Umanità

di Blackjack

“Porca puttana! Che cazzo fai?”

Esistono luoghi, in questo nostro mondo, abilmente ignorati. Nessuno ne parla, nessuno è interessato a parlarne: nessuno ne vuole parlare. Zone franche comode a tutti. Devi triangolare denaro? Spostare organi? Acquistare un party intimo per amici perversi e bimbe con meno di dieci anni? Giocare cifre improponibili? Vi serve uno stinger? Qualche kalashnikov d’occasione? Una Rolls scontata, e rubata, per sentirvi Re in trasferta? Luoghi così esistono.

Non preoccupatevi, non li troverete raccontati da Repubblica e neppure dal Giornale. La Magistratura nemmeno immagina di aprire inchieste in loco: gli arriverebbe un pernacchio peggio di uno tsunami.

Siete curiosi? Fatemi un fischio e al prossimo viaggio vi farò da guida; solo se avete lo stomaco forte, la coscienza assente e un certificato medico che lo attesti. Sono stati a gestione familiare, magari con l’appoggio esterno della superpotenza di turno. Il capo famiglia di uno di questi stati gioca a carte. Lo conosco da anni e di solito ci incrociamo a Montecarlo, raramente Venezia, ché anche se hai la barchetta da 100 metri nessuno la vede; il porto è lontano.

Dodici anni. Me lo presentò il Direttore di Banco di un Casinò; un vero ambaradan quella sera e il tavolo che mi attendeva andato a patrasso. Uno degli invitati si schiantò con la Ferrari una ventina di km prima; probabilmente distratto dalle gambe della rossa che lo accompagnava. Nessuno guarderà più quelle gambe: maciullate dal motore che le accarezzò le autoreggenti firmate. Una carezza fredda.

L’incidente mi costò, più o meno, 300.000 euro. Il capo famiglia, oltre ad essere un discreto giocatore, quella sera aveva la dea fortuna infilata in qualche luogo recondito. Fu comunque un ottimo investimento; ai dilettanti ispirano sempre simpatia i perdenti e lo so, sono prosaico, ma una rondine non fa primavera. Mi risarcì più che abbondantemente, negli anni successivi, con la leggerezza tipica di chi non fatica. Memorabili le sue feste sulla ‘barchetta’.

L’unico errore che commisi, all’interno di questa strana ‘amicizia’, fu accettare l’invito per una partita nel suo Casinò. A casa sua. Organizzò tutto con la precisione di un esperto di logistica; si premurò persino di farmi trovare personale di servizio selezionato fra tutti quelli che conoscevano almeno cinquanta parole di italiano. Partenza da Milano in Business Class, scalo a Francoforte e destinazione un aeroporto scalcinato. Atterriamo e una limousine immacolata è parcheggiata a fondo pista, l’autista in livrea in attesa e la hostess che mi accompagna sorridente.

La scena mi restituisce la stessa impressione dei documentari umanitari che osannano l’uomo bianco quando visita una favelas brasiliana: fuori posto.

Lui, il capo famiglia, mi attende comodamente seduto, sorridente, abbronzato e non è necessario nemmeno il visto sul passaporto: aveva pensato a tutto e il responsabile della dogana avrebbe apposto il timbro in albergo; l’ospite non doveva essere disturbato. Quasi due ore di strada dall’aeroporto al suo regno, con i vetri oscurati a mascherare un paesaggio antico popolato da case vecchie, tetti in legno grezzo, contadini chinati a zappare e seminare a mano, oche e polli a starnazzare e fuggire con le donne, di stracci vestite, a raccogliere le vittime troppo lente e inveire.

Un salto nel tempo attutito dall’aria condizionata, i sedili in pelle e la musica classica. Il meglio del comfort, una perfetta sceneggiatura americana.

Il suo Hotel è maestoso: a testimoniare la grandezza di un despota. Ci fermiamo, il portiere si precipita ad aprire. Lui scende, io lo seguo e un bimbetto ossuto, sporco, con due occhi marrone immensi corre rapido, la mano tesa per l’elemosina e sorride. Non ho nemmeno il tempo di estrarre una banconota dalla tasca, sento il capo famiglia imprecare e muoversi. Sento un colpo. Colt 45 a tamburo, canna corta, finemente decorata a bulino. E’ devastante, la gamba si spezza, schizzi di sangue macchiano il tappeto dell’ingresso e il cofano della limousine, il bimbo urla tutto il dolore di una generazione sprecata, mentre il portiere, efficiente e rapido, lo trascina a morire dietro l’angolo e l’autista si affretta a ripulire la limousine.

Le parole si sono spente.

