullificarsi (poiché l’essere e il nulla assoluti sono entrambi, in eguale misura, per definizione privi di determinazioni, di contorni, di attributi precisi e definibili), così la luce e la forma sorgono dalle tenebre, il canto dal silenzio, il colore dal bianco desolato e muto.

     L’immagine di Giuda (uomo del tradimento, e insieme strumento occulto ed assurdo della salvezza) che pende ed oscilla nel vuoto, nello spazio arido, sospeso ed enigmatico del Campo del Sangue (“piede innocente piede / capacità dei venti / d’essere pietra / un piedistallo vero / per un impiccato”) rappresenta (quasi come l’heideggeriana “campana sospesa all’aria libera”, che sparge nel gelido cristallo delle nevi il suo tintinnio limpido e fragile) la scommessa assoluta e pura, disperata e insieme lucida e consapevole, di una parola che sfida, nella sovrarazionale assolutezza della sua necessità, l’abisso dell’assurdo, la vertigine estrema e vitale dell’indicibile e dell’afasia, l’azzardo decisivo e fondante di una possibile (e anzi sempre incombente) insensatezza.
     Il dire di Carlucci sorge da un paesaggio (forse baudelairiano o eliotiano) lacerato e devastato, fatto di rovine, macerie, schegge, ferite, architetture incompiute, tramato di piaghe e di lacerazioni che la scrittura (come lo Schem, il Nome Divino cucito sul braccio del mazrèm, il reietto sapiente, e perciò insidioso) cerca, in certo modo, di ricomporre, o almeno di rischiarare, nella sua polifonica e conflittuale unità, nella sua paradossale ma sorvegliata coerenza, senza per questo anestetizzarle o rimuoverle, ma anzi traendone alimento, vita, moto. […]
(Matteo Veronesi)

***

Testi

I. Ciclo

Vai a dire al pazzo
che è sotto il sicomoro:
– tu non avrai mai frutti

se tu non lasci i denti
al posto delle note, i pochi,
su questo liuto intatto

esultano le dita nel tremore
e poi le labbra
nell’immobilità

collo di donna lungo

lontani, e via, sui campi
aperti innamorati
senza pensiero come i contadini
e con le lacrime
diventano gli amanti
maturi e poi innocenti

[lontani, e via, sui campi aperti
innamorati come i contadini
senza pensiero e con le lacrime
diventano maturi
e poi innocenti]

va’ a dire al pazzo sotto al sicomoro:
– Collo di donna è lungo!

bambina bionda che
traballi sui piedini
corri vai a dire gioia
gioia e dolcezza a lui
al musico felice solitario

vai mio uccellino e porta
le note silenziose
al musico soltanto
al musico cretino

– Sarai un frutto d’albero

uh vedi come la ripete
la nota sua la sola
la scena ricomincia
la mano scende giù
sopra le corde intatte
va a lui la ragazzina
lui fa un sorriso
giovane

Va’, e dici

come distratti restano notizia e l’ambasciata
quando l’ambasciatore è assorto in sua funzione

l’intreccio delle piante è niente

niente del cùculo
l’alta ripetizione

niente il giochetto gioco

Oh, niente,
èla rivelazione del cucùlo!
– Guardalo come suona sotto ai rami!

Guarda di nuovo e fissa
gli occhi tuoi contro la
forma solinga d’uomo

la mente umana, umana

e l’umanesimo dell’erba
di polvere poesia dimenticata

sabbia sottile e pure

e qui e qui e qui

e pure

dita contratte che non lasciano la presa
sull’armonia dei campi e sul gioiello
masticato

e gli occhi quelli!

i denti sbriciolano gli smeraldi
tra brocche rotte

boccone d’ente, “determinato”

un boccone e senza fiato

*

frutti di Judah, ancòra.
e fermo è pure,
e fatto come un frutto
ma non permette a labbra ineducate
né disturbarlo
a Lode
né toccare

*

mentre sta lì che pende come un frutto
i venti esplorano i possibili
volumi possibili dei venti
in moto sopra i campi

*

dov’è che sboccia la radice ferma
di quest’aria?

piede innocente piede
capacità dei venti
d’essere pietra
un piedistallo vero
per un impiccato

*

chi si è impiccato fa da misura ai campi.

