Mamadou

Mamadou guardava la sua merce con malinconia. Ne aveva fatta di strada per strappare le quattro carabattole sulla cui vendita avrebbe guadagnato una percentuale inconsistente. Aveva in mente qualcos’altro, partendo per l’Italia: ma si sa, i sogni hanno la stessa consistenza delle percentuali assegnategli dai suoi datori di lavoro. Lui sognava di fare l’attore, e aveva lavorato sodo per arrivare a recitare in modo quasi perfetto le commedie di Goldoni. Ora, Venezia, era solo lo sguardo malinconico sulla merce dalla magra percentuale, e l’altro sguardo, pronto a intercettare l’improvvisa apparizione dei vigili spesso così poco urbani da picchiarlo. Per le calli si aggirava tanta gente, ma lui si accorgeva subito della divisa che si avvicinava di soppiatto cercando di coglierlo in flagrante. Era la sfida quotidiana fra il sogno disperato e la violenza cieca. Chissà se sarebbe partito, sapendo che la vita avrebbe rivelato un volto di reciproci agguati, di poste per ritagliarsi un angolo di cielo nelle strette calli veneziane. Il bello è che certamente sì, sarebbe partito, perché nel suo Senegal non c’era più niente da sognare né da mangiare. Certe volte, il sogno è un pezzo di pane. E devi pazientare nell’attesa, proprio tu, che ti vedevi sul palco, sommerso dagli applausi. E ti avrebbero rincorso, per strapparti l’autografo di rito, ti avrebbero inseguito, come ora il vigile che ti ha colto alla sprovvista, e hai dovuto cacciare tutta la tua merce dalla percentuale inconsistente nel borsone nero come gli incubi, e corri, corri, perché ogni sogno ha un’altra faccia di corse e di rincorse, e l’amara felicità di questo mondo non è altro che un braccarsi e uno sfuggirsi a vicenda. Giri l’angolo veloce come il vento, e non puoi evitare in alcun modo l’uomo dalla faccia olivastra che ha un’espressione di terrore mentre tu ti catapulti in pieno contro il suo petto stranamente duro, metallico, che in un momento sembra esplodere con un boato spaventoso, anzi esplode senz’altro, e schegge di ogni tipo s’innalzano nel cielo di Venezia, nelle calli strette dei tuoi sogni impossibili, fino a raggiungere la finestra del sindaco e farla in mille pezzi, che partono in ogni direzione, con un boato altrettanto spaventoso che scombussola tutti gli oggetti della stanza, e il sindaco ha un’espressione di terrore quando i frammenti di vetro e ferro e carne umana gli scompaginano le carte intestate e i libri e i timbri e i calendari, e tutto l’armamentario della stanza di un sindaco, mentre un piccolo foglio apparentemente bianco si alza in volo come una farfalla e ricade con giravolte lente sulla scrivania ridotta a un campo di battaglia e su quel foglio il sindaco si accorge che c’è scritto qualcosa che non aveva letto, che s’era perso irrimediabilmente fra le carte intestate, e le altre mille cose della sua stanza di sindaco, e legge finalmente le parole chiaramente vergate da una mano femminile, che lui immagina bianca come la luna sul ponte di Rialto, che scrive, con tutta la passione di una mano femminile: Ti amo. Carla. In quel preciso momento con la sua mano di uomo, insanguinata dalle schegge di vetro e ferro, il sindaco prende uno dei fogli di carta intestata volati nella stanza e scrive: Io sottoscritto, sindaco del Comune di Venezia, dichiaro che i venditori ambulanti non siano più sfrattati dalla nostra città. Nel frattempo anche l’ultimo capello nero del venditore ambulante Mamadou si posa sul pavimento in marmo della stanza del sindaco, ridotta a un campo di battaglia, come il sogno di una notte agitata, quei sogni malinconici che finiscono per rincorrersi a vicenda e perdersi in una delle strette calli veneziane, che Mamadou amava, amava, nonostante tutto.

versione audio

13 pensieri su “Mamadou

  1. “per causa de Cupido impertinente,
    no son più servitor de do Patroni,
    ma sarò servitor de chi me sente.”

