La terza riva del fiume – Melquíades Fermín HERRERA


(Una delle pochissime immagini esistenti di Melquíades Fermín Herrera. Il ritratto fu eseguito, in stato di trance, a distanza di migliaia di chilometri, e senza aver mai conosciuto o visto il soggetto, da Jean Giraud/Moebius.)

Breve nota di presentazione

Nonostante la mole sempre crescente di pubblicazioni e di studi a lui dedicati, sono ancora moltissime le zone d’ombra che avvolgono la figura e l’opera di Melquíades Fermín Herrera, e pochi, veramente pochi, anche se di grandissima importanza (soprattutto sul piano dell’intelligenza complessiva dei testi che ci ha lasciato), i dati certi e inoppugnabili in nostro possesso. Tra questi, in particolare, il luogo di nascita: Macondo; la data di nascita: lo scoccare della mezzanotte del 21 marzo 1954; il nome della madre: Remedios Buendía. Posso dire, con un raggio di approssimazione abbastanza vicino al vero, come ho cercato di dimostrare anche nel mio ultimo saggio sull’argomento (cfr. Il figlio della profezia / Hijo de la profecía, San Cristóbal de Las Casas, 2007), e come ampiamente attestato dal grande favore con cui il libro è stato accolto dalla comunità scientifica e letteraria internazionale, che anche il mistero riguardante il padre naturale è ormai in via di risoluzione. Le ipotesi, infatti, a questo stadio delle ricerche in atto, si restringono a tre “concrete” possibilità. Anni e anni di lavoro sulle testimonianze, quasi tutte raccolte presso le comunità indigene di cui il nostro poeta è stato ospite, ci avevano distolti dal fatto che gli indizi più probanti erano davvero sotto i nostri occhi, contenuti nel suo stesso nome. Remedios Buendía, infatti, diede al figlio il nome dei tre uomini ai quali era stata più legata sentimentalmente nella sua vita, e certamente uno di loro non può che essere il padre: Melquíades, in ricordo del mago zingaro che visse gran parte della sua vita a Macondo; Fermín, riferibile al di là di ogni dubbio a Fermín Espinoza, suo grande amore, colui che aveva cercato di far ribellare il villaggio e l’intera regione contro la dittatura di Aureliano; Herrera, quasi certamente da ricondursi a Raymundo Herrera, col quale ebbe una breve ma intensissima relazione.

Mi fa piacere, nel presentare qui questo autore al pubblico italiano, dare conto di qualche episodio significativo, tra quelli passati nel novero dei fatti definitivamente provati (nonostante lo scetticismo iniziale che accolse le prime rivelazioni in sede accademica: cfr. per tutti, la bella ricostruzione di Carlos Laurentucci, “Realidad y Realidades” (Tuxtla Gutiérrez, 2005), leggibile ora in AA.VV., “Poesia e Universo“, Bologna, Bibliotheca Castrum Sancti Petri, Editiones Maiores, 2006). Il primo: Melquíades Fermín Herrera, rimasto totalmente analfabeta e muto fino alla sua “scomparsa“, ebbe il dono della parola e della profezia, ma solo e unicamente al momento della nascita, il tempo necessario per pronunciare quelle frasi che sono ancora oggi tramandate, con riverenza e timore, sillaba per sillaba, di padre in figlio. Appena uscito dal grembo materno, infatti, disse: “Al compimento del tredicesimo ciclo lunare annuale, di Macondo non resterà traccia” (il 24 dicembre 1967, il villaggio sparì misteriosamente, inghiottito nel nulla, dalle carte geografiche del pianeta). E aggiunse, per poi tacere per sempre: “Al compimento del mio trentatreesimo anno, scomparirò e non mi vedrete mai più; ma lascerò i miei doni a coloro che mi avranno accolto tra di loro come un fratello” (il 24 dicembre 1987, scomparve dal villaggio di Lacanjá-Chansayab, dove aveva trascorso gli ultimi vent’anni, dopo aver peregrinato dalla Bolivia al Perù al Messico in cerca delle sue radici).

