Mistica e tecnica

di Marco Guzzi

Oggi più che mai, con la velocità e le potenzialità crescenti delle comunicazioni telematiche, diventa indispensabile conquistare spazi interiori di silenzio e di pace, un baricentro spirituale.

La donna e l’uomo del XXI secolo, educati fin da bambini all’attività mentale propria del computer, per sua natura estremamente frammentata e pericolosamente incline ad una navigazione caotica e senza rotte, dovranno necessariamente apprendere meglio come funziona la nostra mente, per disattivarne o almeno rallentarne i vortici angosciosi, e per ritrovare la quiete interiore, ogni volta che vorranno staccare lo sguardo dal web.

La mistica, intesa in senso molto lato come esperienza profonda della nostra interiorità, e la tecnica, intesa come espressione del nostro continuo “fare mondo”, creando linguaggi, dovranno presto coniugarsi in modi nuovi, per la stessa sopravvivenza della nostra specie.

Già oggi si diffondono molteplici esperienze di meditazione e di preghiera nei nostri paesi occidentali, che mettono a confronto la tradizione cristiana con quelle orientali, yogiche e buddistiche in modo preminente, usufruendo anche delle grandi acquisizioni della psicologia del profondo.

Da parte cristiana però assistiamo molte volte o a condanne senza appello delle pratiche orientali, ritenute inassimilabili alla preghiera cristiana, oppure a troppo disinvolte identificazioni e assimilazioni, che confondono esperienze spirituali diverse, perdendo lo specifico “dialogico” della contemplazione cristiana.

Il problema, dal punto di vista cristiano-occidentale, mi sembra invece proprio quello di come sia possibile integrare alcune pratiche orientali come strumenti di preparazione alla preghiera cristiana, come d’altronde precisa molto bene lo stesso Magistero cattolico nel documento Orationis formas, pubblicato nel 1989 dalla Congregazione per la dottrina della fede, e firmato dall’allora cardinale Ratzinger: “autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne”(28).

Questo lavoro di integrazione, che il tempo ci richiede, è possibile però solo se da una parte conosciamo a fondo e pratichiamo la nostra tradizione spirituale, e dall’altra se siamo sufficientemente umili da andare ad imparare ciò che le altre tradizioni possono insegnarci. Due qualità che purtroppo si trovano difficilmente insieme nelle stesse persone.

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