*

levano i pupi ancora gli occhi loro
vaghi – sì vaghi! – verso gli uccellini
che esercitano ingegno d’uccellini
sopra la carne,
chiarezza distribuita

*

sembri un modello per un incisore
rèstati fermo, su
visto da dietro, traditore
non meno sei composito
del tuo nostro Signore
de la Sua umanità

stai fermo e stai composto
stai come il pendolo
tieni il contegno
di una eternità

né vita a terra né
la contenanza
per perder passo
d’immobilità

né gioia d’uccellino
né gaia età
rubano lacci alla tua cordicella
gaio d’una gaiezza d’impiccato
sei e pure giri, disubbidiente al vento

*

la notte ha già lo zoccolo che romba
contro il tuo vuoto esposto
la clàmide di stelle che hanno stretta
l’ubiquità dei corpi che fa eco

e l’ombra è piena!
la luna è piena e chiama

la rosa canina del lampo

*

sui campi è un segno con la corda al collo.

*

e vero è pure c’hai radici in cielo
che dicono la doppia crescita dei mondi
e pure
non viene in sette ombre definite ombre
non viene in spade che ne eclissano la luna
non viene in questo modo derivata
la forma tua

io dico la tua direzione immacolata.

***

19 pensieri su “Ciclo di Giuda – di Lorenzo CARLUCCI

  1. dov’è che sboccia la radice ferma
    di quest’aria?

    piede innocente piede
    capacità dei venti
    d’essere pietra
    un piedistallo vero
    per un impiccato

    La poesia di carlucci è un grande sofisticato piacere, sto leggendo da un po’ il suo La comunità assoluta ed è davvero una avventura intellettuale. Mi pare un tipo di ricerca molto, molto importante. Complimenti.
    r

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  2. Belli questi:

    ‘e l’ombra è piena!
    la luna è piena e chiama

    la rosa canina del lampo’

    (poesie da cantare!):-)

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  3. Grazie a voi per la lettura e i commenti.

    Renata, sono felice per quello che scrivi. Anch’io penso, infatti, che la scrittura di Carlucci rappresenti una delle proposte più autentiche e importanti emerse negli ultimi due o tre anni.

    Un caro saluto.

    fm

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  4. ringrazio renata morresi e francesco marotta per l’attenzione al mio lavoro. per il loro giudizio impegnativo. leggendo la parola “importante” uno capisce che pur avendo uno status sociale “fuzzy” (cosa di cui ci si lamenta – io credo – a torto (et à travers)) un poeta può avere responsabilità precise, come spider man, come chiunque produca una forma, pane o poesia. mah. forse qualcosa mi ha dato alla testa stamane. scusate. anche che qualcuno voglia cantare queste poesie mi riempie di allegria.

    lorenzo

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  5. Ciao Lorenzo, mi ricorda un po’ Jouve un po’ Porta un po’… e mi piacciono le parti dove sei più fluido

    mentre sta lì che pende come un frutto
    i venti esplorano i possibili
    volumi possibili dei venti
    in moto sopra i campi

    c’è una cosa che però forse non mi convince molto: ovvero non ti pare che impieghi l’immaginario in modo consueto? Gli uccellini nel cielo, e i gigli nei campi, li conosciamo, ma soprattutto non è di così gran evocazione scrivere rosa canina del lampo (cioè se avessi scritto il piffero mozzato del cuculo, sarebbe la stessa cosa, addirittura sarebbe meglio fermarsi a

    e l’ombra è piena!
    la luna è piena e chiama

    senza arrivare a un’immagine che io trovo sostituibile, anche se concettualmente fragorosa…meglio ovvero tagliare la testa, che lasciarla sempre appesa a un simbolo, anche se nel caso dai l’idea di qualcosa che dovrebbe squarciare l’etere).

