Viaggi e miraggi

Il mare di notte è una pelle tesa di tamburo, è la tua mano che afferra l’aria controcorrente dei sogni ostinati, la stella che segui come i passi lunghi di tuo padre, sempre irraggiungibile, sempre troppo bravo, la risacca della tua fragilità, che ora si perde all’orizzonte di questo viaggio in cui ti sembra che ogni dolore evapori, come il ricordo delle cose comuni, il saluto al negoziante o la parola detta all’angolo di strada, il mare ha questo dono dell’oblio, e più ti allontani dalle immagini solite delle tue giornate, più questo vuoto si allarga e fa spazio al fantasma del futuro, al volto che hai sempre cercato, fin da bambino, quando lei ti guardava con quegli occhi verdi che non riuscivi a decifrare, e li abbassavi sul suo grembiule bianco, increspato come un mare mai visto, in cui immaginavi di nuotare, di suonare come su una pelle di tamburo, tesa nella notte, e questo viaggio è precisamente il viaggio in quell’immagine che ora torna a tradimento, mentre gli altri che ti si accalcano vicino hanno un moto improvviso e tu, che sognavi con gli stessi occhi verdi della enigmatica bambina, senti la mano dello scafista tesa come la pelle del tamburo, e la musica è il tonfo del tuo corpo nell’acqua, bianca come il suo grembiule, per le bolle di ossigeno esplose dalla bocca spalancata, e rimpiangi fino alle lacrime di non aver imparato mai a nuotare, proprio tu, che avresti nuotato per sempre nel grembiule bianco della bambina occhi verdi che ti guarda, ti guarda, mentre sei ormai della stessa materia delle onde e dei sogni che svaniscono come assurdi fantasmi, nella notte che ha il rumore della lancia grigia dei finanzieri, dalle divise simili al vestito di tuo padre, così perfetto e irraggiungibile, anche ora che hai toccato la profondità massima di questa vita di sogni e tradimenti, di occhi verdi che non si staccano più, che ti accompagnano nel viaggio che ora, solo ora, comincia.

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15 pensieri su “Viaggi e miraggi

  1. Strana la vita, strano il mare.
    Metto i piedi nell’acqua e guardo il mare un po’ agitato e ne sento la corrente come sento il battito del mio cuore.
    Strana la vita, strano il mare.
    A volte è una tavola blu, liscia e monotona in cui cullarsi e annoiarsi. Altre ti travolge con le sue onde e tu lì a combattere contro la corrente, opposta e contraria, finchè non ti sfianca e ti arrendi, ti lasci andare. L’onda ti travolge e ti porta sul fondo, nell’oblio a lungo cercato, ma così come ti ha sbattuto nell’abisso con la stessa forza ti fa riemergere e ti fa respirare.

    Strano il mare che cela segreti nascosti che poi abbandona su uno scoglio o su una spiaggia lontana.

    Sento l’acqua accarezzarmi le caviglie e piano piano, vado sempre più avanti nel fondo blu dove affogare il dolore e risorgere come Venere dalle acque primordiali. Granello di sabbia cesellato dal tempo e racchiuso in una conchiglia che diventa perla preziosa.

    L’acqua è memoria, memoria del mondo, fonte di vita, unico elemento necessario a tutti gli altri: spegne il fuoco, rende feconda la terra, alimenta l’aria e con essa si fonde per poi tornare acqua, acqua nell’acqua.

    Le onde portano a riva le conchiglie, ne raccolgo tante, ogni volta che vado in spiaggia, e le conservo in un grande vaso per accostarle all’orecchio e sentire il rumore del mare quando non posso vederlo.
    Guardo il mare e vanno liberi i pensieri, si liberano e volano e torna in cuore la pace.
    Mi perdo nel ritmico rullio delle onde. Nella mia mente,alla rinfusa e confuse si presentano domande. Cerco ovunque le risposte come cerco la conchiglia simbolo dell’estate.

