da “Davanzali di pietà”, #2, 2008, di Marina Pizzi

37.

sotto la volta di un nodo di stoppia

barcolla il trave della cella.

il veto del sole sotto l’alluce

indica la strada del dietrofront.

l’azzurro mendìco del cielo nero

al bar del coro non grida mai.

appieno vuoto questo dividendo

la sa con pena la promessa livida.

38.

le preistorie dell’acciaio furono nidi

benesseri di arrivo

al varo di aurora.

culle di germoglio

il fato che si addica

al mormorio del sale

fato salino il rovescio da devolvere

al moto dell’orologio ad acqua.

qua la chiosa del diverbio

la sabbia con la terra fa capienza

gran musica di baracca la gran pena.

39.

sul piglio della rotta il naufragio

inarginato sfregio nello sguardo

dovuto alle carabattole del giro fatuo.

nel tempo da perdere per refuso

il dolore del vuoto.

40.

viaggi di perdenti questi cerini

reclamati dal ritmo della foce

dal delta di ricamo tra pozzanghere.

le lotte delle fionde hanno scalmanato

i fiori modernissimi di cieli.

il coltello dalla parte della lama

ha tagliato il treno in loculi.

dove il sole si conturba si fa di ghiaccio

il gerundio perpetuo il tuono della disfatta.

41.

nel tiretto del mio rigagnolo

vado a spasso

regista del mio loculo.

per miglioria curo un balcone

coatto contro il muro tanto per fingere

la genesi del petto a mo’ di rondine.

la foga per la perla della rotta

la lascio alla bàlia carica di latte.

42.

nell’idillio del polso con il cuore

nel covo delle luci che non servono

la nuca muore.

in realtà un manico di sangue

aiuta a resistere col senso

sovrano sull’arietta della diva

vanissima. un sillabario corto

sparisce nella tasca del pezzente

tedio, di te non so dire

nemmeno il nome meglio

del teschio nella scodella che c’insegue.

43.

una miserrima rotta di condotta

con santità al minimo dell’office,

qua tale rimane lo zero nudo

dottore di sé senza guarire

né tori infilzati né lucertole al buio.

io altrove svellerei l’angolo

verso stoviglie di leccornìe strapiene

se del burrone è frutto il piede desto.

44.

il loquace animaletto della sostanza

ha il braccio breve non inaugura

né il salto né la stretta,

quasi imbroglia la sopravvivenza

con l’anfiteatro del livido del parco

coma.

45.

come si fa a lucidare gli stivali

se il fango è così prossimo?

46.

ha le origini del fossile

un giro antico

cremato.

47.

imperio di domanda starti accanto

dove quaggiù si arena la gimcana

nell’ordine malevolo del vero.

plettro di compieta panici del verbo

l’erettile fatuo le rovine delle rondini

le giacche delle fosse le nicchie delle fole

le rondini del ferro.

48.

nessuno ha rotto il calice del sangue

stracolmo mondo un tavolo di morgue

49.

ho un cortocircuito che mi sposta

il petto e la cintola del sonno:

è grave indizio di ultima stecca.

appena ti vedrò a mano stretta

allora la natura della borchia

avrà capienza per porgerti

una pietà salina da alambicco.

50.

aggiungimi al cipresso casalingo

alla gola dell’intima bravura

al sapientone enigma del mare aperto

dove troneggia un apice di cellofan

che ha ucciso una tartaruga.

in gara con la fronte contro l’onda

dammi lo scacco che possa sorriderne

senza la rima pendula del branco.

un dubbio trama ad ernia di sfinge

spingendo contromano la marea

per un unguento di volta finalmente

verso la torba del fiore principesco.

51.

saluto di ricettacolo il coma

materno sulla furia del lutto.

càpitano le comete che non premiano

né nominano la natura del giardino.

52.

dammi un tuono ch’io possa evincere

il dizionario cortese del nome

la scossa in mano ad un apice di vento

il cielo nero con l’azione vinta.

un sillabario non fatuo tutto d’embrione

potentissimo acrobata barca di salto

oltre la rotta stabilita beltà del varo.

53.

mi rammarico del costato

quando l’aurora si gonfia di morti

ed erigibile lo scisma del dolore

dà man stretta al caso dello stato.

54.

mi dolora il frullo del salino

la sventura del nomade stanziale

in un lucernario di stoppie per capire

cerbottane di sguardi che non incontrano

che tramestio i ciottoli di astio.

meringa floscia questa primavera

azzerata dalle gare delle sciabole

in bora di respiro.

55.

al sole sulla piazza avrò vent’anni

(il ladrocinio dello zigomo serrato

dall’ombra netta dello scopo in atto:

lo zaino del limbo lo porto tutto

con la febbre che sconsola le cimase).

56.

le corse delle zattere sul limbo

un’altalena che coniuga serpenti

col frac della gran soirée.

il fascino del crac è sempre avanti

bestemmiato da scie di malmessi

antidoti di non senso.

57.

tra le girandole del basto

la serra della nebbia

la lebbra al fiume

di serbare resistenze

appena in opera tra le teche

d’osso.

58.

morte lungo l’asse dei bisogni

dove si arena il teschio della

vanagloria e la girandola

soqquadra in un dono di eclissi

tra le veglie delle spose che non

vengono che raggrinzite. stipate

statue senza la clessidra.