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  6. “chi si è impiccato fa da misura ai campi”, è questo metro umano che per contrasto segna la natura intorno e la partizione nel momento in cui è detta, scolora nè ha più imprtanza per la bambina e il cuculo e la rosa canina, conta alla fine, rileva, la “direzione immacolata”.
    Carlucci ha come cifra personale questo intreccio tra il rigore e il simbolico anche declinato come “lampo” di un prezioso decadentismo (gli smeraldi, la clamide di stelle), e mi sembra una cifra autenticamente personale e soprattutto di esiti felici. Un caro saluto a Lorenzo e a Francesco per la proposta, Viola

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  7. Caro Sinicco,

    grazie per il commento. Non conosco purtroppo Jouve e conosco poco Porta ma sono lusingato dalla somiglianza.

    Non capisco cosa significa “impiegare l’immaginario in modo consueto”. Suppongo significhi “usare immagini trite”. Ti rispondo in qualche modo. Non credo che la terra e l’uomo siano cambiati tanto da rendere necessaria una revisione radicale dell’immaginario ogni cinque anni. D’altra parte, è necessaria una continua revisione del linguaggio per mantenere alto il grado di informatività della comunicazione.
    Limitare una tale revisione agli aspetti semantici significa però condannarsi a ripetere all’infinito il gesto delle avanguardie.

    [Per esempio qui ricorrono elementi di tradizioni condivise (e.g. biblica) o della tradizione letteraria (e.g. Eliot), a partire dal titolo, con valenza anche ironica e parodica. Ciò non coincide affatto con una intenzione allegorica, lineare, o con una trattazione tematica. Vi sono altre vie per il nuovo accanto alla riforma – semantica – dell’immaginario]

    Quanto alla “rosa canina del lampo”: non credo possa sostituirsi, come tu suggerisci, con il “piffero mozzato del cuculo”. La prima è una immagine con fondamento percettivo (visivo per l’esattezza – fulmine/stelo e lampo/fiore) annichilito dall’eco letteraria del fiore scelto. Quella da te suggerita non ha queste caratteristiche e per tanto non è sostituibile alla prima.

    Ciao,
    Lorenzo

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  8. Ti stavo provocando Lorenzo! Mi interessava approfondire la questione dell’immagine, anche perché ha una valenza simbolica importante, se non fondamentale. Innanzitutto sono interessato alla sua efficacia: ti faccio questo esempio, senza sapere però l’esatta sequenza dei testi del libro:

    *

    la notte ha già lo zoccolo che romba
    contro il tuo vuoto esposto
    la clàmide di stelle che hanno stretta
    l’ubiquità dei corpi che fa eco

    e l’ombra è piena!
    la luna è piena e chiama

    *

    la rosa canina del lampo
    sui campi è un segno con la corda al collo.

    *

    Come vedi ho traghettato la rosa canina al frammento successivo – certamente non è uguale a quello che hai fatto, però lasciami dire che dal mio punto di vista è più accattivante…mo’ te lo spiego il mio punto di vista però: si tratta di piccoli dettagli, di richiami intratestuali, su cui secondo me non si lavora abbastanza, aspetto che ha la conseguenza che nelle raccolte gli orientamenti (in generale) non corrono e si rincorrono fornendo maggiore plasticità all’opera. Non si tratta dunque di neoavanguardismi etc, ma di aspetti fondamentali della formazione. Ad esempio a me piaciono molto concettualismo e simbolismo, però credo che oggi essi debbano provarsi grazie a più orientamenti formali, e sottolineo provarsi.