21 pensieri su “Umanità

  1. “il bimbo urla tutto il dolore di una generazione sprecata”

    davvero non è quella del bambino la generazione sprecata. il racconto parla di ben altre genie inutili, ma bisogna avere occhi trasparenti per vederle.

    "Mi piace"

  2. Concordo appieno con Claudia, che ha fatto centro in due righe.
    Avrei delle domande, per il testimone.
    Una sola, senza speranza di risposta.
    Ma dove stavi, Blackjack, in Transnistria?

    "Mi piace"

  3. Black, hai una capacità di coinvolgere il lettore che è…ammirevole!
    ma quando scrivi ‘dodici anni’ ti riferisci a dodici anni fa…?
    è crudo e toccante e …maledettamente reale ciò che scrivi.
    chissà quanto hai viaggiato…ben vengano i tuoi racconti!
    ciao

    "Mi piace"

  4. Come lettore, io mi chiedo soltanto: il fatto raccontato è vero? Se non lo è, se si tratta cioè di una fantasia intessuta sopra di un presunto verosimile, allora mi fa un po’ di senso, lo stesso che mi ha comunicato il romanzo di Cannella. Non la cosa in sé, cioè l’oggetto della rappresentazione, ma bensì la posa, superomistica e pensosa, chiaramente finalizzata ad impressionare le femmine, che essa sottende. Viene naturale prestare a simili parole la voce di Jack Folla, quella connotazione standard che ormai è passata alla pubblicità dei SUV. E’ questa posa, questo uso a suo modo ingenuo dell’orrore, a sembrarmi kitsch. Nel caso si trattasse invece di una testimonianza, sorgerebbero tutt’altre domande. Per me è così: è essenziale sapere ciò che si racconta è il vero oppure si inventa, si “abbellisce”, si romanza. E mi impressiona che una simile distinzione sembri ovunque eclissata.

    "Mi piace"

  5. Caro giocatore, quando le parole si spengono, è necessario riaccenderle per dire forte e chiaro,costi quel che costi,il proprio disprezzo verso simili nefandezze. Ora, io leggo ciò che leggo, e non so il seguito.Cosa hai fatto? sei entrato in quel’holtel, hai fatto valere le tue ragioni, te ne sei andato, o cosa? perchè non hai sferrato un pugno sul muso a quel bastardo?
    O sono troppo ingenua per pensare che in certi ambienti un estraneo possa avere voce in capitolo?
    cordialmente
    jolanda

    "Mi piace"

  6. in effetti, i commenti 5 e 6 mi trovano piuttosto d’accordo, al di là dell’ovvia efficacia di questo raccontare.

    "Mi piace"

  7. Invece non capisco perchè lo chiami unico errore…ti fai carico della sua bestialità? In quel mondo, sono inviti a cui non si pò dire di no?
    Se devo essere sincera sento qualcosa che stona…non so bene cosa… forse la mancata collocazione geografica, ne parli,ma non la vedo. Come se fosse passato per Francoforte per atterrare in una terra di nessuno, non so, non so bene.Forse manca un perchè.

    "Mi piace"

  8. Scusate per l’assenza, ma ieri ero in giro per ‘lavoro’ (potete ridere se volete) e non sono riuscito a collegarmi. Provo a rispondere andando per ordine di commento.
    Claudia: è chiaro anche a me che NON è quella del bimbo la generazione sprecata; sono sempre gli adulti a ‘sprecare’ i bimbi/e e mai viceversa. Sicuramente non mi sono espresso in modo corretto. Rimane comunque il fatto che, anche se non per colpa loro, è una generazione sprecata.
    Plessus: il fatto è reale, le persone pure e, come supponevi correttamente, non sperare che ti dica dov’ero. Scusami se sono lapidario.
    Carla: sì, quando scrivo 12 anni, mi riferisco a 12 anni fa.
    Gena: grazie
    E.: il fatto è vero e, da parte mia, non c’è nessuna posa superomistica (mi piace il termine) per impressionare le femmine. Se il mio modo (chiamarlo stile mi pare eccessivo) di raccontare restituisce questa impressione, ne prendo atto. Non mi pare di avere né romanzato, né abbellito il fatto, almeno ci ho provato e l’obiettivo era quello di tagliarlo con l’ascia del minor numero possibile di parole.
    Jolanda: in certe situazioni avere voce in capitolo è, a meno che uno non possieda una vocazione suicida (vera, non il solito suicidio finto per richiamare l’attenzione), praticamente impossibile e poco salutare. Molto poco salutare.
    Viola: io Spillane? Ma non ci penso nemmeno e , sicuramente, sono più bello e meno contorto di Spillane 🙂 Ok, scherzo, ovviamente, ma paragone immeritato. Io sono un cantastorie.
    Sparz: io provo solo a raccontare, a volte può piacere, a volte no. Questo è ciò che fa un cantastorie.
    Tip: mi faccio carico, in parte, di quell’errore: non avessi accettato, lusingato dal mio ego, quel bimbo non si sarebbe preso un colpo di 45 nella gamba. Sarebbe stato semplicissimo per me, come era già successo altre volte, rifiutare l’invito. Per essere chiaro fino in fondo tutti i luoghi citati (compresi gli aeroporti) sono volutamente sbagliati e il luogo di destinazione è una delle tante terre di nessuno che esistono in questo mondo e delle quali nessuno parla.