    Il mormorio della brezza marina è il sussurro di Dio, risponde ma non comprendi, come fai a dire a Lui: ”scusa ma che lingua parli?” Lo vedresti ridere e ti risponderebbe: “la lingua del cuore” e come fai a dirgli che non la comprendi? che hai bisogno di tempo per tradurla? Lui è Dio, ha un linguaggio universale e tu chiedi tempo? Perciò fai finta che sia tutto chiaro, poi volti le spalle al mare, ancora i piedi nell’acqua, e vedi d’improvviso, dopo averla a lungo cercata, quella conchiglia che ora ti appare davanti, fra i piedi, e il reflusso della marea sta per riprendersela.

    Strana la vita, strano il mare.
    Cerchi risposte e sono lì, ti basta solo ascoltare, cerchi una conchiglia, ti giri ed è ai tuoi piedi, in attesa di essere colta.
    Sorridi e ti chiedi “Signore, ti prendi gioco di me?” e ancora una volta visualizzi Colui che immagine non ha, se non nei quadri dei pittori, sulla volta della Cappella Sistina, meraviglia creata da un uomo di nome Michelangelo, da una mano guidata da Dio. Ma Lui è dentro te e parla, e parla, e parla, parla il linguaggio del cuore che a volte dimentichi, chiudendo le orecchie a chi ti ama per quello che sei e non per quello che vali, per ciò che puoi dare o ciò che rappresenti.
    E il tuo sguardo torna al mare, fonte di vita e memoria del mondo, specchio di un Dio che cancella ogni dolore e apre il tuo cuore al futuro, donandoti una conchiglia da accostare all’orecchio, simbolo di una nuova speranza, di una vita che ricomincia o che va avanti, e ti rendi conto che dovevi solo ascoltare il mare, abbandonarti a quell’oblio, per tornare a vedere ciò che volontariamente hai voluto dimenticare.

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  2. Chi lo sa se hanno il tempo di pensare qualcosa, di ricordare occhi verdi o azzurri, di assaporare la bellezza delle profondità marine, di pentirsi per essersi affidati a gente senza scrupoli, e come sarebbero potuti rimanere lì, altrimenti, senza cibo e lavoro, tutte quelle persone, troppe, che il mare accoglie e nasconde prima che possano approdare sulla riva della salvezza.

    Il pezzo è proprio bello,Fabrizio,ed io l’ho letto così.
    Chi lo sa se il mare tornerà ad essere mare e non tomba per disperati?

    abbracci
    jolanda

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  3. Il pensiero della traversata di quella povera gente ha sempre colpito molto anche me, che avendo vissuto da questa parte del canale di Otranto so cosa vuol dire l’arrivo, quando arrivano, dei disperati. Ho tentato spesso di scriverne, mettendomi in quei miseri panni, in quelle tremanti speranze. Ma questo pezzo di Fabry è un lirismo bellissimo, insuperabile e coinvolgente…

    L’avventura di chi si mette in viaggio tra mille paure e diecimila incognite non può mai lasciare indifferenti e ci riempie di pietà e, perchè no, ammirazione per tanto coraggio.
    Bravissimo davvero, Fabry, è stupendo.

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  4. Bene. È questa, credo, la narrativa rilevante del prossimo futuro. Attendiamo un Omero tra i figli di seconda generazione di migranti.

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  5. Il mare di notte è una pelle tesa di tamburo, è la tua mano che afferra l’aria controcorrente dei sogni ostinati, la stella che segui come i passi lunghi di tuo padre…
    È già poesia a partire dall’incipit.
    Bravissimo Fabry.

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  6. Caro Fabrizio,

    rialzati: c’è così bella poesia,e buona, in questo tuo pezzo, da farti sapere che continuerai a scriverne di tante , altre.

    Maria Pia Q.

    P.S Ed io che aspetto delle mie 140 pag, pressocché finite del romanzo in versi ad inviartene una, di tradire la immagine del poeta -poeta?!tempi bui questi,comunque, come racconta poco prima, Osip, da me così amato..

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  7. Il mare, il grembo, la vita.
    Il verde, l’azzurro, i colori.
    Le voci, i suoni, i rumori.
    Il buio, il silenzio, la morte.
    Ciao, mi hai stimolato,Franco.

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