Il maestro del buonumore

di Pasquale Giannino

Quando mi sento giù ascolto un disco di Renato Carosone. L’ho visto nel ’91 al teatro di Altomonte. È un paesotto del cosentino a una manciata di chilometri dal mio. A differenza degli altri comuni della zona, che stanno morendo, ad Altomonte negli anni Ottanta c’era un vecchio professore di lettere che ebbe un’idea particolare. Disse: Noi non abbiamo niente in questo piccolo paese, neanche gli occhi per piangere. Però abbiamo un borgo che molti ci invidiano: da una parte le case a forma di presepe naturale, dall’altra un belvedere da restare senza fiato. Per di più siamo nella Magna Grecia, l’unica cosa che ci manca è un teatro.
Qual è il problema? Costruiamolo! E così partì il Festival Mediterraneo dei Due Mari, divenuto poi Festival Euromediterraneo: una kermesse di musica, prosa, arte, danza ed enogastronomia fra le più interessanti della regione. L’evento clou di quell’anno era programmato per il 17 agosto: Renato Carosone e la sua orchestra. Il problema era che il 17 gli altri “banditi” e io avremmo dovuto suonare ad Amendolara, piccolo centro dell’alto Ionio quasi al confine con la Basilicata. La preoccupazione principale era ovviamente: Riusciremo ad arrivare in tempo per la serata? Poi avevamo un altro motivo di ansia: ad Amendolara c’eravamo già stati qualche anno prima, e come racconto nel mio libretto Banda, che passione!: “Quando Bonfilio ci illustrò la festa a cui avremmo dovuto partecipare, ci spiegò che non sarebbe stata una processione come tutte le altre, con la banda in testa al corteo, ma che saremmo stati preceduti da una ventina di asini. Non poteva sapere, però, quale sarebbe stata la loro effettiva funzione. Scoprimmo con stupore il reale scopo di quelle bestie: impedirci che avanzassimo di un solo passo senza suonare. Nel momento in cui avevamo concluso una marcia, ci sbarravano la strada con quegli animali, chiedendoci di continuare a esibirci con modi non troppo cortesi. Naturalmente ogni trattativa fu inutile: l’unico sistema per proseguire era quello di suonare senza alcuna interruzione”. Meno male che faceva un caldo da schiattare, quel giorno, e i ciucci preferirono restare a godersi la brezza della marina… Durante il viaggio sentimmo alla radio: “Tutto esaurito per il concerto di Carosone: ci sarà una replica il 19 agosto”. Che culo!

Siamo nelle prime file, a pochi metri dal pianoforte, dalla parte della tastiera. Entra l’orchestra, attacca l’introduzione di Torero. Sono poche note ma sembrano interminabili. Guardo fra le quinte, intravedo un signore vestito di bianco: è lui! Con passo rapido e sicuro attraversa il palco, partono i primi accordi. Il maestro non ha bisogno di guardare i tasti. Sorride al pubblico per alcuni istanti, poi con un filo di voce intona: “Tu pierd’o suonno ‘ncopp’e giurnalette”, ed è tutto un coro che si spande per la valle. Andiamo avanti così per quattro o cinque brani, quelli straconosciuti della premiata ditta Carosone-Nisa. Poi Renato si sposta al centro del proscenio e fa: “Ho un caro amico che ogni volta mi prega di salutare il suo pubblico: si chiama Gegè di Giacomo… Quando sentite ‘canta Napoli’, quello non sono io: è Gegè”. Mi pare di vederlo, di fianco a lui, il simpatico batterista dalla faccia di gomma. E penso al celebre nonno, il poeta Salvatore, e mi vengono in mente gli anni Cinquanta, il night-club, e quel pianista dalla “zampata” irriverente che riuscì a mandare in pensione – ed era ora! – coi suoi motivetti scacciapensieri (ma di un’ironia lucida e graffiante, nonché di ampio ed eclettico respiro musicale) tutta la retorica del pianto, della tristezza, delle mamme, e di vecchi scarponi che di andarsene in soffitta non ne volevano sapere. Penso alla dignità che mostrò il grande artista quando, all’apice del successo – dopo aver suonato in America e alla Carnegie Hall (soltanto Benny Goodman, prima di lui, aveva osato violare quel tempio della musica classica) – a soli quarant’anni decise di ritirarsi dalle scene perché aveva avvertito che l’aria stava cambiando. Penso che è stata una gran fortuna che Sergio Bernardini, dopo quindici anni, lo abbia convinto a ritornare con un memorabile concerto alla Bussola, lo storico locale che lui stesso aveva inaugurato vent’anni prima. Penso che non avrei potuto sentire il mal d’Africa sulle note di Caravan petrol e O sarracino, ammirare le sue mani che volano agili al ritmo di ragtime, ascoltare a bocca aperta Rapsodia in blu di Gershwin eseguita con la serietà e il contegno del migliore pianista classico. A un certo punto le luci sfumano. Restano soli: il maestro e il suo pianoforte. Mi aspetto un altro virtuosismo da non credere. Inizia a sussurrare la bellissima e struggente Maruzzella, un brivido corre lungo la schiena… Dopo tre ore di concerto è tutta una standing ovation. Il pubblico urla: “Re-na-to Re-na-to Re-na-to”. Il maestro non torna più. A un certo punto arriva un giovane che afferrando un microfono dice: “Signori, abbiate pazienza: vi ha concesso un’ora di bis!”.