    Grazie a tutti per i commenti e per essere arrivati fino in fondo. Per me che qualcuno riesca a leggere, senza stancarsi, le mie storielle, è già un grossissimo successo.

    Blackjack.

    "Mi piace"

  9. @9 un qualcosa che manca dici? Mi pare molto ovvio: l’umanità, ma non di chi scrive che è diciamo,soltanto un fotografo, forse perchè io leggo il pezzo come un racconto, un’invenzione. Non mi ricordo in questo momento quale sia il paese dove i bambini per strada vengono anche uccisi, mi pare un paese dell’America Latina. Il racconto si fa carico della bestialità dell’uomo, secondo me, ed è per questo che crea un certo fastidio e fa male.
    Ciao Lucia

    "Mi piace"

  10. Ho postato un commento… che non compare. Vabbè, sono i misteri di internet. Ora mi tocca andare a ritirare la macchina, che è stata tagliandata. Non dovesse comparire lo riposterò: questa volta sono stato sufficientemente prudente e ne ho fatta una copia: così non dovrò riscriverlo 🙂

    Blackjack.

    "Mi piace"

  11. Lucia; non serve andare molto lontano per trovare Paesi che uccidono i bimbi per strada. Basta voltare l’angolo e guardare in faccia i bimbi che chiedono la carità nelle nostre strade. L’unica differenza è che li uccidiamo lentamente… A volte mi è capitato di pensare che, se confrontata con la “morte lenta” che noi civili gli caliamo sulla testa, una morte rapida sia persino un vantaggio. E’ un ragionamento assurdo, lo so benissimo…

    Carlo: grazie.

    Blackjack.

    "Mi piace"

  12. Si si non intendevo una collocazione geografica con il nome… forse meglio dire ambiente, non è neanche quello… è boh, un senso di vuoto, ma non è del tuo scrivere è del mio leggere. Sensazione. Io funziono in gran parte a istinto e sensazioni. Ci tengo a non condizionarli…che mi restino quasi animaleschi.

    "Mi piace"

  13. Speravo fosse invenzione … sono perplesso, rifletto sulla differenza tra “la colonia penale” di Kafka e l’articolo della gazzetta di Amsterdam sul supplizio di Damiens, fra intendimento artistico e testimonianza “neutrale”. Ma non riesco a superare un vano senso di sgomento.

    "Mi piace"

  14. le parole si sono spente
    deve essere terribile portare nel cuore per dodici anni e per sempre l’immagine di quel bimbo sorridente e fiducioso.
    le parole si sono spente

    la fu

    "Mi piace"

  15. Gli altri tuoi racconti funzionavano, questo ha un che come se fosse stato scritto per stupire, per creare un effetto, e ha un finale irrisolto. Io lo trovo fastidioso.

    BJ, spero non ti offenda, credo che i commenti sinceri siano preziosi, uno raccoglie, confronta, poi tira le somme.

    Saluti –

    "Mi piace"

  16. Mauro: cavolo, li raccatto eccome i commenti, specialmente se arrivano da lettori attenti (e non solo) come quelli di LPELS. Lo ribadisco: io non sono uno scrittore, ma un cantastorie che prova a raccontare frammenti. Quello che posso dirti è che il finale è irrisolto perché, non vedo una soluzione; almeno fino a quando esisteranno, ed esistono, posti come questi.

    Un grosso grazie a tutti!

    Blackjack.

    "Mi piace"

  17. Caro Blackjack,
    tutto sommato penso che anche nella tua vita ci sia qualche problemino teologico, e che tu ti stia dando da fare per affrontarlo. Poi le tattiche e le strategie possono essere le più varie: complicare o semplificare a volte non sono che le due facce della stessa medaglia.
    A proposito, preferisco le persone che hanno qualche problemino, toeogico o d’altra natura; purché non diventi una posa. Quest’ultima raccomandazione vale, ovviamente, anche e innanzitutto per me.
    Un caro saluto,
    Roberto

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.