Non venderò l’anima ai neuroni, di Vito Mancuso

La situazione odierna: o anima o neuroni

Dicono che gli esquimesi abbiano più di dieci termini per designare la neve; noi italiani, a quanto ne so, due. Ciò significa che gli esquimesi hanno acquisito una conoscenza tale del fenomeno-neve da aver sentito la necessità di descriverlo accuratamente mediante una variegata terminologia. Ciò che vale per il fenomeno-neve, vale anche per il fenomeno-uomo, e questa volta anche la nostra lingua si difende bene: quanti termini abbiamo inventato per dire chi siamo e venire a capo della nostra più vera identità? Sensazione, sentimento, coscienza, autocoscienza, ragione, intelletto, volontà, libertà… Tra tutti i termini, penso che “anima” e “neuroni” si collochino alle estremità dell’arco concettuale, nel senso che oggi tale diade rimanda perlopiù a un’alternativa: o anima o neuroni, o siamo anima o siamo neuroni, senza che tra i due punti di vista si veda la possibilità di mediazione. Io ritengo invece che una mediazione sia possibile, e che soprattutto sia indispensabile perché da essa dipende l’esito della battaglia intorno all’uomo, la più grande questione culturale del nostro tempo, e forse, a ben vedere, di ogni tempo. Già Platone infatti la descriveva con queste celebri parole di Socrate: “Se uno dicesse che, se non avessi ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare, direbbe bene; ma se dicesse che io faccio tutte le cose che faccio proprio a cause di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco sì con la mia intelligenza ma non in virtù della scelta del meglio, costui ragionerebbe con assai grande leggerezza” (Fedone, 99 A-B; tr. it. di Giovanni Reale).

Le opposte connotazioni dell’alternativa

Naturalmente l’alternativa anima o neuroni assume una connotazione opposta a seconda del campo in cui viene formulata. Chi pone l’essenza dell’uomo nel suo essere spirituale, cioè nell’anima, spesso guarda con sospetto chi parla dell’uomo in termini di neuroni perché vi vede l’intenzione di ridurre l’uomo alle sue cellule, per poi magari superarlo nel post-umano. Dal canto suo chi pone l’essenza dell’uomo nel suo essere naturale, cioè nei neuroni che ne sono la punta avanzata, spesso guarda con sospetto chi parla di anima perché vi vede una visione antiquata e oscurantista.

La posta in gioco

La questione concerne il nucleo più intimo dell’antropologia, la domanda che per Kant riassume tutto il senso del pensiero: “Che cos’è l’uomo?”. Questione molto antica e che mai sarà risolta, se l’uomo manterrà la sua capacità di pensare, ma di fronte alla quale ognuno è chiamato a dare una risposta. Dico ognuno, intendendo non ogni pensatore, ma proprio ogni essere umano: la vita che ciascuno di noi conduce è la sua risposta a questa domanda, perché le scelte che si fanno o che non si fanno sono guidate dall’idea che abbiamo e vogliamo realizzare del nostro essere uomini.

La risposta alla quale io aderisco: la libertà

Tra tutte le risposte, io aderisco a quella che individua la vera identità dell’uomo nella libertà. La mia tesi è che l’uomo è libertà. Il nome proprio dell’uomo, filosoficamente parlando, è “libertà” (il nome filosofico di Dio è “verità”, quello del mondo “necessità”: il compito del pensiero consiste nella coniugazione sistematica della necessità del mondo e della libertà dell’uomo per giungere alla verità che è Dio). Il concetto di anima spirituale, speculativamente inteso, coincide con quello di libertà. Esso traduce la libertà dal mondo che l’uomo può acquisire e che io esprimo con l’equazione (oggetto di critica da parte di Eugenio Scalfari su Repubblica del 28.5.08): Io – Mondo = x. L’incognita x è ciò che risulta sottraendo all’Io tutti gli apporti e i condizionamenti del mondo, il surplus che gli consente di non essere completamente riducibile al fenomeno mondano che pure esso è, di non essere cioè del tutto necessitato come ogni altro fenomeno mondano, ma di risultare, almeno in parte, autonomo e quindi libero. In questa prospettiva dire anima e dire libertà è la medesima cosa: il termine anima traduce staticamente ciò che il termine libertà dice dinamicamente.