Il secondo episodio riguarda proprio i “doni“. Mi emoziona sempre parlarne, ogni volta anche un semplice accenno è per me occasione di coinvolgimento totale, in quanto anch’io ancora ne sento e godo gli effetti e ho visto la mia esistenza mutare completamente pelle e direzione vivendo a stretto contatto con coloro che ne sono il simbolo vivente. Quando il giorno di Natale del 1987 nel villaggio non si trovò più traccia di Herrera, nel breve volgere di poche ore ci si accorse che tutti i componenti delle cento famiglie presenti al momento del suo arrivo conoscevano a memoria un canto mai prima udito né tramandato in nessun racconto: complessivamente, i cento canti che oggi compongono il “poema sacro“. Non solo: bastava recitarne ad alta voce qualche verso, e tutti diventavano invisibili all’istante; se affioravano alle labbra di notte, gli occhi erano capaci di guardare nel buio come in piena luce del sole; e, ancora, chiunque ne conservasse memoria aveva modo, desiderandolo, di rimanere sveglio per settimane, senza che il corpo ne risentisse minimamente. Io sono diventato partecipe di questi privilegi il giorno in cui i loro figli, giovani allevati nel culto di quella memoria ereditata per sorte, sono venuti ai corsi universitari che avevo cominciato a tenere su Herrera; e ho avuto modo, semplicemente guardandoli e ascoltandoli, di ricostruire l’intero corpus della sua produzione, mai precedentemente conosciuta in forma scritta. Sebbene ricercati da tutte le forze armate del paese, io e loro, insieme, continuiamo tranquillamente a frequentare le aule della facoltà di lettere, cercando di portare a termine i nostri rispettivi studi e il compito comune a cui siamo stati chiamati: tanto non ci prenderanno, perché non ci vedono e non ci sentono, né potranno mai, così come non vedono e non sentono i nostri fratelli che ci aspettano ogni sera nei villaggi della selva.

Non mi dilungo. A breve ne saprete molto di più. Stando a quanto mi hanno appena confermato, infatti, “Il figlio della profezia” vedrà la luce editoriale anche in Italia, insieme a una piccola antologia di testi: sarà pubblicato a puntate sulla prestigiosa rivista “Poesia. Con la testa al fronte” (Edizioni Pizzetti & Amici). I frammenti lirici che potete leggere di seguito, tradotti da Francesco Marotta (e da me rivisti) sulla base della mia versione in spagnolo, condotta sugli originali in lingua lacandón, sono una anticipazione dell’edizione critica, prevista per il 2009 (se le forze che l’immane lavoro richiede mi reggeranno!), del suo unico poema, l’opera di tutta una vita, “Sull’orlo d’altro / Sobre el margen del otro“.

(Prof. Lazzaro Visconti, Universidad Popular de Chiapas, San Cristóbal de Las Casas, fine maggio 2008.)

*

Testi

Melquíades Fermín Herrera, La terza riva del fiume, dal poema Sull’orlo d’altro (Libro I, Canto I, frammenti 1-8)

 

                        Leggo coi miei occhi senza occhi
                        tracce di come partecipammo al mondo
                        quando ancora non eravamo voce

                        quando la terra era misericordia senza verbo.

                        Stringo il chiarore inesprimibile
                        del mio sguardo che si fa parola

                        e ascolta.

 

1.

Se mai fui così – di fiamma.

L’iride scolpita in un nulla di rose
o nel lontano dell’altro

che abita il mio sonno.

     Fiumi disegnati per ardere
solcano gli emisferi

che il tempo incide sul ciglio delle labbra.

Dove più in fretta cessa la luce
dietro le parole.

     Sottratto all’impurità degli occhi
l’orizzonte dove preme

il pudore sgranato della spina.

     Nascosto – libero di impaurire
l’autunno dei miei anni

l’angelo che disseta le sue ali
in ore raccolte di compiuta stella.

     Filtra fino alle mani
vigilato dal mio sguardo
l’ultimo grido di cui traduco sillabe

nella lingua materna del silenzio.

