Salvatore Toma

Il poeta è uno scienziato

coi piedi sulla terra,

sulla luna c’è andato

da appena nato.

Il poeta è un uomo

un poco morto

e conosce cose orrende

chissà come

per questo ride di voi

di tutti voi.

da Canzoniere della morte, Einaudi, 1999

33 pensieri su “Salvatore Toma

  1. Ma oggi le cose orrende le vedono tutti, basta andare su “rotten” e guardare, ma guardare bene, proprio tutto quanto, per capire. Così ti passa la voglia di ridere, di chiunque.

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  2. mi accordo ai versi di Salvatore Toma.

    TUTTO SI PERDE

    Tutto si perde in un vischioso, amorfo
    disperato brulichio di amebe,
    in un nauseante pantano di miele.
    Tutto s’ingolfa in un giallo, in un putrido
    magma di cisposa fanghiglia,
    naufraga nella morchia d’una gora,
    tra un funesto corale di gufi.
    Tutto il tuo fervore, la tua fretta
    d’incollare i frantumi della vita,
    tutto l’entusiasmo con cui edifichi
    in ore felici viadotti di immagini,
    teatrini di parole imbellettate,
    tutto è corroso dall’indifferenza,
    dalla pigrizia, dal cruccio di chi ti circonda.
    Tutto s’accartoccia e si deforma
    nello specchio ricurvo dell’accidia,
    tutto raggela in un abulico stupore,
    come una vecchia città spaventata.
    E intanto da ogni piega dello spazio
    ammicca, guercio e beffardo, il Burlesco,
    intanto squilla sempre più vicina
    la lunghissima tromba del Giudizio.

    Angelo Maria Ripellino da Non un giorno ma adesso

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  3. Ciò che mi colpisce è la sotterranea traslazione di una “condizione cosmica”, che potrebbe affratellare, in una colpa/mancanza altrui, che invece istituisce una differenza ontologica socialmente spendibile.

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  4. Le parole sono molto efficaci. Colpiscono alcune definizioni del poeta come “uomo un poco morto” che è andato “sulla luna appena nato”, che “conosce cose orrende”. Ci può essere del vero anche se suona un po’ romantico e di solito certe cose non si dicono perchè il poeta è soprattutto uno come gli altri. Si confonde fra gli altri, fatica come loro e a volte di più. Non so se ride di tutti. Qualche volta per ridimensionare qualcosa o riprendere la giusta distanza, ma allora ride anche di se stesso.

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  5. Mi lasciano perplesso queste parole di Toma e riescono a tirare fuori una buona fetta del mio cinismo.

    Non ho mai conosciuto poeti che sono andati sulla luna e quelli che veramente conoscono le ‘cose orrende’ sono pochi; molto pochi. La maggioranza dei poeti le immagina, se le inventa scavando nel mucchio di una sensibilità ipertrofica dipingendole, di bianco e nero, mentre incolonnano la ‘musicalità’.

    No, mi pare un tentativo, nemmeno troppo ben riuscito, di mitizzare la figura del poeta. Inutile.

    Blackjack.

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  6. beh sì, certo, non sta bene beffeggiare la mediocrità di chi si sente pieno di sé e delle proprie parole vuote (meglio tenerli ben nascosti questi pensieri).
    a mio avviso il poeta vuole smitizzare, proprio, i canzonieri del nulla!

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  7. Mi sembra un po’ “azzardato” :-)dire che la maggioranza dei poeti le cose orrende le immagina. Che ne sappiamo? Nella vita non c’è tanto bisogno di immaginare il dolore, perchè lo si incontra presto. E le sensibilità, proprio perchè tali si conoscono poco, spesso non si capiscono.

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  8. “Canzonieri del nulla”…Come definizione è bella nella sua ambivalenza e restituisce verità. Il poeta ha a che fare con le cose “nascoste…” e con quelle (tutte) che sono destinate a finire. Ecco perchè, oltre ad avere più o meno simpaticamente i comuni difetti degli altri, di certe cose parla poco.
    E allora…ciao 🙂

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  9. @8 sì è bella, peccato che lei non ne abbia capito il senso. e questo mi fa ridere, per tornare al tema della disquisizione! 😉

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  10. il riso di qui si riferisce alla maledetta nascita che dà la morte: in mezzo il mezzo disperato e forte di chi sa DIRLO: l’arte, che, spesso, viene respinta al mittennte.