    (da “il servitore di due padroni” di Carlo Goldoni)

    ah! se quel sindaco avesse letto prima quel messaggio d’amore di carla!
    L’amore cambia il mondo, compresa la vita di chi lascia gli affetti e il proprio paese, vittima dei morsi della fame e dei ricchi occidentali che si lavano la coscienza mandando il pacco alimentare invece di insegnarti come si bonifica un terreno, come si costruisce un pozzo, come si “crea” il cibo e il lavoro nella tua terra affinchè tu non debba rinunciare ai sogni per riempir lo stomaco e possa, come Goldoni, seguire il tuo Giuseppe Imer e la sua grande compagnia teatrale che può al più incorrer in qualche fischio ma non nel martirio della carne che si sparge in piazza San Marco.

    grazie Fabrizio è molto bello, soprattutto è bello raccontare in prosa e poesia una realtà così amara.
    Stella

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  2. Bellissima la storia di Mamadou!E’la storia di un sogno che inseguono tanti altri migranti che sperano di realizzare qualcosa in questo nostro squallido paese. Nel finale mi sembra di leggere il tuo sogno: le regole cambiano grazie all’Amore.
    Purtoppo chi ci governa ha dimenticato di avere un cuore…Oggi qualcuno mi ha detto che gli uomini si “risentono” quando vengono toccati in ciò che hanno più caro.Era una domanda ed io ho risposto subito: gli affetti! La risposta giusta era: il portafoglio!
    E’ triste, ma forse è proprio così.
    Grazie,Fabry! Un abbraccio.Nora

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  3. Ce ne sarà più d’uno, di bigliettini d’amore sulla scrivania dell’attuale sindaco di Venezia…
    Scherzi a parte, il tuo sogno, Fabrizio, trova uno scenario appropriato. Il Nord-Est è stato analizzato e descritto e spiegato come una specie di esperimento economico, ma qui (scrivo anch’io dal Veneto) ancora pochi hanno compreso che essere passati sopra ogni idea di governo del territorio, delle risorse, delle imprese, aver lasciato mano libera a una miriade di piccoli imprenditori ha significato l’incapacità di porre regole sull’immigrazione, di capirla prima di tutto, di pensare a una catena di effetti. E allora si procede a naso, accatastando strilli di emergenze e luoghi comuni, trasformando tacitamente in ghetti quartieri di città e paesi spopolati.
    Ci sono anche realtà confortanti. Il numero dei volontari che qui lavorano in tanti modi in progetti di accoglienza (sono tanti), per esempio.

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  4. Questo racconto mi ha fatto ricordare un Mamadou in carne e ossa, era proprio questo il suo nome, senegalese anch’egli, incontrato alla stazione di Firenze Rifredi una sera dell’ottobre scorso. Chiese al mio accompagnatore fiorentino di aiutarlo a fare il biglietto alla macchinetta (“Ehi, zio, mi aiuti?”). Gli chiese anche se ero sua moglie (“No, è un’amica…”). Poi salimmo sullo stesso treno regionale per Bologna, l’ultimo, quello che passa di lì alle 22,37 ma quella sera aveva 20 minuti di ritardo (non chiedetemi come un treno regionale possa accumulare 20 min di ritardo fra Santa Maria Novella e Rifredi, il cui percorso ne dura 7…). Mamadou si sedette vicino a me e attaccò bottone, rassicurato dal fatto che non c’era nessun marito geloso in agguato. Indossava una giacchetta della Juventus e ci mettemmo a parlare di calcio, poi della sua vita da ambulante (forse clandestino, non gliel’ho chiesto, non me lo ha detto) che salta da una città all’altra, Firenze, Modena, Bologna, Ferrara, chissà, magari anche Venezia, non ricordo. Mi disse che vendeva oggetti di artigianato africano e alla fine mi regalò un braccialettino di sementi, dicendo che mi avrebbe portato fortuna, pace e amore. Lo conservo gelosamente quel braccialettino e a volte lo uso e penso a Mamadou e mi domando in che città sta portando la sua merce, in che città sta cercando il suo destino.
    Chissà se anche il “mio” Mamadou sognava di fare l’attore, o il musicista, o magari l’ingegnere idraulico…

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  5. amici vi ringrazio. ho letto su un giornale un’intervista ad alcuni ambulanti senegalesi e mi è uscita fuori questa storia improbabile ma vera, come ha detto Mad. un amico importante mi ha scritto che dovrei liberarla dal contingente. magari lo farò quando uscirà nel prossimo libro di racconti. Mamadou merita questo e altro.
    vi abbraccio
    fabrizio

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  6. ma insomma Fabry, non riesci proprio a scrivere cose noiose e futili, sempre così a capofitto nel gorgo della vita, delle emozioni, delle lacrime, della pietas che non si perde…..

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  7. Fabry ciao, ho letto solo ora la storia di Mamadou!!! La mia Venezia palcoscenico di una stupenda poesia che deve assolutamente girare il mondo, Mamadou deve portare la sua merce d’amore ovunque!!! Grazie Fabry
    ti abbraccio Vale

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