 

2.

Oltre le grate colma le pupille
dove si dispiega – inaccessibile richiamo

la supplice chimera delle notti.

     Saprai dalle pietre l’ombra sufficiente
– sincronica tessitura d’anni
custoditi nell’argilla

per la sete infinita delle stelle.

     Raccogli ora le parole migranti
che varcano a ritroso il sito dei tuoi occhi.

Le parole accese
negli angoli inquieti dello zodiaco

– sillabe in volo verso derive d’alba
che brillano in lontananza

come fiaccole di resina.

     In lontananza – dal regno dove approntano
devozioni di linfe

come ci fossero ancora radici in attesa
come ci fossero ancora giorni

nel lume che fa cenno dietro i sogni.

 

3.

C’erano lune nel fogliame muto –

inavvertite alchimie di luci
separavano la rotta segreta dell’autunno
dal carriaggio dei primi chiostri innevati.

     Falci schiarite avvolgevano il tempo –

un grumo di rose
in tonache di polvere bruciata.

Un vento sottile – senza approdi
fissava l’occhio ciclico
sull’ultima corolla che si azzurra

e nel declino labbra non ha né cielo
per invocare l’alba.

     E proprio là – nella fiamma brinata
del suo stelo arreso alla pietà di un volo

nel lamento che fa i petali cristallo

si sfronda lo specchio di cespugli d’ore
proiettando la nudità di un lampo

tra i resti pietrificati delle siepi.

     Disseminate intorno – ad altezza di passo
ceneri di mille sogni
muovono verso la notte

tra sguardi che si accampano
nell’ombra spinosa dei deserti

tra dune di parole
sfiorite come sorgenti senza cielo.

     Arde una lampada votiva
accanto all’immagine di svuotati alfabeti

e più mobili si moltiplicano lembi di futuro
intorno agli indici di indecifrate mappe

– paesaggi nel tacito stupore
di chi si scopre pupille dentro il palmo

e conta già le notti le acque i semi
le rose che verranno
a rischiarare i suoi giorni assenti.

     E le accarezza – germogli assopiti
sui margini di pagine a venire

s’abbevera a quei respiri fossili
indovina marine inesplorate
nel fiotto aereo d’incompiute aurore.

     Poi vi s’immerge – si guarda lentamente
appartenere all’onda

saziando la sete dolente
della stella salmastra che gli fu dimora.

 

4.

Leva al sonno il talismano d’ombre.

Adagia al muschio – come acqua all’argine
l’immagine di polvere
che esiste dove l’estate
bacia la pietra che l’aiuta ad essere.

     Segui ora gli arabeschi di respiro
che evasi dai tuoi pori

paralleli s’intrecciano alle membrane del cielo.

     Nella luce assente
l’altrove è geometria di volti
inaccessibili ai doni dello sguardo

universo leggibile a rovescio del segno

– è albedine claustrale di parole
corsa inesausta di ricordi
tra selve raggelate in lontananza.

     Per te che attraversi a nuoto la clessidra
con le mani annodate sul cammino

per te – nutrito da un murmure di foglie
dall’enigma a forma di croce
appeso alla corona oculare

solo per te fiammeggia – disnottata marea
o vermiglio ponente di rosa
l’approdo dei tuoi anni

– la riva invisibile del fiume
bianca cometa incisa a spine d’aria.

 

5.

Arde nell’iride dell’uragano
tra simulacri o seminagioni d’ali

il canto risorto della fenice.

     Dalle ombre della caduta
inalbera acque popolate di fuochi

silenziose radure tra memorie d’oasi
per gli angeli feriti del presente.

     Lettere musive
ricompongono in lineamenti d’ambra

il suo volto dissolto in profezie di sabbia.

Annegano le piaghe dell’arsura
tra derive di papaveri

i deserti notteggianti
tra gemmati planetari d’alfabeto.

     Rifiorire sarà come raccogliere
dalla cenere degli occhi

frammenti dell’aprile.

Lumi senza tracce
riemersi da battesimi di oblio.

 

6.