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  11. La maledetta nascita che dà la morte…perchè solo maledetta?
    E’ un riso “guercio e beffardo” se è della morte(più o meno totale)inflitta, ma se è quella del normale stato delle cose, rende possibile la vita e il DIRE, perchè odiarla?

    E perchè dimenticare il figlio del falegname? …col finire delle cose, si vuole constatare l’evidenza, non negare la speranza.

    E’ proprio vero cara A. Io non capisco il senso di molte cose, me lo dice spesso anche mio figlio!

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  12. il normale stato delle cose non genera la poesia, né l’arte: occorre essere clandestini a se stessi, dilaniati, out of order, ciechi eppur vedere/guardare molto bene, ecc. si nasce per morire e in mezzo c’è il ricordo del [forse] vissuto o il sasso in stagno o, davvero e addirittura, il niente. e questo è insopportabile, la clemenza del tempo non esiste. non ricordo la mia nascita, ma vivo la mia morte. Salvatote Toma si è ucciso e io lo ammiro come ammiro i suicidi, i morti e i non nati né concepiti. la materia del dolore è la fortezza infinita della poesia che può arrivare ad esporre gioia, anche la comicità ne è simile.

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  13. “beh sì, certo, non sta bene beffeggiare la mediocrità di chi si sente pieno di sé e delle proprie parole vuote (meglio tenerli ben nascosti questi pensieri).
    a mio avviso il poeta vuole smitizzare, proprio, i canzonieri del nulla!”

    A., mi lascia perplesso questa tua frase, non riesco a comprenderne il senso. Esistesse un canzoniere del nulla, nessuno sarebbe in grado di reggere le sue parole e nessun poeta potrebbe sopportare il confronto.

    Quando lo incontri, il nulla, e ti passa dentro, non c’è parola, non esiste difesa. Ti scuote come una foglia morta. E’ una pialla che asporta, passaggio dopo passaggio, ogni tua convinzione.
    Ti mastica come una presa di tabacco e ti sputa dopo averti lordato.

    No, non ho ancora incontrato un poeta in grado di raccontare il nulla, di metabolizzarlo e trasformarlo. A volte, pochi, si avvicinano; molti navigano a distanza di sicurezza e raccontano il loro ‘nulla’.

    Definito, circoscritto, sopportabile. Puoi infilarlo in un razzo, accendere la miccia e spararlo in cielo, come un fuoco d’artificio.
    Lasciarlo osservare. Ascoltarne la meraviglia. Compiacerti dei colori e tornare nel tuo buio artificiale per la prossima sceneggiata.

    No; un poeta non può beffeggiare la mediocrità e chi ama la poesia non può pensarla come un’arma. La mediocrità gli serve. L’umiltà gli è necessaria. I canzonieri del vuoto indispensabili.
    E le armi lasciamole ai generali e alle loro truppe.

    Blackjack.

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  14. Perchè mai un poeta dovrebbe ridere di voi di tutti voi? solo perchè conosce cose orrende rispetto alle quisquiglie di cui si occupano altri?
    mi sembra una posizione troppo altolocata che,dal mio umilissimo punto di vista, non rispechia la mia concezione del poeta.

    jolanda

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  15. @15 ma è questo perbenismo della parola (“non si dice”, “non sta bene” etc.etc.) che falsa e svilisce il ghigno del un Poeta. un Poeta irridente, a mio avviso, verso la realtà stessa.
    @16 solo un poeta conosce cose orrende? gli altri solo quisquiglie…: ecco, Blackjack, cosa intendo per canzoniere del nulla.
    mi sembra che questo ghigno faccia paura a molti.
    grazie marina,

    nessunA

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  16. @16 “solo perché conosce cose orrende rispetto alle quisquiglie di cui si occupano altri”
    oltrettutto dato questa frase non è MAI stata pronunciata si prenda le responsabilità delle sue (mal)interpretazioni. e più che umile mi dà l’impressione di essere una persona FURBA. il che non è necessariamente una cosa negativa. ma, almeno, non ci “intorti”.

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  17. Riprendo in maniera più meditata (a prosito E.=Scramasax, il secondo nomignolo me lo sono trascinato involontariamente da un altro contesto wordpress, e oramai me lo tengo).

    Per me il punto 3. rimane importante e mi piacerebbe sapere la vostra opinione al riguardo. Lo riesprimo in termini meno ermetici collegandolo a quanto è stato poi detto.

    Questo “nulla” che il poeta pretende di conoscere, e che invece l’avventuriero sembra contendergli, cos’altro è se non la consapevolezza dell’annichilimento finale di tutto e di tutti, privo di alcuna “redenzione”? Cos’è se non la certezza che NON VI E’ ALCUN DIO RIPARATORE DI TORTI, O CONSOLATORE (se non “psicologico”).

