Tre post per tre libri: 1. Romanzi esilaranti

di Ezio Tarantino

Una serie di coincidenze mi ha messo fra le mani tre libri (e alla fine un articolo di giornale), due dei quali abbastanza simili fra loro, e un terzo che, apparentemente, non c’entra nulla.
Tutti e tre parlano del terrorismo italiano degli anni ‘70-‘80 e di quello che è venuto dopo.
Il fatto che ancora si parli di “riconciliazione”, dopo tanti anni, dimostra che c’è una ferita ancora aperta. Come fuoco che covi sotto la cenere, la polemica si riattizza, di solito, quando un ex terrorista viene arrestato (ma non li vogliamo chiudere questi benedetti conti con il passato?), o estradato (idem), o liberato anzitempo (la ferita si riapre, non sono garantiti i diritti delle vittime: le voci in questo caso provengono dal fronte opposto – come se fosse ancora possibile parlare di fronti, eppure è così, lo strappo sociale del terrorismo ancora divide) o, infine, scrive un libro o viene intervistato alla televisione.
Comincio dal libro che apparentemente non c’entra nulla, perché è il primo che mi è capitato fra le mani. Sono stato attirato dal titolo (e dall’indice, scorso rapidamente e con divertimento) alla fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi tenuta nello scorso dicembre a Roma: “La rapina in banca. Storia, teoria, pratica” a cura di Klaus Schoenberger (ed. Derive/Approdi, pp.220, euro 14,50). Per avere un’idea del tipo di libro che è questo libro leggiamo le intestazioni dei capitoli: “L’invenzione della rapina in banca. Dai difficili esordi alla sua diffusione”; oppure: “I soldi piacciono a tutti: rapina in banca o vincita al lotto?” E ancora: “La maschera nella rapina in banca”. Infine: “La fuga: mobilità e rapina in banca”. Sembra trattarsi insomma di un manualetto sociologico venato da una garbata distaccata ironia, pieno di aneddoti, spaccati dell’america anni venti, foto d’epoca e considerazioni quasi ovvie, scritte senza falsi moralismi (“il colpevole [delle rapine in banca, ndr] condivide i valori e le norme sociali dominanti”).
L’assunto fondante è che la rapina in banca, se non porta a spargimento di sangue innocente, è sostenuta da un esplicito o taciuto favore popolare, una via di mezzo fra la benedizione e l’invidia. Come scrive in uno dei saggi che compone il volume Vincenzo Ruggiero (“Il declino del crimine convenzionale”) “abbiamo a che fare con una delle forme più discusse (…) di arricchimento illegale, soprattutto perché tra reo e vittima esiste una forte asimmetria sociale: il reo è socialmente molto più debole della sua vittima”, tanto che il bandito specializzato in rapine in banca, specie nell’età dell’oro della rapina, agli inizi del secolo, è molto spesso diventato un eroe popolare, perché, come gli eroi cinematografici, era capace di incarnare i nostri desideri inconfessabili: in questo caso arricchirsi (per di più a spese di una istituzione di per sé antipatica ai più e soprattutto che non ci rimetteva neppure, coperte come sono da polizze assicurative).

A pagina 101, e poi a pagina 119 però, accade qualcosa dentro questo libretto simpatico, intelligente e gaio che fa scattare un corto circuito i cui connotati ho chiariti a me stesso solo qualche settimana dopo.
A pagina 101 comincia un racconto scritto da Paolo Pozzi, Un clandestino nel movimento.
Paolo Pozzi lo scorso anno ha pubblicato un racconto-memoria sul ’77, Insurrezione (sempre per DeriveApprodi, lo stesso editore de La rapina in banca) molto lodato dalla controcultura carmilliana e dintorni.
Le note biobibliografiche in fondo al volume ce lo presentano così: “nel corso degli anni Settanta è stato dirigente di una delle componenti dell’Autonomia operaia milanese e redattore del giornale di movimento “Rosso”. Arrestato alla fine del 1979 sconta alcuni anni di carcere. Attualmente è dirigente d’azienda e si diletta nella scrittura di racconti e romanzi esilaranti che rimandano ai suoi trascorsi politici” (p.219, il corsivo è mio).
Il racconto di Pozzi è la cosa più divertente e scritta meglio del libro. Una surreale rapina in banca in salsa emiliana. Rapinatori sbandati e goffi, insicuri, ansiosi. Una sceneggiatura perfetta.

A pagina 119 c’è un contributo firmato da Corrado Alunni, che come terrorista ha avuto qualche più di un quarto d’ora di celebrità (certamente più di quella raccolta da Pozzi). Alunni racconta senza molta enfasi gli anni delle rapine che il gruppo eseguiva come forma di autofinanziamento. Alunni era una dei capi di Prima linea e si vede. Persona seria. Posata. Un racconto asciutto, il suo, dal titolo suggestivo, che riprende un motto che il gruppo si era dato in quegli anni: “Portare a casa i soldi, riportare a casa tutti”.
(continua)

2 pensieri su “Tre post per tre libri: 1. Romanzi esilaranti

  1. Post piacevole come una limonata ghiacciata, di questi tempi. Aspetto con curiosità le prossime puntate.
    Due piccole curiosità:
    1)controcultura carmilliana e dintorni che significa? Carmilla fa controcultura?
    2)Paolo Pozzi da dirigente dei terroristi a dirigente d’azienda mi pare una parabola esemplare della meglio gioventù degli anni ’70…

    Ciao
    paolo

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