Non un’alternativa ma un rapporto intrinseco, gerarchicamente configurato

Un mese fa mi trovavo nella sede centrale della mia università (il cui motto è quid est homo) per un incontro con il vescovo di un’importante città del nord. Dopo alcune domande ai colleghi, il vescovo si rivolse a me: “Lei professore che cosa insegna ai suoi alunni: Quid est homo, oppure quis est homo?”. Si tratta di una domanda che coglie alla perfezione l’alternativa nella quale si dibatte la questione antropologica: noi siamo un quid, cioè neuroni, oppure siamo un quis, cioè anima, cioè libera personalità individuale e irripetibile? Noi siamo solo natura, oppure siamo anche libertà dalla natura? La mia risposta fu la seguente: “Eccellenza, oggi ritengo sia impossibile dire quis est homo senza prima dire quid est homo. Possiamo capire veramente chi siamo solo passando attraverso il che cosa siamo. Lo studio della natura è decisivo”. Io sono convinto che possiamo capire la libertà che ci abita solo se non la contrapponiamo più alla natura, ma la consideriamo come l’esito del lavoro della natura. Possiamo capire l’anima, solo se non la contrapponiamo più al corpo, neuroni compresi. Fino a quando di fronte alla diade “anima e neuroni” si vedrà un’alternativa, si sarà lontani dall’impostare correttamente il problema. Occorre superare ogni forma di dualismo, senza però cadere nell’estremo opposto del riduzionismo monista che equipara l’anima a “una catena di neuroni”, come ritiene Francis Crick. In realtà noi siamo neuroni, cioè natura, e siamo anima, cioè possibilità di libertà dalla natura. E tale libertà dalla natura non discende misteriosamente dall’alto, ma è frutto dello stesso lavoro della natura. Se questa è la mia tesi, penso sia necessario approfondirla mediante una breve analisi del duplice approccio epistemologico che guida oggi l’antropologia: il riduzionismo e l’emergentismo.

Il riduzionismo

Definisco riduzionismo la prospettiva conoscitiva secondo la quale si capisce una cosa quanto più la si riduce ai minimi termini, agli elementi fisici fondamentali. È la prospettiva che privilegia l’analisi e il sezionamento progressivo, un punto di vista sempre presente nella storia del pensiero e che ai nostri giorni trova grande applicazione in sede antropologica. A partire dall’epoca moderna il termine “anima” è stato sempre più soppiantato dal termine “coscienza”. Oggi coscienza è a sua volta caduto in disuso perché la realtà specifica cui rimanda non appare biologicamente fondabile: coscienza ha lasciato così il posto al termine “mente”. La mente però a sua volta rimanda alla base fisica da cui promana, cioè al cervello, il quale, com’è noto, è composto da circa 100 miliardi di neuroni. Abbiamo quindi la seguente progressiva riduzione in sede di antropologia: da anima a coscienza, da coscienza a mente, da mente a cervello, da cervello a neuroni. Da qui ovviamente segue anche la riduzione della dimensione spirituale a effetto secondario, per lo più spurio e incoerente, della dimensione materiale, un bisogno immaturo di fuggire dalla durezza della realtà e dalla paura della morte. Se la mente è ridotta al cervello, l’anima e lo spirito appaiono come creazioni arbitrarie e consolatorie, nulla più, e noi non siamo altro che il nostro cervello, anzi i suoi miliardi di neuroni.