Come di api lunari il mai varcato lido
che accoglie pollini sospinti verso l’alto
per rivelarsi all’ordito delle notti

pupilla fiammante di presenze

e che non serba glifi pietrificati d’onda
o sulla rena tracce misurabili di volo

     tale rifrange in voci sommerse d’alga
la tenebrosa lingua che la luce innamora

navigando sul foglio

derive immemoriali di stagioni.

 

7.

Una vela scolpita nel cristallo
incanta la rotta delle meridiane

– immobile astro a due lumi
che al declinante sguardo
arde lo spazio di un’attesa vana.

     Così la mano – che nel suo corpo d’ombra
dilegua nelle profondità del margine

– fuga d’inchiostro
verso remoti altrove

isole dove approdano sogni d’onda.

     Se la vertigine è memoria d’altri cieli
lo scriba non ha lingua né un lume nel ritorno
per decifrare l’instabile mappa del mutare.

     Lontanando negli occhi di una fonte
scioglie dal limo le aurore della nascita

le plasma in crisalidi di luce

– voli sospirati
dai fiori pietrificati dei fondali.

 

8.

S’annuncia nei suoi drappi – futuro del maggio.

Forse era mani arrese alla brezza
ora né luce né sintesi di mondo
ma interminato dedalo dei medesimi segni

– lembo d’ignoto
che si confina dove la pupilla affonda.

     Muto vi rimane – bocciolo inesploso di nulla.

Poi rifiorendo in lampi di roseto
dipinge il profilo del sole

– specchio che incanta dei perduti giorni
frammenti vaganti d’eco

voci in cerca di inaudite smesse divinità.

     Voci inclini a un verso
dove niente inquieta gli stagni dell’occhio
tranne l’ombra di un volo che si eclissa

per riapparire in natura di sorgente.

*

15 pensieri su “La terza riva del fiume – Melquíades Fermín HERRERA

  1. Francesco, che dire? con questo post ci hai regalato una favola ancora per pochi, una dolcissima, tenera e melanconica favola. Il dono della parola, il dono della poesia che,si, può rendere invisibili, può far vedere anche nel buio più fitto, può essere luce profetica per il futuro.

    I versi,carichi di lingua materna,hanno in sè il coro della pre-voce,del silenzio impalpabile e rivelatore,della musica evocatrice di tempi remoti,dell’acqua che culla e carezza,onda di un mare che si espande.
    Versi da tenere nell’anima ma che,con fermezza,si abbarbicano anche al corpo e vanno a scandagliare i ritmi incerti del cuore e della mente.
    Un uomo, un poeta, questo sa, questo può. Non è poco, no, non è poco.
    Certo, qualche dubbio mi nasce sull’autenticità dell’autore e del prefatore, ma non certo sulla bellezza e cantabilità dei testi in cui mi pare,forse sbaglio, di intuire una familiarità con un nostro amatissimo poeta.
    Grazie Francesco
    jolanda

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  2. Batte un silenzio ancestrale su questi versi lunghi, rifrange sensazioni percezioni, scavando le origini, la pietra viva, carezza i margini di un alfabeto contenuto nel dente del gigante,ancora da decifrare, ancora da respirare.

    un carissimo saluto a Francesco
    Carla

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  3. mi ero dimenticata di citare questi tre, molto intensi per me:

    Se la vertigine è memoria d’altri cieli
    lo scriba non ha lingua né un lume nel ritorno
    per decifrare l’instabile mappa del mutare.

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  4. Grazie Jolanda e grazie Carla, siete veramente molto buone e gentili.
    Vedrete che, prima o poi, anche voi sarete toccate dai “doni” di Herrera. Vi avverto, ad ogni modo, che ve ne sarà concesso solo uno.

    Grazie ancora.

    fm

    ***
    ***

    Per correttezza di informazione, devo dar conto delle numerose mail di protesta che ho ricevuto in merito alla “Nota di presentazione” del prof. Lazzaro Visconti.
    Mi limito, per brevità, a riassumere in alcuni punti “nodali” i temi toccati dalle centinaia e centinaia di studiosi e comuni lettori che mi hanno scritto.

