PROVA IL ROSSO! SYLVIA, SANNELLI, PLATH E PALCHI

L’utero
Scuote il guscio, la luna si separa
Dai rami e non arriva.

Il mio ambiente è una mano
Senza le linee, vie
Strette in un nodo, io

Io la rosa che adempi, io –
Sono il corpo,
Sono l’avorio

Empio come uno strillo.
Questo ragno che sono
Crea specchi docili alla mia figura,

Emissioni di sangue
E basta – Prova il rosso!
E questo bosco funebre

Questa collina e questo
Effetto luccicante
Delle bocche dei morti.

[Donna senza figli, Sylvia Plath, traduzione di Massimo Sannelli]

Sannelli scrive Sylvia. Plath è palco: rivolo e ribalta. In scena: la mano. Chiromante chi legge: la linea che si destina. La trama di Aracne, l’avorio è: zanna recisa. Sono segni, sono specchi e sono sintomi: Prova il rosso! Anfibio al piede: prova tu – imperativo e allegorico – il rosso? Il rosso – imperante e colato – ti prova? Se il frutto non ha forma, quale futuro? Fogli come soli, come soli figli. È condanna? Come si coagula? Come si coniuga: la pagina e la persona? Come – si chiede chi [ne] scrive e [ne] sente. Il non dato. L’immagine: in pasto. E il resto? Non esiste. Non impronta. La massa miete ogni lato del prisma che non è “servo loro”. Si compie il sacrificio e si scuda il senso, di rimando: uno sforzo per capire. Sono strati, sono simboli, sono sacri: stretti in un nodo. Li vedi? O ti fermi alla culla di un mondo semplice? Cambia la lingua al corpus di Lazzaro: resta. La Signora è miracolo, è opus [Magnum? Dei? Certum?]. E non si conosce: a prima vista è solo la pupilla impressa. Redatto per dire? Le Provate? R’ossa. E rese: I rise with my red hair/ And I eat men like air.

Come si commenta? Da sola. Da quando Massimo [mi] chiese [dare casa alla voce tradotta] – sono chiusa. Nel Patogeno Guscio che soffre: tutto il contemporaneo. Tutti i triti – critici e categorici. Non sono in grado [e giro l’angolo] di confinare il vero Gotha [il passato che resta] all’analisi. Si riceve il senso: la rappresa/ripresa che “solve et coagula”. E Sylvia chiama – a raccolta. A ricordo: essere a prescindere.
Fibra di ferro.

Non ditemi cosa implica dirmi come scrivere Non ditemi come si domina il duello in corso Non è la di voi vita Non è un diritto di seconda persona Predare la parte sola che è la Mia

Provato per troppo tempo È oltre le vostre prese di palpebra Non tentate la lettura con il vuoto di Righe Le rifinite in chiaro Mai sciogliere la stretta dei tuoi credo

Si studia lo stato dal di fuori Si sente al grado più grave Guardo fuori dalla finestra sono fuori Si vive come chi vive all’ultimo stadio Di prove per rendere il giusto a voi A fondo resta e vi sfida

Per chi può capire stendo la mano Domando al dubbio, e mi colga per come precipito Non vivo ai di voi comandi, io sa dove io si trova Non voglio muta essere creta al vostro, abiti aperti al nudo mio, al modo di me

Ancora di Corsa in salita si Nuota contro la normale Vorrei non sentire che io è così Fottutamente in grata Perso in mare di mediocri.

«Vola basso Pensi troppo Dove il tuo doppio?» Non potete provare il Mio stile di Gioco Né dirmi come dire che voi siete il solo mio faro chiuso

Ho cremato le mie corde – sulle cifre di bronzo – le Ragioni Aperte a rovescio Per voi

[Al Modo Di Me, As I Am, Dream Theater, da Lupus Metallorum]

9 pensieri su “PROVA IL ROSSO! SYLVIA, SANNELLI, PLATH E PALCHI

  1. “Ho cremato le mie corde Come si commenta? Da sola. ”
    Vividamente, a voi Chiaradaino, sul suo di palco, bronzocifrato, per sua e nostra fortuna, a lei un saluto, V.

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  2. in fondo – questo è un enigma, che è passato dalle mie mani, ma cercava un abito (avevo chiesto un abito per Sylvia) e ora ha trovato una casa. questo messaggio vola a mani che non vedo – parole di un’altra domina, Emily D.

    scrivo o negli intervalla insaniae o nelle pause di un lavoro nuovo, che non capisco del tutto, e che non devo capire. anch’io ho trovato, alla fine, la mia piccola troupe.

    sotto gli archi della strada, a Quarto, vicino al Monumento dei Mille, abitano tre persone, due uomini e una donna. alla donna è stato amputato un dito, si chiama come mia madre e vive lì e ha paura. senza retorica, lì c’è Cristo (senza scherzi). e il fonico scuote la testa e pensa e dice sì sì, la realtà è nel cinema, che il regista è abile, ma quello che vede l’occhio (umano) e *di più*, sempre, e io fonico posso cambiare i suoni e fare di una scena triste una scena allegra.

    la telecamera ritaglia e simula; ma Michela, se si appoggia al suo compagno… e Antonio, se brucia tavole verniciate – se queste cose accadono e si vedono (e anch’io so di dormite per terra e bidoni esplorati); da loro viene la migliore scuola di poesia. sono stanco: non “di preti e di poeti”, come ha scritto Buffoni. sono stanco di simulazioni, di frustrati che diventano padroni, di futuri fallimenti che ora ostentano ciò che non ci sarà. credo al popolo futuro. credo che i testi possano anticiparlo, antivederlo, creare il suo posto. è tempo di preti-poeti, di poeti-preti –

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  3. sbalestrato sbarellato, spostato, ogni volta ri-definito e ri-capitosi per un altro millimetro, ma anche rinnovato e bella-mente meravigliato. A.

