Voli pindarici

Essere cieco ha i suoi vantaggi. Quando viaggi in aereo, per esempio, puoi immaginare tutto, mentre il corpo galleggia senza peso nella carlinga traballante, come nei vecchi tram di Roma. Io, poi, sono un vecchio sognatore, passo il tempo a inventare storie sempre nuove, perché la vita è questo, una fucina di storie che germogliano l’una dall’altra, senza mai fermarsi. Neanch’io mi fermo: è un altro dei vantaggi di chi è cieco. Nel mio mondo la noia non esiste: rumori, odori, sono spunti di trame e intrecci sempre nuovi, che prendono corpo nella mente e portano in volo in regioni sconosciute, scenografie che devi costruire nei minimi dettagli, perché il cieco ha l’esigenza di definire e descrivere, come nessun altro, e non può sfuggirgli nulla di ciò che lo circonda.
Io registro tutto: la memoria è un immenso archivio dove rumori e odori sono incasellati e etichettati, con targhette dai colori diversi, numeri e cifre per una corretta identificazione. Potrei riconoscere da molto lontano ogni sfumatura di scrosci, fragori, gorgoglii, lo scoppiettio della fiamma, lo sciabordio dell’acqua, il mormorio del vento. Anche qui, nella carlinga, mi diverto a separare rumori e odori delle persone e delle cose, la voce dell’hostess e il chiacchiericcio delle coppie di anziani o di vivaci adolescenti. Il mondo non ha segreti per me, potrei affermare di vedere e udire meglio di una persona sana, mi dicono che leggo dentro, che non ci sono ostacoli alla mia vista d’aquila e al mio udito da indiano d’America. Niente mi è estraneo, sono l’amico di ogni segno, anche più remoto, della vita che pulsa. Anche di queste voci che si fanno all’improvviso grosse e concitate, e diventano urla, ordini secchi che hanno il rumore della crudeltà, l’odore dell’odio. Per la prima volta, però, chiedo al mio accompagnatore un lume, una notizia, la spiegazione che ho sempre rifiutato, perché ero io che indovinavo quasi prima che gli altri vedessero o udissero, ma il mio accompagnatore è paralizzato, non riesce a proferire verbo, come se un rumore mai sentito lo tenesse soggiogato, o un odore sconosciuto gli togliesse ogni forza vitale. Le voci si odono a tratti, voci in una lingua incomprensibile, che suscita in me ignote risonanze, come un ricordo che non riesci a decifrare, una memoria che attende sull’orlo buio della coscienza, e spinge, spinge, ma non riesci ad afferrarla. Finalmente il mio accompagnatore parla, anzi urla, si dispera: Le torri, le torri!, grida, e io mi chiedo cosa voglia dire, cerco di tendere l’orecchio e allargare le narici, per raccogliere anche il minimo indizio di una scena che, per la prima volta nella mia lunga vita, non riesco a immaginare, una scena che forse, proprio per questo, potrebbe essere l’ultima, ora che la memoria spinge, spinge sull’orlo sempre più buio della coscienza, e prende la forma di un edificio altissimo che si staglia contro un cielo che immagino azzurro, e tutt’a un tratto rosso fuoco, mentre ogni scroscio, fragore, gorgoglio, si trasforma in un solo boato che riempie l’aria della città dai rumori e odori confusi e indefinibili, riuniti in un’unica e ultima voce che non ha più niente di umano, della torre della mia cecità che crolla in un momento, senza che abbia avuto il tempo d’indovinarne il nome.

versione audio

9 pensieri su “Voli pindarici

  1. si forse a volte è meglio essere ciechi, avere un mondo pieno di colori diversi dal grigio, sentire solo sensazioni e saper leggere il cuore degli altri, nascosto sotto troppe corazze porte pesanti con grandi chiavistelli.
    grazie Fabrizio
    Stella

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  2. mi fai pensare a “Cecità” di Saramago, che ho letto tempo fa. Un altro mondo, che il tuo pezzo evoca in modo inquietante! Grazie.

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  3. Cari amici,
    anche le diverse abilità hanno i loro limiti.
    Posto che sia un limite non percepire un attimo prima ciò che provoca “il rumore della crudeltà, l’odore dell’odio”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Se non fosse davvero accaduto, si potrebbe definire un’inquietante ed emblematica creazione fantastica, lo scontro tra i due grandi segni della volontà di “potenza” dell’uomo.

    E quel viaggiatore che vede il mondo senza segreti, sembra in realtà completamente estraniato, “straniero” fuori dal suo stesso mondo, espropriato da ogni contatto con la Terra, da cui si è già allontanato troppo, per andare incontro alla sua stessa distruzione.

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  5. Bello, e inquietante.
    Però, Sparz, i ciechi di Saramago rappresentavano la metafora della notte dell’etica in cui il mondo è sprofondato.
    La malattia li colse all’improvviso, sprovveduti e impreparati, privi delle sensibilità e delle attrezzature mentali che con abilità Fabrizio ha raccontato in questo brano.
    “si forse a volte è meglio essere ciechi” : mah…

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  6. vi ringrazio, amici.
    mi ha catturato l’immagine del cieco che vede tutto tranne la cosa decisiva.
    c’è sempre qualcosa che ci manca: è il bello della vita.
    l’umiltà di non saperne troppo.
    vi abbraccio
    fabrizio

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