    1) “Il dono della parola del neonato Herrera”.

    Qui le scuole di pensiero sono sostanzialmente due: alcuni affermano, risolutamente, che un neonato al massimo può dire uèh uèh uèh, altro che tenere discorsi profetici e filosofici (e come dargli torto!); altri, invece, contestano all’esimio prof. Visconti proprio il contenuto della profezia, riportando le “vere” parole proferite da Herrera: “Ma vedi un po’ tu dove mi è capitato di nascere! Chissà che vita di m**** mi aspetta” (e come dargli torto!).

    2) “La paternità”.

    Qui le ipotesi si sprecano, così come gli insulti (e come dargli torto!) al prof. Visconti, accusato di “cialtronaggine” (relata refero) dalla Dottoressa *****, genetista dell’Università di *****, la quale mi manda un referto, firmato anche dal rettore, dal quale risulta che il vero padre del nostro poeta è Héctor Chacón; non tace, comunque, da quella corretta ed esemplare studiosa che è, che un giorno anche un certo Agapito Robles venne a rivendicarne la paternità (e come dargli torto! ad Agapito, in questo caso).

    3) “Macondo e dintorni”.

    La mail più incazzata di tutte, ma non è l’unica (e come dargli torto!), mi arriva dal Sig. *****, gestore di una catena di locali che recano l’insegna con nome “Macondo”. Mi scrive infatti: “Se questi due (si vede che ce l’ha anche con Herrera) psedoscenziati (sic!) continuano a dire che Macondo è scomparsa nel 1967, io perdo tutti i clienti (e come dargli torto!).

    4) “La promessa di Herrera”.

    Un gruppo di casalinghe (di Voghera), a firma “Circolo Canasta *****”, si lamenta del fatto che, pur avendo letto e riletto i testi di Herrera, nessuna di loro ha ricevuto i “doni” promessi (e come dargli torto!). Anzi: G. S. (75 anni), credendo di essere ormai invisibile, se n’è andata nuda per il paese, provocando tamponamenti a catena; e S. G. (82 anni, affetta da cataratta), credendo di vederci ormai nel buio, è andata a sbattere contro una porta (e come darle torto! alla porta, intendo).

    5) “L’edizione annunciata”.

    Qui veramente butta male, nel senso che gli insulti si sprecano da parte di una schiera esorbitante di lettori (e come dargli torto!) che hanno cercato vanamente di prenotare una copia del libro in uscita l’anno prossimo presso la “Porchetti & Amici Editore”. Ma mi assumo tutta la responsabilità dell’increscioso equivoco, dovuto ad un refuso non corretto: l’opera sarà pubblicata dalle “Edizioni Crocchetti & Famiglia”. Chiedo scusa a voi e agli editori coinvolti.

    Ringrazio, invece, a nome del Prof. Visconti, al quale ho passato tutte le mail (che se la sbrighi lui a rispondere: e come darmi torto!), tutti coloro che mi hanno scritto in merito al bellissimo saggio di Carlos Laurentucci, unanimemente apprezzato.

    p.s.

    Proprio in questo momento mi arrivano altre due mail indignatissime (e come dargli torto!).

    Il signor A. B. di ***** è su tutte le furie (e come dargli torto!): è andato a Montpellier per iscriversi ai corsi del Prof. De La Furlance, ma di lui non ha trovato tracce: che sia diventato invisibile anche l’esimio professore francese? No, mi risulta che si sia appena trasferito a Nanterre.

    Il signor C. D. di *****, noto musicologo, ha portato in vacanza le figlie (tutte in età da marito: e come darle torto!) all’oasi di Testour, ed è incazzato nero perché del Prof. Ugolino Conte non ha trovato nessuna traccia (e come dargli torto! al Prof. Ugolino, intendo).

    Eh no, caro signor C. D., queste reprimende, in questo caso, non posso accettarle, per niente! Se lei avesse girato lo sguardo, e i passi, verso la vicina oasi gemella di Ruotset, si sarebbe accorto che il Prof. Ugolino Conte era lì, sotto le fresche palme, coi suoi numerossissimi studenti e ammiratori. Ed è assolutamente vero, mi creda: c’ero anch’io!