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  9. Per quanto possa importare – cioè un fragoroso nulla – tengo a dire che a me piace molto la rosa canina del lampo. La rosa canina è una pianta conturbante già di per sé, con quello strano gusto che ci fanno la marmellata in posti poetici, e quell’affare che rimane quando cadono i petali, quella specie di coppetta dura del fiore; e poi anche il nome è particolare, con un ventaglio di rimandi praticamente inesauribile. Il lampo può diventare una rosa canina soltanto con un volo di fantasia veramente folle e inspiegabile, eppure è difficile trovare un’immagine più azzeccata. Là dove siamo tutti bambini, traditori, deportati e spaventati e profumati, nel flash della mente un lampo non sarà mai altro che una rosa canina. E ognuno si scriva le sue poesie! E se qualcuno poi avrà il fegato di nominare un fiore che fa rima con amore, come suggerì anche Umberto Saba, magari quel fiore sarà proprio una rosa canina distrutta sotto le MIE suole. E un lampo che illumina la TUA impiccagione. O viceversa. Capito, o simpatico e freddo Sinicco? (anch’io sto provocando…)

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  10. Ciao Anna, io non sono simpatico, ma sono caldo. Anche a me non dispiace quell’immagine, ma la trovo banale in quella posizione, perché tutti i versi prima vi convergono, e nell’essere conclusiva accentra tutto il significato, quando i due versi precedenti, nel loro presentarsi, stupire, e nella loro sospensione, sono meravigliosi – riguardo la posizione di quell’immagine, ne ho trovata un’altra con un rapido cut up (e mi perdonerà Lorenzo, se vuole, per questo sfregio alla scultura). Su questi piccoli particolari, se vi dovessi lavorare io, sceglierei di comunicare le parti che dal punto di vista strettamente formale sono insostituibili. Quando io posiziono,

    la rosa canina del lampo
    sui campi è un segno con la corda al collo.

    la rosa canina è davvero insostituibile, ma certamente riporta il lettore al testo precedente, dove c’è il temporale, come una sorta di ridondanza intratestuale, cioè prendo due piccioni con una fava.

    Spero di essermi spiegato. Sono dati tecnici, me ne rendo conto, e non sto dialogando con persone che pensano sia tutto bello, solo perché è, in maniera indiscutibile e da cretini.

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  11. caro christian, non voglio fare l’autore onnisciente che ha calcolato tutti i parametri del proprio lavoro fino all’ultimo dettaglio. sono un po’ più cialtronesco di così, e purtroppo non penso così tanto a tutti i dettagli delle mie cose. con ciò mi perdo finezze tipo quella che suggerisci tu. non è male. certo compromette la fruibilità del singolo testo in favore del “macrotesto” (caspita, l’ho detto!). penso ci siano sempre “tradeoffs” di questo tipo in questo genere di scelte “dispositive” se non proprio compositive. infine, posso dire solo che in tutto questo testo serpeggia un meccanismo di autoannientamento degli effetti retorici, forse una sorta di creazione di spazio a forza di disinnescamenti e magari questo finale ad effetto “raté” se pur con una immagine per altri versi efficaci, va in questo senso.

    ciao e grazie per la lettura. grazie anche ad a.l.b. per la difesa della rosa canina. io ormai quando penserò al lampo pernserò al “piffero mozzato del cuculo”. c’est la vie.

    lorenzo

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  12. Pingback: Imperfetta Ellisse

  13. Sono molto felice del successo del mio autore Lorenzo. Quando lessi per la prima volta il suo “Giuda” mi salì all’occhio e alla voce una certa ironia; un’ironia dal timbro forte che non risparmiava né Giuda né altri. E sotto questo profilo, ha ragione Lui quando afferma di averci messo una stupenda “pillola di cialtronismo” (io io aggiungo: un cialtronismo molto raffinato)nella seriosità di tutto il lavoro. Questa è la cifra che mi ha fatto appassionare al Giuda (ma anche alle altre poesie). Lorenzo si diverte a sperimentare, in senso dinamico e di rottura, la sua mordace visione da un lavoro all’altro. Ad un passo quasi sceneggiato, e ad un altro molto intellettuale, fa seguire una prosa contenuta, linearissima e quasi elegiaca. Carlucci ha il dono di creare lavori in odore di complementarietà, tra loro. Quasi fossero degli ossimori, disgiunti, ma anche irelazionati tra di loro da strane parentele.
    Gianfranco

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  14. Pingback: La lingua monca dei poeti - Luigi Metropoli legge “Ciclo di Giuda” di Lorenzo Carlucci « La dimora del tempo sospeso

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