Mineo

Una volta era così, a Mineo. Dopo, è cambiato. Ora è di nuovo così. Quando ti alzi sei fresco, certe volte, dopo il caffè di Rita e un’occhiata al giornale appena uscito. Cominci con l’idea di fare il tuo dovere, per Turi e Peppuzzo, che devono crescere e studiare. Mentre giri e rigiri viti e bulloni, pensi alle bollette da pagare, alla benzina che rincara, al pane che costa il doppio di qualche mese fa. Ricordi anche le tue corse di bambino, quando l’unico pensiero era il sole e l’Etna sullo sfondo, le sue rocce nere che chissà quale operaio ha incastrato lì dai secoli dei secoli. La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire, un odore impercettibile che prende alla gola e fa cadere nella vasca grande come il cratere di un vulcano, profonda come l’inferno che vorrebbe ingoiarti, ma tu hai il lasciapassare con le foto di Rita, Peppuzzo e Turi, e puoi posare finalmente i tuoi bulloni, bere il caffè, leggere il giornale appena uscito, come una volta, qui a Mineo, in quei giorni che chissà quando torneranno.

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28 pensieri su “Mineo

  1. 8avio

    Forse parrà una strumentalizzazione quello che dico ma non importa.
    Al governo ci sono quelli che rappresentano le aziende, le “Imprese”, che non mettono in condizione di lavorare in sicurezza gli operai, questi imprenditori non vedono il problema, la sicurezza è spesa le spese abbassano i profitti, tenendole basse invece c’è competitività!
    E’ molto meglio detassare gli straordinari così chi lavora di più può mangiare, chi lavora il giusto cazzi suoi.

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  2. 8avio

    Un altro pensiero, il passaggio dall’infanzia alla vita adulta è spesso traumatico, ma il suo essere ormai diventato un salto spesso in negativo ci deve far riflettere sulla vita che ci siamo creati nella nostra bella società sviluppata.
    Io non ritengo sia espressione di benessere passare felici i primi pochi anni e poi doversi immergere nei sacrifici per il resto della propria esistenza, dietro un lavoro estraneo a se, praticato per estranei approfittatori nel nome dell’economia.

    Se questo è il migliore dei mondi possibili credo abbiamo il dovere morale di cercare di pensarne e crearne un altro.

    Ottavio Sellitti

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  3. nadia agustoni

    Fa una rabbia leggere di altri morti di lavoro. 6 tutti insieme.
    Grazie a Fabrizio e a Ottavio per questa frase
    “Se questo è il migliore dei mondi possibili credo abbiamo il dovere morale di cercare di pensarne e crearne un altro.”

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  4. Gaja

    Grazie a Fabrizio per le sue testimonianze e per la sua battaglia – con le parole e con le azioni – in difesa degli ultimi.
    Il post precedente “Sono venuto a portare il fuoco” mi ha sconvolto.
    Ciò che ha scritto in questo non ha fatto altro che aumentare la mia rabbia. Non è possibile che sei – SEI – esseri umani muoiano di lavoro! NON E’ POSSIBILE!
    E mi associo a Nadia ringraziando anche Ottavio per la sua frase, assolutamente condivisibile.
    Alla quale aggiungerei quest’altra riflessione, sempre di Ottavio, con la quale mi trovo d’accordo su tutta la linea:

    “Io non ritengo sia espressione di benessere passare felici i primi pochi anni e poi doversi immergere nei sacrifici per il resto della propria esistenza, dietro un lavoro estraneo a se”.

    Alle volte non c’è felicità nemmeno nei primi anni…

    Vi abbraccio.

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  5. Paola renzetti

    Una poesia tratta da “Poesie Operaie” di Luigi Di ruscio (Ed. Ediesse)

    le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
    noi siamo l’inizio di tutti i giorni
    inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
    che mi aspetta con la bocca spalancata
    inizia la mia danza il mio spettacolo
    in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
    e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
    rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
    spio i minuti sul quadrante del grande occhio
    e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
    ci attende il riposo per la sveglia di domani
    la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
    ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
    con l’allegria fuori della mia ragione

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  6. demetrio

    ora i lavoratori hanno deciso di morire in coppia a grappoli. così vanno prima sui giornali e svegliano le belle anime.

    perché morire singolarmente è uno stillicidio e lo stillicidio non fa notizia.

    una cosa per ottavio: i morti del lavoro c’erano anche con il governo Prodi, con i governi democristiani, con i governi berlusconi, con il pentapartito etc etc etc… se ne fai una questione di appartenenza politica non vai da nessuna parte, questa invece è una questione politica. che è diverso.

    saluti
    d.