La mia critica al riduzionismo

Mi chiedo però, analizzando questa logica, quanto sia legittimo interrompere il processo riduzionistico ai neuroni, visto che i neuroni con le loro connessioni non sono lo stadio ultimo. Più sotto ci sono i geni, contenuti nei cromosomi del nucleo della cellula nervosa. Ma neppure i geni sono lo stadio ultimo su cui il riduzionismo si potrebbe appoggiare dichiarando di aver trovato la terra ferma, perché al di sotto dei geni ci sono le proteine e gli acidi nucleici, al di sotto della biologia cioè c’è la chimica. E ovviamente, come tutti sanno, il cammino riduzionistico a ritroso non si ferma certo qui, perché al di sotto della chimica c’è la fisica, la quale al suo livello più fondamentale si presenta come meccanica quantistica. Insomma, se proprio si vuole ridurre, non vedo perché ci si dovrebbe fermare al cervello e ai neuroni che lo compongono e non giungere piuttosto, portando a logica conclusione la prospettiva riduzionistica, ai quark e agli elettroni, e ai rispettivi anti-quark e anti-elettroni. In questa prospettiva l’Io equivale alle sue particelle subatomiche, col risultato che tra un uomo e una pietra, a sua volta composta dalle medesime particelle subatomiche, non viene a esserci, ontologicamente parlando, nessuna differenza. Tutti però vedono che tra un uomo e una pietra qualche differenza esiste, come anche esiste tra un uomo e uno scimpanzé con cui pure, dicono, condividiamo quasi il 99% del patrimonio genetico. Il riduzionismo però trapassa le differenze specifiche giungendo a una situazione molto simile alla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (per riprendere la famosa espressione di Hegel contro l’amico Schelling, dopo la quale l’amicizia si ruppe per sempre).
Io penso che il riduzionismo, utile come procedimento scientifico, come procedimento filosofico sia insufficiente per dare ragione della vita e della sua complessità. La natura è configurata secondo una logica relazionale, espressa al meglio dal celebre assioma “il tutto è maggiore dell’insieme delle parti”. La riduzione del tutto alle sue parti è perciò necessariamente destinata a perdere di vista il surplus che scaturisce dalla relazione delle parti tra loro. Se è vero che l’Io è miliardi di miliardi di particelle subatomiche, è altrettanto vero che esse relazionandosi armonicamente tra loro producono livelli superiori dell’essere per descrivere i quali la stessa scienza ha sentito la necessità di termini diversi e di discipline diverse: le particelle divengono atomo e molecole e sono studiate dalla chimica; poi le molecole divengono cellule e sono studiate dalla biologia, e così di seguito fino alla punta dell’anima che è lo spirito e alle discipline che da esso scaturiscono quali l’arte, la teologia, la filosofia. Questa progressiva stratificazione verso l’alto sempre più organizzata si dà perché la legge dell’essere è la relazione ordinata. Vale a dire: un fenomeno, soprattutto un fenomeno che vive, lo comprendo davvero se non mi limito ad analizzarlo riducendolo agli elementi base, ma se lo colgo nella sua capacità di istituire relazioni, dentro e fuori di sé.