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  4. Prova il rosso!Con Massimo Sannelli non puoi sbagliare,
    te lo mostrerà dove altri/e sono passati, non è geloso né invidioso: come una stella si fa spazio allargando la luce
    E il rosso fanno poi il resto.
    (Brava Chiara)
    Maria Pia Q.

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  5. è certo che Sylvia parla di mestruazioni, come Rosselli e Paola Febbraro; ne parla, come loro, con Potenza Maestà Inusualità Furore. la poesia non consiste in nient’altro. ognuno ne ha la sua misura, di qualità in qualità (parlavo di Luzi nella scuola di poesia: spesso è retorico, tra sconce stive e lussuriosi appuntamenti; e invece: come è libero Luzi nel suo teatro, per esempio nell’inno al teatro – *il teatro è immortale* – di Hystrio; e anche quando fa dire a Paola Borboni: “no, non parlarmi di Vilar… era e non era vero amore, il cielo lo sa. m’era però la vita venuta incontro… e io già vecchia ne fui presa…).

    è certo che Chiara parla di cose che [*se Chiara fosse chiara*, parole di Marco Merlin] sarebbero *decifrate* come una doppia dichiarazione, di amore e di morte. morte soprattutto su critici e poeti, troppo brutti per essere veri, troppo parlanti per essere altro che parole; il sacrificio è rimandato sempre ad altro tempo. nulla da decifrare, se non per prova critica, che sorride di fronte alla “bella donna”: “signorinella”, disse Lello Voce.

    è certo che in questi giorni una Isabella Santacroce *rinata* scrive frasi in cui domina l’iperbato figura del sogno. l’ordine è stato stravolto. oso dire che quella scrittura è santa, anche se chi la scrive ha mostrato tutto su “Max”. che cosa c’entra il *nudo integrale*? non era necessario. era solo un gioco? ne fui incantato e preso: non prima, ma *dopo* aver letto la poesia di Luminal.

    io non l’ho fatto del tutto. non ho denudato tutto e non ho aggredito l’ordine [delle parole] – ma non ho lavorato solo sui contenuti. se vi è arte, è arte che si occupa di tutto: comprese le linee della mano, che registrano i passaggi.

    e scrivo come chi è infedele a ciò [a CHI] che per tanto tempo è stato il suo “arto fantasma”: infedele perché il mondo si allarga, parla altre lingue, e il mondo si rovescia verso Oriente. la frase “io sono nato qui” non significa più niente. ma nessuno, nessuno, nessuno poteva vestire Sylvia *così*. ecco Chiara, ancora una volta. posso sempre e non posso dire mai *addio*. la casa è ancora o vuota o abitata da me – solo.

    Sylvia appartiene ad un mondo in cui non è naturale essere madri, ma difficile e doloroso; e in cui non è naturale essere poeti [*i pochi i pochissimi poeti*]. la difficoltà dell’essere madri, contro ogni retorica, è *ancora* attuale. il ventre vuoto sembra una zucca secca, con i semi dentro: suona. della mente vuota – in uno stato bianco, che passa da veglia a sogno, in un istante solo – non si parla ancora.

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  6. Happy and Bleeding – PJ Harvey –

    She burst, dropped off
    Pick the fruit
    Realize I’m naked, I’m naked too
    So cover my body
    Dress it fine
    Hide my linen and lace
    Been sewing ever since
    Since time began

    More than the hills
    More than the trees
    More than the mountains, you
    More than I can see
    In front of me
    More than the mountains, you

    So fruit flower myself inside out
    I’m happy and bleeding for you
    Fruit flower myself inside out
    I’m tired and I’m bleeding for you

    This fruit was bruised
    Dropped off and blue
    Out of season
    Happy and bleeding
    Long overdue
    Too early and it’s late too
    Too early and it’s late too
    Mind and body, I wouldn’t I would not do
    Fruit flower myself inside out
    I’m happy and bleeding for you
    Fruit flower myself inside out
    I’m tired and I’m bleeding for you

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  7. DISTACCO
    Avanza, in me, un suono sordo che traspare
    come il taglio di un sorriso gelido.
    È lì che aspetta.
    E -fermo- s’accresce
    di rosso sigillo.
    a.

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  8. E chiedo venia [a LPELS tutta, a tutti, a tutte le pupille attente]: la vena sanguina [poco] per scritto. L’urgenza è: un corpo presente. In carne – e r’ossa. Si scorre veloce per porre mano/piede reale: e radicare.
    Il futuro che.

    Si tuona [e si torna]: presto. Spero. E vi stringo.

    Chiara

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