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  7. Paola renzetti

    La rabbia è buon segno! Diventasse un grido che dà voce a quelli che ora hanno poca voce in capitolo! Diventasse forza di agire e di organizzarsi, per dare voce e azione alla politica che gli operai vogliono per se stessi e per i loro figli.

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  8. sparz

    @demetrio: non c’e limite al cattivo gusto e al cinismo. Una delle peggiori ironie che abbia mai sentito è quella fatta sulla pelle di persone che si guadagnano da vivere spazzando la nostra merda e per questo muoiono.

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  9. demetrio

    spraz quello che tu leggi si chiama sarcasmo e non ironia.

    dato che per motivi che non sto qui a dire, quotidianamente io ho a che fare con le famiglie, le persone, che giornalmente subiscono incidenti sul lavoro, mortali o meno, hai mai provato a sbucciare una mela con due moncherini? e non accetto lezioni da nessuno perché devo la mia onestà a quelle persone. e non certo a te.

    io la sera del rogo thyssen ero lì e non ero lì per guardare il fuoco avvampare.
    ma il giorno prima, chi se lo ricorda più, ero nel canavese a guardare un blocco di 20 tonnellate e sotto c’era un uomo.

    chi se lo ricorda il nome di quell’uomo?
    chi ha pianto per lui?
    chi ha scritto per lui?

    è più bello, ti fanno una straordinaria pubblicità, vedi calopresti, se fai un bel film sulla fabbrica infernale.
    il tipo che invece è sotto una parataia di cemento armato non lo caga nessuno.

    e ti svelo un segreto, ma non dirlo a nessuno, la battuta del morire a grappoli me la disse la povera moglie dell’uomo crepato sotto il cemento.

    il giorno dei suoi funerali c’era nessuno, io l’avvicinai e mi disse: se fosse morto a grappoli con qualcuno, forse ora si ricordavano pure di lui.

    quindi detto questo posa pure la bacchetta e oppure se proprio devi vai a fare il maestro ad altri, a me non serve.

    d.

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  10. jolanda catalano

    @ demetrio
    la morte è soltanto la morte. E quando, sul lavoro, non c’è prevenzione, la morte è ancora più morte, più offesa per povere vite di poveri, più beffarda di tutte le beffe, più dolorosa per i morti e per i vivi che dovranno fare i conti con questa vita invivibile e andare a vedere come e dove mangiare un po’ di pane per il futuro. Sempre che, questa società, ne abbia ancora uno, visti gli scivoloni verso l’abisso,verso il non ritorno.

    jolanda

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  11. Giovanni Nuscis

    “…La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire…”

    E sì, Fabrizio, c’è forse un momento in cui il sogno primigenio – anzitempo vita reale, e dura -vorrebbe fatalmente ritrovarsi. Ciò che vorremmo, in fondo, è che non vi fosse mai stacco tra sogno e vita reale: non eccessivo il sogno, non miserabile la vita, per fuggirla; non propizie, colpevolmente, le condizioni per “la corsa incosciente”.

    Grazie, Fabrizio

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  12. effeeffe

    …la povera moglie dell’uomo crepato sotto il cemento.
    il giorno dei suoi funerali c’era nessuno, io l’avvicinai e mi disse: se fosse morto a grappoli con qualcuno, forse ora si ricordavano pure di lui.-
    scrive Demetrio.
    Che noi non si ricordi(o peggio ancora non si sia mai saputo) il nome dell’operaio, è fatto triste. Ben più triste, se mi permetti, è però che tu non te lo sia ricordato. Uomo crepato sotto il cemento, non va, credimi, non basta per essere un nome.

    effeffe (sans baguette)