L’emergentismo

Queste ultime considerazioni hanno già introdotto la prospettiva dell’emergentismo, a mio avviso la strada principale per comprendere chi siamo e in genere ogni fenomeno del mondo. Col termine poco piacevole di emergentismo (qualcuno parla di “emergenza”, ma secondo me peggiora le cose) si designa una visione evolutiva dell’essere, laddove per “evoluzione” non si intende solo il processo che riguarda la filogenesi, cioè l’origine delle specie, ma anche quello che riguarda l’ontogenesi, cioè la formazione del singolo individuo in tutte le sue dimensioni, qui e ora. L’evoluzione è la logica dell’essere-energia, e tale logica è sempre al lavoro: lavora a lungo termine formando le diverse specie vegetali e animali, e lavora a breve termine formando giorno per giorno ogni singolo ente. Il frutto più bello di tale logica evolutiva dentro l’essere umano è la comparsa della libertà e della dimensione etico-spirituale. A partire dai neuroni, certo, ma senza che possa essere ridotta ai neuroni.
Questa visione del mondo “bottom up” crede nella differenza specifica dei fenomeni, ritenendoli irriducibili alle loro componenti materiali. È però lontana dall’abbracciare la prospettiva metafisica tradizionale che, per custodire l’irriducibilità dello spirito alla materia, istituiva un dualismo ontologico e faceva discendere l’anima dall’alto; anzi, continua a far discendere l’anima dall’alto ritenendola creata direttamente da Dio senza concorso dei genitori, come scrive il Catechismo della Chiesa cattolica: “L’anima spirituale non viene dai genitori, ma è creata direttamente da Dio” (Compendio, articolo 70).
L’emergentismo consiste in una fiducia verso la realtà, crede che la realtà così come si presenta sia vera e che per capirla non sia necessario smontarla. Smontarla può essere molto utile (soprattutto quando si tratta di ripararla, come nel caso della medicina) ma non è la via per comprenderla nella sua verità ultima: per abbracciare la verità di un fenomeno occorre coglierlo nella sua interezza, integralità, unitarietà. Anche in questo caso valgono le parole di Hegel: “Il vero è l’intero”.
Senza la materia che lo compone nessun ente può venire all’essere e rimanervi, ma un ente, se lo si vuole comprendere per quello che è, non è riducibile ai suoi elementi materiali. Persino questa pietra che ho sul tavolo, con la sua forma e il suo colore, è qualcosa di unico, un’altra potrà esserle molto simile ma mai esattamente la stessa. Nessun fenomeno è mai esattamente lo stesso di un altro, ognuno è se stesso. E più si sale nell’organizzazione dell’essere, più questa prospettiva è valida. L’uomo, che nell’universo conosciuto è il livello più alto del lavoro dell’essere-energia, si presenta come individuo, termine che dice la non ulteriore divisibilità. Neppure due gemelli monozigotici sono identici. È identico il loro patrimonio genetico, ma loro no. La loro personalità, la loro individualità, non sono identiche. Il che dimostra che essi non sono riducibili al loro patrimonio genetico, sono di più del loro patrimonio genetico. Ognuno di noi è di più del suo patrimonio genetico. Ognuno di noi è la sua personalità, è la sua “anima”.
Chi guarda il mondo da questa prospettiva ritiene che ogni ente sia qualcosa di unico e di irripetibile, e non una manifestazione transeunte dell’unica cieca sostanza che è l’essere-energia. Ogni cosa è essere-energia, anche ognuno di noi è essere-energia, ma questo essere-energia lavora, è costantemente al lavoro, e tale lavoro consiste nel tessere una serie sempre più complessa e ramificata di relazioni che fanno salire il livello qualitativo del fenomeno, che (nel caso dell’uomo) prima è tale da essere compreso dalla fisica, poi diviene tale da essere compreso dalla chimica, poi diviene tale da essere compreso dalla biologia, poi diviene tale da essere compreso dalla zoologia, poi diviene tale da essere compreso dall’antropologia, poi diviene tale da essere compreso dalla psicologia, poi diviene tale da essere compreso dalla sociologia, poi diviene tale da essere compreso dal diritto e dall’economia, poi infine diviene tale da essere compreso solo da chi sa che cos’è la dimensione dello spirito, cioè l’arte, la filosofia e la teologia.