    E’ per questo che invitavo a dichiararsi sul figlio del falegname. Chi crede in lui non può poi assumere le pose superomistiche riservate al nichilista. Se lo fa, allora è opportunismo simbolico: si vuole appropriare delle connotazioni di abissalità che tutti quanti riconosciamo al povero Nietzsche, che le ha pagate duramente.

    Ma cos’è una “consapevolezza”, una “certezza”? Un semplice sapere “astratto”? Allora pressoché tutti gli scienziati “seri” sarebbero dei nichilisti. Siamo invece tutti abbastanza adulti da sapere che una credenza può incagliarsi a diversi livelli dell’anima, e che l’anima stessa dispone di tante compartimentazioni stagne, necessarie alla sopravvivenza. Compartimentazioni create da quell’intelligenza, limitata ma essenziale, che è incrostata nelle strutturazioni sociali, come i puzzolenti strati di sangue secco dei teocalli aztechi.

    Taluni di noi si inoltrano in quel gioco, socialmente accettato ma saggiamente delimitato, che consiste nel demolire pian piano (attraverso una varietà di tecniche tramandate) simili paratie, e imparano a godersi le potenti scosse emotive che derivano da questo scombussolamento. E’ il piacere intrinseco dell’arte (nel suo senso più ampio) come la conosciamo oggi. E’ quello più intimo, autentico, che nessun giudizio esterno ci potrà mai togliere.

    Come questo piacere possa poi trasformarsi in una qualche rendita sociale è un problema che assilla tutti quanti ma che adesso ci porterebbe fuori discorso.

    Quel che voglio chiedere io è: cos’altro è questa “consapevolezza del nulla” se non uno stato emotivo, variamente autoindotto, che cerchiamo di suggerire e condividere attraverso le svariate tecniche artistiche?

    Sappiamo “astrattamente” che il mondo è un macello continuo, che non risparmia di certo i bambini. Alcuni si fanno attrarre ed entrano nel macello, venendone variamente segnati. Altri preferiscono immaginare cosa avviene dietro a muri dai quali escono comunque urla eloquenti.
    Cosa ci si guadagna? e soprattutto: è motivo sufficiente per sentirsi superiori, destinati addirittura a “durare” attraverso qualche strutturazione di significante?

    Che cosa c’è da deridere negli altri?

    La tragica, per me intrinsecamente grottesca e patetica (realmente “kitsch”) illusione che alcuni traggono dalla propria capacità di “sentire intensamente” è quella di detenere con questo un merito speciale che gli altri dovrebbero riconoscere.

    Ma che dico “riconoscere”? Gli altri dovrebbero farsi piccoli piccoli, umili, modesti, servizievoli, perennemente attenti, amorosi, idolatri nei riguardi dei “segreti legislatori del mondo”, che coniano oggi le parole del domani. Così tutto andrebbe magicamente a posto: la crisi ecologica scomparirebbe, il male stesso scomparirebbe, “Il lupo abiterà con l’agnello e il leopardo giacerà col capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato, staranno insieme e un bambino li guiderà.” [Isaia 11,6]

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  18. Marina,

    mi piace quello che dici e lo trovo vero… “La materia del dolore è la fortezza infinita della poesia che può arrivare ad esporre gioia”. Il suicidio se non è conseguenza della malattia o della disperazione (solo oscurità assoluta e incomprensibile) può essere una scelta, ma è un gesto comunque violento che riversa una forte ombra di dolore su chi rimane e suona come un’irrisione. Quella “gioia più o meno esposta” vale da sola, secondo me la pena di essere nati e di vivere anche per un solo giorno.

    Sarà una frase detta così…perchè anche il poeta si occupa ogni giorno di quisquiglie(le cose dell’abitudine e della sopravvivenza), ma quando il suo sguardo è “attento”, “clandestino” e “presente” a se stesso, nessuna cosa è insignificante.

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  19. @ 17/18

    Se invece di inveire sulle mie mal interpretazioni e sulla mia,dal tuo frettoloso punto di vista, furbizia, forse avresti potuto notare che alcune mie parole erano state estrapolate dal testo postato. Ma,evidentemente ti ci vuole una lente d’ingrandimento,sempre che basti. E,in ogni caso, la poesia si presta a un’infinità di interpretazioni anche quando il testo è liscio e chiaro. Dimmi, A, quali responsabilità mi dovrei assumere? ho forse bestemmiato o ucciso qualcuno?
    Pensa un po’,sono così magnanima che ti ho pure risposto!
    Se non ti dovesse bastare, previo recapito,tuo,potrei mandarti una gustosissima torta di buona domenica.