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  13. lorpat

    Ha proprio ragione Giovanni Nuscis: “Ciò che vorremmo, in fondo, è che non vi fosse uno stacco tra sogno e vita reale”. Questo è “ciò che vorremmo”, proprio così. Vorremmo? No, direi piuttosto vogliamo. Questa cosa ci serve per provare a vivere e ogni tanto anche per cercare di sopravvivere un po’ meglio. Come faremmo, se no, ad alzarci tutte le mattine dal letto per andare a lavorare, e come potrebbe poi la nostra bella notte fare un altro giro intorno al sole che precede e segue questa “corsa incosciente”?.
    Tre o quattro decenni fa il mondo era pieno di devotissimi sapientoni che cercavano di sbatterti in faccia quella che Rimbaud chiamava “la rugosa realtà da stringere”. Io, grazie al rock’n’roll (e alle mai lodate abbastanza cattive compagnie) credo di aver imparato a distinguere la via di Casa da quella dei Romei, il padre nostro che sta nei cieli dalla nostra grande madre che continua ad abitare questa terra.
    Adesso sono le tre del pomeriggio, fa caldo, e ci sono i lavori da casalingo che mi aspettano. Le massaie ciucciano sempre troppo alcol, e io, per non essere da meno, mi sparo in cuffia i deliri della Trance, oppure i Beatles, oppure Steve Reich, oppure Coltrane, Mozart, Dylan, Marley, e poi, a seconda dell’umore, anche le Polke di Secondo Casadei, i Balli staccati dei miei trisnonni e un intero trip dei Grateful Dead.
    Questa volta ho deciso di infilare nel lettore il De André di IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA. Sarà un caso? Non credo. Le cose capitano sempre per un qualche accidente di motivo, e io penso proprio che il FABER, ricordando i morti di Mineo, non avrebbe usato parole tanto diverse da quelle di Don Fabry.

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  14. demetrio

    io lo ricordo benissimo effe.

    (era per dire che nessuno se lo ricorda, ma io sì, ti posso dire anche che era un operaio edile lavorava in un piccolo cantiere della smat, subappalto di un subappalto… e oplà non c’era più. sulla stampa cittadina, poche righe, la stampa mi pare 20 … etc etc… il nome è Pasquale Miranda. 59 anni (o forse 58) tre figli e una moglie)

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  15. effeeffe

    se può servire

    Intervista a Gilles Deleuze

    Che ne pensi dei nouveaux philosophes » ?

    Niente. Credo che il loro pensiero non valga niente. Vedo due ragioni
    possibili a questo non valere nulla. Innanzitutto il loro procedere
    per grossi concetti, tanto grossi quanto vuoti. LA legge, IL potere,
    IL padrone, IL mondo, LA ribellione, LA fede. Possono perfino
    arrivare a fare dei mix pazzeschi , dei dualismi sommari, la legge e
    il ribelle, il potere e l’angelo. Allo stesso tempo più il contenuto
    del pensiero é debole, più il pensiero acquisisce importanza, più il
    soggetto dell’enunciato si dà delle arie d’importanza rispetto a
    degli enunciati vuoti (io, in tanto che lucido e coraggioso, vi dico…
    io come soldato di Cristo… io, della generazione perduta … noi come
    quelli che hanno fatto il sessantotto … in tanto che noi non ci
    lasceremo ingannare dalle apparenze … »).

    il resto aqui sempre ammesso che serva
    http://www.nazioneindiana.com/2005/11/14/di-gilles-deleuze-vo-version-originale/#more-1486

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  16. sparz

    niente bacchetta, possiamo anche sapere il nome di Miranda, rimane che l’ironia, o forse sarcasmo?, del commento 7 mi sembrava e mi sembra pessima.

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  17. Paola renzetti

    Che vuol dire questione politica, senza esporsi, senza fare scelte di campo? Come si può fare politica senza riconoscersi portatori di idee o di proposte condivise anche da altri? Certo ci può essere una malintesa forma di appartenenza che ti fa “sposare” un partito con il paraocchi, per cui è una specie di “chiesa”, oppure appartenenze per interessi economici di vario tipo. E qui ci sarebbero tanti esempi, ma non è quella l’appartenenza a cui aspira chi vuole una politica diversa.
    Appartenere e scegliere, sapendo di rischiare, ma con il coraggio di mettersi in gioco, di scegliersi dei compagni di strada con cui fare un tratto, perseguire delle mete. E poi fare critiche, anche cambiare certo. Sogni? forse. Certo è che oggi è tutto in mano ad altri.

    E quel Deleuze non è anche lui un “nuovo filosofo”?
    Un esempio di come si può cadere in contraddizione con le proprie stesse definizioni.

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  18. 8avio

    a chi mi nota faccio notare che nel mio primo commento il presente di:”al governo c’è” può benissimo essere letto come presente storico e continuato, come un presente di esistenza scolpito nella ferma roccia dalla maggioranza da tempo (come giustamente Demetrio dice).