Valore e limiti delle neuroscienze

Anima o neuroni? Non è rara tra gli neuroscienziati l’idea che comprendere il funzionamento del cervello significhi conoscere completamente la personalità dell’individuo, fino alla perfetta previsione delle sue azioni: controllate i suoi neuroni, e avrete in mano la sua anima. Il nesso consequenziale è il seguente: cervello = personalità = comportamento. Ovvero, noi siamo il nostro cervello. Ovvero, la libertà non esiste, perché tutto quello che l’Io fa non è altro che la conseguenza necessaria della sua neuro-biologia. Io ritengo che le neuroscienze, come ogni altra disciplina scientifica, siano intrinsecamente impossibilitate a conoscere la libertà, perché la libertà è per definizione autonomia dalla materia, mentre esse non possono pensare a prescindere dalla materia.
Il fatto però che le neuroscienze non sappiano spiegare il fenomeno della libertà e lo vogliano ridurre a fattori che vengono prima (i neuroni) è un loro problema e un loro limite. Non è che se esse non sanno spiegare questo fatto, questo fatto non c’è. Non è che se le neuroscienze non sanno spiegare la libertà, la libertà non c’è. Che la libertà ci sia è un dato di fatto, anzi è il dato su cui si fonda tutta la convivenza civile, dalla politica al diritto, dal sistema educativo all’economia, per non parlare della sfera affettiva e sentimentale. Quelle rare volte che abbiamo detto con autenticità “ti amo” a una persona è stata la nostra più intima libertà ad esprimersi, prova ne sia l’impegno quotidiano che poi è responsabilmente conseguito per rimanere fedeli a quelle parole.
Se le neuroscienze non sanno spiegare la libertà, significa che non sono la via adeguata per il tipo di fenomeno in questione. E la cosa si spiega da sé: quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, insegna Tommaso d’Aquino, il che significa che è solo lo spirito che è in grado di comprendere lo spirito, è solo una visione del mondo che accetta l’esistenza di una dimensione al di là della materia che sa parlare della libertà.

Sulla neuroetica

Per questo a mio avviso occorre fare attenzione quando si parla di neuroetica. Se con essa si intende stabilire dei protocolli per l’utilizzo di tecniche come la risonanza magnetica funzionale (magari in sede processuale per cercare di comprendere chi mente e chi no) si tratta a mio avviso di un compito doveroso. Ma se con essa si intende ridurre l’etica alle componenti neurobiologiche di un individuo, allora si va verso la morte dell’etica propriamente detta. L’etica infatti vive della libera volontà, ovvero inizia esattamente dove finisce il campo delle neuroscienze. Senza il sistema nervoso e senza i neuroni che ne sono la base, non c’è etica e non c’è anima, ma l’etica e l’anima non sono riducibili al sistema nervoso e ai suoi neuroni.
Con questo non voglio per nulla contestare l’utilità delle neuroscienze, anzi ritengo decisivo giungere a conoscere il più precisamente possibile il funzionamento del cervello per sanarne malattie e disfunzioni. Voglio però limitare un certo senso di onnipotenza che talora intravedo in alcuni esponenti delle neuroscienze. Lo ripeto: se queste non riescono a intravedere la coscienza e la libertà, si tratta di un problema loro, non nostro. Che la coscienza e la libertà esistano, è la vita a mostrarlo: questo è il dato che va assunto e (se si è capaci) spiegato. Se controllando l’attività elettrica del cervello con l’elettroencefalogramma, o i suoi campi magnetici con il magnetoencefalogramma, o l’andare e venire dei flussi sanguigni con la risonanza magnetica funzionale, se insomma utilizzando la decina di tecniche di “neuroimaging” oggi a disposizione non si riesce a spiegare dove sorge e che cos’è la coscienza e con essa la libertà (visto che non esiste una zona specifica ad essa deputata all’interno del cervello), da ciò non è lecito dedurre che la coscienza e la libertà non esistono. Si deve semmai dedurre che le neuroscienze non sono adeguate a comprendere il livello superiore dell’essere che si manifesta come coscienza, libertà e responsabilità.

La logica della relazione: il sistema

Il punto decisivo, quando si parla dell’uomo, è la libertà, cioè il fatto che i nostri neuroni nell’insieme dell’organismo producono un fenomeno nuovo, diverso dai neuroni assommati uno per uno, un fenomeno qualitativamente diverso, non contenuto nei neuroni in quanto tali: il fenomeno appunto della libertà. Per capire questa produzione occorre mettere in gioco il concetto di sistema, che consente di comprendere come il tutto sia maggiore dell’insieme delle parti. Nulla di magico, nessun trucco: c’è il lavoro a fare la differenza. Il nostro organismo è un sistema complesso. Anche la torta è un sistema, molto meno complesso, ma comunque sistema. E sia il nostro organismo sia la torta sono più dell’insieme delle parti. La torta non è riducibile agli ingredienti: senza gli ingredienti non c’è, ma c’è il lavoro, e ancor prima la ricetta, a fare la differenza tra gli ingredienti e la torta. Così neppure noi siamo riducibili ai neuroni, o alle ossa e ai nervi come diceva Socrate 2500 anni fa. Per questo, a mio avviso, è necessario ancora oggi parlare di anima, perché con questo termine non si fa che tradurre staticamente ciò che si dice dinamicamente col termine libertà, la nostra più grande ricchezza.

