Replica a Scalfari – di Vito Mancuso

Caro Scalfari, anzitutto la ringrazio dell’attenzione e delle belle parole riservate al mio lavoro. È un onore per me venire a sapere che Lei ha letto il mio ultimo libro, e per di più, come Lei scrive, “con vivo interesse”. La sua replica alla mia recensione ha toccato tre punti: il logos, la libertà e l’amore, con un’appendice finale dove mi consiglia la lettura di La Rochefoucauld. Per quanto attiene a quest’ultimo, Lei scrive che leggendolo io giungerei ad apprendere “molte cose che la teologia non include nel suo sapere”.
Mi permetto di dire che non è così, perché l’idea centrale del duca francese, attorno alla quale ruotano tutte le diverse centinaia delle sue massime (con un po’ troppa monotonia, per quanto concerne i miei gusti) è l’egoismo quale movente di ogni atto umano, azioni virtuose comprese. Mi creda: sant’Agostino ha scritto pagine molto più profonde e spietate al riguardo, e La Rochefoucauld non aggiunge nulla di nuovo alle ferite inferte dal bisturi del vescovo di Ippona all’amor proprio dell’uomo. Agostino recide alla radice ogni forma di umanesimo col mostrare “i vizi degli animi per cui alcuni uomini sono per natura libidinosi, alcuni iracondi, alcuni paurosi, alcuni smemorati, alcuni apatici, alcuni stupidi e così fatui che si preferirebbe vivere con le bestie piuttosto che con tali uomini”. Agostino è stato a tal punto ossessionato dall’egoismo umano (dall’amour de soi, per dirla con La Rochefoucauld) da rendere l’intera umanità una massa dannata da cui solo pochi eletti, grazie a un misterioso decreto divino, si salverebbero. Da qui si diparte la poderosa tradizione antiumanista del cristianesimo che ha i suoi vertici (per stare solo all’epoca moderna) in Lutero, Kierkegaard, Barth e ovviamente nei giansenisti francesi, tra i quali Pascal, contemporaneo di La Rochefoucauld e dal pessimismo antropologico per nulla meno feroce di lui. Come vede, la teologia include perfettamente nel suo sapere la prospettiva di La Rochefoucauld almeno 1200 anni prima della sua nascita, e mi permetto di dire con ben altra profondità.
Ma questo è un dettaglio. L’argomento più importante del suo articolo concerne il logos, a proposito del quale Lei scrive che il mio guaio “è di scambiare quel vento di fede per verità di ragione”. Non sono d’accordo e ora provo a mostrare perché. Anzitutto il concetto di logos, ben prima di essere introdotto nel cristianesimo, fu coniato dalla filosofia greca, in particolare dagli Stoici, gente rigorosa che basava tutto il filosofare a partire dalla fisica. Ed è proprio in base alla fisica che oggi a mio avviso si riesce a comprendere la profonda verità razionale racchiusa nel concetto di logos. Parto dalla frase di Nietzsche a lei tanto cara: “Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Si tratta esattamente di quello che è avvenuto a livello cosmico. L’universo era caos all’inizio dell’espansione, e da allora esso ha partorito la danza di miliardi di stelle, e da quella danza, con l’esplosione delle stelle di terza generazione, sono scaturiti gli atomi di carbonio che sono alla base della vita, organismo umano compreso. Dal caos si è prodotto questo ordine, e ciò è potuto avvenire a causa del fatto che, forse “prima” del caos, forse “sopra” il caos, di sicuro “dentro” il caos come principio ordinatore, c’era e c’è il logos. Con ciò non intendo nulla di mitico, ed è sempre la scienza contemporanea che mi aiuta a comprenderlo. Uno dei più noti astrofisici al mondo, il britannico Martin Rees (agnostico quanto a fede religiosa), ha scritto un libro intitolato “Just six numbers”, tradotto da Rizzoli nel 2002 col titolo “I sei numeri dell’universo. Le forze profonde che spiegano il cosmo”. I sei numeri, di cui il primo è un 1 seguito da 36 zeri, sono la base delle costanti della fisica. Ognuno di questi sei numeri potrebbe essere leggermente diverso da com’è, e in questo caso la vita non sarebbe sorta. Ma la vita è sorta, noi compresi, e se questo è avvenuto è grazie al fatto che i sei numeri sono esattamente quelli che sono. La realtà dentro cui noi viviamo è data dal legame o relazione (proprio il significato di logos) istituito da questi sei numeri. Si tratta di un caso che essi siano esattamente come sono, neppure per una frazione infinitesimale diversi, oppure sono stati posti esattamente così da un ente necessario, causa prima del tutto, che gli uomini chiamano Dio? Non lo sapremo mai, ma ora la cosa non ha importanza. Ciò che qui importa è il fatto che noi siamo immersi nella realtà configurata da quei sei numeri, plasmati dalle relazioni istituite da quei sei numeri. Se l’energia non è rimasta allo stato caotico dell’inizio, lo si deve al fatto che le forze fondamentali che la muovono sono state governate e sono ancora oggi, in ogni istante, governate da una logica primordiale che tutte le grandi civiltà hanno riconosciuto, i greci chiamandola logos, gli indù dharma, i cinesi tao, i giapponesi shinto, gli ebrei hokmà, gli egizi maat. Siamo immersi in una rete, in un nexus, in un web (il cui significato è il medesimo di logos, cioè relazione) grazie a cui ogni fenomeno viene all’esistenza. La condizione perché qualcosa ci sia, perché un fenomeno appaia, è la sua conformità a questo logos-web creato dall’interazione delle forze secondo la logica della relazione tra i sei numeri fondamentali. Tutto dipende dalla relazione tra le forze che modellano l’essere-energia. Ciò a mio avviso dimostra che la legge fondamentale dell’universo è il logos, e questo non è per nulla “vento di fede”, ma rocciosa verità di ragione. Einstein, che credeva fermamente nel logos cosmico, un giorno disse che “la cosa più incomprensibile dell’universo è che sia comprensibile”. Ma se è comprensibile, ciò si deve al fatto che è logico, cioè plasmato dal logos.
Per quanto attiene alla libertà, non riesco a capire perché a suo avviso io la sminuirei. La mia tesi è che l’uomo è libertà. Il nome proprio dell’uomo, filosoficamente parlando, è “libertà” (il nome filosofico di Dio è “verità”, quello del mondo “necessità”: il compito del pensiero teologico consiste nella coniugazione sistematica della necessità del mondo e della libertà dell’uomo per giungere alla verità che è Dio). Il concetto di anima spirituale, speculativamente inteso, coincide con quello di libertà. Esso traduce la libertà dal mondo che l’uomo può acquisire e che io esprimo con l’equazione da Lei criticata: Io – Mondo = x. L’incognita x è ciò che risulta sottraendo all’Io tutti gli apporti e i condizionamenti del mondo, il surplus che gli consente di non essere completamente riducibile al fenomeno mondano che pure esso è, di non essere cioè del tutto necessitato come ogni altro fenomeno mondano, ma di risultare, almeno in parte, autonomo e quindi libero. Certamente Lei conosce la distinzione kantiana tra antropologia dal punto di vista fisiologico e antropologia dal punto di vista pragmatico, laddove la prima indaga ciò che la natura fa dell’uomo, mentre la seconda ciò che l’uomo, “in quanto essere libero” dice Kant, fa di se stesso. Se l’Io fosse totalmente riducibile al mondo si avrebbe solo un’antropologia fisiologica, come avviene per tutti gli altri esseri viventi che sono necessitati dalla natura. Ma l’uomo è libero, nel senso che è più del suo essere un pezzo di mondo, e quindi è in grado di agire su se stesso, di mutare la sua vita, nel bene e anche nel male peraltro, e quindi si può dare un’antropologia anche dal punto di vista pragmatico. Questo è il mio pensiero, che è ben lungi dal minimizzare la libertà. Anzi io faccio della libertà la pietra angolare della mia antropologia, seguendo del tutto fedelmente (almeno in questo) la tradizione cattolica alla quale appartengo.
Infine l’amore. Lei ed io siamo d’accordo che si tratta di una realtà radicata nella nostra più profonda natura. Per quanto mi riguarda, andando molto più in là dell’evoluzione della specie, io radico l’amore nel logos cosmico primordiale di cui ho detto sopra. Le due cose che riempivano l’animo di Kant di ammirazione e di venerazione, cioè “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, sono in realtà nella loro essenza una cosa sola. Se la legge morale, di cui l’amore è la punta di diamante, si è prodotta dentro l’uomo, non è perché l’uomo sia buono, ma perché a sua volta è costituito in base alla legge della relazione ordinata all’origine del cosmo. Oggi la meditazione sui risultati della scienza ci può consentire di unificare il dualismo su cui si chiude la filosofia di Kant, per sanare il quale si produsse la maestosa speculazione dell’idealismo tedesco. Ma già Dante, grande cristiano e grande laico (cinque papi all’inferno e due eretici in paradiso!) aveva intuito la cosa, descrivendo alla sua maniera il logos che tiene uniti tra loro l’universo e la nostra coscienza: “Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo è forma che l’universo a Dio fa simigliante” (Paradiso, I, 103-105).
Anch’io infine non ho bisogno di ripeterle, caro Scalfari, che apprezzo molto i suoi scritti e anche la sua passione civile.