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  5. Esilarante,Francesco!

    Se proprio dono deve essere,la voce ancora c’è, sceglierei dunque l’invisibilità : ho sempre avuto una gran passione per le indagini 🙂
    ( e come darmi torto! )

    riabbracci
    jolanda

    "Mi piace"

  6. Brava, Jolanda, è la scelta migliore (e come darti torto!)! L’ho fatta anch’io, non appena ho iniziato a tradurre il “poema sacro” e mi sono accorto, all’istante, che qualcosa in me stava cambiando irreversibilmente. Ma l’ho fatta per ragioni diverse dalle tue: sostanzialmente, per sfuggire ai creditori (e come darmi torto!) e ai cacciatori di autografi.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

    p.s.

    Mi è appena arrivata una mail dal Prof. Doch Gebrochen (incazzatissimo anche lui: ormai è un’epidemia: ma, come dargli torto?). La pubblico, dietro sua autorizzazione scritta (non si sa mai!):

    “Caro Prof. Visconti, mi meraviglio che uno studioso di chiara fame (e come darle torto!) come Lei possa incorrere (spero sia stato un inciampo involontario, ma ne dubito fortemente) in cavolate e dabbenaggini così marchiane quali quelle da lei espresse a proposito della “promessa” di Herrera. Che è e rimane una, e una sola, altro che le sue scempiaggini: lo scudetto!!!!!).

    Con nessuna stima (e come darmi torto!). (ex) Suo Prof. Franz Doch Gebrochen.

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  7. Caro Francesco, ai creditori non potremmo dare il dono della dissolvenza? 🙂
    ( e come darci torto! )

    ciao
    jolanda

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  8. A parte debiti e crediti, davvero una bella bufala, questo Herrera!
    E come darvi torto, se non mi date torto!

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  9. Paola, a quanto vedo non ti piace la mozzarella (e come darti torto!). Però, se cambi dieta, ti consiglio proprio quella di bufala: saporita, nutriente, leggera (e come darmi torto!). Pensa che il prof. Visconti ne è ghiottissimo, mangia quasi solo quella (e come dargli torto!).

    fm

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  10. Grande Herrera. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

    Jean Giraud/Moebius, il ritrattista, qui, subito; a ritrarre lo stato del Paese: ne avremmo di certo un volto più attendibile.

    Grazie, Francesco

    Giovanni

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  11. Un vero “Incal” una gemma così non poteva che provenire da Macondo, infatti è solo al quarto (e come dargli torto) del commento 4 di Francesco che mi sono reso conto che non avrei mai trovato quel libro, nè in libreria nè su internet, ma l’incanto è durato a sufficienza, l’abisso di verità filologica mi ha così catturato che ho creduto di aver ricevuto i doni, infatti se la fortuna è cieca la sfiga ci vede anche di notte e in questo caso è inutile diventare invisibile, inoltre stando così le cose si sta svegli per settimane, l’unica differenza è che il corpo ne risente eccome, questa distorsione negli effetti dei doni non può significare che ci sia stata una lieve incompatibilità nei font tra il mio MAC e il PC di origine.

    “sull’orlo dell’altro” è il vero dono, grazie Francesco.

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  12. Grazie, Mario, sono particolarmente felice di leggere questo tuo intervento.

    Un caro saluto e l’augurio di una buona giornata.

    fm

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  13. E grazie di cuore a Giorgio e Giovanni. Inseguito dai creditori (pardon!: dall’esercito messicano), non ho curato tutto lo score (?) e ho commettuto l’ennesima griffe. Scusatemi, ma il dono dell’invisibilità sembra svanire; forse mi conviene mettermi a tradurre altri testi dal “sacro poema”.

    Saludos y suerte.

    fm

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  14. Pingback: Reliquiario d’ombre - di Melquíades Fermín HERRERA « La poesia e lo spirito

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