59.

almeno scoprirò che sono affetta

da danze di ecchimosi e moti neri

morosi con i sì con le conchiglie

d’echi. in mano alle credenziali

delle pigne avrò verdetto senza

alcun pinolo per la torta della nonna

o il forziere in zero a tutta accetta.

60.

malinconie di anello

quando al porta sbatte

per la credula faccenda del vento

per la durata del credo dove c’è

disperso. il buffone della spina

è arrivato carico di polpa.

dal letto all’alzata lo stonarsi

in una tana di bora in bora.

61.

un codice di nero un avvistamento

dentro la stanza del cordolo

domestico agguato ad ogni giorno.

le premure dell’àncora stamane

hanno indipendenze non servono

il lato della musa reliquiaria.

lo sgombero per potere le distanze

in terra di anomalia la grande gioia

se finalmente taccia il sì della caccia.

62.

dove si sta termini di eclissi

vige la nenia nell’agonia

del minatore. il torto assiso

dentro la nicchia dell’ulivo

a mo’ di demerito con zattera

del sale. il leggio del rantolo

trovi la giostra del miracolo

del gioco. a terra per il mito

ti vedrò lo sguardo di natale.

63.

in un mare di corsa corsaro

la sassaiola di un io di flagello

flagellato. a ritmo di neve

la verità di andarsene

se questo è il dazio se questo

è il gelo che fa cantone il mondo.

in officina il fatuo ripetente

ha teschio in cima alla sorveglianza

che veglia di moribondi il fatuo

piatto.

64.

finalmente avrò l’accattonaggio del sonno

l’erta fumida dell’aria da buttare

contro il tranello del seno nudo

che fa svoltare le curve per mentire

il tiro del cipresso verso il cielo.

65.

nel lutto che sconquassa tutta la voce

l’avaria del varo, il lungo vano

che ammaina la rendita del sangue

che il guado innalza senza la partenza.

ricamo a marmo questo soqquadro

tenente l’irriverenza dell’acqua marcia

finalità del pane la muffa in far d’affanno.

66.

con la carta sulle spalle vado in rovina

correndo a vista tutti i precipizi

d’intonacate aureole di dèi morti

nelle soldataglie del fuoco

nel cratere dei vinti.

67.

il genio che colora la gran morte

la giuria del ponte

68.

ha un sudario che le fa da impero

perfette amnesie del troppo ricordo,

morirà con i lacci ben stretti,

chi la irriderà sarà pettegolo

gomito di catrame, gomitolo di sterco.

69.

alla fuga che fa tresca nella fuga

la dedica del numero dei morti.

con meno amore di un circuito bruciato

la scala senza scalini.

la fortuna che non assiste lo stalliere

ieri fumava con dio tutte le ore.

70.

Plettro di compieta

la penuria del tramonto è stare al mare

rovesciate barche di disuso.

zattera di pietra il traino dell’ora

combusta nel marciume dello stadio

ennesimo. sì ti accalori per un caso

da troppo protetto dalla pazienza

della resistenza. sarebbe bello uccidersi

a tranello, senza saperlo, un incidente

di beneficenza, tetto di vendemmia

mummia del vortice dismaterno.

71.

in saldo all’acqua grama

il dondolio del pozzo

l’ernia del condotto.

balorda la genia del coltello

in te avvenga felice il dolore

la lorda lorda aureola del Gange

nei corpi dove regola mortale

sventura il credo nella tacca

a far distanza.

72.

aiutami a sillabare un torso

un pegno duro da fiaccare

il viso e la trottola del lascito

che sta ad aspettare l’interprete.

la bombola d’ossigeno non salvò

mio padre steso a dieta fredda,

il dado tratto sta sull’altare:

è stato riconosciuto da adorare

in fondo alla scarpata.

73.

ho una gerla di monastero

che mi confisca le rondini

scaraventandole dove si addormenta

il grido. ma non è pace né mente

di diorama qui massacrare il sasso

comunque infisso più della penuria

del fulcro della rotta. venga qui la trama

del crocicchio a far da apologhetto

finalmente al miglior miglio della fine.

74.

4 pensieri su “da “Davanzali di pietà”, #2, 2008, di Marina Pizzi

  1. E’ come fare un viaggio in cui per orientarsi, è meglio dimenticare quello che già si sa, da dove si viene. Affidarsi al pensiero, senza bisogno dei sensi. E’ lui stesso, ridotto alla sue funzione essenziali (illuminazione-ragione-creazione)a riproporre alcuni “oggetti” dell’esperienza, della natura che si stagliano imprevisti ed eloquenti di significato.

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  2. grande rigore, mi impressiona molto questa poesia che sembra radiografare (non freddamente però, ma con grande sconquasso di viscere) un sogno o uno stato di possessione. complimenti.
    renata

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  3. e ritornano di nuovo – abbondano – le RONDINI, in queste poesie, come nell’Acciuga della sera. Rondini che *non* fanno primavera; ma ci sono; le sette lettere ricorrenti che forse sono un senhal forse un mito forse un’idea – comprensibili e incomprensibili (e perché un’opera d’arte dovrebbe essere comprensibile? in ogni caso la poesia di Marina non è oscura, non è senza senso, non è vuota – è un peso che germina e si moltiplica, e chiede *condivisione di spalle – forti* – credo questo)
    massimo

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