Pubblicato su Il Foglio,  8 giugno 2008.

6 pensieri su “Non venderò l’anima ai neuroni, di Vito Mancuso

  1. Sono perchè sono libero. Sono libero perché ho un’anima. Ho un anima perchè sono.

    Grazie a Fabrizio Centofanti per questa proposta. L’articolo è illuminante.

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  2. Mi convinco sempre più che non è necessario essere d’accordo con Mancuso per essergli grati. Spero che certe inutili barbe bianche leggano le parole sul riduzionismo e ci si riconoscano.

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  3. Ma davvero le neuroscienze, tentando di “ridurre” l’anima al funzionamento di quel grumo di neuroni (che evidentemente, anche per Mancuso, le sono necessari) vogliono con questo negare ogni dignità e ogni senso di libertà alla condizione umana? A me sembra che le conclusioni di un neurologo come Damasio, ad esempio in “Emozione e Coscienza”, non siano meno “umanistiche” (e partecipi tanto della sofferenza quanto della grandezza umana) di quelle di Mancuso.

    Per quanto affiniamo e complichiamo i modelli, sembra ormai chiaro che non “capiremo” mai PERCHE’ un arrangiamento di materia (per quanto inconcepibilmente complesso e dinamico) debba ad un certo punto dare ANCHE luogo a quella fenomenologia soggettiva che è anche l’unica cosa di cui non possiamo dubitare, invece che limitarsi ad animare degli “zombie” privi di una tale dimensione.
    Eppure, se l’Intelligenza Artificiale riuscisse infine a mettere in campo dei sistemi alla “HAL 9000” talmente convincenti che nessuno se la sentirebbe di dire loro “sei solo la simulazione superficiale di una coscienza!” allora tale “riduzione” sarebbe in qualche modo raggiunta, perché dovremmo riconoscere che quello stesso miracolo che si è compiuto entro le nostre configurazioni biologiche, per qualche motivo deve ripetersi anche su altri substrati, una volta raggiunto un livello sufficiente di organizzazione.

    Ma anche riuscendo nella costruzione di convincenti “anime artificiali” ancora non sapremmo il PERCHE’ un punto di vista fenomenologico si debba formare, esattamente come mai sapremo il PERCHE’ questa realtà, qualunque cosa sia, esista.

    Avverto quindi, in questa trattazione, una leggera forzatura delle posizioni, forse allo scopo di ottenere un certo effetto di novità o di urgenza, o forse perché se non si forza un po’ si dissolvono le ragioni stesse dello scrivere.

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  4. PS – Piattelli Palmarini dice che quella dei dieci termini per la neve degli eschimesi è una bufala, e che “Il linguista americano George Pullum ha scritto un intero libro per smantellare questa smaccatura internazionale”: Pullum, G. K. (1991). The Great Eskimo Vocabulary Hoax, The University of Chicago Press.

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  5. con questa mia poesia vorrei commentare in parte cos’è l’uomo grazie

    Incontreranno le selve gli indomiti cavalli e sproneranno zoccoli sul selciato

    Incontreranno le selve
    Gli indomiti cavalli
    E sproneranno zoccoli sul selciato
    “Non saranno uomini Veri questi…
    Ma muli testardi
    Della guerra medievale.
    Ora l’uomo ..
    Sarebbe un guizzante stalliere
    Che corre verso mete lontane
    E non si accorge
    Di aver perso gli zoccoli alati.
    Le piazze di Paese hanno l’odore
    Di muffa
    E il silenzio dell’abbandono
    Ti penetra nelle ossa.

    Torneranno ancora …credo
    Gli innocenti dalla guerra e forse
    Saranno loro
    L’era del terzo millennio!

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