    In ogni caso il fatto che il problema sia problema da molto tempo non rende i provvedimenti previsti dal governo del tempo attuale meno sbagliati o più giusti ai miei occhi (e ne parlo perche è oggi che si prende il provvedimento come oggi, ora, io scrivo).

    Mi interesserebbe sapere poi Demetrio se conoscere tutti i nomi di tutti i morti fa andare da qualche parte e in che modo.

    Infine mi rammarico del trovarmi sempre coinvolto nell’onda della notizia ed affrontare questi temi, con andamento ciclico a intervalli regolati irregolari (ma sospetto a volte imposti)

    Ottavio Sellitti

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  19. elio

    “riflettere sulla vita che ci siamo creati nella nostra bella società sviluppata”

    Ci rifletto, però mi arresta la constatazione che il NOI che costituirebbe il soggetto apparente di queste (e tante altre) frasi semplicemente NON ESISTE, e allora, razionalmente, tutto quanto decade: tutto si riduce ad un tessuto di segnali emotivi, i feromoni del branco virtuale, che forniscono il “clock” capace di sincronizzare il sentimento collettivo sulla sua corretta e distintiva tonalità.

    La banale verità è che le società non si “creano”, né si cambiano in quattro e quattr’otto: ci si nasce dentro, ci si adatta, si viene trascinati in esse come schiuma sulle onde. Onore a chi, tenendosi a galla, riesce anche a far del bene (e magari senza sbandierarlo ai quattro venti) rispetto a chi per lo meno riesce ad astenersi dall’attuare il male che sarebbe nelle proprie tentazioni, semplice pazienza nei confronti di chi si limita a esibire continuamente la propria commossa partecipazione alle sofferenze del mondo, maledicendo con posa enfatica coloro che ne costirebbero la banale causa, ed evitando accuratamente di considerare tutti gli archi di retroazione sui quali egli stesso è materialmente seduto.

    Mi colpisce soprattutto come il sentimento di Demetrio, che a me è sembrato intenso e partecipato, non sia stato “riconosciuto” neppure dopo le puntualizzazioni – che probabilmente ha operato con un tono troppo orgoglioso. Lo si è immediatamente accusato di indegnità (sentimentale), e poi di insufficienza, è comunque evidente che gli è stato applicato il freddo e rigido canone che si adotta verso gli “esterni”, ben diverso da quello, caldo e morbidissimo, che si adotta versi i propri “cari”.

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  20. fabrizio centofanti Autore articolo

    Elio, a volte le anime belle, svegliate dai grappoli di morti, devono puntualizzare. altrimenti è la realtà a essere falsificata. personalmente, ritengo sia necessaria una coerenza tra la scrittura e la vita. ma è un’idea mia. senza la vita, ci sono appunto le anime belle, che non servono a nessuno. detto questo, poi ognuno si crogiola nel suo mondo e nelle sue opinioni, come dice Guccini, in modo più rude. a me la cosa non piace, ma lascio fare a chi la pensa diversamente. perciò, su questo punto, non mi spingerò oltre.
    ciao
    fabrizio

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  21. Paola renzetti

    Questo mezzo è strano e spesso si rischia di abusarne, nel senso che si può scrivere troppo, andare un po’ sopra le righe con i sentimenti e le emozioni. Può capitare (spesso) di non capire tutto o di non riuscire a farsi capire. Normale! Ma con tutto questo a poco a poco si scopre che si riceve qualcosa, non solo a livello culturale. Non è solo un ping-pong di opinioni, più o meno sintonizzate (anche se accomuna il desiderio più o meno intenso di comunicare), ma si realizza spesso un vero e proprio scambio, oso dire sincero. Sì perchè si parte dalla convinzione (sennò non si starebbe qui) che ognuno dice qualcosa di vero su di sè e per se stesso. Questo non lascia uguali a prima, si procede, si desidera il più possibile la coerenza per se stessi e per la propria vita, tra il dire e il fare, sapendo già che per molti di noi è più facile il primo del secondo. Un’altra cosa: c’è l’occasione di informarsi, chiarirsi e dibattere su argomenti che non vanno per la maggiore in società. Anche questo può far sì che, nel “vero” campo di azione, possano maturare comportamenti e scelte. Insomma in questo spazio ci si può far del bene, anche e proprio grazie alle opinioni diverse, discordanti. Qualcosa si rivela a se stessi, si scopre (un po’ come nella vita)che si cammina meglio (qualche volta) se si impara a tenere il passo degli altri.
    ciao e buon fine settimana

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