In palestra mi capita di incontrare, talvolta, una ragazzetta sui vent’anni. Non è che abbiamo tanto da dirci, d’altra parte che volete? cazzeggiano tutti… Un giorno le ho chiesto, così, all’improvviso: “Sai chi è Renato Carosone?”. “Renato Carosone?… Mai sentito.” “Conosci Tu vuo’ fa’ l’americano?” “Certo!” risponde con un ampio sorriso. “L’ho ballata ieri sera in discoteca!”

7 pensieri su “Il maestro del buonumore

  1. Pasquale,quello che ho letto non è soltanto un racconto,è qualcosa in più. E’ racconto, commedia, teatro nel teatro, film. Partendo sempre dai ricordi della tua terra, che è anche mia, ci trasporti in luoghi e situazioni che ci sembra, non solo di vedere, ma di toccare con mano. Lo sguardo va dove tu ci conduci,il pensiero torna dove tu lo fai tornare, a tratti ci, o mi,se vi pare, sembra addirittura di udire il suono della banda,esilarante l’episodio degli asini,oppure di essere a stretto contatto con quel grande che tu hai omaggiato con questa pagina: Renato Carosone. Assieme a te durante quel concerto,e vedere volare le mani sulla tastiera di un pianoforte e la voce dare il meglio di una musica che rigenera e, si, può,in certi casi far dimenticare un malessere. E poi,ancora il ritorno alla realtà con la ragazzetta della palestra, che ci o mi dice la poca attenzione verso la storia, qualunque storia.

    Ma quegli asini,Pasquale, quanto mi sono piaciuti!

    Sei bravo e meriti di andare avanti senza asini in mezzo alla strada! 🙂
    un forte abbraccio
    jolanda

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  2. Blackjack e Sparz, benvenuti nel club del carosuono!

    Jolanda sei molto gentile come sempre. Riguardo agli asini non temere: li spazzeremo via tutti… 😉

    Ora vi lascio, debbo festeggiare i miei trentasei anni. La musica, ovviamente, sarà quella di Carosone!

    Un abbraccio grande a Fabry!

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  3. Grazie Jolanda 🙂

    Carosone piace anche al maestro Guerrazzi:

    “Bravo Pasquale,
    mi hai riportato nel mio piccolo paese, stilizzato di grigio e profumato di fiori di ginestra. Mi hai riportato al 78 giri e al grammofono con la manovella.
    Mi hai riportato alla mia primissima giovinezza e alle serenate sotto le finestre che non si aprivano mai…
    Mi hai riportato a quelle sere di maggio e alla luce fioca di quelle stelle così lontane per toccarle che a malapena si percepiva la loro luce da quelle povere case senza elettricità.
    La lumera a olio di oliva e quelli più ricchi avevano il lume a petrolio.
    Le canzoni di Carosone ci riunivano attorno a un grammofono a manovella del fortunato del paese.
    Quel mondo non c’è più e, credimi, non è vero. Quel mondo si è spostato in altri luoghi.
    Grazie.
    VG”

    Vincenzo, benvenuto anche a te!

    A Giuseppe Cornacchia di nabanassar ho risposto qui:

    http://nabanassar.wordpress.com/2008/06/01/pasquale-giannino-real-italian-epic-rie/#comment-156

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