Pubblicato su Il Foglio, 1 giugno 2008.

Un pensiero su “Replica a Scalfari – di Vito Mancuso

  1. Mi sembra una buona risposta. Dal mio punto di vista (che ha poco a che fare con quello di Scalfari) il problema (della concezione di Mancuso) rimane incrostato intorno a due punti:

    1) L’universo-mondo è certamente una “figata”, zeppa di straordinarie bellezze. Bellezze pagate però a caro prezzo: considerato l’ammontare di sofferenza che è stata e viene necessariamente inflitta ai “piccoli io”, e considerato che per essi non vi sarà mai compensazione alcuna in un qualche aldilà (perché sta tutto di quà) rimangono perfettamente compatibili – con l’esistenza evidente di un “logos” strutturante – anche visioni sentimentalmente opposte a quella di Mancuso. Chiamarlo “amore” o chiamarlo “nulla” diventa allora una mera questione di proiezioni affettive.

    2) La libertà che ci distinguerebbe dagli animali può essere semplicemente correlata ad un grado di complessità che eccede le nostre capacità analitiche introspettive, così come gli stessi appetiti animali eccedono le limitate (quasi nulle) capacità “autocritiche” di questi ultimi. E comunque, se per le nostre scelte non v’è altro premio o punizione se non le conseguenze di questo mondo, la questione libertà non sembra poi così cruciale.

    Insomma un Dio-Logos così, che sembra puntare lo sguardo molto lontano, è *quasi* come non ci fosse, per il qui e ora, ovvero per la creatura transitoria.

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