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  20. L’ultima mia frase era per A.

    Scramasax,

    ho letto un po’ veloce…Anche il credente fa esperienza del finire delle cose, della sua e altrui limitatezza e questo a lungo andare, capisce che non è solo un ostacolo, ma un’opportunità di vedere il Tutto in una luce diversa. Sente che può affidarsi interamente a Qualcosa o a Qualcuno di più grande. Come vedi è ben lontano dal nichilismo.
    Il credente fa anche esperienza del dubbio, del dolore, del desiderio di annientamento (come la fanno tutti), ma pian piano vede tutti gli eventi e i suoi stati emotivi, come transitori e non assoluti. Questo può valere anche per chi non crede in Dio.
    Anche per chi non crede ed è convinto che il divino sia una proiezione umana, è possibile sperimentare lo stupore e la meraviglia di fronte alla complessità delle cose (di se stesso) e della natura.
    E’ possibile trovare un senso, andando anche contro il senso comune, dove senso sembra non esserci (scusate..mi viene in mente Vasco).
    E l’arte( poesia- pittura- letteratura) in questo è veramente una strada maestra, per chi la frequenta. Ma ce ne sono anche altre, ognuno può trovare la sua.

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  21. Un caro saluto anche a te,Paola. Peccato la lontananza,le mie torte sono buone veramente.
    …e che sia domenica per tutti
    ciao
    jolanda

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  22. no, non so perchè intervengo
    passavo incidentalmente
    e no, non può un blog far passare
    tante, troppe stronzate
    no, Salvatore Toma
    NON SI E’ UCCISO
    leggete cazzo, informatevi
    prima di fare qualsiasi cazzo d’inutile cosa

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  23. @ 25
    Pensa di me quel che ti pare,chi se ne frega!
    Vedi,c’è una differenza sostanziale tra di noi,io mi firmo,tu no.
    Passo e chiudo scusandomi con Marina.

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  24. Gentile Vito Antonio Conte,
    Salvatore Toma, secondo l’edizione Einaudi del 1999 del “Canzoniere della morte” è nato a Maglie nel 1951 ed è morto suicida nel 1987.

    Con un saluto

    "Mi piace"

  25. @27 io non penso di te nulla. commento solo quello che scrivi. e se non te ne sei accorta non hai estrapolato ciò che era già stato detto ma hai dato una TUA personalissima interpretazione, ti ri-ripeto FALSATA. e l’ho trovata una mossa furba. la prossima volta esponiti con un tuo pensiero, non basta lanciare il sasso e nascodersi (paradossalmente) dietro una firma.

    angela di cecca

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  26. Gentilissima e stimatissima Marina Pizzi,
    sull’edizione Einaudi (fortemente voluta da alcuni amici
    di Salvatore Toma e divenuta realtà grazie a Maria Corti)
    si parla di suicidio perchè pubblicare i versi
    di un autore suicida
    è operazione
    -dal punto di vista del marketing editoriale-
    che -potenzialmente- contribuisce (anche)
    alla vendita del “prodotto”
    più di quanto potrebbe la pubblicazione di versi
    di un qualsiasi poeta morto per cause naturali
    (Salvatore Toma ha fatto del e sul suicidio
    -soprattutto del suo, immaginato-
    versi e raccolte di versi, ma non si è ucciso:
    è morto di cirrosi epatica… in ospedale…)
    ma Salvatore, piuttosto che Canzoniere della morte,
    credo avrebbe voluto titolare quella raccolta
    Canzoniere della vita
    anzi delle vite…
    merito a te che ne parli
    e fai parlare di Toma…

    saluto ricambiato

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  27. Ho la schiuma alla bocca, ma portatemi un bambolotto, datemi una tazza di tè con un po’ di zucchero, e magari mi calmerò. Anzi, il mio animo s’intenerirà, anche se poi, probabilmente, digrignerò i denti contro me stesso e per la vergogna soffrirò d’insonnia per diversi mesi. Ormai ci ho fatto l’abitudine.

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  28. mi scuso per le scurrilità
    mi scuso per il tu
    mi scuso per il merito a chi parla
    e fa parlare del grande Toma
    ma intendevo rendere un pò di verità
    (pur non essendone il depositario…)
    e, mi creda, si può fidare

    grazie a Lei

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